Archivio mensile:novembre 2013

Come uno scrittore fallito può approfittare della rivoluzione digitale

A scuola studiamo la rivoluzione industriale, anche se nessuno ci dice che non è stata molto divertente.

I contadini erano costretti a lasciare le loro cascine comunitarie per andare a vivere in malsane case di città, dove i bambini venivano appesi dentro a stracci attaccati al soffitto perché non fossero attaccati dai topi, come racconta Desmond Morris, antropologo inglese.

Qualcuno studierà noi, invece, perché siamo i protagonisti della rivoluzione digitale.
Quest’ultima, pur senza essere dolorosa come quella industriale, ha aumentato la nostra capacità di produrre beni e servizi più di quanto non abbia fatto la rivoluzione industriale.

I libri di storia racconteranno che le macchine da scrivere sono scomparse “al volgere del secolo“, e pubblicheranno qualche bella foto di una vecchia Olivetti.

Mio padre scriveva le sue relazioni aziendali su una Lettera 22, usando i fogli di carta copiativa. Poi spediva per posta al capo l’originale battuto a macchina, e archiviava la sua copia su carta carbone. Il suo capo riceveva la lettera dopo una settimana e la passava a un contabile, eccetera, eccetera.

Oggi io mando dieci email al giorno a colleghi che sono seduti a tre scrivanie dalla mia, con un probabile effetto paradosso: la comunicazione è eccessiva e il mal di testa perenne. Ma di sicuro la mia produttività è maggiore di quella di mio padre.

Mi rendo conto di scrivere delle TREMENDE banalità, ma posso dire di avere attraversato tutta la rivoluzione digitale  da un punto di vista privilegiato: quello della scrittrice fallita e bocciata da tutte le case editrici d’Italia.

Scrittrice fallita, tra l’altro, anche con un libretto, “Mariti in salsa web“, ambientato proprio agli albori – direbbero i soliti storici – della rivoluzione digitale.

Molte colleghe dell’ufficio dove lavoravo, dieci anni fa, erano infatti entrate su C6, le prime chat erotiche-amorose di Virgilio, e se la spassavano alla grande.

Le vedevo digitare tutte contente sui tasti durante la mattina e poi, all’ora di pranzo, uscivano truccate e vestite come delle principesse turche per andare a un appuntamento con un tipo conosciuto due ore prima sul web.

Ragazze impavide e coraggiose, perché non erano ancora nati i siti di appuntamenti online e noi colleghi ci chiedevano se non fosse PERICOLOSO uscire con uno sconosciuto.

Mi ricordo che una volta, in ufficio, strappammo un capello a una delle signorine in questione e lo infilammo in una busta da consegnare alla Polizia se la collega non fosse tornata dal pranzo, così da poter identificare il cadavere.

Sapevamo tutti che era uno scherzo un po’ macabro, ma allora le donne non erano abituate all’idea di poter incontrare – senza correre pericoli – un uomo conosciuto sul web.

Sono passati solo dieci anni da allora, e nessuno pensa più che sono solo i serial killer a mettere gli annunci su Meetic.
La probabilità di incontrare un serial killer sul web è esattamente uguale a quella di incontrarlo in ufficio o tra i vicini di condominio.

Ma adesso ritorno al fallimento, tema che mi è caro.

Dieci anni fa avevo appunto scritto un libretto sugli amori digitali e l’avevo infilato in una busta – dopo averlo diligentemente fotocopiato – per mandarlo alle case editrici. Con tanto di francobollo e lettera di accompagnamento.

Nessuna risposta.

L’unica persona con cui ero riuscita a mettermi in contatto era stata un’agente letteraria, ma solo perché una mia amica mi aveva dato la sua email e anche l’agente mi aveva chiesto di mandarle una copia STAMPATA del libro.

Bene, da allora ho scritto altri libri.

L’agente li ha presentati alle case editrici, che li hanno di nuovo bocciati.

TUTTI.

Ma per fortuna, in questi dieci anni, la rivoluzione digitale ha cambiato gli scenari anche per lo scrittore bocciato.

Che non deve più passare le sue giornate in coda alle Poste italiane con le buste da affrancare.

Oggi, una persona con modeste competenze informatiche può pubblicare – aggratisse – un libro su una piattaforma digitale come Amazon, senza spendere soldi in fotocopie da mandare alle case editrici.

L’autore digitalizzato può anche aprire un blog – gratis o a pagamento – e scrivere tutto quello che gli pare, senza dover conoscere qualcuno in un giornale che gli pubblichi l’articolo.

Poi, l’autore può condividere un post del suo blog su Facebook e vedere se qualcuno gli risponde.

Sono banalità, lo so, ma il web dà una voce a tutti.

Anche agli sfigati come me.

Anche a quelli che non hanno gli amici nei posti giusti.

La rivoluzione digitale è molto democratica.

Dove non c’è internet, non c’è democrazia.

Cito per l’ultima volta la Corea del Nord, dove non puoi entrare in un negozio e fare l’abbonamento a Fastweb.

Nonostante le importanti dichiarazioni del nostro senatore Razzi.

La Corea è come la Svizzera, secondo lui: molto pulita.

Godetevi Razzi, che in originale è persino meglio di Crozza.

La scuola dell’obbligo (all’obesità)

Ho riguardato pochi giorni fa le foto di classe di Tommaso, quelle fatte quando andava alle elementari.

In prima elementare, lo sguardo era limpido, il sorriso accecante, il peso nella norma.

Anche in seconda Tommaso aveva lo stesso bel sorriso che spuntava su un viso magretto e contento.

Dalla terza in poi, lo sguardo si faceva invece più addormentato.

La faccia era paffuta e le gote cadenti.

In quinta elementare, almeno sette dei suoi compagni di classe erano decisamente sovrappeso, e Tommaso – nella foto – sembrava sotto l’effetto di un oppiaceo.

Il sorriso era ebete, come quello dei pazienti dei manicomi: sedati e rassegnati.

Posso quindi affermare che la scuola elementare, a tempo pieno, frequentata da mio figlio, aveva prodotto con CERTEZZA un 30% di obesità fra i suoi compagni di classe, e posso affermare con altrettanta CERTEZZA che una delle cause era proprio la frequentazione di una scuola a tempo pieno.

Certo, io lavoro e ho bisogno della scuola a tempo pieno, ma mi vengono i brividi se penso a quello che ha dovuto sopportare mio figlio (e i suoi compagni di classe) durante gli anni delle elementari.

Sette ore di LEZIONE tutti i giorni, senza quasi mai un intervallo all’aperto – quello dopo pranzo, nel cortile della scuola – se non nella bella stagione, e solo quando erano stati BRAVI.

Per il resto, gli intervalli PICCOLI, come li chiamavano i bambini – a metà mattina e a metà pomeriggio – venivano fatti nel corridoio davanti alla classe.

Ma i maschi erano spesso IN PUNIZIONE, come raccontava mio figlio, e quindi non potevano fare l’intervallo FUORI dalla classe. E restavano chiusi dentro.

L’unica ora di ginnastica alla settimana – il venerdì – veniva quasi sempre abolita, perché l’insegnante di matematica, a cui era affidata l’ora di educazione fisica, li PUNIVA, sempre perché erano stati CATTIVI, e quindi non li portava in palestra.

Durante i consigli di classe, ai quali ho peraltro smesso di partecipare, la classe di mio figlio veniva descritta dalle sue maestre come se fosse stata la Banda della Magliana.

Secondo le maestre, i bambini erano agitati, così pericolosamente agitati, da essere sempre sul punto di esplodere in qualche pericolosissima rissa durante la quale si sarebbero accoltellati o avrebbero tirato fuori la Calibro 9 per spararsi tra di loro.

Il fatto quindi che l’intervallo e l’ora di ginnastica fossero eliminati per PUNIZIONE, ci veniva presentata come cosa buona e giusta, sulla quale noi mamme – dei futuri membri della Banda della Magliana – dovevamo convenire con le maestre.

Durante i week end, i bambini venivano subissati di compiti (soprattutto da una delle due maestre, quella di matematica), e spesso passavamo tutta la domenica a fare le operazioni, cambiando colore per le unità, le decine, eccetera.

Per Natale, Pasqua, Carnevale, eccetera, i compiti diventavano degli indigeribili mattoni che ci tenevano chiusi in casa a litigare, io e Tommaso, su come fare le operazioni a sei cifre (inutili da almeno qualche centinaio di anni, dopo l’invenzione della Pascalina o non so quale altra calcolatrice esposta al Museo della Scienza di Milano).

Il risultato di quel brillante ciclo scolastico è stato un figlio sovrappeso, leggermente depresso, molto pigro (disabituato al movimento), e discretamente asino.

La scuola gli aveva portato via il CORPO.

Il corpo era stato annullato e buttato via, perché il corpo SANO di un bambino di otto anni ha bisogno di movimento, ha bisogno di giocare.

I corpi dei bambini non possono tollerare sette ore di lezione, seduti buoni e zitti al banco.

Perché i bambini stiano fermi per tutte quelle ore, i loro corpi devono venire annullati.

Si devono abituare a stare fermi, e i bambini per godere – fisicamente – devono assumere zuccheri, visto che viene loro negata la produzione di endorfine, e cioè il piacere prodotto da un corpo in movimento.

Purtroppo ho dovuto iscrivere Tommaso a una scuola media a tempo pieno, perché io lavoro. E non c’è nessuno che possa cucinare per lui a mezzogiorno, e poi aiutarlo a fare i compiti.

Però adesso Tommaso ha finalmente trovato uno sport che gli piace.

Il rugby.

Si menano tre volte alla settimana sotto lo sguardo orgoglioso del loro allenatore.

E il sabato hanno la partita.

E io gli ho spiegato che il rugby viene PRIMA della scuola.

Mens sana in corpore sano.

Spero che Tommaso possa ritrovare il suo corpo, senza spaccarsi un femore mentre lui e i suoi compagni si menano durante una partita.

E spero che Tommaso, finito il ciclo della scuola dell’obbligo, possa vivere una vita da giovane adulto, dentro un corpo agile e pronto a servirlo.

E spero che qualche mamma fondi un comitato a difesa di almeno UN’ORA DI SPORT AL GIORNO  nel ciclo della scuola dell’obbligo.

Di sicuro esistano già comitati del genere.

Se così fosse, fatemelo sapere che sono pronta a donare un rene pur di salvare i nostri figli dall’obbligo all’obesità.

La sindrome dello sfigato (e la festa dei morti)

Non credo che sia possibile nasconderlo.

Io mi sento una sfigata.

Anzi, come mi fece notare un amico qualche tempo fa: “Ti senti una sfigata, perché SEI una sfigata“.

Non aveva tutti i torti: appartengo a quella classe media italiana, senza grandi qualità, che sta lentamente affondando in attesa della pensione di 500 euro al mese (la contributiva) che chiuderà per sempre ogni discorso sulla sfiga.

Sarò sfigata PER DAVVERO, perché sarò vecchia e POVERA. Come tutti gli italiani, peraltro, che beneficeranno delle ultime riforme del sistema pensionistico.

Però vorrei spezzare una lancia a favore di chi soffre della sindrome dello sfigato.

Intanto, vorrei precisare meglio in cosa consiste la suddetta sindrome.

Come tutti le sindromi, è diagnosticabile a partire dai sintomi, mentre l’eziologia (la causa) è sconosciuta.

Ecco un elenco dei sintomi che sono tutti molto generici, ma riconoscibilissimi per chi li prova.

  1. Vi sembra di poter rileggere la vostra vita come un lungo elenco di occasioni perdute.
  2. Siete in grado di ricostruire i momenti in cui avete fatto la “cosa sbagliata”. Sapete che se in quel momento aveste fatto la “cosa giusta”, avreste evitato alcuni – quantificabili – colpi di sfiga.
  3. Pensate che gli altri non si accorgano del vostro valore, e che sul posto di lavoro siate sottovalutati.
  4. Pensate di essere mediamente più gentili delle persone che vi circondano, e che nessuno ve lo riconosca.
  5. Pensate di avere avuto alcune formidabili intuizioni, che però non vi sono MAI state riconosciute.
  6. Pensate – se siete genitori – di non esservi comportati poi così malaccio coi vostri figli, che invece sono diventati degli sfigati esattamente come voi.

Io non so da cosa dipenda la sindrome dello sfigato, ma ho l’impressione che ne soffra il 90% della popolazione.

Forse tutti, appena compiamo trent’anni e capiamo che non vivremo per sempre, cominciamo a soffrire dei sintomi sopra descritti.

Credo a che farci sembrare tutto un po’ inutile sia il fatto che la morte è il nostro unico e inevitabile destino (scusate la banalità dell’espressione) .

Perché svegliarsi tutte le mattine alle 6 e 45 e correre al lavoro, se poi tanto finisco al Camposanto?

Bene, raga, ho voluto onorare così – con un post bello depresso – il giorno della festa dei morti.

Ricordo anche a chi si dovesse sentire particolarmente depresso durante il ponte del 1 novemmbre, che il tasso di suicidi ha un picco durante le feste di Natale e quindi, se siete veramente depressi, aspettate almeno fino al 25 dicembre per buttarvi sotto la metropolitana, così da onorare le statistiche.

Oppure mandatemi un’email. Io rispondo a tutti.

Ultima cosa.

Dicono che che quelli che sono un po’ depressi, scrivono roba brillante.

Io credo di essere un po’ depressa, e quindi scrivo roba che cerca di far ridere.

I libri che ho pubblicato fino ad adesso non sono un granché, ma appartengono al cosiddetto genere brillante.

Ho però in serbo un capolavoro – che non ancora scritto – in cui parlo solo di MORTE.

Non vedo l’ora di buttarmici sopra.

Ultimissima cosa.

Se qualcuno volesse leggere l’autobiografia di uno che si sentiva uno sfigato, non aspettate un minuto di più e compratevi “Le confessioni” di Rousseau.

La meravigliosa storia di un uomo timido che fa l’amore con una prostituta perché non ha il coraggio di dirle di no, e poi scappa dal medico per paura della sifilide.

Un ipocondrico che sposa una donna un po’ stupidotta, e poi sparla MALAMENTE della suocera che lo tormenta.

Un genio che scrive un libro geniale sulla normalità.

Non c’è scampo dalla normalità, credetemi.

Tanto vale rassegnarsi (io l’ho già fatto).