I RICORDI DI QUANDO GLI ASILI ERANO DEI GULAG…

Ho pubblicato un post su Facebook sugli anni dell’asilo. Sono stata all’asilo negli anni ’60. Ho mentito un po’ sulla mia età…

Copio il mio post e le risposte degli altri. Questa è storia orale, non bisogna perderla, anche perché riguarda gli asili negli anni ’60, ’70, ’80.
Ieri l’altro, insomma, anche se sembra la “Spedizione in Lucania” di Ernesto De Martino, il più grande antropologo italiano, sceso in Lucania nel ’53 per scrivere il suo capolavoro: “Sud e magia“.

MIO POST
Ci sono delle cose che ti capitano quando eri piccola, e non ti dimentichi più.Ho frequentato l’asilo quando non c’era ancora la “Scuola di Reggio Emilia”, ma gli asili erano gestiti con metodi da gulag.
Bisognava stare buoni, non fare troppo rumore ed eravamo tutti terrorizzati da una direttrice, piccolina, che ogni tanto appariva solo per somministrare castighi e punizioni.Anche la mia maestra, dopo l’intervallo, faceva la conta dei buoni e dei cattivi. Ai buoni veniva data una caramella di zucchero, colorata, con dentro una goccia di sciroppo zuccherino che si scioglieva in bocca: una meraviglia.
Ai cattivi, invece, veniva applicato un pezzo di scotch sulla bocca, che bisognava tenere fino a quando gli altri non avevano finito la caramella (non scherzo, era vero!).
Ecco, il ricordo è questo: sono seduta, dopo l’intervallo, con un pezzo di scotch sulla bocca, mentre gli altri mangiano la caramella. Non posso dire nulla (anche perché ho lo scotch sulla bocca), anche se sono già abbastanza sicura – avrò avuto cinque anni – che le mie colpe non erano poi così terribili.
Per tutta la vita, ve lo garantisco, credo di aver pensato che bisognava stare zitti, accettare le punizioni, in silenzio,senza aver fatto nulla di male.
Capitato mai a nessuno di avere terribili ricordi seppelliti sotto montagne di inutili sensi di colpa?

 

POST DI UN’AMICA
L’alcool sulle dita per non farmele succhiare e dover dormire con la testa sul banco, dopo il pranzo (non dormiva nessuno 😣).
Dover mangiare.
La maestra che sbagliava la canzone dell’Ape Maya.

 

POST DI UN AMICO
Io ricordo uno ” zero patata” preso alle elementari. Questo comportava dover stare alla gogna sulla pedana accanto alla cattedra per tutta la mattina. Provai ad impiccarmi durante la ricreazione al gancio della lavagna con il fiocco azzurro.
Comunque il fiocco era attaccato al colletto. Ho solo strappato il grembiule.
All’epoca erano normali cose che oggi sarebbero oggetto di indagini della procura. La mia maestra quando sclerava chiamava il marito, anche lui insegnante nella stessa struttura, che ci menava. La reazione dei genitori era quella di plaudire e poi darci un’altra ripassata a casa. Questa era Catania negli anni 70. Il problema è che cresci con la convinzione che la violenza è un’opzione.
Menavano tutti. Insegnanti, bidelli… ‘na guerra. Comunque ero in una scuola di frontiera. Mi mandarono perché ritenuto mammone. Parte dei miei compagni sono morti, uno incaprettato, altri overdose. Non credo che la mia esperienza sia statisticamente significativa.

 

POST DI UN AMICO
A me la madre superiore che voleva farmi mangiare la brodaglia che preparavano. Io ci ho sputato dentro punizione, e dovevo stare seduto per terra fino alla fine di quella schifezza…

 

POST DI UN’AMICA
Sul mio asilo posso raccontare per giorni. Una suora sadica che mi lasciava piangere per ore da sola, che non interveniva se i maschi mi picchiavano, che non aveva un minimo di empatia. Le femmine dovevano stare con le femmine e i maschi con i maschi (salvo quando loro potevano rompere le palle). C’era una bambina buona, che veniva premiata. In realtà era una bambina sorda che andava nell’altra stanza con l’insegnante di sostegno. Ma di certo noi altri non eravamo abbastanza buoni (chissà che avevamo fatto) e non venivamo premiati. Spero che quella suora stia marcendo all’inferno.

 

POST DI UN AMICO
All’asilo no, ma alle elementari i metodi della mia maestra (evidentemente approvati dai genitori) erano da ventennio fascista: attenti, riposo, in piedi dietro la lavagna, in ginocchio sui ceci, in ginocchio sul gradino, tirate di orecchie e colpi di mazza sulle mani o sulla testa (scusate se ho dimenticato qualcuno).

 

POST DI UN’AMICA
Ricordo che c’era un bambino a cui i genitori non avevano levato il pannolino. Le maestre non si fecero scrupoli, glielo levarono e lui per tanti mesi continuò a farsi tutto addosso. Ogni volta la maestra lo rinchiudeva da solo al buio nello sgabuzzino delle granate sbraitando che i genitori erano incapaci. Io (avevo 3 anni) ricordo benissimo che mi sentivo male perché non sapevo come poterlo difendere. Ero solo una bambina, avevo paura delle maestre, avrei voluto difenderlo. Ero considerata una “buona” fino al giorno in cui di nascosto lo liberai dallo stanzino e rubai un rotolo di carta igienica con il quale tentai di pulirlo (le maestre non lo avevano lavato!!!) spiaccicandola tutta sul pavimento, ovvio… avevo 3 anni!
Per inciso, le maestre fecero chiamare la mia mamma alla quale raccontarono il mio misfatto. Io raccontai la mia versione alla mia intelligente mamma che andò all’asilo insieme alla mamma del povero bambino spannolinato a forza e ribaltarono le maestre… asfaltate!

SIAMO VERAMENTE COSI’ MANIPOLABILI?

Secondo l’opinione corrente, gli utenti dei social network (ma in generale di internet) sono dei coglioni altamente manipolabili. Pronti a credere alle Fake News abilmente confezionate dai russi, da Trump o dalla stessa CNN (secondo quanto sostiene lo stesso Trump, che attribuisce la fabbricazione delle Fake News ai giornalisti americani che lo amano poco).
Non passa insomma giorno in cui l’utente di internet (e di Facebook, Twitter, Google, ecc.) non venga dipinto come un potenziale coglione (appunto), facile preda delle notizie false (fabbricate da tutti tranne che dall’utente coglione, perché è per l’appunto un coglione), che lo spingeranno a fare scelte di cui  in fondo non è consapevole.
L’utente coglione voterà Trump o crederà che invece Trump sia un criminale, oppure a sua volta penserà che tutti gli arabi sono per definizione terroristi o che invece esistono complotti internazionali orditi da enti sopranazionali e nascosti.
E se per caso la manipolazione non dovesse arrivare così lontano, saremmo comunque tutti vittime (come minino) di un deplorevole nuovo consumismo, che si nutre di pubblicità di prodotti in vendita su Amazon, sbirciati in un momento di debolezza e che ci vengono riproposti ad libitum, fino a quando non cediamo (alla nostra coglionaggine) e appunto non li compriamo.
Ecco, vorrei dire che non sono d’accordo con questa “narrazione” (come si usa dire adesso), e mi ritengo assolutamente libera, non manipolabile, capace di intendere e di volere, OGGI COME NON MAI.
Non ci pigliamo per il culo: i giornali (e gli opinionisti) esistono da sempre, e non sono di proprietà di qualche “povero” democratico, ma sono in genere posseduti da gruppi industriali con opinioni più o meno liberal. In genere, chi ha studiato e letto molto, fino a diventare giornalista, potrà difficilmente propugnare un modo dove sono proibite le libertà fondamentali di scrivere e dire quello che ti pare, nei limiti del codice penale, naturalmente. Ma i giornalisti vengono PAGATI e sono quindi disposti a sostenere i gruppi industriali per i quali lavorano.
Con la nascita di internet, è più facile aprire un giornale, vedi per esempio Il Post italiano, che trovo più interessante della Repubblica. Non è quindi più necessario comprare le rotative per andare in stampa, basta un po’ di spazio sui server di streaming e qualche grafico che sappia mettere online il giornale.
Che differenza c’è tra un giornalista che scrive per la carta stampata e uno che scrive per il web? Nessuna. Sono tutti e due acquistabili. Sono tutti e due in grado di fabbricare notizie false (se lo vogliono) e sono tutti e due in grado invece di verificare le loro fonti (in genere su internet) per dare una “buona” notizia, pulita, onesta, controllata.
Insomma, con internet sono aumentate le possibilità di pubblicare giornali, libri, notizie, eccetera, ma i giornalisti sono sempre gli stessi, anzi sono molto più di prima e riescono a pubblicare i loro articoli e i loro giornali senza avere il bisogno di essere MOLTO RICCHI. Fatto che ha sicuramente aumentato il tasso di democrazia.
Su internet è possibile fare un’ottima disamina delle fonti (trovi TUTTO quello che vuoi), così da poterti fare la TUA opinione. Sto parlando dei paesi liberi, non certo della Cina, dove Internet è controllato.
Lo stesso identico discorso vale per la pubblicità. La pubblicità esisteva anche prima del web, solo che oggi c’è un nuovo spazio – quello digitale – sul quale mostrarla. La novità è che grazie ai dati raccolti dalla nostra navigazione, veniamo profilati per i nostri gusti, e quindi la pubblicità che ci viene mostrata è più suscettibile di influenzarci (se abbiamo voglia di essere influenzati).
Anche Google, quando facciamo una ricerca ci fa vedere un risultato influenzato dalle nostre precedenti navigazioni, ma ditemi quando mai è stato possibile per un qualsiasi coglione (come me), aprire un blog su Worpress e, grazie all’inserimento dei tag, diventare VISIBILE a qualcuno che magari sta in Australia?
Ringrazio quindi tutti quelli che fabbricano Fake News e cercando di farmi comprare una Crock-Pot su Amazon (l’ho comprata).
Non sono mai stata così bene. E così libera. NON SCHERZO…
Contrassegnato da tag , , , , ,

L’inefficacia dello stronzo

Credo si possa dire che le religioni siano una risposta alla questione degli stronzi.

Da che il mondo esiste, esistono gli stronzi: persone cattive, aggressive, offensive, non cooperative che passano la loro vita a cercare di ferire e aggredire gli altri.

Per lo stronzo, non vale mai il modello win-win, in cui tutti e due i contraenti guadagnano dal fare un accordo, ma esiste solo il modello win- lose. Lo stronzo è contento se te lo mette in culo, non concepisce un accordo in cui anche TU puoi guadagnarci. Deve guadagnarci solo lui.

Chi invece non è stronzo (e sa di non esserlo) vorrebbe vedere gli stronzi appesi a un muro per i garretti, per poi fustigare lentamente le loro piante dei piedi.

Scherzo, naturalmente, perché chi non è stronzo non nutre quasi mai sentimenti di vendetta, ma desidererebbe vedere punito LAICAMENTE lo stronzo.

Lo vorrebbe veder fallito, se è un imprenditore, condannato alla prigione, se è un predatore sessuale, lo vorrebbe veder licenziato se ha fatto mobbing o divorziato se ha rovinato la vita al suo partner.

La religione interviene proprio a questo proposito: promette ai fedeli (che in genere appartengono alla categoria delle vittime) che gli stronzi andranno all’inferno, perché non è detto che gli stronzi verranno puniti durante la loro VITA.

Insomma, le religioni offrono il premio di una ricompensa celeste (o infernale) per chi si è comportato bene (o male). Se quando eravamo VIVI, ce la siamo presa nel culo, da MORTI potrebbe andarci molto meglio. La religione cattolica (ma non solo quella cattolica) ti aiuta quindi a sopportare le sciagure, perché ALLA FINE, nel Regno dei Cieli, tutto si rimetterà a posto: i cattivi andranno all’inferno, i buoni in paradiso.

Ma mettiamo da parte per un secondo il tema di una consolazione postuma, che non ci potremo godere, e chiediamoci invece se gli STRONZI vengono puniti anche quando sono VIVI (loro) e siamo VIVI anche noi.

Vedere uno stronzo che fallisce, rotola nel fango, finisce fuori gioco può dare una certa soddisfazione, anche se non si tratta di soddisfazioni sulle quali conviene indugiare (poi spiegherò perché non conviene).

Ecco, secondo me per dare una risposta a questa annosa questione, bisogna farsi una domanda: ESSERE STRONZI E’ UNA STRATEGIA EFFICACE?

Mi si perdoni l’uso del termine efficace (chi non ha subito qualche corso di formazione in cui i termini efficacia ed efficienza sono stati usati troppi volte?), ma purtroppo rende l’idea.

Insomma, la domanda è:  gli stronzi, cattivi, non cooperativi che cercano di inculare tutti quelli che si trovano davanti, avranno successo nella vita?

La risposta, secondo me, è tendenzialmente “no“, ma a questo punto, necessita la citazione dell’opera magna di Cipolla: “Allegro ma non troppo“.

Cipolla divide l’umanità in quattro quadranti (copio da Wikipedia), a seconda degli effetti su di sé e sugli altri delle proprie azioni:

  • Intelligenti: fanno il proprio vantaggio e quello degli altri
  • Sprovveduti: danneggiano se stessi e avvantaggiano gli altri
  • Stupidi: danneggiano gli altri senza avvantaggiare se stessi o danneggiandosi
  • Banditi: danneggiano gli altri per trarne vantaggio.

La prima conclusione che dobbiamo trarre è quindi che lo stronzo è uno stupido o un bandito.

Faccio un esempio semplice per capire quale potrebbe essere la differenza. Hitler, che ha provocato la Seconda Guerra Mondiale e indirettamente la morte di 17 milioni di persone (secondo una stima grossolana), si è suicidato insieme al cane e Eva Braun nel Bunker di Berlino. Uno stupido, quindi, perché è morto infelice e distrutto, dopo aver distrutto il suo paese e ucciso milioni di persone, tra cui circa sei milioni di ebrei.

Mao Tse Tung, invece, sul cui groppone pare che cadano 80 milioni di morti (dovuti in gran parte alle carestie provocate dalle sue stupidissime politiche economiche) è morto invece nel suo letto, assistito dalla sua infermeria preferita. Sembra addirittura (così raccontava il suo medico personale che ne aveva scritto la biografia) che l’ultima frase detta prima di morire sia stata: “Quando guarirò?“. Ottimista e bandito sino alla fine.

Lo stronzo, per uscire vincitore dalla sua personale guerra contro gli altri (perché lo stronzo gode nel danneggiare gli altri) deve quindi stare molto attento a non fare mai errori, per non danneggiare anche se stesso.

Lo stronzo che alla fine viene punito (da VIVO) è infatti proprio lo stupido, quello che non riesce ad evitare di procurare un danno anche a se stesso, mentre danneggia gli altri.

Bene, la mia tesi è la seguente: lo stronzo bandito (lo stronzo di successo)ha bisogno, per sopravvivere, di una condizione di assenza di mercato e concorrenza.

Mi riferisco a un concetto di “mercato” at large, che riguarda non solo l’economia, ma anche la politica. Una dittatura è una situazione di “non concorrenza” politica. C’è un unico soggetto che prevale su tutti gli altri, e quando capisce che il consenso gli sfugge di mano (anche nelle dittature si raccomanda una dose di consenso), comincia ad ammazzare tutti i nemici, inaugurando quelli che vengono definiti come i periodi del TERRORE (i nemici vengono ammazzati TUTTI), che in genere colpiscono tutte le dittature in fase terminale.

Insomma, se uno stronzo vuole morire in piedi, deve a un certo punto diventare così abile e così crudele da eliminare fisicamente tutti suoi nemici.

Nelle situazioni di libero mercato e libere elezioni, la situazione si fa invece più difficile. L’aristocrazia inglese, che è sempre stata “temperata” dalla presenza di un sistema democratico, ha perso una parte dei suoi privilegi (neanche poi così tanti), e ha ceduto terreno ai ceti borghesi. Così come le aziende poco efficienti e governate dai ladri corrono il rischio di fallire. 

La Enron, una delle più multinazionali americane, è fallita nel 2001, dopo un decennio di trucchi contabili ed episodi di corruzione nei confronti della classe politica americana. Il suo amministratore delegato, uno stupido, è morto di infarto, prima della sentenza definitiva che lo avrebbe portato in prigione.

Anche la Lehman Brothers  è fallita nel 2008, perché aveva in pancia i mutui sub-prime che mandarono per aria l’economia americana. Non poteva sopravvivere.

Adesso concludo, ma per davvero: uno stronzo, in condizioni di libero mercato, legalità e democrazia, ha molte buone probabilità di fallire e poi essere punito, perché non c’è nessuno che lo protegge e gli ammazza i nemici.

Forse sto semplificando un po’ troppo, ma quello che voglio dire è che dove c’è libertà e legalità, democrazia e concorrenza, gli stronzi in genere vanno a fondo, anche mentre sono vivi, e mentre voi li vedere affondare.

Sono molto più efficaci le posizioni intelligenti, dove tutti guadagnano e si trattano bene l’un l’altro, che non quelle degli stupidi e dei banditi, che cercano sempre di inchiappettare chi hanno di fronte.

Senza dimenticarsi che gli stronzi si fanno in genere un bel po’ di nemici, che passano la vita a cercare di fargliela pagare. Uno stronzo ha molti più nemici di una persona intelligente, e quindi fa più fatica a cavarsela.

Ultima considerazione: non c’è bisogno di godere più di tanto quando guardate lo stronzo che affonda. Lo stronzo sa che sa affondando, e sa che lo state guardando mentre affonda. Lasciate che si sporchi lui con i suoi cattivi sentimenti, mentre invece voi gli date uno sguardo veloce, e poi tornate alle vostre abituali occupazioni.

Ne ho visti di stronzi andare a fondo, e ormai li riconosco a colpo d’occhio. So già chi affonderà nel pantano, mentre nessuno (ma proprio nessuno) gli tenderà una mano o un dito. Proprio nessuno, credetemi…

Contrassegnato da tag , ,

Dieci regole d’oro per essere virali

La viralità può essere definita come il grado di successo di quello che pubblichi sul web e sui social network, che ormai sono sostanzialmente tre: Facebook per parole e foto, Istangram per le foto e Youtube per i video.
Twitter è un discorso a parte, perché più che un social network è un’agenzia di stampa gratuita per influencer. Lo lascio da parte per dedicarmi all’unico argomento che conosco: le parole.

Io sono vecchiotta (scrivo ancora…) e faccio delle foto di merda. Di conseguenza pubblico solo dei testi su WordPress, che poi condivido su Facebook. Quello che scrivo non è virale (non vado mai oltre i 30 like), ma uso il web per dire quello che penso, e della viralità me ne sbatto anche abbastanza i coglioni.

Non seguo quindi quelle che secondo me sono le regole MINIME per diventare virali (sto parlando di testi, non di foto o video), regole che provo ad elencare. Sono condizioni necessarie ma non sufficienti, perché non è detto che applicandole tutte, siano garantite le migliaia di like. Aggiungasi che per avere migliaia di like, bisogna avere una “Pagina” su Facebook, e non un semplice “Profilo Personale”, dove puoi arrivare fino a 5.000 amici. Con 5.000 amici puoi arrivare al massimo a 500 like, e poi, se vuoi continuare a crescere, devi trasformare il tuo profilo in una “Pagina” (si può), col rischio però di perdere visibilità (Facebook vuol far pagare le “Pagine” che si fanno pubblicità).

Provo a fare un elenchino di golden rules per riuscire ad essere virali.

    • TARGET SPECIFICO. Bisogna sapere a chi si vuol parlare. Il target deve essere molto definito. Faccio qualche esempio: le mamme. Tirano ancora tantissimo. Bisogna raccontare qualcosa di allegro sui propri figli e le lunghe giornate faticose, ecc. passate con loro. In realtà, non mi vengono in mente molti altri target così profittevoli come quelli delle mamme… Marco Montemagno (che spiega come avere successo nel digital) è uno che non scherza, ma lui ha viralizzato soprattutto su Youtube. Anyway, per diventare virali, bisogna restare sul proprio target: se il target è quello delle mamme, non puoi cambiare argomento. I tuoi lettori si aspettano che tu gli racconti la tua giornata dura ma in fondo anche buffa, eccetera. Devi stare TUNED sul tuo pubblico.
    • RACCONTARE SEMPRE UN PO’ DI CAZZI TUOI. I social network hanno la loro ragione d’essere nel fatto che le persone parlano di sé. Chi va su Facebook, lo fa per sapere qualcosa delle vite degli altri. Se cerchi notizie, vai sul sito del Corriere, se cerchi invece qualche momento di piacevole divagazione, dove magari dai un’occhiata alle foto dei tuoi amici e parenti, allora vai su Facebook. Insomma, se vuoi essere ascoltato su Facebook, devi parlare anche di te. Che non è un male, perché il mio scrittore preferito, Emmanuel Carrère, scrive dei libri in cui parte sempre da sé per raccontare qualcos’altro. Lo stile dei social non è quello di un’agenzia di stampa, ma è intimo, personale, perché nessuno si offende (su Facebook) se non parli dei mali del mondo.
    • SCRITTURA BRILLANTE, NON PIAGNUCOLOSA. Proprio perché Facebook ha una funzione ricreativa, vengono apprezzati i personaggi che sanno divertire chi li legge, anche quando parlano di cose serie. Natalino Balasso è sempre divertente, per esempio. Nessuno seguirebbe una pagina dove l’autore si lamenta, si straccia le vesti e piagnucola sulle sue sfortune.
    • SI PUÒ’ PARLARE DELLA MALATTIA. Sui social si può raccontare la propria malattia (molti postano le foto della chemio, ma quelle sono profili personali). Bisogna però essere ottimisti: si apprezza chi combatte, chi spera di farcela. Anche quando si è malati, bisogna evitare la lagna, che non è virale neanche nella vita vera (si sta più volentieri accanto a malati di buon’umore, che non a malati depressi).
    • POCHI POST BREVI, CHE SI LEGGONO IN POCHI MINUTI. Se vuoi essere aggiornato sulla guerra in Siria, vai su Foreign Affairs. E allora leggi anche un articolo di 10.000 battute. Ma col cazzo che leggi 100.000 battute di qualcosa su Facebook, qualsiasi cosa sia (non credo che siano ammessi post pornografici, che sarebbero gli unici capaci di tenere incollato qualche lettore alla pagina). Evitate soprattutto di fare cinque post al giorno, su tutto quello che vi passa per la testa. Non c’è di più noioso di venire bombardati da post stupidini, sullo stato d’animo del momento. Pubblicate poco e contenuti di qualità.
    • EVITARE LA POLITICA, SE POSSIBILE. A me sta sul cazzo Renzi, da sempre, cosa nota, peraltro, ma so che quando metto il suo nome in un post, le persone ci penseranno due volte prima di mettere un like, anche se adesso sta montando un’onda anti-renziana che non ha più paura di nulla (e vuole mandarlo a casa).
    • ESSERE INNOVATIVI E ECCENTRICI, SENZA ESAGERARE. Nessuno vuole leggere roba del tipo: “preferisco le catene alle gomme da neve”, oppure “la coca cola è buona con una fetta di limone”. Chi cerca follower deve avere quel minimo di eccentricità che li possa incuriosire. Quando ti divaghi, non vuoi sentire parlare del tempo, insomma, ma di roba meno pallosa.
    • SE HAI UNA FOTO, E’ MEGLIO. Meglio accompagnare i post con qualche foto, ma sempre di momenti intimi. Insomma, devi dare l’impressione a chi ti legge che sta entrando per davvero a casa tua.
    • NON USARE I SOCIAL PER FARE PUBBLICITÀ TRADIZIONALE. Questo è un errore gravissimo! Non si possono usare i social per invitare gli utenti a una presentazione di un libro o per invitarlo a comprare qualcosa. L’utente capisce subito se gli vuoi vendere un libro, per esempio, e si infastidisce. L’advertising deve essere diretto: “COMPRAMI IL LIBRO!”, e deve essere dichiarato come tale (mi sto facendo pubblicità…). Sui social devi raccontare storie (scusate, è un po’ banale), e se le storie che racconti sono carine, magari vendi anche il libro. Ma se hai una personalità sbiadita, e non racconti delle storie carine, il libro non te lo compra un cazzo di nessuno.
    • SE SEI GIÀ’ CONOSCIUTO, ALLORA VALGONO TUTTE LE REGOLE PRIMA. I profili dei personaggi pubblici, devono seguire le stesse regole: stile colloquiale, raccontare la vita personale, eccetera. Non cambia niente!
    Contrassegnato da tag , , , , ,

    La “saggezza delle folle” = viralità

    Sul web non ci sono barriere d’accesso. Ognuno può pubblicare i libri che vuole, caricare su Youtube i video girati in garage con la band dei compagni di scuola, chiedere soldi per finanziare un progetto (il crowfunding), eccetera.

    Sono pochissimi quelli che riescono a “viralizzare” i loro contenuti, ovvero riescono a piacere a un grandissimo numero di persone. Col risultato che diventeranno famosi, e magari fonderanno un partito politico.

    In realtà nessuno sa qual è il segreto della viralità, ovvero nessuno di noi – preso singolarmente – è in grado di indovinare chi vincerà la competizione selvaggia tra i milioni di nuovi concorrenti, sdoganati dal web aperto a tutti.

    La “saggezza delle folle” è la teoria sociologica secondo cui la media delle risposte date da una folla di individui su un quesito si avvicina quasi esattamente alla risposta.

    L’esperimento che viene fatto sempre è quello di chiedere a un gruppo di individui di indovinare il numero di biglie contenute in un barattolo. La media delle loro risposte (se il campione è abbastanza esteso) è in genere molto vicina al numero di biglie contenute nel vaso.

    Se quindi Justin Bieber è riuscito ad avere milioni di visualizzazione su Youtube, prima di trovare un produttore, non vi era dubbio alcuno che avrebbe venduto milioni di copie delle sue canzoni e riempito gli stadi.

    Da questo punto di vista, il web ha sempre ragione. Se qualcosa diventa virale sul web, quel progetto o quel personaggio avranno successo anche fuori dal web, perché le “folle” hanno sempre ragione: capiscono se un prodotto o un autore funzioneranno.

    Questo non significa che a tutti debba piacere la musica di Justin Bieber, ma significa solo che Bieber avrà pubblico a sufficienza per riempire gli stadi. Potrebbe anche capitare che il nuovo Hitler nasca su Youtube, perché la viralità non è certo sinonimo di intelligenza e qualità.

    Ma è una cosa CERTA: chi fa un flop sul web, difficilmente avrà successo nel mondo reale (parlo sempre di progetti, artisti, autori, musicisti, eccetera).

    Ed è per questo motivo che il web fa un po’ paura. Perché se scrivi una canzone, la posti su Youtube e fai 400 clic, è probabile che la canzone faccia schifo per davvero.
    Non scherzo, lo penso sul serio.

     

    Contrassegnato da tag , , ,

    Un algoritmo vi ucciderà

    Passo molte ore al giorno sul web a fare quello che fanno tutti. Leggo notizie, abbeverandomi da diverse fonti, e vado su Google per fare delle ricerche quando ho qualche curiosità da soddisfare. Uso il web anche per fare acquisti – utili o inutili, dipende – senza dover andare nei negozi, perché detesto lo shopping.

    Insomma, innocenti passatempo (le letture), o utili risparmi di tempo (gli acquisti online). Ordunque, Google sa molte cose di me, perché mi segue da molti anni e ha imparato a capire cosa mi piace. Quando faccio una ricerca, Google seleziona, tra i risultati, i link che potrebbero piacermi di più, sulla base delle mie passate esperienze.

    Senza dimenticare che Google vende pubblicità, e mi propone da giorni di comprare una pentola elettrica che sono andata a guardare su Amazon un paio di volte, anche se poi ho deciso di non comprarla perché non sapevo dove metterla. Persino Facebook mi fa vedere solo gli utenti che conosco tra quelli che hanno messo un Like a un post che sto leggendo.

    Non c’è nulla di nuovo in quello che sto dicendo, ma provate ad immaginare cosa succederebbe se tutti i dati raccolti su di noi fossero incrociati in un unico database, insieme ai dati raccolti da altre fonti. Come per esempio i record relativi alla nostra salute: esami del sangue, malattie in corso, eccetera. E pensate a cosa succederebbe se in questo enorme database fossero raccolti anche i voti di quando siete andati a scuola, le note di condotta scritte dai vostri insegnanti, e poi i risultati dei quiz di intelligenza fatti durante i colloqui di lavoro. A questi dati potrebbero venire aggiunti quelli relativi alle vostre esperienze lavorative, raccolti a cura dei vostri datori di lavoro.

    Si possono aggiungere altre decine di campi, compreso il nostro orientamento politico desunto da quello che scriviamo su social network. O una nostra eventuale attitudine a bere un po’ troppo, desunta questa volta dagli scontrini del supermercato. Oppure la nostra evidente promiscuità sessuale, rilevata dalla frequenza con la quale ci ammaliamo di malattie sessualmente trasmissibili.

    Ecco, se fosse possibile costruire un file come quello, contenente tutte le informazioni che ci riguardano e che oggi sono sparpagliate in giro per il mondo, sarebbe anche possibile decidere quando non siamo più UTILI, ovvero siamo diventati individui troppo costosi da mantenere, privi di ogni utilità sociale.

    Faccio un esempio. Proviamo a immaginare un Mario sessantenne, disoccupato da cinque anni, che beve troppo, fuma due pacchetti di sigarette al dì e passa le giornate chiuso in casa a guardare Netflix. Fino a quando, una mattina, Mario va dal medico perché ha una brutta tosse. Il medico gli fa fare una lastra, e scopre che ha un cancro ai polmoni. Solo in fase iniziale, per carità. Niente di terribile, anche perché adesso ci sono nuovi farmaci molto efficaci contro il tumore al polmone, che potrebbero salvare Mario da una morte certa.

    Il medico inserisce il referto della lastra – tumore in fase iniziale al polmone destro – sull’algoritmo che raccoglie da sempre i dati su Mario. E qual è la risposta dell’algoritmo? A Mario non verrà fornita nessuna cura, perché la vita di Mario non serve più a nulla.

    Ecco, questo è un esempio estremo di DITTATURA DIGITALE, dove un ente supremo, in possesso di tutti i dati che ci riguardano, avrebbe potere di vita e di morte. Questo ente supremo potrebbe essere un impersonale algoritmo, impostato per mandarci in un forno crematorio quando i valori rilevati da alcuni parametri superano la soglia critica ritenuta ammissibile.

    I valori da monitorare potrebbero essere non solo quelli sanitari, naturalmente, ma anche tutti quelli relativi alle nostre posizioni pubbliche e politiche. Se per esempio provassimo a fondare un sindacato dei lavoratori delle aziende di elettronica, perché dieci ore di lavoro al giorno sono troppe, l’algoritmo potrebbe decretare ugualmente la nostra morte. Siamo dei rompicoglioni: che se ne fa un’azienda di un sindacato?

    Bene, adesso arrivo al dunque. C’è già un paese nel mondo dove questa dittatura digitale è già stata attivata, anche se non portata alle estreme conseguenze dell’esempio del povero Mario. Questo paese è la Cina, dove Internet non è che una grande Intranet, dalla quale non si può uscire. In Cina non si può accedere a Google – sostituito da un motore di ricerca che si chiama Baidu e che è controllato dal governo centrale – così come non si può accedere a Facebook o WhatsApp. In Cina, per un post del cazzo come questo, potrei finire in prigione. In Cina i blogger del cazzo come me, vanno a marcire in prigione. E in Cina, i cinesi si limitano a fare TANTO shopping, e si guardano bene dal parlare di politica sul web. A meno che non siano dei martiri disposti a morire in prigione.

    Ecco perché credo che l’unica salvezza per la nostra residua libertà consista nella difesa dei dati che ci riguardano – la privacy – e nella difesa della libera concorrenza, anche se ce n’è sempre di meno, e nella lotta contro i monopoli, compreso quello di Amazon, Facebook, Google. Anche se su Google, Amazon, Facebook ci passo le giornate (lo so).

    E sono contenta di non vivere a Pechino, ma in Europa, dove posso scrivere stronzate in libertà. Ecco, la parola che mi piace ancora dire è proprio questa: libertà. Sembrano banalità, ma se non ci difendiamo, ne avremo sempre meno.

    Post to be continued. Altri pensieri in libertà in arrivo.

    Contrassegnato da tag , , , ,

    Fenomenologia del leccaculismo

    Il termine “leccaculismo” è forse più adatto per affrontare il fenomeno bidirezionale del leccare il culo. In genere, infatti, si pensa solo al leccaculo, e cioè  a chi agisce l’atto del leccare il culo. Ma io credo che non si possa fare un’analisi corretta del fenomeno del leccaculismo se non si pensa anche all’altro dei due soggetti dell’azione, e cioè a quello passivo – il “leccato“, colui che si fa leccare il culo – perché il leccato in certi casi è un soggetto persino più attivo del primo, il leccaculo vero e proprio.

    Intanto, bisogna dire due parole su come si lecca il culo. E’ un’attività di tipo manipolatoria, dove il leccaculo si rivolge al leccato in modi umili e complimentosi, con l’obiettivo di manifestare il proprio stato di visibile inferiorità a quello del leccato. Insomma, il leccaculo si adopera attivamente per dimostrare il proprio stato di sottomissione all’altro soggetto della relazione, che si sentirà così più forte e sicuro di sé, perché capirà che il leccaculo gli sta mandando dei segnali di sottomissione.

    Bene, una volta definito cosa vuole dire leccare il culo, bisogna chiedersi se il leccaculo è un semplice manipolatore che vuole ingraziarsi i favori di qualcun’altro per ottenere qualcosa in cambio – questo è in genere il senso dell’operazione – oppure se il leccaculo lo fa perché non ha altre possibilità, ovvero il leccato è in una posizione di superiorità gerarchica e pretende che i sottoposti gli lecchino il culo (altrimenti gli rovina la vita).

    Cominciamo dal primo caso, quello del lecchino – detto a volte anche linguetta – che lecca il culo per ottenere risultati molto precisi: un avanzamento di carriera, per esempio. Il questo caso, il lecchino sa di avere di fronte un capo debole e insicuro, che prova gusto, piacere e soddisfazione nel vedere il proprio dipendente prostrasi davanti a lui.

    A molte persone – un po’ coglione, verrebbe da dire – dà un senso di sicurezza avere di fronte un leccaculo, perché ritengono di tenerlo in pugno, di potergli fare quello che vogliono, quando invece in realtà sono l’oggetto passivo di una manipolazione.

    In questo caso, il lecchino riuscirà a passarvi davanti – sul posto di lavoro, ma anche con la ragazza alla quale state facendo la corte – perché sa come manipolare l’interlocutore. Detto in confidenza, ci sono buone probabilità che il leccato, in questo caso, sia una persona debole e insicura, che rischia che poi qualcuno lo faccia fuori, proprio sfruttando la sua incapacità di non capire che qualcuno lo sta manipolando.

    In realtà, credo che molti dei leccati sappiano benissimo cosa gli sta succedendo, ovvero si rendano conto di avere di fronte un leccaculo.  Anzi, ci sono molte persone che vogliono attorno solo leccaculi, perché li ritengono più affidabili di coloro che sono ugualmente gentili e cortesi, ma hanno anche l’abitudine di dire cortesemente quello che pensano, perché  non ritengono che l’onestà intellettuale sia un delitto.

    Il problema è proprio questo: il leccaculo non dice mai quello che pensa, perché vuole solo compiacere l’interlocutore, mentre l’onesto esprime le sue opinioni, a costo di dire qualcosa di sgradito all’interlocutore.

    Ci sono situazioni – lo so benissimo – in cui sono tollerati solo i leccaculi, ma in genere si tratta di organizzazioni disfunzionali, dove l’assenza di pensiero critico porta sempre al fallimento. Pensiamo alla Corea del Nord, per esempio. Nessuno dà torto a Kin Jong-Un per non essere sbranato dai cani (pare che sia un modalità con cui vengono eseguite le sentenze di morte). Ma il PIL della Corea del Nord è il più basso di tutto il mondo.

    Insomma, dove il sistema non tollera la libertà di pensiero e di opinione, ma esige che tutti tirino fuori la lingua per dare ragione al capo, quel sistema è destinato al fallimento, sia esso un paese o un’azienda. Se quei paesi o quelle aziende non falliscono, è perché ricevono sussidi (la Corea del Nord accetta gli aiuti alimentari, altrimenti sarebbero tutti morti) o sono in una posizione di mercato protetta (monopolio, eccetera)

    Nei paesi, nelle aziende o nei partiti sani, il dibattito e la discussione sono tollerati, anzi sono stimolati, perché solo la libertà porta alla prosperità e al successo economico.  Nei regimi, nelle aziende e nei partiti dove si tollerano solo leccaculo, e dove i leader richiedono ai sottoposti di mettersi in una posizione apertamente remissiva e subordinata, prima o poi arriveranno insuccessi e fallimenti.

    Per concludere, bisogna evitare di leccare il culo, anche se in certi casi è il solo modo di sopravvivere. Ma bisogna anche capire che se qualcuno vi chiede di leccargli il culo, costui è probabilmente un idiota destinato a fare una brutta fine. Ma bisogna anche scoraggiare tutti quelli che dovessero cercare di leccarvi il culo, perché credono di potervi manipolare con quattro complimenti e l’occhio umido da cocker.
    Se però siete in una situazione in cui non potete evitare di leccare il culo – perché se no vi licenziano – sappiate che, nel lungo periodo, i vostri capi porteranno quell’azienda al fallimento (a meno che non sia un’azienda protetta).

    Meglio essere delle brave persone, oneste e sincere. I dittatori non muoiono quasi mai nel loro letto e i cattivi manager vengono licenziati. Credetemi, alla fine i coglioni finiscono male. E chi si fa leccare il culo, non è mai una persona intelligente. 

    Contrassegnato da tag , , , ,

    Netflix peggio dell’eroina

    Mi ricordo benissimo gli anni in cui la televisione non era ancora digitale, perché dopo le dodici di sera trasmettevano solo filmacci tirati fuori da qualche scatola di pellicole dimenticate nei magazzini.

    La televisione di notte era il deserto, così come lo era anche di sabato. A nessuna persona di buon gusto sarebbe passato per la testa di sedersi davanti alla Tv, il sabato sera, a guardare una delle schifezze nazionali a base di gag bollite, ballerine con le calze elastiche e consimili porcherie.

    Insomma, prima di Netflix era possibile considerarsi allergici alla cattiva qualità della robaccia trasmessa in televisione. Senza dimenticare il fatto che dovevi vederla alle ore fissate dagli altri, e non da te. Il film di venerdì alle nove e un quarto, il mercoledì alle dieci e mezza, eccetera. Al punto che c’eravamo dotati tutti di un videoregistratore, perché quando non ce la facevi più – avevi sonno – e volevi andare a letto, registravi la fine del film.

    Paleolitico superiore, pleistocene, mesozoico. La mia televisione è finita in cantina – letteralmente – anni fa, anche per impedire al figlio intossicato di cartoni animati di vedere la pubblicità di Italia Uno sui giochi della Mattel (che poi voleva comprare).

    La pace dei sensi e delle immagini è durata solo un paio d’anni, perché poi ho cominciato a scaricare film da Internet o guardarli in streaming. Tutto piratato, naturalmente, di pessima qualità, con i pixel grandi un centimetro, ma già molto vicino al concetto di televisione on demand, e cioè “guardo quello che voglio, quando voglio io“.
    Senza pubblicità, senza dovere fare quell’antiquatissimo zapping tra canali per non vedere lo stesso cazzo di spot quattro volte, mentre cercavi di scoprire come finiva un film. Roba delle caverne, a pensarci adesso.

    E poi è arrivato Netflix. Avevo già fatto in tempo a vedere Breaking Bad su non so quale schifoso sito di streaming, ma con Netflix me lo sono rivisto tutto, sul Pc, godendomi la qualità dei server a pagamento. E poi ho perso serate intere a guardare documentari, film, una montagna di serie, sempre con un solo e unico obiettivo: riuscire a spegnere il computer!
    Non riuscivo a non sbirciare anche un pezzettino della puntata successiva, e poi magari la guardavo tutta. Senza dimenticare Amazon Prime, gratis, che prometteva – e promette ancora – altre delizie, tutte confezionate in serie di dozzine di puntate.

    Finalmente potevo scegliere quello che mi pareva, ero LIBERA! Potevo cambiare film, stufarmi di un documentario, provare a dare un’occhiata allo spettacolo di un comico americano, cominciare un film che cercavo da anni per poi magari scoprire che mi sembrava “vecchio”, e che magari potevo cercarne un altro che mi piacesse di più.

    Non so più quanti anni siano passati così, credo dal giorno in cui Netflix è arrivato in Italia. Anni che adesso mi sembrano tutti uguali, perché le serate di binge watching si assomigliano tutte, indipendentemente da quello che guardi.

    Adesso mi sono data il buon proposito di non superare l’ora al giorno. E poi ormai ho già guardato tutto. Netflix non riesce a produrre abbastanza nuove serie per soddisfare il suo pubblico di eroinomani. Che vogliono stare dieci di ore di fila davanti al Pc – o la televisione – liberi di guardare quello che gli piace, senza pubblicità, per tutto il tempo che vogliono.

    Ho letto da qualche parte che uno dei dirigenti di Netflix ha detto che: “L’unico nemico di Netflix è il sonno“. Nemico contro il quale ho combattuto ferocemente, perché volevo guardare, all’infinito, le serie meravigliose di Vince Gilligan, senza che finissero mai.

    Bene, adesso ho deciso di trovare la forza di fare tutte le sere una passeggiata dopo cena, e penso che mi piacerebbe avere un cane da portare a spasso.
    La disintossicazione è cominciata. Dio solo sa se durerà.

    Contrassegnato da tag ,

    Il canone in bolletta: to be or not to be?

    Non ho la televisione, PER DAVVERO. Perché, quando mio figlio era piccolo, aveva un unico grande obiettivo: passare le giornate a guardare i cartoni su Italia Uno.

    Canticchiava sempre “Italia Uno…”, ed ero arrivata al punto sentire la musichetta di quel Jiingle mi mandava in bestia.

     

    Fino a quando, una sera, non avevo preso una vecchia spazzola per i capelli con un bel manico duro, e avevo spaccato lo schermo della televisione a colpi di manico.
    Robe da pazzi – è vero – ma almeno avevo smesso di sentire quel Jingle.
    Mio figlio ha dovuto imparare a usare un computer – l’unico strumento dotato di uno schermo, presente in casa – per vedere i cartoni animati (e sono arrivate nuove dipendenze).
    Ma il discorso che vorrei fare non riguarda quei bei colpi di spazzola dati alla televisione, ma la la televisione in quanto tale, e cioè l’apparecchio rotto che avevo portato in cantina.
    Il vecchio Tv se ne stava lì da solo, in cantina, mentre io continuavo a pagare il canone
    Fino a quando, un bel giorno, mi sono informata. Per smettere di pagare il canone bisognava mandare una raccomandata alla RAI che conteneva la ricevuta di un vaglia per una somma di circa 10 euro, in cui chiedevo alla RAI di venire a ritirare il mio vecchio apparecchio, che giuravo di non usare più.
    Era stato complicato, ma ce l’aveva fatta.
    Per UN ANNO sono riuscita a non pagare il canone della RAI, che tra l’altro non guardavo mai.
    Nel frattempo, la mia vita era cambiata, perché era arrivato Netflix, per il quale pago VOLONTARIAMENTE il canone mensile (ma non voglio parlare di Netflix).

    Il punto è che un bel giorno il canone è stato infilato nella bolletta della luce. E la mia vecchia dimostrazione di innocenza (la raccomandata in cui giuravo che la mia televisione era rotta) non è valsa più. Era necessario inviare una nuova raccomandata alla RAI in cui dicevo che non avevo la televisione, consapevole del fatto che se un ispettore (della RAI o delle agenzie delle entrate) fosse venuto a farmi visita a casa mia, sarei stata ritenuta PENALMENTE colpevole di aver mentito alla stato italiano.

     

    Non so quale fosse l’ammenda – cento colpi di nerbo in Via Teulada, in diretta – ma siccome ero sicura di non avere più un apparecchio televisivo a casa, ho deciso di rischiare i colpi di nerbo, e ho mandato la raccomandata.

    Pensavo che fosse sufficiente mandare UNA sola raccomandata, per poi avvisare la RAI quando avrei comprato una nuova televisione, ma così non era.
    Bisognava mandare una raccomandata TUTTI gli anni, se volevi non pagare il canone della RAI. Allora mi sono arresa: “OK, PAGO IL CANONE, AVEVO VINTO VOI!“.

    E ho smesso di oppormi all’iniquo balzello, anche se in un paese civile, il cittadino paga i servizi di cui usufruisce. E se non vuole guardare i canali televisivi nazionali, perché non gli piacciono, ha il diritto di non farlo (e non pagarli).

    Peccato che in Italia, la legge preveda che la semplice possessione di una televisione faccia di noi degli spettatori d’elezione dei programmi della RAI.
    In particolare di quei terribili TG Nordcoreani dove vengono narrate le gesta del Presidente del consiglio di turno.

    Vengo al sodo: è stata di Renzi l’idea di infilare l’odiato balzello del canone nella bolletta, perché così lo avrebbero pagato TUTTI. Ed è stata una pessima idea, almeno dal suo punto di vista, perché gli ha sicuramente sottratto consensi e simpatie, così com’era stata la tassa sul macinato di Quintino Sella. Che aveva dato il colpo di grazia all’odiato governo della Destra Storica.
    Bene, Renzi ci ha messo un annetto, ma alla fine lo ha capito: quella tassa infida, infilata in una bolletta, comminata per il semplice fatto di possedere una televisione non era piaciuta agli italiani.
    E cos’ha fatto, allora? Con un colpo di genio e un colpo di reni, Renzi ha dichiarato (tre mesi prima del voto) che il PD è sempre stato favorevole all’abolizione del canone, una tassa iniqua!
    Perdindirindina, gli ha fatto eco Orfini (presidente del PD), l’idea di abolire il canone RAI è una proposta storica del PD! Peccato però, come aveva poi aggiunto Renzi, che eliminare il canone della RAI significherà trasferire 2 miliardi all’anno alla RAI, con una spesa pubblica che è già di 830 miliardi. Miliardo più, miliardo meno…
    Ma bando alle ciance: cosa sono due miliardi di spesa in più?
    Renzi e Orfini mi hanno convinto. Voterò per loro, perché così non dovrò più andare in Posta a fare la raccomandata annuale per dire che non posseggo una televisione (poco importa che non guardi la RAI).
    Anche se poi dovremo sborsare – tutti quanti noi italiani – altri due miliardi di euro per guardare Romina e Albano a capodanno che cantano “Felicità”.
    Per favore, voglio una campagna elettorale più dignitosa. Questa fa schifo.

    Il rimpianto digitale per i morti

    Sì, è una delle mie ossessioni: cosa ne sarà di tutto quello che ho scritto sul web e di tutte le email che ho mandato, dopo che sarò morta?

    Immagino che i miei post su Internet resteranno impressi su qualche server indonesiano ancora per qualche anno, mentre invece le mie email dureranno di più. Perché resteranno nelle caselle di posta di chi le ha ricevute. E forse, qualcuno di quelli a cui ho scritto in tutti questi anni, andrà a rileggerle, di tanto in tanto, come faccio con le email che mi hanno lasciato in eredità un paio di amiche che se ne sono andate.

    Ogni tanto rileggo quello che mi hanno scritto, e la mia tentazione è di cliccare su “Rispondi”: chissà che da qualche parte non ci sia un server collegato con i trapassati, che continuano a rispondere alle email anche dal Regno dei Morti?

    Insomma, la scia digitale che oggi lasciamo sul web è così ontologicamente reale da farti venire il dubbio che i morti siano veramente morti, e non si siano invece spostati in una realtà virtuale separata, ma pur sempre reale, con la quale è possibile comunicare. Se solo sai come fare…

    Mi sembra che morire sia diventato meno probabile e plausibile da quando esiste un nostro doppione digitale in giro per il mondo, che appunto ci sopravvive.

    Non sto dicendo nulla di nuovo, c’è addirittura un episodio di una serie di Netflix (San Junipero, Black Mirror), in cui le due protagoniste hanno programmato di restare vive in una specie di capsula temporale-digitale anche dopo la morte, e sono in grado di capire e ricordare la differenza tra essere vive per davvero e trasformarsi in doppioni tecnologici dopo la morte. In San Junipero, la vita continua anche dopo, e il Paradiso è fatto di bit che ti consentono di credere di essere ancora vivo.

    Le serie su Netflix sono solo un passatempo e nessuno potrà più usare la mia casella di posta dopo che sarò morta o accettare le amicizie su Facebook, o stabilire nuovi collegamenti su Linkedin.

    Certo, essere morti significa soprattutto non godere più della vita, degli amici, dei figli, delle passeggiate in montagna quando lasci le orme nella neve (che fa “cric”) o dei tramonti lombardi in cui il cielo esplode di rosso.

    Ma essere morti significherà anche non rispondere più alle email dei nostri amici e scomparire da tutte le conversazioni digitali nelle quali siamo stati ingaggiati, sia on le persone che conosciamo che con gli sconosciuti.

    Ecco, la verità è che morire è diventato più difficile. Vorrei restare viva su un server – magari in Nevada – e continuare a controllare la mia corrispondenza su Gmail…

    Contrassegnato da tag