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Il rimpianto digitale per i morti

Sì, è una delle mie ossessioni: cosa ne sarà di tutto quello che ho scritto sul web e di tutte le email che ho mandato, dopo che sarò morta?

Immagino che i miei post su Internet resteranno impressi su qualche server indonesiano ancora per qualche anno, mentre invece le mie email dureranno di più. Perché resteranno nelle caselle di posta di chi le ha ricevute. E forse, qualcuno di quelli a cui ho scritto in tutti questi anni, andrà a rileggerle, di tanto in tanto, come faccio con le email che mi hanno lasciato in eredità un paio di amiche che se ne sono andate.

Ogni tanto rileggo quello che mi hanno scritto, e la mia tentazione è di cliccare su “Rispondi”: chissà che da qualche parte non ci sia un server collegato con i trapassati, che continuano a rispondere alle email anche dal Regno dei Morti?

Insomma, la scia digitale che oggi lasciamo sul web è così ontologicamente reale da farti venire il dubbio che i morti siano veramente morti, e non si siano invece spostati in una realtà virtuale separata, ma pur sempre reale, con la quale è possibile comunicare. Se solo sai come fare…

Mi sembra che morire sia diventato meno probabile e plausibile da quando esiste un nostro doppione digitale in giro per il mondo, che appunto ci sopravvive.

Non sto dicendo nulla di nuovo, c’è addirittura un episodio di una serie di Netflix (San Junipero, Black Mirror), in cui le due protagoniste hanno programmato di restare vive in una specie di capsula temporale-digitale anche dopo la morte, e sono in grado di capire e ricordare la differenza tra essere vive per davvero e trasformarsi in doppioni tecnologici dopo la morte. In San Junipero, la vita continua anche dopo, e il Paradiso è fatto di bit che ti consentono di credere di essere ancora vivo.

Le serie su Netflix sono solo un passatempo e nessuno potrà più usare la mia casella di posta dopo che sarò morta o accettare le amicizie su Facebook, o stabilire nuovi collegamenti su Linkedin.

Certo, essere morti significa soprattutto non godere più della vita, degli amici, dei figli, delle passeggiate in montagna quando lasci le orme nella neve (che fa “cric”) o dei tramonti lombardi in cui il cielo esplode di rosso.

Ma essere morti significherà anche non rispondere più alle email dei nostri amici e scomparire da tutte le conversazioni digitali nelle quali siamo stati ingaggiati, sia on le persone che conosciamo che con gli sconosciuti.

Ecco, la verità è che morire è diventato più difficile. Vorrei restare viva su un server – magari in Nevada – e continuare a controllare la mia corrispondenza su Gmail…

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Una vita passata all’ultimo banco (sono dislessica)

Parto dalla fine per arrivare all’inizio: sono l’orgogliosa madre di un giovane asino dislessico. Ma l’inizio sono io. Il povero Cristo ha solo ereditato il mio cervello.
Perché un mese fa ho ricevuto anch’io l’onorata diagnosi: sono dislessica.

È stato un neurologo di 65 anni a darmi la bella notizia, che peraltro avevo cominciato a subodorare un bel po’ di tempo fa: sono dislessica, discalculica, disgrafica, disortografica.

Ovvero leggo lentamente, non so far di conto, ho una pessima calligrafia, faccio errori di ortografia, ma soprattutto ho poca memoria. Mi dimentico quello che leggo e non mi piace scrivere, inteso come digitare le parole sulla tastiera di un computer o, peggio ancora, scriverle a mano. Preferisco dettarle, le parole.

Grazie a Dio, oggi esistono i programmi di dettatura vocale, come quello che che sto usando per scrivere questo post.  E quindi sono in grado di compensare la mia lentezza nello scrivere con strumenti che rendono molto più facile dettare (scrivere) quello che penso. Perché penso in fretta, come tutti, e tendo a prendere velocemente le mie decisioni (sbagliando spesso, come tutti), e mi piace la velocità

Secondo l’esimio neurologo, il tentativo di andare veloce è infatti un modo di compensare la mia lentezza, perché durante i test fatti insieme, l’elemento che emergeva era proprio la lentezza. Ero lenta a leggere, a scrivere, a rispondere alle domande del test di intelligenza. I miei tempi di risposta erano sempre il doppio di quelli considerati normali, anche se non lo sapevo, perché passo la vita a cercare di fare in fretta. E adesso ho capito perché: sono lenta.

Ma vado subito alla questione dell’ultimo banco, infilata di prepotenza nel titolo.

Durante una delle tappe della Via Crucis scolastica compiuta insieme al figlio sedicenne dislessico, che ha cambiato quattro scuole in tre anni, ero finita in un istituto parificato con un nome tipo “Grande Scuola Europea per il Recupero Anni Scolastici”.

Mio figlio doveva andarsene dal liceo scientifico (come richiesto a gran voce dai suoi insegnanti) e rientrare in un istituto tecnico senza perdere un anno scolastico. L’unico modo per farlo era appunto quello di infilarsi (il 15 marzo) in una di queste “Grandi Scuole” che consentono agli allievi di sostenere gli esami – per tutte le materie – a luglio, in una scuola con un indirizzo differente da quella di provenienza.

Nella “Grande Scuola Europea” eravamo stati accolti da una simpatica preside, che sembrava conoscere molto bene l’asinaggine dei dislessici. Mi aveva spiegato che molti allievi della sua scuola erano dislessici che fuggivano dai licei per passare a un istituto tecnico (nessuno vuole i dislessici nelle “buone” scuole).

Secondo la preside, qualcuno dei suoi studenti aveva una diagnosi fatta da un medico, ma qualcun altro era senza nessuna certificazione: asini semplici, ma probabili dislessici. La preside mi aveva spiegato che ormai riconosceva a occhio nudo i dislessici: “Sono gli studenti seduti sempre all’ultimo banco, che vanno male a scuola ma che fanno ridere tutti con le loro battute, e hanno sempre otto (o sette, o sei) in condotta”.

Alla simpatica professoressa ormai bastava il colpo d’occhio: sapeva che i clienti della sua scuola erano gli studenti seduti all’ultimo banco, che sanno di non essere bravi e cercano di stare nascosti per non farsi notare dagli insegnanti che potrebbero fargli una domanda a sorpresa su qualcosa che non sanno. I giovani asini fanno peraltro di tutto per accattivarsi la simpatia dei compagni di classe (visto che non hanno quella dei professori), con battute e scherzi salaci. Da qui, l’otto in condotta.

Anche mio figlio ha passato la vita nell’ultimo banco. Ho passato qualche anno a firmare le note sul diario comminate dagli insegnanti a mio figlio.  Per delle stupidaggini come suonare i campanelli delle case durante una gita scolastica al museo. Mio figlio non era un bullo, anzi al contrario è timido, ma faceva il possibile per far ridere i compagni di classe. Ed era sempre seduto all’ultimo banco.

Proprio come me. Sono stata all’ultimo banco dalla prima elementare fino all’ultimo anno del liceo.  Cercavo un punto della classe dove i professori non potessero vedermi e da lì  non mi spostavo. Ho sempre tenuto accuratamente nascosta le mia basse abilità scolastiche, di cui ero perfettamente consapevole. Cercavo di restare fuori dai radar dei professori. Non li ascoltavo mai, come fanno i dislessici, non riuscivo a stare attenta, e avevo paura che se ne accorgessero. Come capitava con una delle mie insegnanti al liceo, che capiva che stavo guardando volare le mosche, e mi chiamava urlando il mio nome.

Durante i compiti in classe, mi spostavo nel banco di fianco alla prima della classe (che è ancora adesso una mia amica), dalla quale ho copiato tutte le verifiche, tranne naturalmente i temi (che erano l’unica cosa che sapevo fare da sola), per tutti gli anni del liceo.

E quando c’erano dei compiti per il giorno dopo, il pomeriggio andavo da un’altra compagna di classe, dalla quale scopiazzavo con eleganza anche i compiti da fare a casa.

Mi sono salvata dalla scuola, perché trent’anni fa non si studiava un granché: alle elementari avevamo addirittura un unico libro di testo per tutte le materie, i programmi non erano quelli di adesso (sconfinati), e non c’erano tutte quelle maledette verifiche scritte che ha dovuto subire il mio povero figlio.

Insomma, mi sono salvata dalla scuola perché mi nascondevo dagli insegnanti e cercavo di scomparire, di non farmi notare. Ma poi ero quella che faceva battute dall’ultimo banco, per piacere ai miei compagni di classe. E prendevo otto in condotta.

Niente di tragico, per carità, sono anche riuscita a finire l’università, mettendoci un sacco di anni, perché non potevo copiare più i compiti dalla più brava della classe, ma dovevo fare gli esami. E per ricordarmi quello che c’era scritto sui libri di testo, dovevo passare interi mesi chiusa in casa, studiando dodici ore al giorno, per sette giorni alla settimana, senza peraltro essere così brillante agli esami come ci sarebbe dovuto aspettare da una tale secchiona.

Anzi, sempre secondo il gentile neurologo che ha fatto la diagnosi, molte secchione sono spesso dislessiche che non sanno di esserlo, ma si incaponiscono sullo studio, non mollano mai, si legano alla sedia, passano mesi interi davanti ai libri, senza capire perché facciano tanto fatica a studiare e ricordare quello che hanno studiato.

Però sono riuscita lo stesso a fare quasi tutto quello  che volevo, compreso trovare un lavoro dove devo spiegare agli altri – nel modo più semplice possibile – come funzionano i sistemi informatici.

Ormai, dopo tanti anni, ho messo a punto il mio sistema, perché ho capito che riesco a ricordarmi solo quello che ho capito, e per capirlo devo “semplificarlo” ovvero schematizzarlo. Il mio metodo di studio – e di lavoro – prevede riscrivere tutto in un modo semplice, comprensibile, con delle sequenze logiche ordinate. E per me è molto facile spiegare come funziona un sistema informatico, perché prima ho dovuto “spiegarlo” a me stessa. 

Ergo, non mi lamento di cosa sono diventata, anche se sono rimasta lo stesso quella che sta all’ultimo banco, cercando di non farsi notare. Non ho affrontato la vita a grandi falcate sicure, come peraltro non farà mio figlio, perché un asino rimane un asino per sempre. Nessuno riesce a costruirsi una buona opinione di sé, se non capisce perché ci deve mettere il doppio degli altri per riuscire a prendere sei.

Adesso però chiudo il discorso, con un’ultima lagna.

In Italia cominciano ad andare di moda gli articoli dove si denuncia una supposta abbondanza di diagnosi di dislessia. Gli articolisti si domandano se le diagnosi non siano false, alimentando il mercato degli psicologi (o dei medici) che salvano gli asini da una meritata bocciatura, rifornendoli di un certificato che dovrebbe garantire una maggiore clemenza da parte degli insegnanti.

In realtà, non mi aspetto che un medico (che magari lavora alla ASL) abbia voglia di emettere una diagnosi falsa di dislessia solo per fare un piacere a qualcuno col figlio che va male a scuola, e che spera così di salvare il fanciullo dal destino che gli competerebbe: un’allegra sfilza di quattro.

Secondo me l’Italia sta solo recuperando un ritardo diagnostico che non si è verificato in altri paesi, dove la dislessia viene riconosciuta (e accettata) con più facilità.

Ormai non ci sono più dubbi sul fatto che che quel tipo particolare di difficoltà di apprendimento  – DSA – sia legato a un diverso funzionamento di alcune zone degli emisferi cerebrali. Il disturbo può essere più o meno grave, anche se nella maggioranza dei casi è possibile imparare a “compensare” le proprie difficoltà di apprendimento, utilizzando delle strategie particolari, come per esempio quella di costruire delle mappe logiche sull’argomento che stai studiando. Il fatto di dover individuare quali sono i nodi logici principali di un problema ti aiuta a capirlo meglio. E il fatto di poter costruire delle mappe con dei software ti aiuta anche a leggere meglio quello che hai scritto, perché se no faresti fatica a capire la tua scrittura (le zampe di gallina…).

In Italia, c’è anche una bellissima legge che stabilisce che puoi portare a scuola quelle mappe, e usarle durante i compiti in classe.

Che male c’è? Durante i compiti in classe, gli allievi dislessici possono consultare le mappe fatte a casa, invece di scopiazzare le verifiche, come facevo io. Quando andavo a scuola, non mi ricordavo il nome dei tempi dei verbi – trapassato prossimo, futuro anteriore, futuro prossimo – eppure li usavo correttamente: quando parlavo, e quando scrivevo, non sbagliavo la consecutio temporum. Ero capace di fare un tema, ma non sapevo qual era il nome dei tempi verbali che stavo usando (ammesso che serva a qualcosa sapere il nome dei tempi verbali).

E stavo all’ultimo banco, sperando che nessuno si accorgesse di me.

Quello che faccio fatica a capire è perché mio figlio debba continuare a starci anche adesso, all’ultimo banco, e non capisco perché ho dovuto passare degli anni a baccagliare con i suoi insegnanti, che non volevano che lui usasse le mappe durante i compiti in classe e gli dicevano (senza mezze misure): “Tu non sei dislessico, tu non hai niente! Hai solo un problema: tua madre è matta!”.

Lo dico con franchezza: questi sono solo i sintomi di una ridicola arretratezza culturale, perché la dislessia non dovrebbe essere un dibattuto argomento di conversazione, così come non lo sono gli occhi blu, i capelli biondi o l’altezza.

Se i ragazzini che vanno a scuola imparassero a studiare nel modo intelligente che oggi ti consentono i nuovi software per dislessici, diventerebbero bravissimi, tutti, anche quelli che non sono dislessici.

Cosa c’è di meglio di fare uno schema per capire quello che stai studiando? Cercando poi di ricordarti solo i concetti principali, e non la data in cui Manzoni ha scritto “Il Cinque Maggio?”.

Queste ormai dovrebbero essere “banalità” acquisite, di cui non vale più neanche la pena di discutere. Eppure no, adesso va di moda chiedersi se i medici non stiano “regalando” le diagnosi ai giovani pulzelli che non hanno voglia di aprire i libri.

No, i medici non stanno regalando nulla, e i dislessici certificati in Italia sono 150.000, quando statisticamente i dislessici (compresi quelli non diagnosticati) dovrebbero essere il 3% della popolazione: circa due milioni di persone.

E non dovrei neanche dover scrivere un post come questo, così come nessuno scrive di avere gli occhi neri e i capelli castani. Tutto qua.

Siamo in Italia…

Oggi, mentre viaggiavo in metropolitana, ho sentito una signora mormorare al suo vicino la solita frase: “Siamo in Italia…”.

Mi sono chiesta seriamente, per una volta, cosa volesse veramente dire quella frase.

Per trovare la risposta, bisogna fare un saltino indietro, proprio nella storia storia degli imperatori romani e del Senato.

Il primo tentativo di nominarsi imperatore, quello di Giulio Cesare, finisce a pugnalate, inferte direttamente dai senatori, che non erano esattamente dei cretini, perché avevano scritto pagine importanti del diritto romano, di cui siamo ancora i legittimi eredi.

Il fatto che i senatori romani si fossero presi l’impegno di accoltellare Giulio Cesare è già un esempio di cosa significhi la frase: “Siamo in Italia…”.

Giulio Cesare era infatti tornato dalla Gallia, aveva attraversato il Rubicone, dato avvio a una guerra civile, che aveva vinto, ed era stato nominato imperatore.
Contro il volere del Senato.

Il figlio adottivo, Bruto, più una decina di altri senatori si erano quindi occupati di accoltellarlo direttamente nella sede del Senato, così, a tradimento, e senza che il povero Giulio Cesare avesse sospettato nulla: “Siamo in Italia…”.

Possiamo anche citare il cavallo nominato senatore da Caligola. Oppure vogliamo ricordare i quattordici giorni di giochi al Colosseo organizzati da Commodo, il figlio di Marco Aurelio, che travestito da gladiatore uccideva – per la gioia e il giubilo del popolino romano – dei veri gladiatori armati di una spada di legno?
Si, parliamone. Ma non c’è bisogno di dire molto altro: “Siamo in Italia…”.

E Nerone, allora? Non sappiamo ancora se sia vero che l’incendio di Roma fu creato per costruire la sua Domus Aurea,  ma forse possiamo saltare la risposta e passare direttamente alla magistrale interpretazione di Alberto Sordi,  in “Mio figlio Nerone”, quando Nerone-Alberto litigava con la madre Agrippina, travestiti tutti e due da antichi romani.

Ma possiamo fare un esempio su Roma anche più recente: l’ultimo sciopero dei mezzi pubblici è stato suddiviso dai sindacati dei trasportatori romani in tre diverse fasce.

Il mattino ha scioperato il sindacato “A”, non è neanche importante ricordare come si chiama perché nessuno lo citerà nei libri di storia. Il primo pomeriggio ha scioperato il sindacato “B”, nella serata ha scioperato il sindacato “C”.

Grazie a questa intelligente strategia, i mezzi di superficie (e la sciagurata metropolitana romana) non hanno funzionato per tutto il giorno, senza particolari esborsi fiscali da parte dei trasportatori che scioperavano, perché  ogni sindacato ha dichiarato sciopero per le sole ore della fascia che aveva scelto. E i lavoratori hanno avuto trattenute sullo stipendio molto moderate, pur trascinando Roma nel disastro.

” Siamo in Italia…”.

Vogliamo chiudere con un appunto sull’ultima direzione del PD?

Non hanno votato la mozione di Renzi nè Orfini nè Franceschini. Sono usciti dalla sala in cui si svolgeva la riunione per non votare contro la mozione del segretario.

E oggi si legge sui giornali che forse il PD sta per rischiare un’altra scissione, dopo l’ultima, quella di D’Alema e Bersani.

Sembra che Renzi, Lotti e la Boschi se ne siano rallegrati: “Meglio da soli che in cattiva compagnia”.

Renzi sta quindi purificando il PD da tutti i suoi elementi più deteriori, compresi quelli che sino a ieri l’altro erano i suoi più fedeli alleati.

L’estinzione del PD, che si sta avviando sotto la soglia del 20% grazie al sistema di purificazione dai nemici interni, è ormai un fenomeno acclarato, per quanto folle, assurdo, patafisico.

Ma siamo in Italia, mai dimenticarlo…

Pisapia, il babau di Renzi

So benissimo di non avere molti fan quando parlo male di Renzi, ma ormai non ho più dubbi sul fatto che il ragazzo ha PAURA di Pisapia, ex-sindaco di Milano che ha fondato una COSA che si chiama Campo Progressista.

Dico subito che sono una fan sfegatata di Pisapia, perché è stato un sindaco clamoroso, bravissimo, senza rivali, e capace di cambiare la faccia di Milano senza mai metterci la sua (di faccia).

Quando Pisapia era sindaco di Milano, non lo abbiamo quai mai visto. Perché Pisapia LAVORAVA. Era gentile, modesto, lasciava spazio ai suoi assessori, e Milano è diventata una grande città: bella, pulita, cortese, dove TUTTI prendono la metropolitana, persino Ferruccio De Bortoli, ex-direttore del Corriere della Sera, che ho visto un paio di sere fa sulla Linea Rossa, mentre parlava al cellulare con qualcuno (non lo conosco, ma l’ho riconosciuto).

Sempre in metropolitana, qualche anno fa, avevo riconosciuto Carlo Tognoli, un altro grande sindaco di Milano, quello che ha fatto partire (per davvero) la metropolitana nella nostra città. Allora mi ero fatta coraggio e gli avevo stretto la mano, ringraziandolo per tutto quello che aveva fatto per Milano. Tognoli era stato gentilissimo, mi aveva chiesto come mi chiamavo, e poi avevamo chiacchierato per dieci minuti, mentre lui dimostrava una cortesia (parola vecchia, lo so) che mi aveva stupito. Io e Carlo Tognoli eravamo due cittadini sui mezzi pubblici. Due cittadini, ovvero due persone che vivono nella stessa città, ma anche dei citoyens, ovvero non dei sudditi.

Pisapia è un uomo cortese, ha fatto per tanti anni l’avvocato, si è sempre guadagnato da vivere, non è un politico così come lo intendiamo in Italia  – uno che con la politica ci mangia –  e non ha bisogno dei nostri denari. Non ha neanche bisogno della nostra attenzione, perché si ritiene un servitore della politica, del nostro paese, e si espone solo perché crede nell’esistenza di un bene comune da servire: l’Italia.

Allora mi chiedo: perché un tale galantuomo è diventato il babau di Renzi?

Perché l’intero PD si è mobilitato per dire che tra Renzi e Pisapia non sarà possibile nessuna alleanza? Mentre invece Berlusconi viene considerato un alleato credibile?

Perché Renzi ha paura di un cittadino gentile, che non gira in auto blu, non ha la scorta, e sta solo cercando di riunire la sinistra italiana?

Non lo so, ma mi ricordo benissimo la notte in cui Pisapia divenne sindaco di Milano.

Eravamo tutti in piazza ed eravamo felici di essere governati da una persona normale, da uno come noi, da un altro cittadino.

Credo che Renzi non dovrebbe temere Pisapia, ma dovrebbe allearsi con lui.

Basta pensare a Bernie Sanders, il cittadino newyorchese di settantanni,  che ha sfidato Hillary Clinton nelle primarie americane. Se lei avesse continuato INSIEME a lui la campagna elettorale americana, avrebbe sicuramente vinto le elezioni.

Mentre invece Hillary non si è alleata con la sinistra democratica, e ha perso contro Trump.

Renzi sta portando il PD verso una sconfitta che peserà come un macigno nella storia del nostro paese. Salvini è arrivato al 15%. Parlando solo di zingari e immigrati.

Io sto con Pisapia.

 

 

 

 

 

Il PD, questo sconosciuto

Non so cosa stia succedendo al PD, non so neanche se si chiami più così, non so neanche se me ne frega più qualcosa dell’ex-Partito Comunista Italiano.

Non passa giorno in cui non si legga qualche intervista di membri (o ex-membri?) del PD, ma ormai l’uomo della strada – io, per prima –  non capisce più quale sia l’argomento.

C’è una scissione? Forse sì, forse no, visto che sembra che sia stato formato solo un gruppo parlamentare, che si chiama (credo) MDP, che (credo) voglia dire Movimento Democratico Progressista.

Dei fantasisti, insomma, quelli che gli hanno trovato il nome. Perché allora non chiamare la nuova “cosa” ancora PD, che in questo caso sarebbe l’acronimo di “Progressisti Democratici”, come in un romanzo di Borges, o perché non chiamarla invece PDM: “Progresso, Democrazia e Movimento”?

Non vorrei però allontanarmi dal tema centrale dell’argomento: CHI SE NE FREGA DEL PD.

In Italia, nessuno, per davvero, vuole più sentire parlare di quel covo di serpenti, dove ognuno morde l’altro, in un groviglio (di serpenti) indistinguibili tra loro, sempre per il famoso uomo della strada.

Sì, ho solo un vago ricordo di qualcosa di verde – e non più ROSSO – che sventola dietro Renzi durante qualcosa (un congresso, una convention?) del PD.

Ma sono ricordi confusi, come quelli dei sogni, in cui non riesci a ricostruire perfettamente le scene.

C’era veramente Renzi che parlava di qualcosa (ma cosa?) con un drappo verde alle sue spalle?

Forse sì, forse no. Se era lui, mi sembrava solo un po’ ingrassato. Anche più triste.

Ma diciamoci la verità: non gliene frega più niente a nessuno, né di Renzi, né del PD, né del MDP, né di nulla che abbia a che fare con quel pastrocchio – anche comunicativo – che sono riusciti a fare con quell’ex-partito unito.

Non era forse Matteo Renzi un grande comunicatore? Oddio, non ricordo più bene. Tutti dicevano che fosse il migliore. Non so, non capisco, forse ho sbagliato io.
E se fosse un altro Matteo il grande comunicatore di cui parlavano tutti?

Quello di cui sono sicura – al 100% – è che il PD ormai galleggia come un cadavere in una palude, dove nessuno ha il coraggio di entrare per recuperarlo e portarlo a riva.

Il PD non è certo l’unico cadavere a galleggiare nella palude – ce ne sono un bel po’ di cadaveri – ma in questo caso, possiamo dire che non è stato un omicidio.
No, quello del PD è l’ennesimo suicidio di un partito che adesso vorrebbe andare al “centro”, come peraltro vogliono fare la metà dei partiti italiani.

Ma quanto spazio c’è al centro? Meno di quanto si creda.

Sorry for you, PD.

 

 

Felicemente stronza: ce l’ho fatta!

Detesto gli stronzi cattivi: quelli che praticano l’odio emotivo, rancoroso, e che si divertono a stuzzicare la persona che fanno oggetto dei loro attacchi.

Mi ricordo di un ex-collega al quale non ero simpatica, forse solo perché lui non era simpaticissimo a me. Io però mi limitavo ad avere poco da dirgli, mentre lui invece faceva di tutto per coinvolgermi in conversazioni apparentemente molto affettuose – e io mi lasciavo abbindolare – per poi cominciare a insultarmi con il sorriso sulla bocca.

Lo stronzo mi diceva cose orribili – sorridendo – per farmi saltare i nervi, cosa che succedeva con regolarità. Io perdevo la testa e sbavavo di rabbia, perché lui era un maestro della tecnica passivo-aggressiva, che serve a mascherare un attacco, deprivandolo degli aspetti violenti e aggressivi, così che l’altro faccia cadere la guardia, e tu possa colpirlo ancora più profondamente.

Alla fine, al passivo-aggressivo non ho più rivolto la parola, anche se in ufficio eravamo seduti di fronte. Lo ignoravo.

L’unica cosa che facevo, con la complicità della mia vicina di scrivania, era di fingere di vomitare nel cestino quando lui riceveva delle telefonate.
Bastava che squillasse il suo telefono, e la mia vicina di banco mi passava il cestino della carta straccia. Io facevo finta di vomitare nel cestino – anche molto rumorosamente – e appena lui metteva giù, la mia amica posava il cestino, e io mi ricomponevo.
E lui non diceva nulla: faceva finta di niente. Non aveva il coraggio di dire: “Ehi, lo so che mi prendi per il culo. Perché non la smetti?”:
No, era capace solo di infilare il coltello nel costato di uno voltato di schiena, ma temeva la battaglia aperta, non sapeva rispondere allo scherzo o chiedere una tregua.

Noi aspettavamo che uscisse dalla stanza, e poi ci sganasciavamo: RIDEVAMO di lui, povera piccola merda passivo-aggressiva.

Non è che vada fiera di aver fatto finta di vomitare in faccia a un cretino per un paio d’anni, ma quello che voglio dire è che detesto l’odio: non è un bel sentimento, anche perché in genere rovina la vita a chi lo prova, e non a chi lo suscita.

Insomma, tutte le volte che capisco che c’è qualcuno che mi sta sul cazzo, ho sempre cercato di non cadere nella trappola della rabbia verso lo stronzo dispettoso che desidera che tu provi per lui dei sentimenti, l’odio, appunto, che sono pur sempre dei sentimenti, e quindi stabiliscono una forma di legame con la povera merda (in genere solitaria, perché nessuno frequenta gli stronzi).

No, verso lo stronzo – esistono! – io non provo nulla, ma ritengo lo stesso di aver il diritto di fargli passare qualche brutto quarto d’ora, DIVERTENDOMI, se possibile.

E così aspetto. Aspetto l’occasione d’oro, quella in cui lo stronzo appoggerà il capino sulla ghigliottina, da solo, senza neanche capire che cosa sta per succedergli.

Sono capace di aspettare molto a lungo, pur di trovare una buona occasione.
E oggi è arrivata!
Non posso dire di più perché esiste il codice penale, ma ho restituito con gli interessi un anno intero di piccole e presuntuose cattiverie (da me subite con dignità) a una minus habens che parla della sua menopausa davanti alla macchinetta del caffè, come se fosse l’UNICA donna al mondo ad essere entrata in menopausa, e come se la menopausa fosse una scusante per la cafonaggine variamente dimostrata in una serie infinite di occasioni.

Ecco, non voglio dire che non sono simpatetica con le tempeste ormonali dei cinquantanni, ma gli ormoni non hanno un rapporto diretto con l’etica: “Se ho gli ormoni sballati, sono stronza, scusa, colpa degli ormoni”.

Ma non considero la menopausa alla stregua di una MALATTIA che potrebbe scusare chi ne soffre, se in qualche momento perde un po’ la testa e fa il cafone.

Ebbene, oggi, la signora in questione mi è finalmente capitata tra le mani, mentre ero sufficiente felice per essere stronza in un modo molto cool:  serena e tranquilla l’ho fatta a fette, con la mano ferma e decisa. Le ho detto un paio di cosette che mi ero preparata da un bel po’ e che sapevo l’avrebbero stesa per benino.

Sono rimasta serena fino all’ultimo goccio di cicuta che le ho fatto ingoiare. Ero così pacifica che l’ha ingoiata tutta. Poi è tornata nella sua stanza, da sola.
Dove non aveva un’amica che le teneva il cestino mentre faceva finta di vomitare.
No, cosa c’è di più bello di un’AMICA che fa con te dei meravigliosi scherzi da prete?

Gli stronzi sono soli, gli sfigati (come me), invece, hanno sempre tanta bella compagnia.

 

 

 

 

Omicidi in Croazia (invece delle chiappe al vento)

omicidi plakat

Non credo nelle coincidenze: tout se tient.

La Croazia è lo stato dove mi sono coraggiosamente spogliata – nudo integrale – per venire ammessa in un campo naturista. Ad un’età in cui le mie chiappe non erano poi così freschissime. Ho mostrato coraggio, soprattutto nei confronti di mio figlio che detesta il naturismo, i nudisti e vedere la mamma nuda.

E oggi, sempre l’amata Croazia, anzi l’Istria per l’esattezza, sta per ospitare la rappresentazione teatrale di Omicidi in pausa pranzo, libro già gloriosamente dimenticato e che che ha venduto molte più copie online – su Amazon – che non con la Mondadori.

Un’eroina – il suo nome è Paola Galassi – lo aveva trovato (per puro caso, I suppose) in una libreria e lo aveva comprato, nell’estate di un paio di anni fa. Paola lo aveva letto e mi aveva scritto un’email per comunicarmi che il libretto non le era dispiaciuto. E le sarebbe piaciuto portarlo in scena.

Confesso con piena e umida umiltà che l’avevo considerato un GRANDE onore. Paola è stata la regista teatrale di attori importanti e ha scoperto (sì, per davvero) molti attori comici italiani. Insomma, era un buon segno se aveva trovato il libro divertente… Non sono un tipo troppo entusiasta di se stessa e mi fa stupisce sempre se qualcuno mi dice che NON ho scritto una schifezza.

Bene, da quel dì è passata molta acqua sotto i ponti (espressione banale, lo so), ma Paola ha dovuto battersi con tutte le sue forze per portare il libro di una VERA sconosciuta a teatro, in tempi in cui il teatro non se la sta passando benissimo.

E la città dove il 28 aprile l’opera da lei adatta verrà rappresentata è FIUME!

Il Teatro della Casa Croata di Cultura darà alla luce la versione REALISTICA di Omicidi in Pausa Pranzo, grazie al Dramma Italiano, l’unico teatro stabile italiano FUORI dall’Italia, diretto dal simpatico signore con la pancetta e la parrucca grigia – Giuseppe Nicodemo – che farà la parte del padre di Francesca.Omicidi_-Rosanna-Bubola-Paola-Bonesi-Gualtiero-Giorgini-Rossana-Carretto-Giuseppe-Nicodemo-Marcello-Mocchi-715x575

Questi gli attori in posa, col cadavere di uno dei tanti colleghi morti (strangolati dal serial killer aziendale) che spunta tra le loro gambe.

Mai come adesso il problema di liberarsi degli impiegati illicenziabili è stato così sentito, anche perché nessuno sembra disposto a mandarli in pensione. I soldi dell’INPS sono finiti e anche io dovrò lavorare fino a 69 anni e 9 mesi.

Un impiegato assunto con i vecchi contratti (passati di moda) costava moltissimo alle aziende, ed era protetto dall’articolo 18. Era cioè illicenziabile. E lo è rimasto perché il vecchio statuto dei lavoratori non è cambiato per chi è stato assunto prima del 1 gennaio 2015 (anno in cui è entrata in vigore la nuova legge, il Jobs Act).

Avevo immaginato – già molti anni fa – che ci fossero modi più veloci per liberarsi degli impiegati meno graditi, visto che non era possibile licenziarli. Metodi ancora consigliabili nei casi più difficili, visto che in Italia ci sono ancora circa 10 milioni di lavoratori coperti dall’Articolo 18.

Sono proprio loro che rischiamo di finire con una corda bianca al collo, morti stecchiti, in qualche corridoio secondario dell’azienda per cui lavorano….

 

 

 

 

 

La vita (digitale) dopo la morte

Sta succedendo qualcosa di strano: la tecnologia digitale ha fatto enormi passi avanti rispetto alle parallele scoperte della medicina in questi anni.

Un byte lanciato su qualche server in Indonesia può continuare a girare sulla macchina per chissà quante altre decine di anni, prima che qualcuno si decida a cancellarlo.

I padroni del web dovranno inventare delle “scope digitali” per pulire i dati lasciati dalle generazioni che moriranno,  e per lasciare spazio ai dati di quelle che ci succederanno.

Un byte è per sempre, per parafrasare le frasi cioccolatinose dedicate all’amore. Ma la nostra vita si è allungata solo di un paio d’anni – credo – durante la rivoluzione digitale. E forse c’è addirittura il rischio che la nostra speranza di vita si possa accorciare, grazie alle schifezze che mangiamo e respiriamo. Tumori e condizioni ambientali sono strettamente collegati. Ambienti più inquinati = aumento dei tumori.

Ecco: la rivoluzione tecnologica ha reso più difficile credere che sia possibile morire.  Abbiamo un profilo su Android che si tramanda di cellulare in cellulare. Ormai non c’è più bisogno di importare i contatti. Google lo fa per noi.
Le mie foto sono su Dropbox. Ho caricato una app che si chiama Magisto e che compone da sola dei filmatini dalle foto che scatto sul mio cellulare.

Per la prima volta nella storia dell’uomo, le nostre storie piccole e private sopravvivono alla nostra morte. Senza Facebook, la storia poteva essere scritta solo da chi era grande e famoso. Adesso ognuno di noi impiastra con le proprie foto i server di Facebook nel Nebraska.

La differenza fra chi è famoso e chi non lo è, si può ricostruire con un algoritmo: quante volte compare la ricerca del suo nome sui server di Google.

E così, anch’io, sto disseminando i server di mezzo mondo di prove ontologiche della mia esistenza. Ma tra vent’anni potrei essere cosi’ indementita da non ricordare non dico la mia password, ma neanche il mio nome.

I nostri cervelli sono molto più mortali di quanto non siano stati in grado di creare. E questo mi fa uno strano effetto. Vorrei poter rispondere alle mie email anche dopo che sono morta: anzi, non capisco come non sia possibile farlo.

C’è una serie televisiva inglese che ne parla, Black Mirror. In un episodio che si chiama “Torna da me”, un ragazzo muore e la sua fidanzata ne ordina una copia bionica. Il clone di plastica ha impiantato nei circuiti cerebrali i post lasciati sui social network dal ragazzo morto.  E gli assomiglia molto. Episodio consigliato. Anche a chi non scrive di sci-fi.

Mi sono fermata

Sono assolutamente certa di aver sofferto di una dipendenza dal web, durata almeno un paio d’anni.

Per quasi due anni ho passato tutte le sere davanti al PC con l’obiettivo di pubblicare i miei libri su Amazon, e poi di promuoverli.

Ho scelto, nel 2012, di assumere una prima falsa identità – ero Nora O’Dublin – e poi ho buttato tutto via per ricominciare con un altro nome, quello che uso adesso.

Per due anni ho lavorato furiosamente, senza quasi mai fermarmi. Alla fine, uno dei miei libri è stato pubblicato da Mondadori, ma quando è successo, ero veramente troppo stanca per godermi la cosa. Anche perché, durante il lancio del libro, ero troppo occupata a seguire il mio blog e a rispondere alle persone che mi scrivevano.

Poi, non so bene come è successo, ma a un certo punto ho pensato che non avevo più niente da dire.

Non so bene quando è successo, ma dopo due anni in cui davo consigli a destra e manca su come promuovere un libro sul web e dissertavo di tutto – dalla solitudine alle politiche di Renzi sul mercato del lavoro – ho avuto la nettissima impressione che le parole se n’erano andate.

Le parole mi avevano lasciato e io non avevo più quell’abbondanza di opinioni con la quale mi ero lanciata sul web qualche anno prima.

Per me era arrivato il momento di ascoltare. Di leggere. Quello che scrivevano gli altri.

Anzi, mi sembrava che non mi sarebbe mai bastato il tempo per leggere tutto quello che volevo: dai libri ai post su Facebook. Dagli articoli di giornale ai Tweet delle persone che seguivo.

Non so, credo che anche l’ansia di restare aggiornati sia una forma di dipendenza, perché potrebbe valere anche per il desiderio di aggiornamento il motto dell’Anonima Alcolisti: “Uno è niente, e mille sono pochi”.

Solo un alcolista capisce che cosa vuole dire. Quando hai smesso di bere, se ricominci a farlo, un solo bicchiere sarà tanto, perché entrerai nella fase in cui mille bicchieri sono pochi: berrai fino a quando non stramazzi a terra, morto di alcol.

L’alcolista non si ferma: non è capace di bere solo tre bicchieri di vino, e poi non bere più fino al prossimo pranzo e alla prossima cena. L’alcolista beve fono a quando sverrà, o vomiterà, o sarà così distrutto dall’alcool da non riuscire più a buttare giù un bicchiere.

Nella dipendenza c’è proprio questa caratteristica: non potersi controllare, non riuscire a decidere quando fermarsi.

Io mi sono fermata a scrivere le mie ovvietà sul blog, perché avevo capito che mi sentivo male se per più di qualche giorno non trovavo qualche nuovo argomento per i miei post. E ho cominciato a leggere quello che scrivevano gli altri. Ogni giorno ci sono centinaia di articoli che varrebbero la pena di essere letti, e poi ci sono anche amici sul web che scrivono cose interessanti sugli argomenti che mi interessano, e sui quali non vorrei perdere nulla. C’è in particolare un gruppo su Facebook che seguo e mi dispiace se mi perdo qualche post.

Ma anche qui non sono stata in grado di darmi una misura. Ho letto troppo. Insomma, a volte una dipendenza viene semplicemente sostituita con un’altra.

Il web dà dipendenza, sia il un ruolo “attivo” che in uno “passivo”. Le voci che parlano sono diventate infinite. E l’ascolto potenziale è un moltiplicatore dell’infinito: quanti infiniti ci vorrebbero per ascoltare un’infinita sommatoria di infiniti?

Sono ubriaca di web. Non lo controllo, ma ne sono controllata. Senza più l’esaltata passione di due anni fa, quando trafficavo senza requie.

E lo scorso Natale, invece di godermi le vacanze, mi sono chiusa in casa (ancora di più) a scrivere un libro. Così orribilmente triste da avermi lasciato con l’umore essiccato e disperato per almeno un altro mese. Il libro è rimasto nel cassetto. Non ho il coraggio di farlo leggere a nessuno. Non so cosa mi stia succedendo: non lo so per davvero. Sono in attesa di capirlo.

P.S. Il post è un po’ troppo intimista, ma se penso alla porcata dell’ITALICUM mi viene voglia di partire per Roma a bordo di un Panzerfaust. L’orrore della politica interna italiana sta superando i limiti del buon gusto e del buon senso.

 

 

 

 

 

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Gli immigrati che puliscono le cantine di Salvini

Salvini fa una campagna elettorale tutta giocata contro l’immigrazione e gli stranieri: il vero male che affligge l’Italia.
Forse non tutti si ricordano come nacque la Lega Lombarda: Bossi ce l’aveva coi romani: “Roma ladrona“.

Bossi ce l’aveva con la casta dei politici “romani” che si portava via i soldi del Nord. Vero o falso che fosse – il supposto ladrocinio ai danni del lumbàrd – ma gli immigrati allora Bossi non li nominava neanche.

Ce n’erano pochi in Italia, e non era possibile dargli la colpa di nulla. Oggi, invece, la Lega Lombarda, diventata nel frattempo Lega Nord, ha come pilastri ideologici la lotta contro l’immigrazione (clandestina, ma non solo) e le adozione gay.

Dunque, le adozioni gay in Italia sono vietate, ed è ragionevole pensare che il fatto che continuino o meno sia ad essere vietate sia un fattore secondario rispetto alla possibile ripresa economica dell’Italia.

Insomma, se Dolce e Gabbana decidessero di adottare un bambino, come Elton John, nella NOSTRA vita non cambierebbe nulla. Sarebbero, e resterebbero, cazzi loro.

Bene, ma cosa succederebbe se invece scomparissero gli immigrati, clandestini e non, che sono presenti e in Italia e sono anche un bel po’? Beh, la prima conseguenza visibile, a Milano, sarebbe che nessuno liberebbe più le nostre cantine dalla spazzatura condominiale.

A Milano, infatti, città di cantine e non di cortili, la spazzatura viene portata dai condomini nelle cantine, e gettata nei differenti bidoni (umido, indifferenziata, carta, eccetera).

Alle cinque del mattino, arrivano ragazzi peruviani, egiziani, marocchini, eccetera, che la raccolgono la NOSTRA immondizia all’interno di sacchi più grandi, e la portano davanti alle case, così che le vetture dei netturbini possano portarla via prima che noi ITALIANI ci svegliamo per fare la colazione col tè e due fette biscottate, perché stiamo sicuramente facendo una dieta ipocalorica e abbiamo paura di ingrassare troppo.

Bene, provate a immaginare che da Milano scompaiono tutti quelli che ripuliscono le nostre cantine; quanto credete che potremmo sopravvivere? Credete che la cantina di Salvini sia pulita da italiani, magari lombardi purosangue? O anche le pattumiere di Salvini sono raccolte e portate in strada dagli immigrati che lui vorrebbe cacciare?

In quanto tempo Milano verrebbe invasa dai vermi, prima che si trovi qualcuno – ragazzi italiani di vent’anni – disposto ad alzarsi alle tre del mattino per sei, sette, al massimo otto euro all’ora?

No, Milano verrebbe sommersa dai vermi come in uno dei film catastrofisti e fantascientifici che piacciono agli americani. Gli immigrati fanno i lavori che non vogliamo più fare noi – una banalità stranota, ma che andrebbe ripetuta ogni giorno -, e sono sicura che la maggior parte dei ragazzi che alle cinque del mattino si aggirano nelle nostre cantine, abbia un regolare contratto di lavoro.

Molti di loro, quando sono arrivati, però non ce l’avevano. Sono stati assunti lo stesso – in nero – generalmente da un datore di lavoro italiano, perché molte delle imprese di pulizia che lavorano per i condomini milanesi sono di proprietà di italiani.

Che sono bel contenti di assumere ragazzi immigrati in nero, perché così li pagano di meno: anche cinque euro all’ora, senza contributi. Il lavoro nero piace molto più ai datori di lavoro che non ai lavoratori, perché così COSTANO DI MENO. E se si ammalano, affari loro.

Ma tanto sono giovani, e si spera che si ammalino poco. Quanto a lungo potremmo sopravvivere senza gli operai senegalesi che lavorano nelle fabbriche venete?

Insomma, quanto a lungo potremmo sopravvivere senza i cinque milioni di immigrati che fanno lavori che non ci piacciono più?  Molto poco. Molto, molto poco. Ma non si può chiudere così il discorso sugli immigrati, perché sappiamo tutti che c’è anche un problema di ordine pubblico – furti nelle case, spaccio, piccoli delitti – dove viene impiegata mano d’opera straniera, e dove a volte la mano d’opera straniere è ben di più di semplice prestatrice d’opera.

La tratta internazionale di prostitute passa da molti paesi dell’Est Europa. Ma anche le bande che ripuliscono le nostre case – quasi nessuno in Italia NON è mai stato visitato da un ladro – arrivano spesso da lontano.

Bene, io credo che sia nell’interesse di tutti – primi tra tutti i cinque milioni di immigrati – liberarsi di quella quota di stranieri che delinquono, dando per scontato che le galere – in Italia – non sono un’invenzione recente, ma esistevano ben prima che arrivassero gli stranieri. E in galera ci andavano – e ci vanno ancora – anche gli italiani.

L’ordine pubblico è in mano a Polizia e Carabinieri. Che a me stanno simpatici. Per davvero. Non ho niente contro di loro, anche se li vorrei vedere che vanno in giro, che pattugliano le strade, che corrono in nostra difesa. Sono pagati – poco – per farlo, ma io vorrei che lo facessero! Ancora di più di quanto non succede adesso.

Roberto Saviano ha dedicato il suo ultimo libro ai carabinieri che lo scortano, e che dovrebbero scortare anche noi, cittadini comuni, contro i delinquenti, ma anche contro i mafiosi, i camorristi e tutti gli altri criminali nostrani di cui non va più di moda parlare.

Ma la Mafia non c’è più? Non la nomina più nessuno? E’ scomparsa? Io credo di no.

Chiudo con un’altra banalità: quella suprema. Molti degli immigrati non sono più stranieri, ma sono diventati cittadini italiani. Solo un quarantenne grassottello come Salvini, con la pelle biancastra e la pancetta che comincia a sfaldarsi sul ventre, può pensare di essere meglio di un senagalese di vent’anni, alto due metri, e capace di lavorare dieci ore al giorno in una fabbrica metalmeccanica della provincia di Padova.

Ma la sua è invidia? Io credo di sì.

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