Dieci regole d’oro per essere virali

La viralità può essere definita come il grado di successo di quello che pubblichi sul web e sui social network, che ormai sono sostanzialmente tre: Facebook per parole e foto, Istangram per le foto e Youtube per i video.
Twitter è un discorso a parte, perché più che un social network è un’agenzia di stampa gratuita per influencer. Lo lascio da parte per dedicarmi all’unico argomento che conosco: le parole.

Io sono vecchiotta (scrivo ancora…) e faccio delle foto di merda. Di conseguenza pubblico solo dei testi su WordPress, che poi condivido su Facebook. Quello che scrivo non è virale (non vado mai oltre i 30 like), ma uso il web per dire quello che penso, e della viralità me ne sbatto anche abbastanza i coglioni.

Non seguo quindi quelle che secondo me sono le regole MINIME per diventare virali (sto parlando di testi, non di foto o video), regole che provo ad elencare. Sono condizioni necessarie ma non sufficienti, perché non è detto che applicandole tutte, siano garantite le migliaia di like. Aggiungasi che per avere migliaia di like, bisogna avere una “Pagina” su Facebook, e non un semplice “Profilo Personale”, dove puoi arrivare fino a 5.000 amici. Con 5.000 amici puoi arrivare al massimo a 500 like, e poi, se vuoi continuare a crescere, devi trasformare il tuo profilo in una “Pagina” (si può), col rischio però di perdere visibilità (Facebook vuol far pagare le “Pagine” che si fanno pubblicità).

Provo a fare un elenchino di golden rules per riuscire ad essere virali.

    • TARGET SPECIFICO. Bisogna sapere a chi si vuol parlare. Il target deve essere molto definito. Faccio qualche esempio: le mamme. Tirano ancora tantissimo. Bisogna raccontare qualcosa di allegro sui propri figli e le lunghe giornate faticose, ecc. passate con loro. In realtà, non mi vengono in mente molti altri target così profittevoli come quelli delle mamme… Marco Montemagno (che spiega come avere successo nel digital) è uno che non scherza, ma lui ha viralizzato soprattutto su Youtube. Anyway, per diventare virali, bisogna restare sul proprio target: se il target è quello delle mamme, non puoi cambiare argomento. I tuoi lettori si aspettano che tu gli racconti la tua giornata dura ma in fondo anche buffa, eccetera. Devi stare TUNED sul tuo pubblico.
    • RACCONTARE SEMPRE UN PO’ DI CAZZI TUOI. I social network hanno la loro ragione d’essere nel fatto che le persone parlano di sé. Chi va su Facebook, lo fa per sapere qualcosa delle vite degli altri. Se cerchi notizie, vai sul sito del Corriere, se cerchi invece qualche momento di piacevole divagazione, dove magari dai un’occhiata alle foto dei tuoi amici e parenti, allora vai su Facebook. Insomma, se vuoi essere ascoltato su Facebook, devi parlare anche di te. Che non è un male, perché il mio scrittore preferito, Emmanuel Carrère, scrive dei libri in cui parte sempre da sé per raccontare qualcos’altro. Lo stile dei social non è quello di un’agenzia di stampa, ma è intimo, personale, perché nessuno si offende (su Facebook) se non parli dei mali del mondo.
    • SCRITTURA BRILLANTE, NON PIAGNUCOLOSA. Proprio perché Facebook ha una funzione ricreativa, vengono apprezzati i personaggi che sanno divertire chi li legge, anche quando parlano di cose serie. Natalino Balasso è sempre divertente, per esempio. Nessuno seguirebbe una pagina dove l’autore si lamenta, si straccia le vesti e piagnucola sulle sue sfortune.
    • SI PUÒ’ PARLARE DELLA MALATTIA. Sui social si può raccontare la propria malattia (molti postano le foto della chemio, ma quelle sono profili personali). Bisogna però essere ottimisti: si apprezza chi combatte, chi spera di farcela. Anche quando si è malati, bisogna evitare la lagna, che non è virale neanche nella vita vera (si sta più volentieri accanto a malati di buon’umore, che non a malati depressi).
    • POCHI POST BREVI, CHE SI LEGGONO IN POCHI MINUTI. Se vuoi essere aggiornato sulla guerra in Siria, vai su Foreign Affairs. E allora leggi anche un articolo di 10.000 battute. Ma col cazzo che leggi 100.000 battute di qualcosa su Facebook, qualsiasi cosa sia (non credo che siano ammessi post pornografici, che sarebbero gli unici capaci di tenere incollato qualche lettore alla pagina). Evitate soprattutto di fare cinque post al giorno, su tutto quello che vi passa per la testa. Non c’è di più noioso di venire bombardati da post stupidini, sullo stato d’animo del momento. Pubblicate poco e contenuti di qualità.
    • EVITARE LA POLITICA, SE POSSIBILE. A me sta sul cazzo Renzi, da sempre, cosa nota, peraltro, ma so che quando metto il suo nome in un post, le persone ci penseranno due volte prima di mettere un like, anche se adesso sta montando un’onda anti-renziana che non ha più paura di nulla (e vuole mandarlo a casa).
    • ESSERE INNOVATIVI E ECCENTRICI, SENZA ESAGERARE. Nessuno vuole leggere roba del tipo: “preferisco le catene alle gomme da neve”, oppure “la coca cola è buona con una fetta di limone”. Chi cerca follower deve avere quel minimo di eccentricità che li possa incuriosire. Quando ti divaghi, non vuoi sentire parlare del tempo, insomma, ma di roba meno pallosa.
    • SE HAI UNA FOTO, E’ MEGLIO. Meglio accompagnare i post con qualche foto, ma sempre di momenti intimi. Insomma, devi dare l’impressione a chi ti legge che sta entrando per davvero a casa tua.
    • NON USARE I SOCIAL PER FARE PUBBLICITÀ TRADIZIONALE. Questo è un errore gravissimo! Non si possono usare i social per invitare gli utenti a una presentazione di un libro o per invitarlo a comprare qualcosa. L’utente capisce subito se gli vuoi vendere un libro, per esempio, e si infastidisce. L’advertising deve essere diretto: “COMPRAMI IL LIBRO!”, e deve essere dichiarato come tale (mi sto facendo pubblicità…). Sui social devi raccontare storie (scusate, è un po’ banale), e se le storie che racconti sono carine, magari vendi anche il libro. Ma se hai una personalità sbiadita, e non racconti delle storie carine, il libro non te lo compra un cazzo di nessuno.
    • SE SEI GIÀ’ CONOSCIUTO, ALLORA VALGONO TUTTE LE REGOLE PRIMA. I profili dei personaggi pubblici, devono seguire le stesse regole: stile colloquiale, raccontare la vita personale, eccetera. Non cambia niente!
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    La “saggezza delle folle” = viralità

    Sul web non ci sono barriere d’accesso. Ognuno può pubblicare i libri che vuole, caricare su Youtube i video girati in garage con la band dei compagni di scuola, chiedere soldi per finanziare un progetto (il crowfunding), eccetera.

    Sono pochissimi quelli che riescono a “viralizzare” i loro contenuti, ovvero riescono a piacere a un grandissimo numero di persone. Col risultato che diventeranno famosi, e magari fonderanno un partito politico.

    In realtà nessuno sa qual è il segreto della viralità, ovvero nessuno di noi – preso singolarmente – è in grado di indovinare chi vincerà la competizione selvaggia tra i milioni di nuovi concorrenti, sdoganati dal web aperto a tutti.

    La “saggezza delle folle” è la teoria sociologica secondo cui la media delle risposte date da una folla di individui su un quesito si avvicina quasi esattamente alla risposta.

    L’esperimento che viene fatto sempre è quello di chiedere a un gruppo di individui di indovinare il numero di biglie contenute in un barattolo. La media delle loro risposte (se il campione è abbastanza esteso) è in genere molto vicina al numero di biglie contenute nel vaso.

    Se quindi Justin Bieber è riuscito ad avere milioni di visualizzazione su Youtube, prima di trovare un produttore, non vi era dubbio alcuno che avrebbe venduto milioni di copie delle sue canzoni e riempito gli stadi.

    Da questo punto di vista, il web ha sempre ragione. Se qualcosa diventa virale sul web, quel progetto o quel personaggio avranno successo anche fuori dal web, perché le “folle” hanno sempre ragione: capiscono se un prodotto o un autore funzioneranno.

    Questo non significa che a tutti debba piacere la musica di Justin Bieber, ma significa solo che Bieber avrà pubblico a sufficienza per riempire gli stadi. Potrebbe anche capitare che il nuovo Hitler nasca su Youtube, perché la viralità non è certo sinonimo di intelligenza e qualità.

    Ma è una cosa CERTA: chi fa un flop sul web, difficilmente avrà successo nel mondo reale (parlo sempre di progetti, artisti, autori, musicisti, eccetera).

    Ed è per questo motivo che il web fa un po’ paura. Perché se scrivi una canzone, la posti su Youtube e fai 400 clic, è probabile che la canzone faccia schifo per davvero.
    Non scherzo, lo penso sul serio.

     

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    Un algoritmo vi ucciderà

    Passo molte ore al giorno sul web a fare quello che fanno tutti. Leggo notizie, abbeverandomi da diverse fonti, e vado su Google per fare delle ricerche quando ho qualche curiosità da soddisfare. Uso il web anche per fare acquisti – utili o inutili, dipende – senza dover andare nei negozi, perché detesto lo shopping.

    Insomma, innocenti passatempo (le letture), o utili risparmi di tempo (gli acquisti online). Ordunque, Google sa molte cose di me, perché mi segue da molti anni e ha imparato a capire cosa mi piace. Quando faccio una ricerca, Google seleziona, tra i risultati, i link che potrebbero piacermi di più, sulla base delle mie passate esperienze.

    Senza dimenticare che Google vende pubblicità, e mi propone da giorni di comprare una pentola elettrica che sono andata a guardare su Amazon un paio di volte, anche se poi ho deciso di non comprarla perché non sapevo dove metterla. Persino Facebook mi fa vedere solo gli utenti che conosco tra quelli che hanno messo un Like a un post che sto leggendo.

    Non c’è nulla di nuovo in quello che sto dicendo, ma provate ad immaginare cosa succederebbe se tutti i dati raccolti su di noi fossero incrociati in un unico database, insieme ai dati raccolti da altre fonti. Come per esempio i record relativi alla nostra salute: esami del sangue, malattie in corso, eccetera. E pensate a cosa succederebbe se in questo enorme database fossero raccolti anche i voti di quando siete andati a scuola, le note di condotta scritte dai vostri insegnanti, e poi i risultati dei quiz di intelligenza fatti durante i colloqui di lavoro. A questi dati potrebbero venire aggiunti quelli relativi alle vostre esperienze lavorative, raccolti a cura dei vostri datori di lavoro.

    Si possono aggiungere altre decine di campi, compreso il nostro orientamento politico desunto da quello che scriviamo su social network. O una nostra eventuale attitudine a bere un po’ troppo, desunta questa volta dagli scontrini del supermercato. Oppure la nostra evidente promiscuità sessuale, rilevata dalla frequenza con la quale ci ammaliamo di malattie sessualmente trasmissibili.

    Ecco, se fosse possibile costruire un file come quello, contenente tutte le informazioni che ci riguardano e che oggi sono sparpagliate in giro per il mondo, sarebbe anche possibile decidere quando non siamo più UTILI, ovvero siamo diventati individui troppo costosi da mantenere, privi di ogni utilità sociale.

    Faccio un esempio. Proviamo a immaginare un Mario sessantenne, disoccupato da cinque anni, che beve troppo, fuma due pacchetti di sigarette al dì e passa le giornate chiuso in casa a guardare Netflix. Fino a quando, una mattina, Mario va dal medico perché ha una brutta tosse. Il medico gli fa fare una lastra, e scopre che ha un cancro ai polmoni. Solo in fase iniziale, per carità. Niente di terribile, anche perché adesso ci sono nuovi farmaci molto efficaci contro il tumore al polmone, che potrebbero salvare Mario da una morte certa.

    Il medico inserisce il referto della lastra – tumore in fase iniziale al polmone destro – sull’algoritmo che raccoglie da sempre i dati su Mario. E qual è la risposta dell’algoritmo? A Mario non verrà fornita nessuna cura, perché la vita di Mario non serve più a nulla.

    Ecco, questo è un esempio estremo di DITTATURA DIGITALE, dove un ente supremo, in possesso di tutti i dati che ci riguardano, avrebbe potere di vita e di morte. Questo ente supremo potrebbe essere un impersonale algoritmo, impostato per mandarci in un forno crematorio quando i valori rilevati da alcuni parametri superano la soglia critica ritenuta ammissibile.

    I valori da monitorare potrebbero essere non solo quelli sanitari, naturalmente, ma anche tutti quelli relativi alle nostre posizioni pubbliche e politiche. Se per esempio provassimo a fondare un sindacato dei lavoratori delle aziende di elettronica, perché dieci ore di lavoro al giorno sono troppe, l’algoritmo potrebbe decretare ugualmente la nostra morte. Siamo dei rompicoglioni: che se ne fa un’azienda di un sindacato?

    Bene, adesso arrivo al dunque. C’è già un paese nel mondo dove questa dittatura digitale è già stata attivata, anche se non portata alle estreme conseguenze dell’esempio del povero Mario. Questo paese è la Cina, dove Internet non è che una grande Intranet, dalla quale non si può uscire. In Cina non si può accedere a Google – sostituito da un motore di ricerca che si chiama Baidu e che è controllato dal governo centrale – così come non si può accedere a Facebook o WhatsApp. In Cina, per un post del cazzo come questo, potrei finire in prigione. In Cina i blogger del cazzo come me, vanno a marcire in prigione. E in Cina, i cinesi si limitano a fare TANTO shopping, e si guardano bene dal parlare di politica sul web. A meno che non siano dei martiri disposti a morire in prigione.

    Ecco perché credo che l’unica salvezza per la nostra residua libertà consista nella difesa dei dati che ci riguardano – la privacy – e nella difesa della libera concorrenza, anche se ce n’è sempre di meno, e nella lotta contro i monopoli, compreso quello di Amazon, Facebook, Google. Anche se su Google, Amazon, Facebook ci passo le giornate (lo so).

    E sono contenta di non vivere a Pechino, ma in Europa, dove posso scrivere stronzate in libertà. Ecco, la parola che mi piace ancora dire è proprio questa: libertà. Sembrano banalità, ma se non ci difendiamo, ne avremo sempre meno.

    Post to be continued. Altri pensieri in libertà in arrivo.

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    Fenomenologia del leccaculismo

    Il termine “leccaculismo” è forse più adatto per affrontare il fenomeno bidirezionale del leccare il culo. In genere, infatti, si pensa solo al leccaculo, e cioè  a chi agisce l’atto del leccare il culo. Ma io credo che non si possa fare un’analisi corretta del fenomeno del leccaculismo se non si pensa anche all’altro dei due soggetti dell’azione, e cioè a quello passivo – il “leccato“, colui che si fa leccare il culo – perché il leccato in certi casi è un soggetto persino più attivo del primo, il leccaculo vero e proprio.

    Intanto, bisogna dire due parole su come si lecca il culo. E’ un’attività di tipo manipolatoria, dove il leccaculo si rivolge al leccato in modi umili e complimentosi, con l’obiettivo di manifestare il proprio stato di visibile inferiorità a quello del leccato. Insomma, il leccaculo si adopera attivamente per dimostrare il proprio stato di sottomissione all’altro soggetto della relazione, che si sentirà così più forte e sicuro di sé, perché capirà che il leccaculo gli sta mandando dei segnali di sottomissione.

    Bene, una volta definito cosa vuole dire leccare il culo, bisogna chiedersi se il leccaculo è un semplice manipolatore che vuole ingraziarsi i favori di qualcun’altro per ottenere qualcosa in cambio – questo è in genere il senso dell’operazione – oppure se il leccaculo lo fa perché non ha altre possibilità, ovvero il leccato è in una posizione di superiorità gerarchica e pretende che i sottoposti gli lecchino il culo (altrimenti gli rovina la vita).

    Cominciamo dal primo caso, quello del lecchino – detto a volte anche linguetta – che lecca il culo per ottenere risultati molto precisi: un avanzamento di carriera, per esempio. Il questo caso, il lecchino sa di avere di fronte un capo debole e insicuro, che prova gusto, piacere e soddisfazione nel vedere il proprio dipendente prostrasi davanti a lui.

    A molte persone – un po’ coglione, verrebbe da dire – dà un senso di sicurezza avere di fronte un leccaculo, perché ritengono di tenerlo in pugno, di potergli fare quello che vogliono, quando invece in realtà sono l’oggetto passivo di una manipolazione.

    In questo caso, il lecchino riuscirà a passarvi davanti – sul posto di lavoro, ma anche con la ragazza alla quale state facendo la corte – perché sa come manipolare l’interlocutore. Detto in confidenza, ci sono buone probabilità che il leccato, in questo caso, sia una persona debole e insicura, che rischia che poi qualcuno lo faccia fuori, proprio sfruttando la sua incapacità di non capire che qualcuno lo sta manipolando.

    In realtà, credo che molti dei leccati sappiano benissimo cosa gli sta succedendo, ovvero si rendano conto di avere di fronte un leccaculo.  Anzi, ci sono molte persone che vogliono attorno solo leccaculi, perché li ritengono più affidabili di coloro che sono ugualmente gentili e cortesi, ma hanno anche l’abitudine di dire cortesemente quello che pensano, perché  non ritengono che l’onestà intellettuale sia un delitto.

    Il problema è proprio questo: il leccaculo non dice mai quello che pensa, perché vuole solo compiacere l’interlocutore, mentre l’onesto esprime le sue opinioni, a costo di dire qualcosa di sgradito all’interlocutore.

    Ci sono situazioni – lo so benissimo – in cui sono tollerati solo i leccaculi, ma in genere si tratta di organizzazioni disfunzionali, dove l’assenza di pensiero critico porta sempre al fallimento. Pensiamo alla Corea del Nord, per esempio. Nessuno dà torto a Kin Jong-Un per non essere sbranato dai cani (pare che sia un modalità con cui vengono eseguite le sentenze di morte). Ma il PIL della Corea del Nord è il più basso di tutto il mondo.

    Insomma, dove il sistema non tollera la libertà di pensiero e di opinione, ma esige che tutti tirino fuori la lingua per dare ragione al capo, quel sistema è destinato al fallimento, sia esso un paese o un’azienda. Se quei paesi o quelle aziende non falliscono, è perché ricevono sussidi (la Corea del Nord accetta gli aiuti alimentari, altrimenti sarebbero tutti morti) o sono in una posizione di mercato protetta (monopolio, eccetera)

    Nei paesi, nelle aziende o nei partiti sani, il dibattito e la discussione sono tollerati, anzi sono stimolati, perché solo la libertà porta alla prosperità e al successo economico.  Nei regimi, nelle aziende e nei partiti dove si tollerano solo leccaculo, e dove i leader richiedono ai sottoposti di mettersi in una posizione apertamente remissiva e subordinata, prima o poi arriveranno insuccessi e fallimenti.

    Per concludere, bisogna evitare di leccare il culo, anche se in certi casi è il solo modo di sopravvivere. Ma bisogna anche capire che se qualcuno vi chiede di leccargli il culo, costui è probabilmente un idiota destinato a fare una brutta fine. Ma bisogna anche scoraggiare tutti quelli che dovessero cercare di leccarvi il culo, perché credono di potervi manipolare con quattro complimenti e l’occhio umido da cocker.
    Se però siete in una situazione in cui non potete evitare di leccare il culo – perché se no vi licenziano – sappiate che, nel lungo periodo, i vostri capi porteranno quell’azienda al fallimento (a meno che non sia un’azienda protetta).

    Meglio essere delle brave persone, oneste e sincere. I dittatori non muoiono quasi mai nel loro letto e i cattivi manager vengono licenziati. Credetemi, alla fine i coglioni finiscono male. E chi si fa leccare il culo, non è mai una persona intelligente. 

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    Netflix peggio dell’eroina

    Mi ricordo benissimo gli anni in cui la televisione non era ancora digitale, perché dopo le dodici di sera trasmettevano solo filmacci tirati fuori da qualche scatola di pellicole dimenticate nei magazzini.

    La televisione di notte era il deserto, così come lo era anche di sabato. A nessuna persona di buon gusto sarebbe passato per la testa di sedersi davanti alla Tv, il sabato sera, a guardare una delle schifezze nazionali a base di gag bollite, ballerine con le calze elastiche e consimili porcherie.

    Insomma, prima di Netflix era possibile considerarsi allergici alla cattiva qualità della robaccia trasmessa in televisione. Senza dimenticare il fatto che dovevi vederla alle ore fissate dagli altri, e non da te. Il film di venerdì alle nove e un quarto, il mercoledì alle dieci e mezza, eccetera. Al punto che c’eravamo dotati tutti di un videoregistratore, perché quando non ce la facevi più – avevi sonno – e volevi andare a letto, registravi la fine del film.

    Paleolitico superiore, pleistocene, mesozoico. La mia televisione è finita in cantina – letteralmente – anni fa, anche per impedire al figlio intossicato di cartoni animati di vedere la pubblicità di Italia Uno sui giochi della Mattel (che poi voleva comprare).

    La pace dei sensi e delle immagini è durata solo un paio d’anni, perché poi ho cominciato a scaricare film da Internet o guardarli in streaming. Tutto piratato, naturalmente, di pessima qualità, con i pixel grandi un centimetro, ma già molto vicino al concetto di televisione on demand, e cioè “guardo quello che voglio, quando voglio io“.
    Senza pubblicità, senza dovere fare quell’antiquatissimo zapping tra canali per non vedere lo stesso cazzo di spot quattro volte, mentre cercavi di scoprire come finiva un film. Roba delle caverne, a pensarci adesso.

    E poi è arrivato Netflix. Avevo già fatto in tempo a vedere Breaking Bad su non so quale schifoso sito di streaming, ma con Netflix me lo sono rivisto tutto, sul Pc, godendomi la qualità dei server a pagamento. E poi ho perso serate intere a guardare documentari, film, una montagna di serie, sempre con un solo e unico obiettivo: riuscire a spegnere il computer!
    Non riuscivo a non sbirciare anche un pezzettino della puntata successiva, e poi magari la guardavo tutta. Senza dimenticare Amazon Prime, gratis, che prometteva – e promette ancora – altre delizie, tutte confezionate in serie di dozzine di puntate.

    Finalmente potevo scegliere quello che mi pareva, ero LIBERA! Potevo cambiare film, stufarmi di un documentario, provare a dare un’occhiata allo spettacolo di un comico americano, cominciare un film che cercavo da anni per poi magari scoprire che mi sembrava “vecchio”, e che magari potevo cercarne un altro che mi piacesse di più.

    Non so più quanti anni siano passati così, credo dal giorno in cui Netflix è arrivato in Italia. Anni che adesso mi sembrano tutti uguali, perché le serate di binge watching si assomigliano tutte, indipendentemente da quello che guardi.

    Adesso mi sono data il buon proposito di non superare l’ora al giorno. E poi ormai ho già guardato tutto. Netflix non riesce a produrre abbastanza nuove serie per soddisfare il suo pubblico di eroinomani. Che vogliono stare dieci di ore di fila davanti al Pc – o la televisione – liberi di guardare quello che gli piace, senza pubblicità, per tutto il tempo che vogliono.

    Ho letto da qualche parte che uno dei dirigenti di Netflix ha detto che: “L’unico nemico di Netflix è il sonno“. Nemico contro il quale ho combattuto ferocemente, perché volevo guardare, all’infinito, le serie meravigliose di Vince Gilligan, senza che finissero mai.

    Bene, adesso ho deciso di trovare la forza di fare tutte le sere una passeggiata dopo cena, e penso che mi piacerebbe avere un cane da portare a spasso.
    La disintossicazione è cominciata. Dio solo sa se durerà.

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    Il canone in bolletta: to be or not to be?

    Non ho la televisione, PER DAVVERO. Perché, quando mio figlio era piccolo, aveva un unico grande obiettivo: passare le giornate a guardare i cartoni su Italia Uno.

    Canticchiava sempre “Italia Uno…”, ed ero arrivata al punto sentire la musichetta di quel Jiingle mi mandava in bestia.

     

    Fino a quando, una sera, non avevo preso una vecchia spazzola per i capelli con un bel manico duro, e avevo spaccato lo schermo della televisione a colpi di manico.
    Robe da pazzi – è vero – ma almeno avevo smesso di sentire quel Jingle.
    Mio figlio ha dovuto imparare a usare un computer – l’unico strumento dotato di uno schermo, presente in casa – per vedere i cartoni animati (e sono arrivate nuove dipendenze).
    Ma il discorso che vorrei fare non riguarda quei bei colpi di spazzola dati alla televisione, ma la la televisione in quanto tale, e cioè l’apparecchio rotto che avevo portato in cantina.
    Il vecchio Tv se ne stava lì da solo, in cantina, mentre io continuavo a pagare il canone
    Fino a quando, un bel giorno, mi sono informata. Per smettere di pagare il canone bisognava mandare una raccomandata alla RAI che conteneva la ricevuta di un vaglia per una somma di circa 10 euro, in cui chiedevo alla RAI di venire a ritirare il mio vecchio apparecchio, che giuravo di non usare più.
    Era stato complicato, ma ce l’aveva fatta.
    Per UN ANNO sono riuscita a non pagare il canone della RAI, che tra l’altro non guardavo mai.
    Nel frattempo, la mia vita era cambiata, perché era arrivato Netflix, per il quale pago VOLONTARIAMENTE il canone mensile (ma non voglio parlare di Netflix).

    Il punto è che un bel giorno il canone è stato infilato nella bolletta della luce. E la mia vecchia dimostrazione di innocenza (la raccomandata in cui giuravo che la mia televisione era rotta) non è valsa più. Era necessario inviare una nuova raccomandata alla RAI in cui dicevo che non avevo la televisione, consapevole del fatto che se un ispettore (della RAI o delle agenzie delle entrate) fosse venuto a farmi visita a casa mia, sarei stata ritenuta PENALMENTE colpevole di aver mentito alla stato italiano.

     

    Non so quale fosse l’ammenda – cento colpi di nerbo in Via Teulada, in diretta – ma siccome ero sicura di non avere più un apparecchio televisivo a casa, ho deciso di rischiare i colpi di nerbo, e ho mandato la raccomandata.

    Pensavo che fosse sufficiente mandare UNA sola raccomandata, per poi avvisare la RAI quando avrei comprato una nuova televisione, ma così non era.
    Bisognava mandare una raccomandata TUTTI gli anni, se volevi non pagare il canone della RAI. Allora mi sono arresa: “OK, PAGO IL CANONE, AVEVO VINTO VOI!“.

    E ho smesso di oppormi all’iniquo balzello, anche se in un paese civile, il cittadino paga i servizi di cui usufruisce. E se non vuole guardare i canali televisivi nazionali, perché non gli piacciono, ha il diritto di non farlo (e non pagarli).

    Peccato che in Italia, la legge preveda che la semplice possessione di una televisione faccia di noi degli spettatori d’elezione dei programmi della RAI.
    In particolare di quei terribili TG Nordcoreani dove vengono narrate le gesta del Presidente del consiglio di turno.

    Vengo al sodo: è stata di Renzi l’idea di infilare l’odiato balzello del canone nella bolletta, perché così lo avrebbero pagato TUTTI. Ed è stata una pessima idea, almeno dal suo punto di vista, perché gli ha sicuramente sottratto consensi e simpatie, così com’era stata la tassa sul macinato di Quintino Sella. Che aveva dato il colpo di grazia all’odiato governo della Destra Storica.
    Bene, Renzi ci ha messo un annetto, ma alla fine lo ha capito: quella tassa infida, infilata in una bolletta, comminata per il semplice fatto di possedere una televisione non era piaciuta agli italiani.
    E cos’ha fatto, allora? Con un colpo di genio e un colpo di reni, Renzi ha dichiarato (tre mesi prima del voto) che il PD è sempre stato favorevole all’abolizione del canone, una tassa iniqua!
    Perdindirindina, gli ha fatto eco Orfini (presidente del PD), l’idea di abolire il canone RAI è una proposta storica del PD! Peccato però, come aveva poi aggiunto Renzi, che eliminare il canone della RAI significherà trasferire 2 miliardi all’anno alla RAI, con una spesa pubblica che è già di 830 miliardi. Miliardo più, miliardo meno…
    Ma bando alle ciance: cosa sono due miliardi di spesa in più?
    Renzi e Orfini mi hanno convinto. Voterò per loro, perché così non dovrò più andare in Posta a fare la raccomandata annuale per dire che non posseggo una televisione (poco importa che non guardi la RAI).
    Anche se poi dovremo sborsare – tutti quanti noi italiani – altri due miliardi di euro per guardare Romina e Albano a capodanno che cantano “Felicità”.
    Per favore, voglio una campagna elettorale più dignitosa. Questa fa schifo.

    Il rimpianto digitale per i morti

    Sì, è una delle mie ossessioni: cosa ne sarà di tutto quello che ho scritto sul web e di tutte le email che ho mandato, dopo che sarò morta?

    Immagino che i miei post su Internet resteranno impressi su qualche server indonesiano ancora per qualche anno, mentre invece le mie email dureranno di più. Perché resteranno nelle caselle di posta di chi le ha ricevute. E forse, qualcuno di quelli a cui ho scritto in tutti questi anni, andrà a rileggerle, di tanto in tanto, come faccio con le email che mi hanno lasciato in eredità un paio di amiche che se ne sono andate.

    Ogni tanto rileggo quello che mi hanno scritto, e la mia tentazione è di cliccare su “Rispondi”: chissà che da qualche parte non ci sia un server collegato con i trapassati, che continuano a rispondere alle email anche dal Regno dei Morti?

    Insomma, la scia digitale che oggi lasciamo sul web è così ontologicamente reale da farti venire il dubbio che i morti siano veramente morti, e non si siano invece spostati in una realtà virtuale separata, ma pur sempre reale, con la quale è possibile comunicare. Se solo sai come fare…

    Mi sembra che morire sia diventato meno probabile e plausibile da quando esiste un nostro doppione digitale in giro per il mondo, che appunto ci sopravvive.

    Non sto dicendo nulla di nuovo, c’è addirittura un episodio di una serie di Netflix (San Junipero, Black Mirror), in cui le due protagoniste hanno programmato di restare vive in una specie di capsula temporale-digitale anche dopo la morte, e sono in grado di capire e ricordare la differenza tra essere vive per davvero e trasformarsi in doppioni tecnologici dopo la morte. In San Junipero, la vita continua anche dopo, e il Paradiso è fatto di bit che ti consentono di credere di essere ancora vivo.

    Le serie su Netflix sono solo un passatempo e nessuno potrà più usare la mia casella di posta dopo che sarò morta o accettare le amicizie su Facebook, o stabilire nuovi collegamenti su Linkedin.

    Certo, essere morti significa soprattutto non godere più della vita, degli amici, dei figli, delle passeggiate in montagna quando lasci le orme nella neve (che fa “cric”) o dei tramonti lombardi in cui il cielo esplode di rosso.

    Ma essere morti significherà anche non rispondere più alle email dei nostri amici e scomparire da tutte le conversazioni digitali nelle quali siamo stati ingaggiati, sia on le persone che conosciamo che con gli sconosciuti.

    Ecco, la verità è che morire è diventato più difficile. Vorrei restare viva su un server – magari in Nevada – e continuare a controllare la mia corrispondenza su Gmail…

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    Una vita passata all’ultimo banco (sono dislessica)

    Parto dalla fine per arrivare all’inizio: sono l’orgogliosa madre di un giovane asino dislessico. Ma l’inizio sono io. Il povero Cristo ha solo ereditato il mio cervello.
    Perché un mese fa ho ricevuto anch’io l’onorata diagnosi: sono dislessica.

    È stato un neurologo di 65 anni a darmi la bella notizia, che peraltro avevo cominciato a subodorare un bel po’ di tempo fa: sono dislessica, discalculica, disgrafica, disortografica.

    Ovvero leggo lentamente, non so far di conto, ho una pessima calligrafia, faccio errori di ortografia, ma soprattutto ho poca memoria. Mi dimentico quello che leggo e non mi piace scrivere, inteso come digitare le parole sulla tastiera di un computer o, peggio ancora, scriverle a mano. Preferisco dettarle, le parole.

    Grazie a Dio, oggi esistono i programmi di dettatura vocale, come quello che che sto usando per scrivere questo post.  E quindi sono in grado di compensare la mia lentezza nello scrivere con strumenti che rendono molto più facile dettare (scrivere) quello che penso. Perché penso in fretta, come tutti, e tendo a prendere velocemente le mie decisioni (sbagliando spesso, come tutti), e mi piace la velocità

    Secondo l’esimio neurologo, il tentativo di andare veloce è infatti un modo di compensare la mia lentezza, perché durante i test fatti insieme, l’elemento che emergeva era proprio la lentezza. Ero lenta a leggere, a scrivere, a rispondere alle domande del test di intelligenza. I miei tempi di risposta erano sempre il doppio di quelli considerati normali, anche se non lo sapevo, perché passo la vita a cercare di fare in fretta. E adesso ho capito perché: sono lenta.

    Ma vado subito alla questione dell’ultimo banco, infilata di prepotenza nel titolo.

    Durante una delle tappe della Via Crucis scolastica compiuta insieme al figlio sedicenne dislessico, che ha cambiato quattro scuole in tre anni, ero finita in un istituto parificato con un nome tipo “Grande Scuola Europea per il Recupero Anni Scolastici”.

    Mio figlio doveva andarsene dal liceo scientifico (come richiesto a gran voce dai suoi insegnanti) e rientrare in un istituto tecnico senza perdere un anno scolastico. L’unico modo per farlo era appunto quello di infilarsi (il 15 marzo) in una di queste “Grandi Scuole” che consentono agli allievi di sostenere gli esami – per tutte le materie – a luglio, in una scuola con un indirizzo differente da quella di provenienza.

    Nella “Grande Scuola Europea” eravamo stati accolti da una simpatica preside, che sembrava conoscere molto bene l’asinaggine dei dislessici. Mi aveva spiegato che molti allievi della sua scuola erano dislessici che fuggivano dai licei per passare a un istituto tecnico (nessuno vuole i dislessici nelle “buone” scuole).

    Secondo la preside, qualcuno dei suoi studenti aveva una diagnosi fatta da un medico, ma qualcun altro era senza nessuna certificazione: asini semplici, ma probabili dislessici. La preside mi aveva spiegato che ormai riconosceva a occhio nudo i dislessici: “Sono gli studenti seduti sempre all’ultimo banco, che vanno male a scuola ma che fanno ridere tutti con le loro battute, e hanno sempre otto (o sette, o sei) in condotta”.

    Alla simpatica professoressa ormai bastava il colpo d’occhio: sapeva che i clienti della sua scuola erano gli studenti seduti all’ultimo banco, che sanno di non essere bravi e cercano di stare nascosti per non farsi notare dagli insegnanti che potrebbero fargli una domanda a sorpresa su qualcosa che non sanno. I giovani asini fanno peraltro di tutto per accattivarsi la simpatia dei compagni di classe (visto che non hanno quella dei professori), con battute e scherzi salaci. Da qui, l’otto in condotta.

    Anche mio figlio ha passato la vita nell’ultimo banco. Ho passato qualche anno a firmare le note sul diario comminate dagli insegnanti a mio figlio.  Per delle stupidaggini come suonare i campanelli delle case durante una gita scolastica al museo. Mio figlio non era un bullo, anzi al contrario è timido, ma faceva il possibile per far ridere i compagni di classe. Ed era sempre seduto all’ultimo banco.

    Proprio come me. Sono stata all’ultimo banco dalla prima elementare fino all’ultimo anno del liceo.  Cercavo un punto della classe dove i professori non potessero vedermi e da lì  non mi spostavo. Ho sempre tenuto accuratamente nascosta le mia basse abilità scolastiche, di cui ero perfettamente consapevole. Cercavo di restare fuori dai radar dei professori. Non li ascoltavo mai, come fanno i dislessici, non riuscivo a stare attenta, e avevo paura che se ne accorgessero. Come capitava con una delle mie insegnanti al liceo, che capiva che stavo guardando volare le mosche, e mi chiamava urlando il mio nome.

    Durante i compiti in classe, mi spostavo nel banco di fianco alla prima della classe (che è ancora adesso una mia amica), dalla quale ho copiato tutte le verifiche, tranne naturalmente i temi (che erano l’unica cosa che sapevo fare da sola), per tutti gli anni del liceo.

    E quando c’erano dei compiti per il giorno dopo, il pomeriggio andavo da un’altra compagna di classe, dalla quale scopiazzavo con eleganza anche i compiti da fare a casa.

    Mi sono salvata dalla scuola, perché trent’anni fa non si studiava un granché: alle elementari avevamo addirittura un unico libro di testo per tutte le materie, i programmi non erano quelli di adesso (sconfinati), e non c’erano tutte quelle maledette verifiche scritte che ha dovuto subire il mio povero figlio.

    Insomma, mi sono salvata dalla scuola perché mi nascondevo dagli insegnanti e cercavo di scomparire, di non farmi notare. Ma poi ero quella che faceva battute dall’ultimo banco, per piacere ai miei compagni di classe. E prendevo otto in condotta.

    Niente di tragico, per carità, sono anche riuscita a finire l’università, mettendoci un sacco di anni, perché non potevo copiare più i compiti dalla più brava della classe, ma dovevo fare gli esami. E per ricordarmi quello che c’era scritto sui libri di testo, dovevo passare interi mesi chiusa in casa, studiando dodici ore al giorno, per sette giorni alla settimana, senza peraltro essere così brillante agli esami come ci sarebbe dovuto aspettare da una tale secchiona.

    Anzi, sempre secondo il gentile neurologo che ha fatto la diagnosi, molte secchione sono spesso dislessiche che non sanno di esserlo, ma si incaponiscono sullo studio, non mollano mai, si legano alla sedia, passano mesi interi davanti ai libri, senza capire perché facciano tanto fatica a studiare e ricordare quello che hanno studiato.

    Però sono riuscita lo stesso a fare quasi tutto quello  che volevo, compreso trovare un lavoro dove devo spiegare agli altri – nel modo più semplice possibile – come funzionano i sistemi informatici.

    Ormai, dopo tanti anni, ho messo a punto il mio sistema, perché ho capito che riesco a ricordarmi solo quello che ho capito, e per capirlo devo “semplificarlo” ovvero schematizzarlo. Il mio metodo di studio – e di lavoro – prevede riscrivere tutto in un modo semplice, comprensibile, con delle sequenze logiche ordinate. E per me è molto facile spiegare come funziona un sistema informatico, perché prima ho dovuto “spiegarlo” a me stessa. 

    Ergo, non mi lamento di cosa sono diventata, anche se sono rimasta lo stesso quella che sta all’ultimo banco, cercando di non farsi notare. Non ho affrontato la vita a grandi falcate sicure, come peraltro non farà mio figlio, perché un asino rimane un asino per sempre. Nessuno riesce a costruirsi una buona opinione di sé, se non capisce perché ci deve mettere il doppio degli altri per riuscire a prendere sei.

    Adesso però chiudo il discorso, con un’ultima lagna.

    In Italia cominciano ad andare di moda gli articoli dove si denuncia una supposta abbondanza di diagnosi di dislessia. Gli articolisti si domandano se le diagnosi non siano false, alimentando il mercato degli psicologi (o dei medici) che salvano gli asini da una meritata bocciatura, rifornendoli di un certificato che dovrebbe garantire una maggiore clemenza da parte degli insegnanti.

    In realtà, non mi aspetto che un medico (che magari lavora alla ASL) abbia voglia di emettere una diagnosi falsa di dislessia solo per fare un piacere a qualcuno col figlio che va male a scuola, e che spera così di salvare il fanciullo dal destino che gli competerebbe: un’allegra sfilza di quattro.

    Secondo me l’Italia sta solo recuperando un ritardo diagnostico che non si è verificato in altri paesi, dove la dislessia viene riconosciuta (e accettata) con più facilità.

    Ormai non ci sono più dubbi sul fatto che che quel tipo particolare di difficoltà di apprendimento  – DSA – sia legato a un diverso funzionamento di alcune zone degli emisferi cerebrali. Il disturbo può essere più o meno grave, anche se nella maggioranza dei casi è possibile imparare a “compensare” le proprie difficoltà di apprendimento, utilizzando delle strategie particolari, come per esempio quella di costruire delle mappe logiche sull’argomento che stai studiando. Il fatto di dover individuare quali sono i nodi logici principali di un problema ti aiuta a capirlo meglio. E il fatto di poter costruire delle mappe con dei software ti aiuta anche a leggere meglio quello che hai scritto, perché se no faresti fatica a capire la tua scrittura (le zampe di gallina…).

    In Italia, c’è anche una bellissima legge che stabilisce che puoi portare a scuola quelle mappe, e usarle durante i compiti in classe.

    Che male c’è? Durante i compiti in classe, gli allievi dislessici possono consultare le mappe fatte a casa, invece di scopiazzare le verifiche, come facevo io. Quando andavo a scuola, non mi ricordavo il nome dei tempi dei verbi – trapassato prossimo, futuro anteriore, futuro prossimo – eppure li usavo correttamente: quando parlavo, e quando scrivevo, non sbagliavo la consecutio temporum. Ero capace di fare un tema, ma non sapevo qual era il nome dei tempi verbali che stavo usando (ammesso che serva a qualcosa sapere il nome dei tempi verbali).

    E stavo all’ultimo banco, sperando che nessuno si accorgesse di me.

    Quello che faccio fatica a capire è perché mio figlio debba continuare a starci anche adesso, all’ultimo banco, e non capisco perché ho dovuto passare degli anni a baccagliare con i suoi insegnanti, che non volevano che lui usasse le mappe durante i compiti in classe e gli dicevano (senza mezze misure): “Tu non sei dislessico, tu non hai niente! Hai solo un problema: tua madre è matta!”.

    Lo dico con franchezza: questi sono solo i sintomi di una ridicola arretratezza culturale, perché la dislessia non dovrebbe essere un dibattuto argomento di conversazione, così come non lo sono gli occhi blu, i capelli biondi o l’altezza.

    Se i ragazzini che vanno a scuola imparassero a studiare nel modo intelligente che oggi ti consentono i nuovi software per dislessici, diventerebbero bravissimi, tutti, anche quelli che non sono dislessici.

    Cosa c’è di meglio di fare uno schema per capire quello che stai studiando? Cercando poi di ricordarti solo i concetti principali, e non la data in cui Manzoni ha scritto “Il Cinque Maggio?”.

    Queste ormai dovrebbero essere “banalità” acquisite, di cui non vale più neanche la pena di discutere. Eppure no, adesso va di moda chiedersi se i medici non stiano “regalando” le diagnosi ai giovani pulzelli che non hanno voglia di aprire i libri.

    No, i medici non stanno regalando nulla, e i dislessici certificati in Italia sono 150.000, quando statisticamente i dislessici (compresi quelli non diagnosticati) dovrebbero essere il 3% della popolazione: circa due milioni di persone.

    E non dovrei neanche dover scrivere un post come questo, così come nessuno scrive di avere gli occhi neri e i capelli castani. Tutto qua.

    Siamo in Italia…

    Oggi, mentre viaggiavo in metropolitana, ho sentito una signora mormorare al suo vicino la solita frase: “Siamo in Italia…”.

    Mi sono chiesta seriamente, per una volta, cosa volesse veramente dire quella frase.

    Per trovare la risposta, bisogna fare un saltino indietro, proprio nella storia storia degli imperatori romani e del Senato.

    Il primo tentativo di nominarsi imperatore, quello di Giulio Cesare, finisce a pugnalate, inferte direttamente dai senatori, che non erano esattamente dei cretini, perché avevano scritto pagine importanti del diritto romano, di cui siamo ancora i legittimi eredi.

    Il fatto che i senatori romani si fossero presi l’impegno di accoltellare Giulio Cesare è già un esempio di cosa significhi la frase: “Siamo in Italia…”.

    Giulio Cesare era infatti tornato dalla Gallia, aveva attraversato il Rubicone, dato avvio a una guerra civile, che aveva vinto, ed era stato nominato imperatore.
    Contro il volere del Senato.

    Il figlio adottivo, Bruto, più una decina di altri senatori si erano quindi occupati di accoltellarlo direttamente nella sede del Senato, così, a tradimento, e senza che il povero Giulio Cesare avesse sospettato nulla: “Siamo in Italia…”.

    Possiamo anche citare il cavallo nominato senatore da Caligola. Oppure vogliamo ricordare i quattordici giorni di giochi al Colosseo organizzati da Commodo, il figlio di Marco Aurelio, che travestito da gladiatore uccideva – per la gioia e il giubilo del popolino romano – dei veri gladiatori armati di una spada di legno?
    Si, parliamone. Ma non c’è bisogno di dire molto altro: “Siamo in Italia…”.

    E Nerone, allora? Non sappiamo ancora se sia vero che l’incendio di Roma fu creato per costruire la sua Domus Aurea,  ma forse possiamo saltare la risposta e passare direttamente alla magistrale interpretazione di Alberto Sordi,  in “Mio figlio Nerone”, quando Nerone-Alberto litigava con la madre Agrippina, travestiti tutti e due da antichi romani.

    Ma possiamo fare un esempio su Roma anche più recente: l’ultimo sciopero dei mezzi pubblici è stato suddiviso dai sindacati dei trasportatori romani in tre diverse fasce.

    Il mattino ha scioperato il sindacato “A”, non è neanche importante ricordare come si chiama perché nessuno lo citerà nei libri di storia. Il primo pomeriggio ha scioperato il sindacato “B”, nella serata ha scioperato il sindacato “C”.

    Grazie a questa intelligente strategia, i mezzi di superficie (e la sciagurata metropolitana romana) non hanno funzionato per tutto il giorno, senza particolari esborsi fiscali da parte dei trasportatori che scioperavano, perché  ogni sindacato ha dichiarato sciopero per le sole ore della fascia che aveva scelto. E i lavoratori hanno avuto trattenute sullo stipendio molto moderate, pur trascinando Roma nel disastro.

    ” Siamo in Italia…”.

    Vogliamo chiudere con un appunto sull’ultima direzione del PD?

    Non hanno votato la mozione di Renzi nè Orfini nè Franceschini. Sono usciti dalla sala in cui si svolgeva la riunione per non votare contro la mozione del segretario.

    E oggi si legge sui giornali che forse il PD sta per rischiare un’altra scissione, dopo l’ultima, quella di D’Alema e Bersani.

    Sembra che Renzi, Lotti e la Boschi se ne siano rallegrati: “Meglio da soli che in cattiva compagnia”.

    Renzi sta quindi purificando il PD da tutti i suoi elementi più deteriori, compresi quelli che sino a ieri l’altro erano i suoi più fedeli alleati.

    L’estinzione del PD, che si sta avviando sotto la soglia del 20% grazie al sistema di purificazione dai nemici interni, è ormai un fenomeno acclarato, per quanto folle, assurdo, patafisico.

    Ma siamo in Italia, mai dimenticarlo…

    Pisapia, il babau di Renzi

    So benissimo di non avere molti fan quando parlo male di Renzi, ma ormai non ho più dubbi sul fatto che il ragazzo ha PAURA di Pisapia, ex-sindaco di Milano che ha fondato una COSA che si chiama Campo Progressista.

    Dico subito che sono una fan sfegatata di Pisapia, perché è stato un sindaco clamoroso, bravissimo, senza rivali, e capace di cambiare la faccia di Milano senza mai metterci la sua (di faccia).

    Quando Pisapia era sindaco di Milano, non lo abbiamo quai mai visto. Perché Pisapia LAVORAVA. Era gentile, modesto, lasciava spazio ai suoi assessori, e Milano è diventata una grande città: bella, pulita, cortese, dove TUTTI prendono la metropolitana, persino Ferruccio De Bortoli, ex-direttore del Corriere della Sera, che ho visto un paio di sere fa sulla Linea Rossa, mentre parlava al cellulare con qualcuno (non lo conosco, ma l’ho riconosciuto).

    Sempre in metropolitana, qualche anno fa, avevo riconosciuto Carlo Tognoli, un altro grande sindaco di Milano, quello che ha fatto partire (per davvero) la metropolitana nella nostra città. Allora mi ero fatta coraggio e gli avevo stretto la mano, ringraziandolo per tutto quello che aveva fatto per Milano. Tognoli era stato gentilissimo, mi aveva chiesto come mi chiamavo, e poi avevamo chiacchierato per dieci minuti, mentre lui dimostrava una cortesia (parola vecchia, lo so) che mi aveva stupito. Io e Carlo Tognoli eravamo due cittadini sui mezzi pubblici. Due cittadini, ovvero due persone che vivono nella stessa città, ma anche dei citoyens, ovvero non dei sudditi.

    Pisapia è un uomo cortese, ha fatto per tanti anni l’avvocato, si è sempre guadagnato da vivere, non è un politico così come lo intendiamo in Italia  – uno che con la politica ci mangia –  e non ha bisogno dei nostri denari. Non ha neanche bisogno della nostra attenzione, perché si ritiene un servitore della politica, del nostro paese, e si espone solo perché crede nell’esistenza di un bene comune da servire: l’Italia.

    Allora mi chiedo: perché un tale galantuomo è diventato il babau di Renzi?

    Perché l’intero PD si è mobilitato per dire che tra Renzi e Pisapia non sarà possibile nessuna alleanza? Mentre invece Berlusconi viene considerato un alleato credibile?

    Perché Renzi ha paura di un cittadino gentile, che non gira in auto blu, non ha la scorta, e sta solo cercando di riunire la sinistra italiana?

    Non lo so, ma mi ricordo benissimo la notte in cui Pisapia divenne sindaco di Milano.

    Eravamo tutti in piazza ed eravamo felici di essere governati da una persona normale, da uno come noi, da un altro cittadino.

    Credo che Renzi non dovrebbe temere Pisapia, ma dovrebbe allearsi con lui.

    Basta pensare a Bernie Sanders, il cittadino newyorchese di settantanni,  che ha sfidato Hillary Clinton nelle primarie americane. Se lei avesse continuato INSIEME a lui la campagna elettorale americana, avrebbe sicuramente vinto le elezioni.

    Mentre invece Hillary non si è alleata con la sinistra democratica, e ha perso contro Trump.

    Renzi sta portando il PD verso una sconfitta che peserà come un macigno nella storia del nostro paese. Salvini è arrivato al 15%. Parlando solo di zingari e immigrati.

    Io sto con Pisapia.