Felicemente stronza: ce l’ho fatta!

Detesto gli stronzi cattivi: quelli che praticano l’odio emotivo, rancoroso, e che si divertono a stuzzicare la persona che fanno oggetto dei loro attacchi.

Mi ricordo di un ex-collega al quale non ero simpatica, forse solo perché lui non era simpaticissimo a me. Io però mi limitavo ad avere poco da dirgli, mentre lui invece faceva di tutto per coinvolgermi in conversazioni apparentemente molto affettuose – e io mi lasciavo abbindolare – per poi cominciare a insultarmi con il sorriso sulla bocca.

Lo stronzo mi diceva cose orribili – sorridendo – per farmi saltare i nervi, cosa che succedeva con regolarità. Io perdevo la testa e sbavavo di rabbia, perché lui era un maestro della tecnica passivo-aggressiva, che serve a mascherare un attacco, deprivandolo degli aspetti violenti e aggressivi, così che l’altro faccia cadere la guardia, e tu possa colpirlo ancora più profondamente.

Alla fine, al passivo-aggressivo non ho più rivolto la parola, anche se in ufficio eravamo seduti di fronte. Lo ignoravo.

L’unica cosa che facevo, con la complicità della mia vicina di scrivania, era di fingere di vomitare nel cestino quando lui riceveva delle telefonate.
Bastava che squillasse il suo telefono, e la mia vicina di banco mi passava il cestino della carta straccia. Io facevo finta di vomitare nel cestino – anche molto rumorosamente – e appena lui metteva giù, la mia amica posava il cestino, e io mi ricomponevo.
E lui non diceva nulla: faceva finta di niente. Non aveva il coraggio di dire: “Ehi, lo so che mi prendi per il culo. Perché non la smetti?”:
No, era capace solo di infilare il coltello nel costato di uno voltato di schiena, ma temeva la battaglia aperta, non sapeva rispondere allo scherzo o chiedere una tregua.

Noi aspettavamo che uscisse dalla stanza, e poi ci sganasciavamo: RIDEVAMO di lui, povera piccola merda passivo-aggressiva.

Non è che vada fiera di aver fatto finta di vomitare in faccia a un cretino per un paio d’anni, ma quello che voglio dire è che detesto l’odio: non è un bel sentimento, anche perché in genere rovina la vita a chi lo prova, e non a chi lo suscita.

Insomma, tutte le volte che capisco che c’è qualcuno che mi sta sul cazzo, ho sempre cercato di non cadere nella trappola della rabbia verso lo stronzo dispettoso che desidera che tu provi per lui dei sentimenti, l’odio, appunto, che sono pur sempre dei sentimenti, e quindi stabiliscono una forma di legame con la povera merda (in genere solitaria, perché nessuno frequenta gli stronzi).

No, verso lo stronzo – esistono! – io non provo nulla, ma ritengo lo stesso di aver il diritto di fargli passare qualche brutto quarto d’ora, DIVERTENDOMI, se possibile.

E così aspetto. Aspetto l’occasione d’oro, quella in cui lo stronzo appoggerà il capino sulla ghigliottina, da solo, senza neanche capire che cosa sta per succedergli.

Sono capace di aspettare molto a lungo, pur di trovare una buona occasione.
E oggi è arrivata!
Non posso dire di più perché esiste il codice penale, ma ho restituito con gli interessi un anno intero di piccole e presuntuose cattiverie (da me subite con dignità) a una minus habens che parla della sua menopausa davanti alla macchinetta del caffè, come se fosse l’UNICA donna al mondo ad essere entrata in menopausa, e come se la menopausa fosse una scusante per la cafonaggine variamente dimostrata in una serie infinite di occasioni.

Ecco, non voglio dire che non sono simpatetica con le tempeste ormonali dei cinquantanni, ma gli ormoni non hanno un rapporto diretto con l’etica: “Se ho gli ormoni sballati, sono stronza, scusa, colpa degli ormoni”.

Ma non considero la menopausa alla stregua di una MALATTIA che potrebbe scusare chi ne soffre, se in qualche momento perde un po’ la testa e fa il cafone.

Ebbene, oggi, la signora in questione mi è finalmente capitata tra le mani, mentre ero sufficiente felice per essere stronza in un modo molto cool:  serena e tranquilla l’ho fatta a fette, con la mano ferma e decisa. Le ho detto un paio di cosette che mi ero preparata da un bel po’ e che sapevo l’avrebbero stesa per benino.

Sono rimasta serena fino all’ultimo goccio di cicuta che le ho fatto ingoiare. Ero così pacifica che l’ha ingoiata tutta. Poi è tornata nella sua stanza, da sola.
Dove non aveva un’amica che le teneva il cestino mentre faceva finta di vomitare.
No, cosa c’è di più bello di un’AMICA che fa con te dei meravigliosi scherzi da prete?

Gli stronzi sono soli, gli sfigati (come me), invece, hanno sempre tanta bella compagnia.

 

 

 

 

Omicidi in Croazia (invece delle chiappe al vento)

omicidi plakat

Non credo nelle coincidenze: tout se tient.

La Croazia è lo stato dove mi sono coraggiosamente spogliata – nudo integrale – per venire ammessa in un campo naturista. Ad un’età in cui le mie chiappe non erano poi così freschissime. Ho mostrato coraggio, soprattutto nei confronti di mio figlio che detesta il naturismo, i nudisti e vedere la mamma nuda.

E oggi, sempre l’amata Croazia, anzi l’Istria per l’esattezza, sta per ospitare la rappresentazione teatrale di Omicidi in pausa pranzo, libro già gloriosamente dimenticato e che che ha venduto molte più copie online – su Amazon – che non con la Mondadori.

Un’eroina – il suo nome è Paola Galassi – lo aveva trovato (per puro caso, I suppose) in una libreria e lo aveva comprato, nell’estate di un paio di anni fa. Paola lo aveva letto e mi aveva scritto un’email per comunicarmi che il libretto non le era dispiaciuto. E le sarebbe piaciuto portarlo in scena.

Confesso con piena e umida umiltà che l’avevo considerato un GRANDE onore. Paola è stata la regista teatrale di attori importanti e ha scoperto (sì, per davvero) molti attori comici italiani. Insomma, era un buon segno se aveva trovato il libro divertente… Non sono un tipo troppo entusiasta di se stessa e mi fa stupisce sempre se qualcuno mi dice che NON ho scritto una schifezza.

Bene, da quel dì è passata molta acqua sotto i ponti (espressione banale, lo so), ma Paola ha dovuto battersi con tutte le sue forze per portare il libro di una VERA sconosciuta a teatro, in tempi in cui il teatro non se la sta passando benissimo.

E la città dove il 28 aprile l’opera da lei adatta verrà rappresentata è FIUME!

Il Teatro della Casa Croata di Cultura darà alla luce la versione REALISTICA di Omicidi in Pausa Pranzo, grazie al Dramma Italiano, l’unico teatro stabile italiano FUORI dall’Italia, diretto dal simpatico signore con la pancetta e la parrucca grigia – Giuseppe Nicodemo – che farà la parte del padre di Francesca.Omicidi_-Rosanna-Bubola-Paola-Bonesi-Gualtiero-Giorgini-Rossana-Carretto-Giuseppe-Nicodemo-Marcello-Mocchi-715x575

Questi gli attori in posa, col cadavere di uno dei tanti colleghi morti (strangolati dal serial killer aziendale) che spunta tra le loro gambe.

Mai come adesso il problema di liberarsi degli impiegati illicenziabili è stato così sentito, anche perché nessuno sembra disposto a mandarli in pensione. I soldi dell’INPS sono finiti e anche io dovrò lavorare fino a 69 anni e 9 mesi.

Un impiegato assunto con i vecchi contratti (passati di moda) costava moltissimo alle aziende, ed era protetto dall’articolo 18. Era cioè illicenziabile. E lo è rimasto perché il vecchio statuto dei lavoratori non è cambiato per chi è stato assunto prima del 1 gennaio 2015 (anno in cui è entrata in vigore la nuova legge, il Jobs Act).

Avevo immaginato – già molti anni fa – che ci fossero modi più veloci per liberarsi degli impiegati meno graditi, visto che non era possibile licenziarli. Metodi ancora consigliabili nei casi più difficili, visto che in Italia ci sono ancora circa 10 milioni di lavoratori coperti dall’Articolo 18.

Sono proprio loro che rischiamo di finire con una corda bianca al collo, morti stecchiti, in qualche corridoio secondario dell’azienda per cui lavorano….

 

 

 

 

 

La vita (digitale) dopo la morte

Sta succedendo qualcosa di strano: la tecnologia digitale ha fatto enormi passi avanti rispetto alle parallele scoperte della medicina in questi anni.

Un byte lanciato su qualche server in Indonesia può continuare a girare sulla macchina per chissà quante altre decine di anni, prima che qualcuno si decida a cancellarlo.

I padroni del web dovranno inventare delle “scope digitali” per pulire i dati lasciati dalle generazioni che moriranno,  e per lasciare spazio ai dati di quelle che ci succederanno.

Un byte è per sempre, per parafrasare le frasi cioccolatinose dedicate all’amore. Ma la nostra vita si è allungata solo di un paio d’anni – credo – durante la rivoluzione digitale. E forse c’è addirittura il rischio che la nostra speranza di vita si possa accorciare, grazie alle schifezze che mangiamo e respiriamo. Tumori e condizioni ambientali sono strettamente collegati. Ambienti più inquinati = aumento dei tumori.

Ecco: la rivoluzione tecnologica ha reso più difficile credere che sia possibile morire.  Abbiamo un profilo su Android che si tramanda di cellulare in cellulare. Ormai non c’è più bisogno di importare i contatti. Google lo fa per noi.
Le mie foto sono su Dropbox. Ho caricato una app che si chiama Magisto e che compone da sola dei filmatini dalle foto che scatto sul mio cellulare.

Per la prima volta nella storia dell’uomo, le nostre storie piccole e private sopravvivono alla nostra morte. Senza Facebook, la storia poteva essere scritta solo da chi era grande e famoso. Adesso ognuno di noi impiastra con le proprie foto i server di Facebook nel Nebraska.

La differenza fra chi è famoso e chi non lo è, si può ricostruire con un algoritmo: quante volte compare la ricerca del suo nome sui server di Google.

E così, anch’io, sto disseminando i server di mezzo mondo di prove ontologiche della mia esistenza. Ma tra vent’anni potrei essere cosi’ indementita da non ricordare non dico la mia password, ma neanche il mio nome.

I nostri cervelli sono molto più mortali di quanto non siano stati in grado di creare. E questo mi fa uno strano effetto. Vorrei poter rispondere alle mie email anche dopo che sono morta: anzi, non capisco come non sia possibile farlo.

C’è una serie televisiva inglese che ne parla, Black Mirror. In un episodio che si chiama “Torna da me”, un ragazzo muore e la sua fidanzata ne ordina una copia bionica. Il clone di plastica ha impiantato nei circuiti cerebrali i post lasciati sui social network dal ragazzo morto.  E gli assomiglia molto. Episodio consigliato. Anche a chi non scrive di sci-fi.

Mi sono fermata

Sono assolutamente certa di aver sofferto di una dipendenza dal web, durata almeno un paio d’anni.

Per quasi due anni ho passato tutte le sere davanti al PC con l’obiettivo di pubblicare i miei libri su Amazon, e poi di promuoverli.

Ho scelto, nel 2012, di assumere una prima falsa identità – ero Nora O’Dublin – e poi ho buttato tutto via per ricominciare con un altro nome, quello che uso adesso.

Per due anni ho lavorato furiosamente, senza quasi mai fermarmi. Alla fine, uno dei miei libri è stato pubblicato da Mondadori, ma quando è successo, ero veramente troppo stanca per godermi la cosa. Anche perché, durante il lancio del libro, ero troppo occupata a seguire il mio blog e a rispondere alle persone che mi scrivevano.

Poi, non so bene come è successo, ma a un certo punto ho pensato che non avevo più niente da dire.

Non so bene quando è successo, ma dopo due anni in cui davo consigli a destra e manca su come promuovere un libro sul web e dissertavo di tutto – dalla solitudine alle politiche di Renzi sul mercato del lavoro – ho avuto la nettissima impressione che le parole se n’erano andate.

Le parole mi avevano lasciato e io non avevo più quell’abbondanza di opinioni con la quale mi ero lanciata sul web qualche anno prima.

Per me era arrivato il momento di ascoltare. Di leggere. Quello che scrivevano gli altri.

Anzi, mi sembrava che non mi sarebbe mai bastato il tempo per leggere tutto quello che volevo: dai libri ai post su Facebook. Dagli articoli di giornale ai Tweet delle persone che seguivo.

Non so, credo che anche l’ansia di restare aggiornati sia una forma di dipendenza, perché potrebbe valere anche per il desiderio di aggiornamento il motto dell’Anonima Alcolisti: “Uno è niente, e mille sono pochi”.

Solo un alcolista capisce che cosa vuole dire. Quando hai smesso di bere, se ricominci a farlo, un solo bicchiere sarà tanto, perché entrerai nella fase in cui mille bicchieri sono pochi: berrai fino a quando non stramazzi a terra, morto di alcol.

L’alcolista non si ferma: non è capace di bere solo tre bicchieri di vino, e poi non bere più fino al prossimo pranzo e alla prossima cena. L’alcolista beve fono a quando sverrà, o vomiterà, o sarà così distrutto dall’alcool da non riuscire più a buttare giù un bicchiere.

Nella dipendenza c’è proprio questa caratteristica: non potersi controllare, non riuscire a decidere quando fermarsi.

Io mi sono fermata a scrivere le mie ovvietà sul blog, perché avevo capito che mi sentivo male se per più di qualche giorno non trovavo qualche nuovo argomento per i miei post. E ho cominciato a leggere quello che scrivevano gli altri. Ogni giorno ci sono centinaia di articoli che varrebbero la pena di essere letti, e poi ci sono anche amici sul web che scrivono cose interessanti sugli argomenti che mi interessano, e sui quali non vorrei perdere nulla. C’è in particolare un gruppo su Facebook che seguo e mi dispiace se mi perdo qualche post.

Ma anche qui non sono stata in grado di darmi una misura. Ho letto troppo. Insomma, a volte una dipendenza viene semplicemente sostituita con un’altra.

Il web dà dipendenza, sia il un ruolo “attivo” che in uno “passivo”. Le voci che parlano sono diventate infinite. E l’ascolto potenziale è un moltiplicatore dell’infinito: quanti infiniti ci vorrebbero per ascoltare un’infinita sommatoria di infiniti?

Sono ubriaca di web. Non lo controllo, ma ne sono controllata. Senza più l’esaltata passione di due anni fa, quando trafficavo senza requie.

E lo scorso Natale, invece di godermi le vacanze, mi sono chiusa in casa (ancora di più) a scrivere un libro. Così orribilmente triste da avermi lasciato con l’umore essiccato e disperato per almeno un altro mese. Il libro è rimasto nel cassetto. Non ho il coraggio di farlo leggere a nessuno. Non so cosa mi stia succedendo: non lo so per davvero. Sono in attesa di capirlo.

P.S. Il post è un po’ troppo intimista, ma se penso alla porcata dell’ITALICUM mi viene voglia di partire per Roma a bordo di un Panzerfaust. L’orrore della politica interna italiana sta superando i limiti del buon gusto e del buon senso.

 

 

 

 

 

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Gli immigrati che puliscono le cantine di Salvini

Salvini fa una campagna elettorale tutta giocata contro l’immigrazione e gli stranieri: il vero male che affligge l’Italia.
Forse non tutti si ricordano come nacque la Lega Lombarda: Bossi ce l’aveva coi romani: “Roma ladrona“.

Bossi ce l’aveva con la casta dei politici “romani” che si portava via i soldi del Nord. Vero o falso che fosse – il supposto ladrocinio ai danni del lumbàrd – ma gli immigrati allora Bossi non li nominava neanche.

Ce n’erano pochi in Italia, e non era possibile dargli la colpa di nulla. Oggi, invece, la Lega Lombarda, diventata nel frattempo Lega Nord, ha come pilastri ideologici la lotta contro l’immigrazione (clandestina, ma non solo) e le adozione gay.

Dunque, le adozioni gay in Italia sono vietate, ed è ragionevole pensare che il fatto che continuino o meno sia ad essere vietate sia un fattore secondario rispetto alla possibile ripresa economica dell’Italia.

Insomma, se Dolce e Gabbana decidessero di adottare un bambino, come Elton John, nella NOSTRA vita non cambierebbe nulla. Sarebbero, e resterebbero, cazzi loro.

Bene, ma cosa succederebbe se invece scomparissero gli immigrati, clandestini e non, che sono presenti e in Italia e sono anche un bel po’? Beh, la prima conseguenza visibile, a Milano, sarebbe che nessuno liberebbe più le nostre cantine dalla spazzatura condominiale.

A Milano, infatti, città di cantine e non di cortili, la spazzatura viene portata dai condomini nelle cantine, e gettata nei differenti bidoni (umido, indifferenziata, carta, eccetera).

Alle cinque del mattino, arrivano ragazzi peruviani, egiziani, marocchini, eccetera, che la raccolgono la NOSTRA immondizia all’interno di sacchi più grandi, e la portano davanti alle case, così che le vetture dei netturbini possano portarla via prima che noi ITALIANI ci svegliamo per fare la colazione col tè e due fette biscottate, perché stiamo sicuramente facendo una dieta ipocalorica e abbiamo paura di ingrassare troppo.

Bene, provate a immaginare che da Milano scompaiono tutti quelli che ripuliscono le nostre cantine; quanto credete che potremmo sopravvivere? Credete che la cantina di Salvini sia pulita da italiani, magari lombardi purosangue? O anche le pattumiere di Salvini sono raccolte e portate in strada dagli immigrati che lui vorrebbe cacciare?

In quanto tempo Milano verrebbe invasa dai vermi, prima che si trovi qualcuno – ragazzi italiani di vent’anni – disposto ad alzarsi alle tre del mattino per sei, sette, al massimo otto euro all’ora?

No, Milano verrebbe sommersa dai vermi come in uno dei film catastrofisti e fantascientifici che piacciono agli americani. Gli immigrati fanno i lavori che non vogliamo più fare noi – una banalità stranota, ma che andrebbe ripetuta ogni giorno -, e sono sicura che la maggior parte dei ragazzi che alle cinque del mattino si aggirano nelle nostre cantine, abbia un regolare contratto di lavoro.

Molti di loro, quando sono arrivati, però non ce l’avevano. Sono stati assunti lo stesso – in nero – generalmente da un datore di lavoro italiano, perché molte delle imprese di pulizia che lavorano per i condomini milanesi sono di proprietà di italiani.

Che sono bel contenti di assumere ragazzi immigrati in nero, perché così li pagano di meno: anche cinque euro all’ora, senza contributi. Il lavoro nero piace molto più ai datori di lavoro che non ai lavoratori, perché così COSTANO DI MENO. E se si ammalano, affari loro.

Ma tanto sono giovani, e si spera che si ammalino poco. Quanto a lungo potremmo sopravvivere senza gli operai senegalesi che lavorano nelle fabbriche venete?

Insomma, quanto a lungo potremmo sopravvivere senza i cinque milioni di immigrati che fanno lavori che non ci piacciono più?  Molto poco. Molto, molto poco. Ma non si può chiudere così il discorso sugli immigrati, perché sappiamo tutti che c’è anche un problema di ordine pubblico – furti nelle case, spaccio, piccoli delitti – dove viene impiegata mano d’opera straniera, e dove a volte la mano d’opera straniere è ben di più di semplice prestatrice d’opera.

La tratta internazionale di prostitute passa da molti paesi dell’Est Europa. Ma anche le bande che ripuliscono le nostre case – quasi nessuno in Italia NON è mai stato visitato da un ladro – arrivano spesso da lontano.

Bene, io credo che sia nell’interesse di tutti – primi tra tutti i cinque milioni di immigrati – liberarsi di quella quota di stranieri che delinquono, dando per scontato che le galere – in Italia – non sono un’invenzione recente, ma esistevano ben prima che arrivassero gli stranieri. E in galera ci andavano – e ci vanno ancora – anche gli italiani.

L’ordine pubblico è in mano a Polizia e Carabinieri. Che a me stanno simpatici. Per davvero. Non ho niente contro di loro, anche se li vorrei vedere che vanno in giro, che pattugliano le strade, che corrono in nostra difesa. Sono pagati – poco – per farlo, ma io vorrei che lo facessero! Ancora di più di quanto non succede adesso.

Roberto Saviano ha dedicato il suo ultimo libro ai carabinieri che lo scortano, e che dovrebbero scortare anche noi, cittadini comuni, contro i delinquenti, ma anche contro i mafiosi, i camorristi e tutti gli altri criminali nostrani di cui non va più di moda parlare.

Ma la Mafia non c’è più? Non la nomina più nessuno? E’ scomparsa? Io credo di no.

Chiudo con un’altra banalità: quella suprema. Molti degli immigrati non sono più stranieri, ma sono diventati cittadini italiani. Solo un quarantenne grassottello come Salvini, con la pelle biancastra e la pancetta che comincia a sfaldarsi sul ventre, può pensare di essere meglio di un senagalese di vent’anni, alto due metri, e capace di lavorare dieci ore al giorno in una fabbrica metalmeccanica della provincia di Padova.

Ma la sua è invidia? Io credo di sì.

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Con il Job Act, contratti di un giorno per tutti!

Mentre Varoufakis – il ministro greco delle finanze, più bello e anglofono che mai – riesce a ottenere quattro mesi di tempo per trattare sulle modalità in cui la Grecia restituirà i soldi che deve all’Europa, noi, in Italia, approviamo il Job Act.

Legge della quel sappiamo poco, perché mancano ancora le misure attuative, anche se i principi fondamentali sono abbastanza chiari e molto graditi dalla Confindustria.  Bombassei, vicepreseidente di Confindustria, ha infatti urlato al miracolo: così l’economia può ripartire, perché i padroni non avranno più paura di trovarsi un “lavoratore legato per la vita“.

Di fatto, l’unica vera novità del Job Act è che il licenziamento economico – che vuol dire tutto e niente, e quindi vuol dire qualsiasi tipo di licenziamento – verrà risarcito con qualche mensilità, da determinare in funzione del numero di anni per il quale un lavoratore è stato impiegato presso la stessa impresa. Le mensilità “di risarcimento” sono poche – 2 per ogni anno di lavoro – e non possono comunque essere più di 24.

Questo permette inoltre agli imprenditori di non correre più il rischio di finire in un tribunale quando licenziano qualcuno, e i licenziamenti hanno un costo certo: al massimo due anni di stipendio.

Tutte le altre “novità” sono panzane.

Vengono aboliti solo TRE dei contratti atipici, quando ne restano in vigore un’altra quarantina, e per le partite IVA non sono previste misure per alleviare il peso fiscale di chi è costretto ad aprirne una per lavorare.

L’UNICA misura favorevole alle nuove assunzioni con il “contratto” a tutele crescenti (quello per cui un licenziamento costa al massimo 24 mesi di stipendio) è che il governo taglierà i contributi agli imprenditori che assumono, nei prossimi tre anni, un lavoratore con il nuovo contratto.

Insomma, l’incentivo VERO del Job Act è quello di far pagare di meno il lavoro (agli imprenditori italiani), se la smetteranno di utilizzare i contratti a termine quando impiegano un lavoratore.

Oggi, infatti, l‘85% dei nuovi contratti di lavoro è “a termine”, e Renzi spera che con i nuovi sconti fiscali agli imprenditori, e con la garanzia di poter mandare a casa un lavoratore come e quando gli pare, le imprese italiane adottino la nuova forma contrattuale, impropriamente definita a tempo “indeterminato”.

Sarà interessante capire se la Confindustria italiana, alla quale il governo pagherà i contributi per i neoassunti nei prossimi anni, risponderà “positivamente” alla nuova legge sul lavoro.

Peccato che a Renzi, e alle nostre imprese, non venga mai in mente che se i lavoratori vengono pagati, spendono!
La “domanda interna” tiene in piedi le aziende del paese, imprenditori compresi.

Se invece, il lavoro è mal retribuito, l’economia va a picco, perché i “ricchi italiani” investono quote troppo alte dei loro profitti in prodotti finanziari. O portano i soldi in Svizzera, come dimostra lo scandalo “Falciani”.

Insomma, è meglio dare 1.500 euro al mese a dei poveri cristi che poi vanno a fare la spesa, che non ingrossare i profitti da capitale, che poi finiscono in un conto svizzero.

Non lo dico solo io, povera crista, ma anche Piketty, nel “Capitale nel XXI secolo”. Che non è un rivoluzionario ma un professore di università.

Ma sembra che in Italia – e qui sono banale – il buon senso sia passato di moda.

In favore di contratti che durano un giorno (ci sono anche questi!), benedetti dal Job Act.

Malinconici e depressi: così siamo diventati

Ho sempre trovato sgradevoli le generalizzazioni, tanto più quando si parla di italiani, o di greci, o di qualche altra categoria molto mal definibile, se non a prezzo di orribili generalizzazioni.

Ma non riesco a non pensare all’Italia e agli italiani come a un grumo doloroso e depresso.
Sono scomparse le buone notizie, non solo dai giornali, ma sembra persino dalle nostre vite private.
Non passa giorno che non senta qualcuno che mi racconta una storia triste e maledettamente vera.
Una persona cara che si è ammalata, un genitore anziano che sta male.
Non sono una bambina e i miei amici hanno i genitori che cominciano a invecchiare.
E nessuno di noi – i miei coetanei – ha veramente grandi motivi di gioia nella sua vita.

Ma sono anche tantissime le persone che incontro e che mi raccontano di avere perso il lavoro.
Anzi, se sono in coppia, magari è stato solo uno dei due ad averlo perso, e i redditi si sono dimezzati.
Le famiglie monoreddito sono poi quelle che rischiano di più: basta un soffio di vento più forte degli altri, e “Sei fuori!“, come dice dice Briatore (meglio Crozza di quello vero).

Nel frattempo, in questo mare di tristezza e lamenti, il governo ha approvato una legislazione sul lavoro che potrebbe causare ulteriori guai.
Il contratto a tutele crescenti, senza nessuna tutela per chi poi esce veramente dal mondo del lavoro, non potrà che avere come effetto quello di abbassare ulteriormente i consumi.

Oggi solo chi ha la ragionevole certezza di non vedere cessare le sue entrate (per un ragionevole periodo di tempo), può decidere di fare dei figli e comprare una casa col mutuo.
Insomma, si può investire sul proprio futuro, in Italia, solo quando hai la certezza di continuare a guadagnare una somma modesta ma stabile.

Chi mai farebbe un investimento su se stesso o la propria famiglia, quando l’incertezza è la condizione nella quale vive?

Sono banale, ma la paura nella quale viviamo ci rende ancora più fragili: accettiamo con molta passività la poca determinazione di una classe politica senza idee, se non quella di farci diventare “moderni”: e cioè più instabili, meno protetti, sottoposti a sperequazioni distributive che fanno solo male all’economia.

Una buona distribuzione del reddito, che favorisca chi LAVORA, porterebbe anche a una buona distribuzione dei consumi.
Briatore può comprarsi anche un paio di yacht, ma è meglio se andiamo tutti a fare la spesa e compriamo le cosce di pollo, la frutta e la verdura, scarpe e vestiti.

Insomma, anche per l’economia è più SANO avere una classe media che consuma, invece di pochi e inetti capitalisti che investono in (cattivi) prodotti finanziari.

Ma ormai l’oscurità di questa depressione nazionale sembra averci buttato tutti giù: siamo tutti mediamente depressi e poco allegri.

Pronti, quindi, ad arretrare ancora.

Basta, bisogna passare all’attacco. Non so cosa riuscirà a fare Varoufakis, il ministro dell’economia greco più sexy di Rocco Siffredi, ma almeno si sta BATTENDO.

Bene, per questa sera ho già detto abbastanza banalità…

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La fine del tempo libero

Non riesco a capire se la mia sia una percezione soggettiva, o se l’accelerazione che mi sembra di sentire nell’aria sia il risultato di un aumento delle informazioni disponibili, ormai impossibili da fruire nella misura che vorremmo.

Stanno succedendo eventi strani e terribili – la Francia messa sotto assedio da tre terroristi – e tutti i giorni si susseguono notizie orribili. Vorrei leggere tutto, sapere tutto, ma non riesco a finire tutti gli articoli che trovo sui giornali online. Ma ormai la quantità di commenti disponibili su una notizia sono infiniti, e mi sembra di non riuscire a leggere tutti i commenti che vorrei.

Sui giornali do anche un’occhiata ai commenti dei lettori sotto le notizie, per capire che aria tira. Ma a volte i commenti sono centinaia. Mi fermo dopo aver letto i primi dieci. E passo alla notizia successiva, altrettanto importante, della quale bisogna senz’altro essere informati.

Ma questo è il mondo delle GRANDI notizie, quelle che finiscono sui giornali. Poi ci sono le piccole notizie, quelle che vivono sui social network.

Curioso infatti tutti i giorni su Facebook per vedere cosa dicono le persone che conosco – che ho conosciuto sulla Rete – e qualche volta commento anch’io i loro post.

Sono sempre tesa per capire cosa sta succedendo – in Italia ma non solo – e “che si dice” su quello che succede, visto che ormai “si dice” solo sul web: le parole passano per i byte, e non più sulle bocche come succedeva fino a pochi anni fa.

Ma il web è una proxy dell’infinito: ci sono infinite notizie, infiniti commenti, infinite opinioni.

E ormai ho l’impressione che nel tentativo di stare al passo con l’infinito, ho finito il mio tempo.

Le mie giornate finiscono in fretta, senza che io abbia avuto qualche minuto di tempo libero, in cui non ho fatto niente.

Non ho letto, non ho commentato, non ho pensato.

Credo che ormai la fine del tempo libero sia un fenomeno che riguarda tutti, anche perché il web ha consentito di stabilire un’infinità quantità di connessioni e relazioni. E se sei anche solo un po’ curioso – nel senso più sano della parola – vorresti leggere tutto, sapere tutto e parlare – sul web – con tutti.

Forse sono i sintomi di una nuova forma di dipendenza: il bisogno di sapere “in tempo reale” di cosa succede e cosa “si dice” in giro.

Se è veramente una forma di dipendenza, allora ne soffriamo in tanti.

Provoca – la nuova dipendenza – una stanchezza cronica, dovuta all’eliminazione del tempo libero.

Bisognerà curarsi?

La tredicesima in fumo

Titolo banale per argomento più che conosciuto.

Faccio parte della lunga lista di connazionali che hanno rimandato i pagamenti fino al versamento dell’ultimo stipendio di dicembre, congiunto alla tredicesima. Naturalmente la somma non era uguale al doppio degli stipendi, perché al tredicesimo stipendio ne mancava un bel pezzettone.

Continuo con le banalità: sto pagando le spese di condominio, la retta scolastica di una scuola parificata dove mio figlio rimane fino alle sei di sera, e oggi sono uscita a comprare un paio di regali, di quelli che non si può evitare di fare (a mia madre, eccetera).

Risultato, mi sono già fumata quasi tutta la tredicesima senza neanche che mi passasse per la testa di farmi un giro di shopping. Premetto che non mi piace comprare vestiti, e che se potessi, andrei a lavorare col grembiule o una divisa, senza dovermi preoccupare di cosa penseranno i colleghi delle mie mises.

Il paradosso – banale anche il termine paradosso, lo so – è che oggi ho trovato un po’ “cari” i cetrioli all’Esselunga: 1,50 euro al chilo.

Insomma, affondo insieme a tutta la classe media, che adesso è medio bassa, e corro il rischio di trovarmi con un mutuo che non riuscirò a finire di pagare. Quando l’ho stipulato, dieci anni fa, non avevo previsto che non avrei più avuto aumenti di stipendio, che non avrei più cambiato di lavoro, e che l’economia italiana si sarebbe fermata.

Oggi  la tesi diffusa è che dovrei essere contenta di avere un lavoro: devo provare un’immensa gioia per non essere stata licenziata.

Potrebbe andarmi anche peggio di così, perché c’è chi sta peggio di me, cosa di cui sono perfettamente consapevole.

Il punto è che il coefficiente di Gini in Italia continua ad aumentare. E’ un coefficiente che misura le diseguaglianze nella distribuzione dei redditi. E noi siamo, dopo la Gran Bretagna, il paese d’Europa dove vi sono le maggiori diseguaglianze nella distribuzione dei redditi. Parola del Sole 24ore.

Del mezzo pollo al giorno – in media – c’è quindi qualcuno che mangia molto più della metà, e qualcuno che ne mangia meno di un decimo. Si tratta di ricette – economiche – piuttosto disastrose, perché la grande crisi degli Anni ’30 fu preceduta da un’impennata dell’indice Gini. Il modello di consumo che ne deriva – quando il reddito è maldistribuito – è infatti profondamente malsano, anche da un punto di vista economico, perché anche i consumi sono di conseguenza maldistribuiti.

Meglio tanti piccoli consumatori con un budget decente che acquistano beni di consumo finali, che non invece le gioiellerie piene di signore che si regalano un collier per Natale.

Nella speranza che l’Italia esca dal pasticcio in cui siamo finiti, faccio gli auguri a quelli che stanno nei guai, perché di sicuro non si meritano i guai nei quali sono finiti.

La più grossa porcata contro i precari: i contributi silenti

I giornali stanno finalmente cominciando a scrivere dell’enorme PORCATA istituita nel 1996 contro i precari, che versano i contributi sui redditi percepiti a una gestione SEPARATA dell’Inps, in ATTIVO, concepita per rendere difficile o impossibile il riconoscimento dei diritti pensionistici ai precari.

Solo infatti i precari che hanno versato per un minimo di cinque anni il 27% di un reddito minimale contributivo di almeno 15.357 euro all’anno potranno avere diritto alla pensione, gli altri perderanno i contributi che hanno versato.

Inutile dire che i contributi versati a fondo perduto dai precari8 miliardi all’anno – vengono intascati dall’INPS e girati sulle altre gestioni in PERDITA: quella dei dipendenti pubblici – in perdita per 8 miliardi all’anno – e quella dei liberi professionisti – in perdita per 12 miliardi all’anno.

La gestione della cassa pensionistica per i lavoratori delle industrie private presenta invece un bilancio meno negativo: solo 1 miliardo di perdite all’anno.

Non sono un’esperta in materia di pensioni – non sono un’esperta di nulla – ma ricordo molto bene che il Partito radicale italiano aveva proposto anni fa una legge che prevedeva l’obbligo per l’INPS di restituire ai lavoratori precari tutti i contributi silenti da loro versati, ovvero quei contributi PERSI, perché non sono sufficienti per dare diritto a ricevere una pensione.

Naturalmente la proposta di radicali è finita nel cesso e l’INPS continua a papparsi i contributi dei precari – co.co.co., co.co.pro., venditori a domicilio, eccetera – che non danno diritto alla pensione, e che vengono utilizzati per pagare le pensioni degli impiegati (statali e privati) e dei liberi professionisti.

I precari sono quindi cornuti e mazziati due volte: la prima, perché non hanno gli stessi diritti e garanzie degli impiegati a tempo indeterminato (ferie, malattia, eccetera), e la seconda, perché con i loro contributi pagano la pensione agli impiegati, di cui io sono peraltro una rappresentante.

Non ho ancora letto il testo del Job Act approvato in Parlamento,  ma ho un’unica certezza: il decreto legge non prevede di certo la restituzione dei contributi silenti ai precari, perché Renzi e il suo governo stanno cercando di grattare via dall’INPS gli ultimi centesimi disponibili per offrire qualche ammortizzatore sociale agli italiani che stanno affondando sotto le nuove ondate di disoccupazione.

Il paradosso è quindi il seguente: ai precari vengono richiesti contributi fiscali che servono non solo a pagare la pensione agli impiegati ma anche a vedersi restituiti in qualche forma caritatevole – sussidi di disoccupazione, eccetera – i contributi che hanno versato.

Credo che molti precari non sappiano di essere cornuti e mazziati più volte, perché non sanno come funziona l’INPS, perché i loro interessi non sono rappresentati dai sindacati nostrani, e perché i precari sanno bene che iscriversi alla Gcil non è il modo migliore per farsi rinnovare il contratto.

Io sono un’impiegata e so bene di appartenere a una categoria di lavoratori privilegiati.

Anche se, come ho già scritto, spendere tutto il proprio stipendio per vivere non è un privilegio ma un beneficio per l’economia.

Il problema è un altro, ed è relativo alla distribuzione dei redditi, che favorisce sempre di più una minoranza di cittadini troppo ricchi per avere modelli di consumo “sani”.

Sono quell’1% della popolazione di cui parla Stigliz, premio Nobel per l’economia, che negli Stati Uniti guadagna il 25% del reddito nazionale.

Le economie nazionali non hanno nulla da guadagnare dalla presenza di cittadini troppo ricchi che investono in prodotti finanziari e yacht alla Briatore.

All’economia di una nazione fa più comodo avere una migliore distribuzione del reddito, a favore dei redditi da lavoro, perché i consumi del 99% sono migliori di quelli dell’1%.

Noi compriamo latte, burro e uova, come dice Caprotti, il padrone dell’Esselunga, che si è accorto di come i consumi degli italiani stiamo pericolosamente scivolando verso il basso.

Adesso però la chiudo con il pensiero profondo del giorno: è giusto restituire i contributi silenti ai precari ma non è corretto attribuire il peso del declino economico dell’Italia a chi guadagna 1.500/2.000 euro al mese con uno stipendio da impiegato.

L’unica soluzione sensata sarebbe difendere i redditi da lavoro contro quelli da capitale.

E questo governo non lo sta facendo. Punto.

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