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Il coronavirus viaggia in Business

Il Coronavirus chiamato COVID 19 è la riedizione di un virus del 2003, la SARS, scoperto da un virologo italiano, Carlo Urbani, che morì di una polmonite provocata dal virus, esattamente com’è successo allo scopritore cinese del COVID 19, il dottor Li Wenliang.

Sia la SARS che il COVID sono coronavirus – prendono il loro nome dalla forma a corona dei virus – e sono “saltati” dagli animali agli uomini in due diversi Wet Market cinesi, chiamati così perchè vengono vendute merci deperibili: sostanzialmente generi alimentari. Nei Wet Market si possono comprare animali vivi che vengono uccisi dopo essere stati venduti. Il cliente sceglie il pollo che preferisce, e il venditore lo macella sul posto. I virus degli animali dei mercati possono quindi facilmente “saltare” all’uomo. Il termine tecnico è “spillover“, e cioè salto da una specie all’altra, perchè i virus in questione arrivano da altre specie viventi. In particolare, i coronovirus vengono da zibetti,  pipistrelli e  serpenti, vere e proprie delicatessen  vendute nei Wet Market cinesi, in cui lo zibetto viene macellato direttamente al mercato, dopo l’acquisto da parte del gourmand che se lo vuole sbafare.

Gli animali che verranno venduti vivono quindi in modalità promiscua – tra loro, ma anche con l’uomo – all’interno dei Wet Market. I coronavirus – SARS e COVID – che per pipistrelli, zibetti e serpenti non sono agenti patogeni (e cioè non li fanno ammalare), “saltano” verso l’uomo proprio perchè nei mercati gli animali sono vivi (così come i loro virus), e non invece morti e confezionati come nei nostri supermercati. Aggiungasi che nessuno di noi comprerebbe serpenti, zibetti o dozzine di pipistrelli, anche nel caso in cui fossero regolarmente confezionati sotto vuoto spinto e presentati nel bancone del Fresco dell’Esselunga.

Ma non voglio questionare di argomenti di cui non so nulla (leggo i giornali, come tutti). La domanda che mi sono fatta invece è un’altra. Come ha potuto il COVID 19 arrivare così in fretta in Italia, più in particolare in Lombardia, ma anche nel resto del mondo, visto che il virus sta mietendo vite dappertutto?

Il martire cinese, il dottor Li Wenliang, ha scoperto il COVID 19 nel dicembre del 2019, e oggi contiamo già 113.000 morti nel mondo, a distanza di due mesi. Nel 2013 – 2014, la SARS ha ucciso 814 persone (in tutto il mondo), e poi è stata fermata da una serie di misure preventive (l’incubazione era più veloce del COVID e il paziente veniva subito identificato), ma anche e soprattutto dal CALDO, ovvero dalla bella stagione.

Il COVID 19 invece è partito da un Wet Market cinese nel dicembre del 2019 e sta VELOCEMENTE facendo delle stragi. Come mai?

Ordunque, credo che il motivo sia di facile individuazione. Il virus ha comodamente viaggiato in Business Class (ma anche in Economica…) dalla Cina verso il resto del MONDO.

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La Cina produce quasi tutto quello che usiamo, dai cellulari fino alle scarpe, dai computer fino alle pentole, ma produce anche farmaci, reagenti per l’industria chimica e farmaceutica, fertilizzanti, eccetera. L’elenco è infinito, così come sono infinite le aziende che si approvvigionano in Cina e mandano in Cina le loro persone per definire con le aziende cinesi le condizioni delle forniture. Ma anche le aziende cinesi fanno acquisti dall’Occidente, e anche i business man cinesi vengono in Occidente per trattare i loro acquisti.

L’economia mondiale oggi è globalizzata, nel senso che le catene produttive possono coinvolgere più di un paese (alcuni come assemblatori altri come fornitori di componenti produttivi), anche se molti  prodotti vengono integralmente assemblati in Cina.

I voli che collegavano la Cina al mondo nel 2003 erano una percentuale minuscola rispetto a quelli che la collegano adesso, e la SARS venne fermata nel giro di pochi mesi. Oggi invece il virus è già sbarcato comodamente in decine di paesi, soprattutto in quelli che avevano relazioni industriali con la Cina o dove erano presenti nuclei di residenti di origine cinese che avevano fatto un viaggio nella Madrepatria.

E adesso il virus è tra noi, globalizzato come le nostre economie, dove nessun paese può sperare di uscire vivo da una recessione che è sempre globale per definizione (vista l’interdipendenza tra le economie).

Speriamo nella primavera e in una bell’estate bollente, magari con quaranta gradi: con il caldo il virus si dovrebbe indebolire. Così passeremo dall’emergenza sanitaria a quella climatica. Sempre globali, sia chiaro.

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Il coronavirus all’italiana

Non ho alcun titolo per intervenire nel dibattito attuale sul coronavirus, ma abito a Milano, da poco dichiarata Zona Rossa.

Molto difficile capire cosa voglia dire VIVERE MA SOPRATTUTTO LAVORARE in una Zona Rossa, perchè l’unica cosa CHIARA del decreto legislativo dell’8 marzo 2020 è che la Lombardia non si ferma. Si continua a lavorare: si va ancora in ufficio, in fabbrica e le merci devono essere trasportate. Ci si può infatti muovere anche da un comune all’altro della Zona Rossa, dimostrando di doverlo fare per COMPROVATI MOTIVI LAVORATIVI. La Assolombarda lo ha messo in chiaro: il decreto non sta chiedendo alle aziende di fermare le loro attività.  

Tutti devono continuare a lavorare, e nel caso in cui siano costretti – per andare a lavorare – a prendere un treno (o un autobus) per recarsi in un comune diverso da quello della residenza, allora ecco che dovrebbero mostrare un documento che attesti la comprovata necessità dello spostamento: IL LAVORO.

Non si sa bene chi passerà nelle carrozze dei treni a chiedere di visionare i permessi di lavoro – forse l’Esercito, chissà… – e non riesco a immaginare le aziende italiane che mettono nero su bianco che il lavoratore in questione sta SFIDANDO un’epidemia per andare a lavorare (con il rischio che poi il lavoratore lo trascini in tribunale se si ammala per davvero).

Immagino quindi che il Decreto produrrà un altro BEL CASINO ALL’ITALIANA, in cui i poveri pendolari potrebbero anche farsi sbattere giù da un treno perchè non muniti del permesso in questione.

In compenso, però, virologi e politici non fanno che insistere sulle responsabilità PRIVATE dei cittadini che sfidano il virus quando compiono il gravissimo atto di USCIRE  DI CASA. Si badi bene che si può uscire di casa per andare a lavorare, ma  a quanto pare non per altri  motivi. Bar e ristoranti rimangono aperti, fino alle 18, per carità, ma chi ci va, mette a rischio la propria vita e quella degli altri. Perché non chiuderli, allora? Per non metterli nella difficile posizione di perdere il LAVORO. Anche se i clienti che ci vanno sono dei potenziali assassini.

Bene, si potrebbe continuare per settimane, ma adesso passo alla solita lista puntata, che così la chiudo in fretta.

  1. In Cina, nelle loro Zone Rosse, sono state chiuse le AZIENDE e quindi è stato detto ai cittadini (o sudditi che dir si voglia) di stare CHIUSI IN CASA. Inutile dire che a Whuan hanno chiuso anche i bar e i ristoranti e qualsiasi luogo dove non si vendesse del cibo da cucinare una volta tornati a casa. La Cina sta subendo delle terribili perdite economiche, ma sta fermando un virus della cui nascita è comunque responsabile. Il sacrificio chiesto ai cittadini era comunque doveroso, visto che la SARS – COVID 19 è Made In China.
  2. In Italia, nelle Zone Rosse, si continua a lavorare: anche i dipendenti della Regione Lombardia (se non hanno figli o patologie croniche) devono uscire di casa per andare a lavorare. Ma sono moltissime le aziende non attrezzate per lo smart working che stanno chiedendo ai loro impiegati di andare in ufficio. Certo, le aziende manifatturiere non possono fare smart working, ma tutte le aziende che possono, dovrebbero attrezzarsi per passare a una modalità SMART ogni volta che ve ne sarà la necessità.
  3. A Milano non si trovano più le mascherine. Non ho capito se i milanesi non se le mettono perchè non vogliono, o perchè non le trovano. Bisognerebbe far arrivare a Milano e nelle Zone Rosse le MASCHERINE almeno per quelli che dovranno andare a lavorare col lasciapassare.
  4. Ci sono paesi, come la Corea del Sud, che si erano preparati a un’epidemia e che hanno messo in piedi delle modalità SEMPLIFICATE per eseguire il test.

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Ne hanno già fatti 150.000. Basta andare con la propria macchina in uno dei punti in cui i test vengono eseguiti e attendere. Non so dopo quanto tempo viene comunicato l’esito, ma poter eseguire così tanti test, permette di scoprire subito se il paziente è infetto e deve essere isolato e curato. Senza il bisogno di mettere in quarantena intere città.

Concludo: non voglio fare la parte della solita italiana che si lamenta di tutto e di tutti, soprattutto degli altri italiani. Per carità, abbiamo medici eccezionali per abilità e capacità di sopportare la fatica. E siamo loro debitori della nostra sopravvivenza finora. Ma il nuovo Decreto si limiterà solo a complicare la vita di chi deve continuare a lavorare, senza riuscire a fermare il virus.

Basterà un’altra settimana per sapere se il Decreto ha funzionato. I bollettini della Protezione Civile sono alle 18.00, tutti i giorni. Chi vivrà, vedrà.

 

 

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10 consigli a chi vuol fare il CAPO

Non si può negare che le istituzioni sociali si basino su rapporti di tipo gerarchico. Certo, la BASE di tali rapporti deve essere sana, ovvero basata sul merito e non su privilegi castali.

Ma non voglio farla lunga, voglio solo dare qualche buon consiglio a chi desidera fare il CAPO (parola brutta, ma efficace). Io non ci ho mai provato, ma capisco che a qualcuno piaccia l’idea. Ecco i miei consigli per non cadere male (più stai in alto, e più la caduta può essere brutta e rovinosa). Do per scontato che si parli di strutture meritocratiche, e non di Corea del Nord.

  1. Non esistono CAPI-MANAGER, ma solo CAPI-TECNICI-MOLTO-BRAVI. I manager sono morti, dopo che Steve Jobs è tornato alla Apple, dalla quale era stato scacciato da un manager generalista. Se volete fare il capo, diventate molto BRAVI a fare qualcosa. Il potere arriverà dopo, quando sarete diventati più bravi degli altri.
  2.  Un capo deve saper fare il lavoro che fanno i suoi collaboratori. E lo deve fare MEGLIO. Se siete il PRIMARIO di un ospedale, dovete operare meglio di tutti.  Solo così vi verrà riconosciuta la vostra autorità. Se c’è qualcuno SOTTO di voi che sa fare meglio il vostro lavoro di voi, lui diventerà il vostro capo.
  3. I capi sono tali quando i loro collaboratori riconoscono la loro bravura. Se un capo la la STIMA dei suoi collaboratori, allora è veramente un capo. Se invece, appena esce dalla porta, partono gli sfottò, bene, allora siamo in Corea del Nord.
  4. I capi devono essere stimati ed essere intellettualmente onesti. Devono riconoscere ai loro collaboratori le loro qualità e devono PORTARE AVANTI i collaboratori che sono molto bravi e hanno voglia di lavorare duro. Non devono avere paura della bravura dei loro collaboratori, anzi la devono incoraggiare, promuovere, stimolare.
  5. I capi non devono mai appropriarsi del lavoro degli altri. Non valgono i copia-incolla del lavoro dei “subordinati”. Bisogna sempre dire: “Ho un bravissimo collaboratore che ha fatto un bellissimo lavoro. Eccolo qui!”. Nessuno potrebbe stimare un LADRUNCOLO di idee altrui.
  6. I capi non devono mai fare gli STRONZI. La cattiveria ha un brutto karma: la gente si ricorda degli stronzi e li aspetta al varco. Un capo stronzo si farà molti nemici, che parleranno in giro male di lui, fino a quando qualcuno non dirà: “Togliamoci quello stronzo dai coglioni!”. E – BUM! – lo faranno fuori.
  7. I capi devono sorridere, dire sempre quello che pensano, e lavorare a stretto contatto con i collaboratori. Se un capo dice quello che pensa – anche brutalmente – a qualcuno con il quale lavora, gomito a gomito, nessuno si potrà lamentare della sua brutalità. Dirà solo che è stato SINCERO.
  8. Un capo ha torto e ragione, esattamente come tutti gli altri. Con un’unica differenza: un bravo capo ammette di avere TORTO. Il cretino non lo ammette mai. Ma tutti riconoscono un cretino, no?
  9. Un capo sa che i suoi collaboratori hanno bisogno di essere compresi, stimati, stimolati, ma anche lasciati LIBERI. Un bravo capo è affettuoso e lascia che i suoi collaboratori siano liberi di organizzare il loro lavoro. Non gli sta col FIATO SUL COLLO, non gli corregge le virgole.
  10. Un bravo capo desidera essere RIMPIANTO quando se ne andrà (se cambierà azienda). Non vuole che i suoi collaboratori stappino bottiglie di champagne quando se ne va. Un capo vuole lasciare un buon ricordo, e non far sentire l’ultimo schiocco della frusta. Se è veramente un capo.

SIAMO VERAMENTE COSI’ MANIPOLABILI?

Secondo l’opinione corrente, gli utenti dei social network (ma in generale di internet) sono dei coglioni altamente manipolabili. Pronti a credere alle Fake News abilmente confezionate dai russi, da Trump o dalla stessa CNN (secondo quanto sostiene lo stesso Trump, che attribuisce la fabbricazione delle Fake News ai giornalisti americani che lo amano poco).
Non passa insomma giorno in cui l’utente di internet (e di Facebook, Twitter, Google, ecc.) non venga dipinto come un potenziale coglione (appunto), facile preda delle notizie false (fabbricate da tutti tranne che dall’utente coglione, perché è per l’appunto un coglione), che lo spingeranno a fare scelte di cui  in fondo non è consapevole.
L’utente coglione voterà Trump o crederà che invece Trump sia un criminale, oppure a sua volta penserà che tutti gli arabi sono per definizione terroristi o che invece esistono complotti internazionali orditi da enti sopranazionali e nascosti.
E se per caso la manipolazione non dovesse arrivare così lontano, saremmo comunque tutti vittime (come minino) di un deplorevole nuovo consumismo, che si nutre di pubblicità di prodotti in vendita su Amazon, sbirciati in un momento di debolezza e che ci vengono riproposti ad libitum, fino a quando non cediamo (alla nostra coglionaggine) e appunto non li compriamo.
Ecco, vorrei dire che non sono d’accordo con questa “narrazione” (come si usa dire adesso), e mi ritengo assolutamente libera, non manipolabile, capace di intendere e di volere, OGGI COME NON MAI.
Non ci pigliamo per il culo: i giornali (e gli opinionisti) esistono da sempre, e non sono di proprietà di qualche “povero” democratico, ma sono in genere posseduti da gruppi industriali con opinioni più o meno liberal. In genere, chi ha studiato e letto molto, fino a diventare giornalista, potrà difficilmente propugnare un modo dove sono proibite le libertà fondamentali di scrivere e dire quello che ti pare, nei limiti del codice penale, naturalmente. Ma i giornalisti vengono PAGATI e sono quindi disposti a sostenere i gruppi industriali per i quali lavorano.
Con la nascita di internet, è più facile aprire un giornale, vedi per esempio Il Post italiano, che trovo più interessante della Repubblica. Non è quindi più necessario comprare le rotative per andare in stampa, basta un po’ di spazio sui server di streaming e qualche grafico che sappia mettere online il giornale.
Che differenza c’è tra un giornalista che scrive per la carta stampata e uno che scrive per il web? Nessuna. Sono tutti e due acquistabili. Sono tutti e due in grado di fabbricare notizie false (se lo vogliono) e sono tutti e due in grado invece di verificare le loro fonti (in genere su internet) per dare una “buona” notizia, pulita, onesta, controllata.
Insomma, con internet sono aumentate le possibilità di pubblicare giornali, libri, notizie, eccetera, ma i giornalisti sono sempre gli stessi, anzi sono molto più di prima e riescono a pubblicare i loro articoli e i loro giornali senza avere il bisogno di essere MOLTO RICCHI. Fatto che ha sicuramente aumentato il tasso di democrazia.
Su internet è possibile fare un’ottima disamina delle fonti (trovi TUTTO quello che vuoi), così da poterti fare la TUA opinione. Sto parlando dei paesi liberi, non certo della Cina, dove Internet è controllato.
Lo stesso identico discorso vale per la pubblicità. La pubblicità esisteva anche prima del web, solo che oggi c’è un nuovo spazio – quello digitale – sul quale mostrarla. La novità è che grazie ai dati raccolti dalla nostra navigazione, veniamo profilati per i nostri gusti, e quindi la pubblicità che ci viene mostrata è più suscettibile di influenzarci (se abbiamo voglia di essere influenzati).
Anche Google, quando facciamo una ricerca ci fa vedere un risultato influenzato dalle nostre precedenti navigazioni, ma ditemi quando mai è stato possibile per un qualsiasi coglione (come me), aprire un blog su Worpress e, grazie all’inserimento dei tag, diventare VISIBILE a qualcuno che magari sta in Australia?
Ringrazio quindi tutti quelli che fabbricano Fake News e cercando di farmi comprare una Crock-Pot su Amazon (l’ho comprata).
Non sono mai stata così bene. E così libera. NON SCHERZO…
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L’inefficacia dello stronzo

Credo si possa dire che le religioni siano una risposta alla questione degli stronzi.

Da che il mondo esiste, esistono gli stronzi: persone cattive, aggressive, offensive, non cooperative che passano la loro vita a cercare di ferire e aggredire gli altri.

Per lo stronzo, non vale mai il modello win-win, in cui tutti e due i contraenti guadagnano dal fare un accordo, ma esiste solo il modello win-lose. Lo stronzo è contento se te lo mette in culo, non concepisce un accordo in cui anche TU puoi guadagnarci. Deve guadagnarci solo lui.

Chi invece non è stronzo (e sa di non esserlo) vorrebbe vedere gli stronzi appesi a un muro per i garretti, per poi fustigare lentamente le loro piante dei piedi.

Scherzo, naturalmente, perché chi non è stronzo non nutre quasi mai sentimenti di vendetta, ma desidererebbe vedere punito LAICAMENTE lo stronzo.

Lo vorrebbe veder fallito, se è un imprenditore, condannato alla prigione, se è un predatore sessuale, lo vorrebbe veder licenziato se ha fatto mobbing, o divorziato se ha rovinato la vita al suo partner.

La religione interviene proprio a questo proposito: promette ai fedeli (che in genere appartengono alla categoria delle vittime) che gli stronzi andranno all’inferno, perché non è detto che gli stronzi verranno puniti durante la loro VITA.

Insomma, le religioni offrono il premio di una ricompensa celeste (o infernale) per chi si è comportato bene (o male). Se quando eravamo VIVI, ce la siamo presa nel culo, da MORTI potrebbe andarci molto meglio. La religione cattolica (ma non solo quella cattolica) ti aiuta quindi a sopportare le sciagure, perché ALLA FINE, nel Regno dei Cieli, tutto si rimetterà a posto: i cattivi andranno all’inferno, i buoni in paradiso.

Ma mettiamo da parte per un secondo il tema di una consolazione postuma, che non ci potremo godere, e chiediamoci invece se gli STRONZI vengono puniti anche quando sono VIVI (loro) e siamo VIVI anche noi.

Vedere uno stronzo che fallisce, rotola nel fango, finisce fuori gioco può dare una certa soddisfazione, anche se non si tratta di soddisfazioni sulle quali conviene indugiare (poi spiegherò perché non conviene).

Ecco, secondo me per dare una risposta a questa annosa questione, bisogna farsi una domanda: ESSERE STRONZI E’ UNA STRATEGIA EFFICACE?

Mi si perdoni l’uso del termine efficace (chi non ha subito qualche corso di formazione in cui i termini efficacia ed efficienza sono stati usati troppi volte?), ma purtroppo rende l’idea.

Insomma, la domanda è: gli stronzi, cattivi, non cooperativi che cercano di inculare tutti quelli che si trovano davanti, avranno successo nella vita?

La risposta, secondo me, è tendenzialmente “no“, ma a questo punto, necessita la citazione dell’opera magna di Cipolla: “Allegro ma non troppo“.

Cipolla divide l’umanità in quattro quadranti (copio da Wikipedia), a seconda degli effetti su di sé e sugli altri delle proprie azioni:

  • Intelligenti: fanno il proprio vantaggio e quello degli altri
  • Sprovveduti: danneggiano se stessi e avvantaggiano gli altri
  • Stupidi: danneggiano gli altri senza avvantaggiare se stessi o danneggiandosi
  • Banditi: danneggiano gli altri per trarne vantaggio.

La prima conclusione che dobbiamo trarre è quindi che lo stronzo è uno stupido o un bandito.

Faccio un esempio semplice per capire quale potrebbe essere la differenza. Hitler, che ha provocato la Seconda Guerra Mondiale e indirettamente la morte di 17 milioni di persone (secondo una stima grossolana), si è suicidato insieme al cane e Eva Braun nel Bunker di Berlino. Uno stupido, quindi, perché è morto infelice e distrutto, dopo aver distrutto il suo paese e ucciso milioni di persone, tra cui circa sei milioni di ebrei.

Mao Tse Tung, invece, sul cui groppone pare che cadano 80 milioni di morti (dovuti in gran parte alle carestie provocate dalle sue stupidissime politiche economiche) è morto nel suo letto, assistito dalla sua infermeria preferita. Sembra addirittura (così raccontava il suo medico personale che ne aveva scritto la biografia) che l’ultima frase detta prima di morire sia stata: “Quando guarirò?“. Ottimista e bandito sino alla fine.

Lo stronzo, per uscire vincitore dalla sua personale guerra contro gli altri (perché lo stronzo gode nel danneggiare gli altri) deve quindi stare molto attento a non fare mai errori, per non danneggiare anche se stesso.

Lo stronzo che alla fine viene punito (da VIVO) è infatti proprio lo stupido, quello che non riesce ad evitare di procurare un danno anche a se stesso, mentre danneggia gli altri.

Bene, la mia tesi è la seguente: lo stronzo bandito (lo stronzo di successo) ha bisogno, per sopravvivere, di una condizione di assenza di mercato e concorrenza.

Mi riferisco a un concetto di “mercato” at large, che riguarda non solo l’economia, ma anche la politica. Una dittatura è una situazione di “non concorrenza” politica. C’è un unico soggetto che prevale su tutti gli altri, e quando capisce che il consenso gli sfugge di mano (anche nelle dittature si raccomanda una dose di consenso), comincia ad ammazzare tutti i nemici, inaugurando quelli che vengono definiti come i periodi del TERRORE (i nemici vengono ammazzati TUTTI), Terrore che in genere colpisce tutte le dittature in fase terminale.

Insomma, se uno stronzo vuole morire in piedi, deve a un certo punto diventare così abile e così crudele da eliminare fisicamente tutti suoi nemici.

Nelle situazioni di libero mercato e libere elezioni, la situazione si fa invece più difficile. L’aristocrazia inglese, che è sempre stata “temperata” dalla presenza di un sistema democratico, ha perso una parte dei suoi privilegi (neanche poi così tanti), e ha ceduto terreno ai ceti borghesi. Così come le aziende poco efficienti e governate dai ladri corrono il rischio di fallire. E devono essere temperate da un buon sistema giudiziario.

La Enron, una delle più grandi multinazionali americane, è fallita nel 2001, dopo un decennio di trucchi contabili ed episodi di corruzione verso la classe politica americana. Il suo amministratore delegato, uno stupido, è morto di infarto, prima della sentenza definitiva che lo avrebbe portato in prigione.

Anche la Lehman Brothers è fallita nel 2008, perché aveva in pancia i mutui sub-prime che mandarono per aria l’economia americana. Non poteva sopravvivere.

Adesso concludo, ma per davvero: uno stronzo, in condizioni di libero mercato, legalità e democrazia, ha molte buone probabilità di fallire e poi essere punito, perché non c’è nessuno che lo protegge e gli ammazza i nemici.

Forse sto semplificando un po’ troppo, ma quello che voglio dire è che dove c’è libertà e legalità, democrazia e concorrenza, gli stronzi in genere vanno a fondo, anche mentre sono vivi, mentre voi li vedere affondare.

È molto più efficace mantenere una posizione intelligente, dove tutti guadagnano e si trattano bene l’un l’altro, che non quella degli stupidi e dei banditi, che cercano sempre di inchiappettare chi hanno di fronte.

Senza dimenticarsi che gli stronzi si fanno in genere un bel po’ di nemici, che passano la vita a cercare di fargliela pagare. Uno stronzo ha molti più nemici di una persona intelligente, e quindi fa più fatica a cavarsela.

Ultima considerazione: non c’è bisogno di godere più di tanto quando guardate lo stronzo che affonda. Lo stronzo sa che sa affondando, e sa che lo state guardando mentre affonda. Lasciate che si sporchi lui con i suoi cattivi sentimenti, mentre invece voi gli date solo uno sguardo veloce, e poi tornate alle vostre abituali occupazioni.

Ne ho visti di stronzi andare a fondo, e ormai li riconosco a colpo d’occhio. So già chi affonderà nel pantano, mentre nessuno (ma proprio nessuno) gli tenderà una mano o un dito. Proprio nessuno, credetemi…

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Dieci regole d’oro per essere virali

La viralità può essere definita come il grado di successo di quello che pubblichi sul web e sui social network, che ormai sono sostanzialmente tre: Facebook per parole e foto, Istangram per le foto e Youtube per i video.
Twitter è un discorso a parte, perché più che un social network è un’agenzia di stampa gratuita per influencer. Lo lascio da parte per dedicarmi all’unico argomento che conosco: le parole.

Io sono vecchiotta (scrivo ancora…) e faccio delle foto di merda. Di conseguenza pubblico solo dei testi su WordPress, che poi condivido su Facebook. Quello che scrivo non è virale (non vado mai oltre i 30 like), ma uso il web per dire quello che penso, e della viralità me ne sbatto anche abbastanza i coglioni.

Non seguo quindi quelle che secondo me sono le regole MINIME per diventare virali (sto parlando di testi, non di foto o video), regole che provo ad elencare. Sono condizioni necessarie ma non sufficienti, perché non è detto che applicandole tutte, siano garantite le migliaia di like. Aggiungasi che per avere migliaia di like, bisogna avere una “Pagina” su Facebook, e non un semplice “Profilo Personale”, dove puoi arrivare fino a 5.000 amici. Con 5.000 amici puoi arrivare al massimo a 500 like, e poi, se vuoi continuare a crescere, devi trasformare il tuo profilo in una “Pagina” (si può), col rischio però di perdere visibilità (Facebook vuol far pagare le “Pagine” che si fanno pubblicità).

Provo a fare un elenchino di golden rules per riuscire ad essere virali.

    • TARGET SPECIFICO. Bisogna sapere a chi si vuol parlare. Il target deve essere molto definito. Faccio qualche esempio: le mamme. Tirano ancora tantissimo. Bisogna raccontare qualcosa di allegro sui propri figli e le lunghe giornate faticose, ecc. passate con loro. In realtà, non mi vengono in mente molti altri target così profittevoli come quelli delle mamme… Marco Montemagno (che spiega come avere successo nel digital) è uno che non scherza, ma lui ha viralizzato soprattutto su Youtube. Anyway, per diventare virali, bisogna restare sul proprio target: se il target è quello delle mamme, non puoi cambiare argomento. I tuoi lettori si aspettano che tu gli racconti la tua giornata dura ma in fondo anche buffa, eccetera. Devi stare TUNED sul tuo pubblico.
    • RACCONTARE SEMPRE UN PO’ DI CAZZI TUOI. I social network hanno la loro ragione d’essere nel fatto che le persone parlano di sé. Chi va su Facebook, lo fa per sapere qualcosa delle vite degli altri. Se cerchi notizie, vai sul sito del Corriere, se cerchi invece qualche momento di piacevole divagazione, dove magari dai un’occhiata alle foto dei tuoi amici e parenti, allora vai su Facebook. Insomma, se vuoi essere ascoltato su Facebook, devi parlare anche di te. Che non è un male, perché il mio scrittore preferito, Emmanuel Carrère, scrive dei libri in cui parte sempre da sé per raccontare qualcos’altro. Lo stile dei social non è quello di un’agenzia di stampa, ma è intimo, personale, perché nessuno si offende (su Facebook) se non parli dei mali del mondo.
    • SCRITTURA BRILLANTE, NON PIAGNUCOLOSA. Proprio perché Facebook ha una funzione ricreativa, vengono apprezzati i personaggi che sanno divertire chi li legge, anche quando parlano di cose serie. Natalino Balasso è sempre divertente, per esempio. Nessuno seguirebbe una pagina dove l’autore si lamenta, si straccia le vesti e piagnucola sulle sue sfortune.
    • SI PUÒ’ PARLARE DELLA MALATTIA. Sui social si può raccontare la propria malattia (molti postano le foto della chemio, ma quelle sono profili personali). Bisogna però essere ottimisti: si apprezza chi combatte, chi spera di farcela. Anche quando si è malati, bisogna evitare la lagna, che non è virale neanche nella vita vera (si sta più volentieri accanto a malati di buon’umore, che non a malati depressi).
    • POCHI POST BREVI, CHE SI LEGGONO IN POCHI MINUTI. Se vuoi essere aggiornato sulla guerra in Siria, vai su Foreign Affairs. E allora leggi anche un articolo di 10.000 battute. Ma col cazzo che leggi 100.000 battute di qualcosa su Facebook, qualsiasi cosa sia (non credo che siano ammessi post pornografici, che sarebbero gli unici capaci di tenere incollato qualche lettore alla pagina). Evitate soprattutto di fare cinque post al giorno, su tutto quello che vi passa per la testa. Non c’è di più noioso di venire bombardati da post stupidini, sullo stato d’animo del momento. Pubblicate poco e contenuti di qualità.
    • EVITARE LA POLITICA, SE POSSIBILE. A me sta sul cazzo Renzi, da sempre, cosa nota, peraltro, ma so che quando metto il suo nome in un post, le persone ci penseranno due volte prima di mettere un like, anche se adesso sta montando un’onda anti-renziana che non ha più paura di nulla (e vuole mandarlo a casa).
    • ESSERE INNOVATIVI E ECCENTRICI, SENZA ESAGERARE. Nessuno vuole leggere roba del tipo: “preferisco le catene alle gomme da neve”, oppure “la coca cola è buona con una fetta di limone”. Chi cerca follower deve avere quel minimo di eccentricità che li possa incuriosire. Quando ti divaghi, non vuoi sentire parlare del tempo, insomma, ma di roba meno pallosa.
    • SE HAI UNA FOTO, E’ MEGLIO. Meglio accompagnare i post con qualche foto, ma sempre di momenti intimi. Insomma, devi dare l’impressione a chi ti legge che sta entrando per davvero a casa tua.
    • NON USARE I SOCIAL PER FARE PUBBLICITÀ TRADIZIONALE. Questo è un errore gravissimo! Non si possono usare i social per invitare gli utenti a una presentazione di un libro o per invitarlo a comprare qualcosa. L’utente capisce subito se gli vuoi vendere un libro, per esempio, e si infastidisce. L’advertising deve essere diretto: “COMPRAMI IL LIBRO!”, e deve essere dichiarato come tale (mi sto facendo pubblicità…). Sui social devi raccontare storie (scusate, è un po’ banale), e se le storie che racconti sono carine, magari vendi anche il libro. Ma se hai una personalità sbiadita, e non racconti delle storie carine, il libro non te lo compra un cazzo di nessuno.
    • SE SEI GIÀ’ CONOSCIUTO, ALLORA VALGONO TUTTE LE REGOLE PRIMA. I profili dei personaggi pubblici, devono seguire le stesse regole: stile colloquiale, raccontare la vita personale, eccetera. Non cambia niente!
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    La “saggezza delle folle” = viralità

    Sul web non ci sono barriere d’accesso. Ognuno può pubblicare i libri che vuole, caricare su Youtube i video girati in garage con la band dei compagni di scuola, chiedere soldi per finanziare un progetto (il crowfunding), eccetera.

    Ma sono pochissimi quelli che riescono a “viralizzare” i loro contenuti, ovvero riescono a piacere a un grandissimo numero di persone. Col risultato che diventeranno famosi, e magari fonderanno un partito politico.

    In realtà nessuno sa qual è il segreto della viralità, ovvero nessuno di noi – preso singolarmente – è in grado di indovinare chi vincerà la competizione selvaggia tra i milioni di nuovi concorrenti, sdoganati dal web aperto a tutti.

    La “saggezza delle folle” è la teoria sociologica secondo cui la media delle risposte date da una folla di individui su un quesito si avvicina quasi esattamente alla risposta corretta.

    L’esperimento che viene in genere citato per dimostrare la correttezza dell’assunto è quello in cui viene chiesto a un gruppo di individui di indovinare il numero di biglie contenute in un barattolo. La media delle loro risposte (se il campione è abbastanza esteso) è in genere molto vicina al numero di biglie effettivamente contenute nel vaso.

    Justin Bieber è riuscito ad avere milioni di visualizzazione su Youtube, prima di trovare un produttore, ma non vi era dubbio alcuno che avrebbe venduto milioni di copie delle sue canzoni e riempito gli stadi.

    Da questo punto di vista, il web ha sempre ragione. Se qualcosa diventa virale sul web, quel progetto o quel personaggio avranno successo anche fuori dal web, perché le “folle” hanno sempre ragione: capiscono se un prodotto o un autore funzioneranno.

    Questo non significa che a tutti debba piacere la musica di Justin Bieber, ma significa solo che Bieber avrà pubblico a sufficienza per riempire gli stadi. Potrebbe anche capitare che il nuovo Hitler nasca su Youtube, perché la viralità non è certo sinonimo di intelligenza e qualità.

    Ma è una cosa CERTA: chi fa un flop sul web, difficilmente avrà successo nel mondo reale (parlo sempre di artisti, autori, musicisti, eccetera).

    Ed è per questo motivo che il web fa un po’ paura. Perché se scrivi una canzone, la posti su Youtube e fai 400 clic, è probabile che la canzone faccia schifo per davvero.
    Non scherzo, lo penso sul serio.

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    Un algoritmo vi ucciderà

    Passo molte ore al giorno sul web a fare quello che fanno tutti. Leggo notizie, abbeverandomi da diverse fonti, e vado su Google per fare delle ricerche quando ho qualche curiosità da soddisfare. Uso il web anche per fare acquisti – utili o inutili, dipende – senza dover andare nei negozi, perché detesto lo shopping.

    Insomma, innocenti passatempo (le letture), o utili risparmi di tempo (gli acquisti online). Ordunque, Google sa molte cose di me, perché mi segue da molti anni e ha imparato a capire cosa mi piace. Quando faccio una ricerca, Google seleziona, tra i risultati, i link che potrebbero piacermi di più, sulla base delle mie passate esperienze.

    Senza dimenticare che Google vende pubblicità, e mi propone da giorni di comprare una pentola elettrica che sono andata a guardare su Amazon un paio di volte, anche se poi ho deciso di non comprarla perché non sapevo dove metterla. Persino Facebook mi fa vedere solo gli utenti che conosco tra quelli che hanno messo un Like a un post che sto leggendo.

    Non c’è nulla di nuovo in quello che sto dicendo, ma provate ad immaginare cosa succederebbe se tutti i dati raccolti su di noi fossero incrociati in un unico database, insieme ai dati raccolti da altre fonti. Come per esempio i record relativi alla nostra salute: esami del sangue, malattie in corso, eccetera. E pensate a cosa succederebbe se in questo enorme database fossero raccolti anche i voti di quando siete andati a scuola, le note di condotta scritte dai vostri insegnanti, e poi i risultati dei quiz di intelligenza fatti durante i colloqui di lavoro. A questi dati potrebbero venire aggiunti quelli relativi alle vostre esperienze lavorative, raccolti a cura dei vostri datori di lavoro.

    Si possono aggiungere altre decine di campi, compreso il nostro orientamento politico desunto da quello che scriviamo su social network. O una nostra eventuale attitudine a bere un po’ troppo, desunta questa volta dagli scontrini del supermercato. Oppure la nostra evidente promiscuità sessuale, rilevata dalla frequenza con la quale ci ammaliamo di malattie sessualmente trasmissibili.

    Ecco, se fosse possibile costruire un file come quello, contenente tutte le informazioni che ci riguardano e che oggi sono sparpagliate in giro per il mondo, sarebbe anche possibile decidere quando non siamo più UTILI, ovvero siamo diventati individui troppo costosi da mantenere, privi di ogni utilità sociale.

    Faccio un esempio. Proviamo a immaginare un Mario sessantenne, disoccupato da cinque anni, che beve troppo, fuma due pacchetti di sigarette al dì e passa le giornate chiuso in casa a guardare Netflix. Fino a quando, una mattina, Mario va dal medico perché ha una brutta tosse. Il medico gli fa fare una lastra, e scopre che ha un cancro ai polmoni. Solo in fase iniziale, per carità. Niente di terribile, anche perché adesso ci sono nuovi farmaci molto efficaci contro il tumore al polmone, che potrebbero salvare Mario da una morte certa.

    Il medico inserisce il referto della lastra – tumore in fase iniziale al polmone destro – sull’algoritmo che raccoglie da sempre i dati su Mario. E qual è la risposta dell’algoritmo? A Mario non verrà fornita nessuna cura, perché la vita di Mario non serve più a nulla.

    Ecco, questo è un esempio estremo di DITTATURA DIGITALE, dove un ente supremo, in possesso di tutti i dati che ci riguardano, avrebbe potere di vita e di morte. Questo ente supremo potrebbe essere un impersonale algoritmo, impostato per mandarci in un forno crematorio quando i valori rilevati da alcuni parametri superano la soglia critica ritenuta ammissibile.

    I valori da monitorare potrebbero essere non solo quelli sanitari, naturalmente, ma anche tutti quelli relativi alle nostre posizioni pubbliche e politiche. Se per esempio provassimo a fondare un sindacato dei lavoratori delle aziende di elettronica, perché dieci ore di lavoro al giorno sono troppe, l’algoritmo potrebbe decretare ugualmente la nostra morte. Siamo dei rompicoglioni: che se ne fa un’azienda di un sindacato?

    Bene, adesso arrivo al dunque. C’è già un paese nel mondo dove questa dittatura digitale è già stata attivata, anche se non portata alle estreme conseguenze dell’esempio del povero Mario. Questo paese è la Cina, dove Internet non è che una grande Intranet, dalla quale non si può uscire. In Cina non si può accedere a Google – sostituito da un motore di ricerca che si chiama Baidu e che è controllato dal governo centrale – così come non si può accedere a Facebook o WhatsApp. In Cina, per un post del cazzo come questo, potrei finire in prigione. In Cina i blogger del cazzo come me, vanno a marcire in prigione. E in Cina, i cinesi si limitano a fare TANTO shopping, e si guardano bene dal parlare di politica sul web. A meno che non siano dei martiri disposti a morire in prigione.

    Ecco perché credo che l’unica salvezza per la nostra residua libertà consista nella difesa dei dati che ci riguardano – la privacy – e nella difesa della libera concorrenza, anche se ce n’è sempre di meno, e nella lotta contro i monopoli, compreso quello di Amazon, Facebook, Google. Anche se su Google, Amazon, Facebook ci passo le giornate (lo so).

    E sono contenta di non vivere a Pechino, ma in Europa, dove posso scrivere stronzate in libertà. Ecco, la parola che mi piace ancora dire è proprio questa: libertà. Sembrano banalità, ma se non ci difendiamo, ne avremo sempre meno.

    Post to be continued. Altri pensieri in libertà in arrivo.

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    Fenomenologia del leccaculismo

    Il termine “leccaculismo” è forse più adatto per affrontare il fenomeno bidirezionale del leccare il culo. In genere, infatti, si pensa solo al leccaculo, e cioè a chi agisce l’atto del leccare il culo. Ma io credo che non si possa fare un’analisi corretta del fenomeno del leccaculismo se non si pensa anche all’altro dei due soggetti dell’azione, e cioè a quello passivo – il “leccato“, colui che si fa leccare il culo – perché il leccato in certi casi è un soggetto persino più attivo del primo, il leccaculo vero e proprio.

    Intanto, bisogna dire due parole su come si lecca il culo. E’ un’attività di tipo manipolatoria, dove il leccaculo si rivolge al leccato in modi umili e complimentosi, con l’obiettivo di manifestare il proprio stato di visibile inferiorità a quello del leccato. Insomma, il leccaculo si adopera attivamente per dimostrare il proprio stato di sottomissione all’altro soggetto della relazione, che si sentirà così più forte e sicuro di sé, perché capirà che il leccaculo gli sta mandando dei segnali di sottomissione.

    Bene, una volta definito cosa vuole dire leccare il culo, bisogna chiedersi se il leccaculo è un semplice manipolatore che vuole ingraziarsi i favori di qualcun’altro per ottenere qualcosa in cambio – questo è in genere il senso dell’operazione – oppure se il leccaculo lo fa perché non ha altre possibilità, ovvero il leccato è in una posizione di superiorità gerarchica e pretende che i sottoposti gli lecchino il culo (altrimenti gli rovina la vita).

    Cominciamo dal primo caso, quello del lecchino – detto a volte anche linguetta – che lecca il culo per ottenere risultati molto precisi: un avanzamento di carriera, per esempio. Il questo caso, il lecchino sa di avere di fronte un capo debole e insicuro, che prova gusto, piacere e soddisfazione nel vedere il proprio dipendente prostrasi davanti a lui.

    A molte persone – un po’ coglione, verrebbe da dire – dà un senso di sicurezza avere di fronte un leccaculo, perché ritengono di tenerlo in pugno, di potergli fare quello che vogliono, quando invece in realtà sono l’oggetto passivo di una manipolazione.

    In questo caso, il lecchino riuscirà a passarvi davanti – sul posto di lavoro, ma anche con la ragazza alla quale state facendo la corte – perché sa come manipolare l’interlocutore. Detto in confidenza, ci sono buone probabilità che il leccato, in questo caso, sia una persona debole e insicura, che rischia che poi qualcuno lo faccia fuori, proprio sfruttando la sua incapacità di non capire che qualcuno lo sta manipolando.

    In realtà, credo che molti dei leccati sappiano benissimo cosa gli sta succedendo, ovvero si rendano conto di avere di fronte un leccaculo. Anzi, ci sono molte persone che vogliono attorno solo leccaculi, perché li ritengono più affidabili di coloro che sono ugualmente gentili e cortesi, ma hanno anche l’abitudine di dire cortesemente quello che pensano, perché non ritengono che l’onestà intellettuale sia un delitto.

    Il problema è proprio questo: il leccaculo non dice mai quello che pensa, perché vuole solo compiacere l’interlocutore, mentre l’onesto esprime le sue opinioni, a costo di dire qualcosa di sgradito all’interlocutore.

    Ci sono situazioni – lo so benissimo – in cui sono tollerati solo i leccaculi, ma in genere si tratta di organizzazioni disfunzionali, dove l’assenza di pensiero critico porta sempre al fallimento. Pensiamo alla Corea del Nord, per esempio. Nessuno dà torto a Kin Jong-Un per non essere sbranato dai cani (pare che sia un modalità con cui vengono eseguite le sentenze di morte). Ma il PIL della Corea del Nord è il più basso di tutto il mondo.

    Insomma, dove il sistema non tollera la libertà di pensiero e di opinione, ma esige che tutti tirino fuori la lingua per dare ragione al capo, quel sistema è destinato al fallimento, sia esso un paese o un’azienda. Se quei paesi o quelle aziende non falliscono, è perché ricevono sussidi (la Corea del Nord accetta gli aiuti alimentari, altrimenti sarebbero tutti morti) o sono in una posizione di mercato protetta (monopolio, eccetera)

    Nei paesi, nelle aziende o nei partiti sani, il dibattito e la discussione sono tollerati, anzi sono stimolati, perché solo la libertà porta alla prosperità e al successo economico. Nei regimi, nelle aziende e nei partiti dove si tollerano solo leccaculo, e dove i leader richiedono ai sottoposti di mettersi in una posizione apertamente remissiva e subordinata, prima o poi arriveranno insuccessi e fallimenti.

    Per concludere, bisogna evitare di leccare il culo, anche se in certi casi è il solo modo di sopravvivere. Ma bisogna anche capire che se qualcuno vi chiede di leccargli il culo, costui è probabilmente un idiota destinato a fare una brutta fine. Ma bisogna anche scoraggiare tutti quelli che dovessero cercare di leccarvi il culo, perché credono di potervi manipolare con quattro complimenti e l’occhio umido da cocker.
    Se però siete in una situazione in cui non potete evitare di leccare il culo – perché se no vi licenziano – sappiate che, nel lungo periodo, i vostri capi porteranno quell’azienda al fallimento (a meno che non sia un’azienda protetta).

    Meglio essere delle brave persone, oneste e sincere. I dittatori non muoiono quasi mai nel loro letto e i cattivi manager vengono licenziati. Credetemi, alla fine i coglioni finiscono male. E chi si fa leccare il culo, non è mai una persona intelligente.

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    Netflix peggio dell’eroina

    Mi ricordo benissimo gli anni in cui la televisione non era ancora digitale, perché dopo le dodici di sera trasmettevano solo filmacci tirati fuori da qualche scatola di pellicole dimenticate nei magazzini.

    La televisione di notte era il deserto, così come lo era anche di sabato. A nessuna persona di buon gusto sarebbe passato per la testa di sedersi davanti alla Tv, il sabato sera, a guardare una delle schifezze nazionali a base di gag bollite, ballerine con le calze elastiche e consimili porcherie.

    Insomma, prima di Netflix era possibile considerarsi allergici alla cattiva qualità della robaccia trasmessa in televisione. Senza dimenticare il fatto che dovevi vederla alle ore fissate dagli altri, e non da te. Il film di venerdì alle nove e un quarto, il mercoledì alle dieci e mezza, eccetera. Al punto che c’eravamo dotati tutti di un videoregistratore, perché quando non ce la facevi più – avevi sonno – e volevi andare a letto, registravi la fine del film.

    Paleolitico superiore, pleistocene, mesozoico. La mia televisione è finita in cantina – letteralmente – anni fa, anche per impedire al figlio intossicato di cartoni animati di vedere la pubblicità di Italia Uno sui giochi della Mattel (che poi voleva comprare).

    La pace dei sensi e delle immagini è durata solo un paio d’anni, perché poi ho cominciato a scaricare film da Internet o guardarli in streaming. Tutto piratato, naturalmente, di pessima qualità, con i pixel grandi un centimetro, ma già molto vicino al concetto di televisione on demand, e cioè “guardo quello che voglio, quando voglio io“.
    Senza pubblicità, senza dovere fare quell’antiquatissimo zapping tra canali per non vedere lo stesso cazzo di spot quattro volte, mentre cercavi di scoprire come finiva un film. Roba delle caverne, a pensarci adesso.

    E poi è arrivato Netflix. Avevo già fatto in tempo a vedere Breaking Bad su non so quale schifoso sito di streaming, ma con Netflix me lo sono rivisto tutto, sul Pc, godendomi la qualità dei server a pagamento. E poi ho perso serate intere a guardare documentari, film, una montagna di serie, sempre con un solo e unico obiettivo: riuscire a spegnere il computer!
    Non riuscivo a non sbirciare anche un pezzettino della puntata successiva, e poi magari la guardavo tutta. Senza dimenticare Amazon Prime, gratis, che prometteva – e promette ancora – altre delizie, tutte confezionate in serie di dozzine di puntate.

    Finalmente potevo scegliere quello che mi pareva, ero LIBERA! Potevo cambiare film, stufarmi di un documentario, provare a dare un’occhiata allo spettacolo di un comico americano, cominciare un film che cercavo da anni per poi magari scoprire che mi sembrava “vecchio”, e che magari potevo cercarne un altro che mi piacesse di più.

    Non so più quanti anni siano passati così, credo dal giorno in cui Netflix è arrivato in Italia. Anni che adesso mi sembrano tutti uguali, perché le serate di binge watching si assomigliano tutte, indipendentemente da quello che guardi.

    Adesso mi sono data il buon proposito di non superare l’ora al giorno. E poi ormai ho già guardato tutto. Netflix non riesce a produrre abbastanza nuove serie per soddisfare il suo pubblico di eroinomani. Che vogliono stare dieci di ore di fila davanti al Pc – o la televisione – liberi di guardare quello che gli piace, senza pubblicità, per tutto il tempo che vogliono.

    Ho letto da qualche parte che uno dei dirigenti di Netflix ha detto che: “L’unico nemico di Netflix è il sonno“. Nemico contro il quale ho combattuto ferocemente, perché volevo guardare, all’infinito, le serie meravigliose di Vince Gilligan, senza che finissero mai.

    Bene, adesso ho deciso di trovare la forza di fare tutte le sere una passeggiata dopo cena, e penso che mi piacerebbe avere un cane da portare a spasso.
    La disintossicazione è cominciata. Dio solo sa se durerà.

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