Archivio mensile:gennaio 2018

Un algoritmo vi ucciderà

Passo molte ore al giorno sul web a fare quello che fanno tutti. Leggo notizie, abbeverandomi da diverse fonti, e vado su Google per fare delle ricerche quando ho qualche curiosità da soddisfare. Uso il web anche per fare acquisti – utili o inutili, dipende – senza dover andare nei negozi, perché detesto lo shopping.

Insomma, innocenti passatempo (le letture), o utili risparmi di tempo (gli acquisti online). Ordunque, Google sa molte cose di me, perché mi segue da molti anni e ha imparato a capire cosa mi piace. Quando faccio una ricerca, Google seleziona, tra i risultati, i link che potrebbero piacermi di più, sulla base delle mie passate esperienze.

Senza dimenticare che Google vende pubblicità, e mi propone da giorni di comprare una pentola elettrica che sono andata a guardare su Amazon un paio di volte, anche se poi ho deciso di non comprarla perché non sapevo dove metterla. Persino Facebook mi fa vedere solo gli utenti che conosco tra quelli che hanno messo un Like a un post che sto leggendo.

Non c’è nulla di nuovo in quello che sto dicendo, ma provate ad immaginare cosa succederebbe se tutti i dati raccolti su di noi fossero incrociati in un unico database, insieme ai dati raccolti da altre fonti. Come per esempio i record relativi alla nostra salute: esami del sangue, malattie in corso, eccetera. E pensate a cosa succederebbe se in questo enorme database fossero raccolti anche i voti di quando siete andati a scuola, le note di condotta scritte dai vostri insegnanti, e poi i risultati dei quiz di intelligenza fatti durante i colloqui di lavoro. A questi dati potrebbero venire aggiunti quelli relativi alle vostre esperienze lavorative, raccolti a cura dei vostri datori di lavoro.

Si possono aggiungere altre decine di campi, compreso il nostro orientamento politico desunto da quello che scriviamo su social network. O una nostra eventuale attitudine a bere un po’ troppo, desunta questa volta dagli scontrini del supermercato. Oppure la nostra evidente promiscuità sessuale, rilevata dalla frequenza con la quale ci ammaliamo di malattie sessualmente trasmissibili.

Ecco, se fosse possibile costruire un file come quello, contenente tutte le informazioni che ci riguardano e che oggi sono sparpagliate in giro per il mondo, sarebbe anche possibile decidere quando non siamo più UTILI, ovvero siamo diventati individui troppo costosi da mantenere, privi di ogni utilità sociale.

Faccio un esempio. Proviamo a immaginare un Mario sessantenne, disoccupato da cinque anni, che beve troppo, fuma due pacchetti di sigarette al dì e passa le giornate chiuso in casa a guardare Netflix. Fino a quando, una mattina, Mario va dal medico perché ha una brutta tosse. Il medico gli fa fare una lastra, e scopre che ha un cancro ai polmoni. Solo in fase iniziale, per carità. Niente di terribile, anche perché adesso ci sono nuovi farmaci molto efficaci contro il tumore al polmone, che potrebbero salvare Mario da una morte certa.

Il medico inserisce il referto della lastra – tumore in fase iniziale al polmone destro – sull’algoritmo che raccoglie da sempre i dati su Mario. E qual è la risposta dell’algoritmo? A Mario non verrà fornita nessuna cura, perché la vita di Mario non serve più a nulla.

Ecco, questo è un esempio estremo di DITTATURA DIGITALE, dove un ente supremo, in possesso di tutti i dati che ci riguardano, avrebbe potere di vita e di morte. Questo ente supremo potrebbe essere un impersonale algoritmo, impostato per mandarci in un forno crematorio quando i valori rilevati da alcuni parametri superano la soglia critica ritenuta ammissibile.

I valori da monitorare potrebbero essere non solo quelli sanitari, naturalmente, ma anche tutti quelli relativi alle nostre posizioni pubbliche e politiche. Se per esempio provassimo a fondare un sindacato dei lavoratori delle aziende di elettronica, perché dieci ore di lavoro al giorno sono troppe, l’algoritmo potrebbe decretare ugualmente la nostra morte. Siamo dei rompicoglioni: che se ne fa un’azienda di un sindacato?

Bene, adesso arrivo al dunque. C’è già un paese nel mondo dove questa dittatura digitale è già stata attivata, anche se non portata alle estreme conseguenze dell’esempio del povero Mario. Questo paese è la Cina, dove Internet non è che una grande Intranet, dalla quale non si può uscire. In Cina non si può accedere a Google – sostituito da un motore di ricerca che si chiama Baidu e che è controllato dal governo centrale – così come non si può accedere a Facebook o WhatsApp. In Cina, per un post del cazzo come questo, potrei finire in prigione. In Cina i blogger del cazzo come me, vanno a marcire in prigione. E in Cina, i cinesi si limitano a fare TANTO shopping, e si guardano bene dal parlare di politica sul web. A meno che non siano dei martiri disposti a morire in prigione.

Ecco perché credo che l’unica salvezza per la nostra residua libertà consista nella difesa dei dati che ci riguardano – la privacy – e nella difesa della libera concorrenza, anche se ce n’è sempre di meno, e nella lotta contro i monopoli, compreso quello di Amazon, Facebook, Google. Anche se su Google, Amazon, Facebook ci passo le giornate (lo so).

E sono contenta di non vivere a Pechino, ma in Europa, dove posso scrivere stronzate in libertà. Ecco, la parola che mi piace ancora dire è proprio questa: libertà. Sembrano banalità, ma se non ci difendiamo, ne avremo sempre meno.

Post to be continued. Altri pensieri in libertà in arrivo.

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Fenomenologia del leccaculismo

Il termine “leccaculismo” è forse più adatto per affrontare il fenomeno bidirezionale del leccare il culo. In genere, infatti, si pensa solo al leccaculo, e cioè  a chi agisce l’atto del leccare il culo. Ma io credo che non si possa fare un’analisi corretta del fenomeno del leccaculismo se non si pensa anche all’altro dei due soggetti dell’azione, e cioè a quello passivo – il “leccato“, colui che si fa leccare il culo – perché il leccato in certi casi è un soggetto persino più attivo del primo, il leccaculo vero e proprio.

Intanto, bisogna dire due parole su come si lecca il culo. E’ un’attività di tipo manipolatoria, dove il leccaculo si rivolge al leccato in modi umili e complimentosi, con l’obiettivo di manifestare il proprio stato di visibile inferiorità a quello del leccato. Insomma, il leccaculo si adopera attivamente per dimostrare il proprio stato di sottomissione all’altro soggetto della relazione, che si sentirà così più forte e sicuro di sé, perché capirà che il leccaculo gli sta mandando dei segnali di sottomissione.

Bene, una volta definito cosa vuole dire leccare il culo, bisogna chiedersi se il leccaculo è un semplice manipolatore che vuole ingraziarsi i favori di qualcun’altro per ottenere qualcosa in cambio – questo è in genere il senso dell’operazione – oppure se il leccaculo lo fa perché non ha altre possibilità, ovvero il leccato è in una posizione di superiorità gerarchica e pretende che i sottoposti gli lecchino il culo (altrimenti gli rovina la vita).

Cominciamo dal primo caso, quello del lecchino – detto a volte anche linguetta – che lecca il culo per ottenere risultati molto precisi: un avanzamento di carriera, per esempio. Il questo caso, il lecchino sa di avere di fronte un capo debole e insicuro, che prova gusto, piacere e soddisfazione nel vedere il proprio dipendente prostrasi davanti a lui.

A molte persone – un po’ coglione, verrebbe da dire – dà un senso di sicurezza avere di fronte un leccaculo, perché ritengono di tenerlo in pugno, di potergli fare quello che vogliono, quando invece in realtà sono l’oggetto passivo di una manipolazione.

In questo caso, il lecchino riuscirà a passarvi davanti – sul posto di lavoro, ma anche con la ragazza alla quale state facendo la corte – perché sa come manipolare l’interlocutore. Detto in confidenza, ci sono buone probabilità che il leccato, in questo caso, sia una persona debole e insicura, che rischia che poi qualcuno lo faccia fuori, proprio sfruttando la sua incapacità di non capire che qualcuno lo sta manipolando.

In realtà, credo che molti dei leccati sappiano benissimo cosa gli sta succedendo, ovvero si rendano conto di avere di fronte un leccaculo.  Anzi, ci sono molte persone che vogliono attorno solo leccaculi, perché li ritengono più affidabili di coloro che sono ugualmente gentili e cortesi, ma hanno anche l’abitudine di dire cortesemente quello che pensano, perché  non ritengono che l’onestà intellettuale sia un delitto.

Il problema è proprio questo: il leccaculo non dice mai quello che pensa, perché vuole solo compiacere l’interlocutore, mentre l’onesto esprime le sue opinioni, a costo di dire qualcosa di sgradito all’interlocutore.

Ci sono situazioni – lo so benissimo – in cui sono tollerati solo i leccaculi, ma in genere si tratta di organizzazioni disfunzionali, dove l’assenza di pensiero critico porta sempre al fallimento. Pensiamo alla Corea del Nord, per esempio. Nessuno dà torto a Kin Jong-Un per non essere sbranato dai cani (pare che sia un modalità con cui vengono eseguite le sentenze di morte). Ma il PIL della Corea del Nord è il più basso di tutto il mondo.

Insomma, dove il sistema non tollera la libertà di pensiero e di opinione, ma esige che tutti tirino fuori la lingua per dare ragione al capo, quel sistema è destinato al fallimento, sia esso un paese o un’azienda. Se quei paesi o quelle aziende non falliscono, è perché ricevono sussidi (la Corea del Nord accetta gli aiuti alimentari, altrimenti sarebbero tutti morti) o sono in una posizione di mercato protetta (monopolio, eccetera)

Nei paesi, nelle aziende o nei partiti sani, il dibattito e la discussione sono tollerati, anzi sono stimolati, perché solo la libertà porta alla prosperità e al successo economico.  Nei regimi, nelle aziende e nei partiti dove si tollerano solo leccaculo, e dove i leader richiedono ai sottoposti di mettersi in una posizione apertamente remissiva e subordinata, prima o poi arriveranno insuccessi e fallimenti.

Per concludere, bisogna evitare di leccare il culo, anche se in certi casi è il solo modo di sopravvivere. Ma bisogna anche capire che se qualcuno vi chiede di leccargli il culo, costui è probabilmente un idiota destinato a fare una brutta fine. Ma bisogna anche scoraggiare tutti quelli che dovessero cercare di leccarvi il culo, perché credono di potervi manipolare con quattro complimenti e l’occhio umido da cocker.
Se però siete in una situazione in cui non potete evitare di leccare il culo – perché se no vi licenziano – sappiate che, nel lungo periodo, i vostri capi porteranno quell’azienda al fallimento (a meno che non sia un’azienda protetta).

Meglio essere delle brave persone, oneste e sincere. I dittatori non muoiono quasi mai nel loro letto e i cattivi manager vengono licenziati. Credetemi, alla fine i coglioni finiscono male. E chi si fa leccare il culo, non è mai una persona intelligente. 

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Netflix peggio dell’eroina

Mi ricordo benissimo gli anni in cui la televisione non era ancora digitale, perché dopo le dodici di sera trasmettevano solo filmacci tirati fuori da qualche scatola di pellicole dimenticate nei magazzini.

La televisione di notte era il deserto, così come lo era anche di sabato. A nessuna persona di buon gusto sarebbe passato per la testa di sedersi davanti alla Tv, il sabato sera, a guardare una delle schifezze nazionali a base di gag bollite, ballerine con le calze elastiche e consimili porcherie.

Insomma, prima di Netflix era possibile considerarsi allergici alla cattiva qualità della robaccia trasmessa in televisione. Senza dimenticare il fatto che dovevi vederla alle ore fissate dagli altri, e non da te. Il film di venerdì alle nove e un quarto, il mercoledì alle dieci e mezza, eccetera. Al punto che c’eravamo dotati tutti di un videoregistratore, perché quando non ce la facevi più – avevi sonno – e volevi andare a letto, registravi la fine del film.

Paleolitico superiore, pleistocene, mesozoico. La mia televisione è finita in cantina – letteralmente – anni fa, anche per impedire al figlio intossicato di cartoni animati di vedere la pubblicità di Italia Uno sui giochi della Mattel (che poi voleva comprare).

La pace dei sensi e delle immagini è durata solo un paio d’anni, perché poi ho cominciato a scaricare film da Internet o guardarli in streaming. Tutto piratato, naturalmente, di pessima qualità, con i pixel grandi un centimetro, ma già molto vicino al concetto di televisione on demand, e cioè “guardo quello che voglio, quando voglio io“.
Senza pubblicità, senza dovere fare quell’antiquatissimo zapping tra canali per non vedere lo stesso cazzo di spot quattro volte, mentre cercavi di scoprire come finiva un film. Roba delle caverne, a pensarci adesso.

E poi è arrivato Netflix. Avevo già fatto in tempo a vedere Breaking Bad su non so quale schifoso sito di streaming, ma con Netflix me lo sono rivisto tutto, sul Pc, godendomi la qualità dei server a pagamento. E poi ho perso serate intere a guardare documentari, film, una montagna di serie, sempre con un solo e unico obiettivo: riuscire a spegnere il computer!
Non riuscivo a non sbirciare anche un pezzettino della puntata successiva, e poi magari la guardavo tutta. Senza dimenticare Amazon Prime, gratis, che prometteva – e promette ancora – altre delizie, tutte confezionate in serie di dozzine di puntate.

Finalmente potevo scegliere quello che mi pareva, ero LIBERA! Potevo cambiare film, stufarmi di un documentario, provare a dare un’occhiata allo spettacolo di un comico americano, cominciare un film che cercavo da anni per poi magari scoprire che mi sembrava “vecchio”, e che magari potevo cercarne un altro che mi piacesse di più.

Non so più quanti anni siano passati così, credo dal giorno in cui Netflix è arrivato in Italia. Anni che adesso mi sembrano tutti uguali, perché le serate di binge watching si assomigliano tutte, indipendentemente da quello che guardi.

Adesso mi sono data il buon proposito di non superare l’ora al giorno. E poi ormai ho già guardato tutto. Netflix non riesce a produrre abbastanza nuove serie per soddisfare il suo pubblico di eroinomani. Che vogliono stare dieci di ore di fila davanti al Pc – o la televisione – liberi di guardare quello che gli piace, senza pubblicità, per tutto il tempo che vogliono.

Ho letto da qualche parte che uno dei dirigenti di Netflix ha detto che: “L’unico nemico di Netflix è il sonno“. Nemico contro il quale ho combattuto ferocemente, perché volevo guardare, all’infinito, le serie meravigliose di Vince Gilligan, senza che finissero mai.

Bene, adesso ho deciso di trovare la forza di fare tutte le sere una passeggiata dopo cena, e penso che mi piacerebbe avere un cane da portare a spasso.
La disintossicazione è cominciata. Dio solo sa se durerà.

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Il canone in bolletta: to be or not to be?

Non ho la televisione, PER DAVVERO. Perché, quando mio figlio era piccolo, aveva un unico grande obiettivo: passare le giornate a guardare i cartoni su Italia Uno.

Canticchiava sempre “Italia Uno…”, ed ero arrivata al punto sentire la musichetta di quel Jiingle mi mandava in bestia.

 

Fino a quando, una sera, non avevo preso una vecchia spazzola per i capelli con un bel manico duro, e avevo spaccato lo schermo della televisione a colpi di manico.
Robe da pazzi – è vero – ma almeno avevo smesso di sentire quel Jingle.
Mio figlio ha dovuto imparare a usare un computer – l’unico strumento dotato di uno schermo, presente in casa – per vedere i cartoni animati (e sono arrivate nuove dipendenze).
Ma il discorso che vorrei fare non riguarda quei bei colpi di spazzola dati alla televisione, ma la la televisione in quanto tale, e cioè l’apparecchio rotto che avevo portato in cantina.
Il vecchio Tv se ne stava lì da solo, in cantina, mentre io continuavo a pagare il canone
Fino a quando, un bel giorno, mi sono informata. Per smettere di pagare il canone bisognava mandare una raccomandata alla RAI che conteneva la ricevuta di un vaglia per una somma di circa 10 euro, in cui chiedevo alla RAI di venire a ritirare il mio vecchio apparecchio, che giuravo di non usare più.
Era stato complicato, ma ce l’aveva fatta.
Per UN ANNO sono riuscita a non pagare il canone della RAI, che tra l’altro non guardavo mai.
Nel frattempo, la mia vita era cambiata, perché era arrivato Netflix, per il quale pago VOLONTARIAMENTE il canone mensile (ma non voglio parlare di Netflix).

Il punto è che un bel giorno il canone è stato infilato nella bolletta della luce. E la mia vecchia dimostrazione di innocenza (la raccomandata in cui giuravo che la mia televisione era rotta) non è valsa più. Era necessario inviare una nuova raccomandata alla RAI in cui dicevo che non avevo la televisione, consapevole del fatto che se un ispettore (della RAI o delle agenzie delle entrate) fosse venuto a farmi visita a casa mia, sarei stata ritenuta PENALMENTE colpevole di aver mentito alla stato italiano.

 

Non so quale fosse l’ammenda – cento colpi di nerbo in Via Teulada, in diretta – ma siccome ero sicura di non avere più un apparecchio televisivo a casa, ho deciso di rischiare i colpi di nerbo, e ho mandato la raccomandata.

Pensavo che fosse sufficiente mandare UNA sola raccomandata, per poi avvisare la RAI quando avrei comprato una nuova televisione, ma così non era.
Bisognava mandare una raccomandata TUTTI gli anni, se volevi non pagare il canone della RAI. Allora mi sono arresa: “OK, PAGO IL CANONE, AVEVO VINTO VOI!“.

E ho smesso di oppormi all’iniquo balzello, anche se in un paese civile, il cittadino paga i servizi di cui usufruisce. E se non vuole guardare i canali televisivi nazionali, perché non gli piacciono, ha il diritto di non farlo (e non pagarli).

Peccato che in Italia, la legge preveda che la semplice possessione di una televisione faccia di noi degli spettatori d’elezione dei programmi della RAI.
In particolare di quei terribili TG Nordcoreani dove vengono narrate le gesta del Presidente del consiglio di turno.

Vengo al sodo: è stata di Renzi l’idea di infilare l’odiato balzello del canone nella bolletta, perché così lo avrebbero pagato TUTTI. Ed è stata una pessima idea, almeno dal suo punto di vista, perché gli ha sicuramente sottratto consensi e simpatie, così com’era stata la tassa sul macinato di Quintino Sella. Che aveva dato il colpo di grazia all’odiato governo della Destra Storica.
Bene, Renzi ci ha messo un annetto, ma alla fine lo ha capito: quella tassa infida, infilata in una bolletta, comminata per il semplice fatto di possedere una televisione non era piaciuta agli italiani.
E cos’ha fatto, allora? Con un colpo di genio e un colpo di reni, Renzi ha dichiarato (tre mesi prima del voto) che il PD è sempre stato favorevole all’abolizione del canone, una tassa iniqua!
Perdindirindina, gli ha fatto eco Orfini (presidente del PD), l’idea di abolire il canone RAI è una proposta storica del PD! Peccato però, come aveva poi aggiunto Renzi, che eliminare il canone della RAI significherà trasferire 2 miliardi all’anno alla RAI, con una spesa pubblica che è già di 830 miliardi. Miliardo più, miliardo meno…
Ma bando alle ciance: cosa sono due miliardi di spesa in più?
Renzi e Orfini mi hanno convinto. Voterò per loro, perché così non dovrò più andare in Posta a fare la raccomandata annuale per dire che non posseggo una televisione (poco importa che non guardi la RAI).
Anche se poi dovremo sborsare – tutti quanti noi italiani – altri due miliardi di euro per guardare Romina e Albano a capodanno che cantano “Felicità”.
Per favore, voglio una campagna elettorale più dignitosa. Questa fa schifo.