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Opinioni di un’impiegata (su scrittori ed editoria)

Se qualcuno mi chiede che lavoro faccio, rispondo sempre la cruda verità: “Impiegata“.
Suona veramente sfigato, mi piace per quello.
Detesto le biografie roboanti che puzzano di narcisismo.
Mai detto quindi a nessuno: “Lo sai che sono una scrittrice?”.
Mi vergognerei solo a pronunciare la parola. Ho letto Céline, per carità, so quanto poco (o pochissimo) valgono le mie operine.

Però scrivo lo stesso, forse perchè sono sociopatica e dopo un po’ mi annoio a star da sola. Ecco, scrivere è un ottimo modo per passare il tempo quando non stai in compagnia. Il cervello è occupato, le ore passano in fretta, ti sembra persino di aver fatto qualcosa di utile.

Le modeste opinioni che seguiranno su scrittori ed editori, scritte, ripeto, da un’impiegata, riguardano quindi un mondo che ho accidentalmente percorso con la qualifica posticcia di scrittore, qualifica che uso adesso solo perchè siamo in argomento.

Purtroppo, ho moltissimi tratti in comune con gli altri scrittori (morti e viventi). Condivido con loro il desiderio di pubblicare le mie opere. Gli scrittori vogliono farsi leggere dagli altri. Forse per un ultimo istinto sociale che anima tutti noi esseri umani: esistiamo perchè qualcun’altro riconosce la nostra esistenza.

Chi sta chiuso in casa a masturbare una tastiera, vorrebbe che gli altri – anche se in modo assolutamente indiretto – si accorgessero di lui, senza peraltro modificare la qualità indiretta di quella relazione.

Forse quello dello scrittore sociopatico è un luogo comune, ma io diffido da sempre di chi frequenta cene, feste, salotti. Costui o costei, se sono scrittori, potrebbero scrivere MALE. Non si può essere versati nelle relazioni sociali e poi scrivere capolavori.
Guardate l’unica intervista fatta da Céline e pubblicata su YouTube se ve ne serviva la prova: Céline è incapace persino di interloquire con l’intervistatore. Sembra che parli a se stesso, imbarazzato dal fatto che qualcuno lo stia ascoltando.

Certo, Francis Scott Fitzgerald alle feste ci andava, ma quando si trattava di scrivere, si chiudeva in casa pure lui. Né vale però la regola contraria: se sei sociopatico e scrivi, allora scrivi capolavori. Non c’è nessuna relazione causale tra le due cose. Si può essere timidi e introversi e scrivere MERDA.

Ecco, io che sono sociopatica, scrivo roba abbastanza media, e siccome mi reputo una buona lettrice, cresciuta leggendo i grandi scrittori, so perfettamente di non aver mai scritto chissà che. Appartengo alla categoria degli UMORISTI: mi piace far ridere (o sorridere) le persone, raccontando piccole cose, vere o inventate, senza mai arrampicarmi sulle vette di certe scritture dotte e magniloquenti, scambiate in genere per letteratura alta, uscite in realtà dalla penna di burini che se la tirano (e qui sarebbe bello fare qualche nome, ma lasciamo perdere).

Sono nemica degli aggettivi, scrivo come mangio, e cerco di non perdermi il lettore per strada rompendogli il cazzo con il racconto minuzioso dei miei sentimenti più INTIMI, come quella sera in cui ero VERAMENTE un po’ giù, non so neanche io il perchè, e vedevo il mondo offuscato da qualche metafora di cattivo gusto sulla notte dell’anima nera come grafite, eccetera.

Ho fatto questa lunga e necessaria premessa per confessare che quindici anni fa mandavo anch’io – come tutti gli scrittori che dir si voglia – i miei manoscritti alle case editrici, sapendo peraltro che sarebbero finiti nella spazzatura.

Chi spedisce un manoscritto a una casa editrice riesce persino a intravedere il momento in cui le sue preziose fotocopie saranno gettate in un cassonetto insieme a quelle dei suoi confratelli. Ma l’idea di finire in una fossa comune – in compagnia, peraltro, non da sola – non mi spaventava. Volevo a tutti i costi che qualcuno LEGGESSE quello che scrivevo.

E quindi anch’io imbustavo e affrancavo, vinta dal riflesso condizionato: “Chissà che alla fine qualcuno non pubblichi il mio manoscritto…”.
Beh, nessuna casa editrice prese in considerazione i miei libretti. Feci un profondo buco nell’acqua, profondo come quei laghi alpini che vanno giù a perpendicolo per quaranta metri, anche se non te l’aspetti.
SPLASH! STUMP! BLOOP!
Era impossibile risalire alla superficie: meglio risparmiare in carta e francobolli. Smisi quindi di fotocopiare – nei soliti negozi davanti alla Statale di Milano – le mie operette.

Scrissi allora a qualche agente, ma l’unica che mi rispose e si offrì di rappresentarmi, scomparì velocemente nel nulla dopo aver tentato di piazzare un paio delle mie operette. Una delle particolarità degli agenti letterari è infatti proprio questa: siccome hanno paura di dire un bel NO chiaro e tondo a un autore che poi magari potrebbe farcela con un altro agente, preferiscono SPARIRE senza più dirgli NULLA, cosicché l’autore possa conservare la residua speranza di una sua risposta e magari non si cerchi un altro agente.

Non mi cercai un altro agente, ma feci un tentativo con un amico (editore) a cui diedi il manoscritto di uno dei miei libretti, ma lui me lo restituì dicendo: “Ridevo da solo mentre leggevo il tuo scritto, mentre mia moglie mi chiedeva perchè ridessi così tanto. Peccato che il tuo libro non sia adatto alla pubblicazione”.

Ma io VOLEVO far ridere! Mica facile strappare un mezzo sorriso alle persone: gli umoristi non crescono sugli alberi come i cachi, che basta scuotere la pianta e cadono giù. Sono MERCE RARA: bisognerebbe trattarli con un po’ di attenzione. Esistono GRANDI umoristi come David Sedaris (un genio letterario, per carità), che campano dei loro libri (è rarissimo che chi scrive campi delle sue opere letterarie, questo bisogna dirselo tutti i giorni), e non bisognerebbe sputare in faccia a chi sa tirar fuori anche solo una mezza risata da una penna.

Ma tant’è: ormai dovevo accettare la SPORCA verità. Mi avevano cagato in testa TUTTI quelli a cui mi ero rivolta, e cominciavo a non poterne più del guano che mi colava lungo la faccia, come la cera delle candele che una volta si infilavano nei fiaschi vuoti di Chianti al ristorante. La questua era finita: non avrei mai più proposto a nessuno di dare anche solo un’occhiata alle mie operette.

Il fato però aveva congiurato a mio favore: erano appena arrivati Amazon e il selfpublishing. Si era cioè compiuto un altro passo della rivoluzione digitale ancora in corso, questa volta nel campo dell’editoria. Adesso, anche l’ultimo degli sfigati che nella vita aveva scritto solo una poesia all’anno, nel giorno della festa della mamma, poteva autopubblicarle su Amazon, libero di scegliere titolo e copertina. Magari una bella rossa accompagnata da un titolo eccitante come: “Viva la festa della mamma“. L’elegante volumetto digitale avrebbe potuto tranquillamente essere prefato dalla maestra delle elementari dell’autore, che si compiaceva di aver avuto quell’allievo così costante che per tutta la vita aveva scritto solo una poesia all’anno, nel giorno appunto della festa della mamma.

Insomma, era nato un pluralismo editoriale dove c’era posto per tutti, belli e brutti, bravi e meno bravi, geni incompresi e indomabili brocchi. E così, in una sola serata, dopo aver dato un’occhiata a come funzionava Amazon, avevo deciso di autopubblicarmi, usando un ridicolo nome di penna, Viola Veloce, facile da ricordare, e con le copertine fatte da un grafico che pagavo cinquanta euro al pezzo.
Il simpatico ragazzo abitava a Milano ed ero persino andata un pomeriggio a casa sua per consegnargli la minuscola sommetta che gli dovevo per le tre copertine che mi aveva confezionato.
Mi affacciavo così con piglio da imprenditrice un po’ stracciona nel mondo fino ad allora dominato da case editrici che avrebbero continuato volentieri a buttare nel cassonetto le opere degli ex-bocciati, al secolo diventati self-publisher.

Ebbene, su Amazon gli affari andarono meglio. I miei lettori erano ben consapevoli di non trovarsi di fronte ad Alessandro Manzoni, né io pretendevo di aver scritto la Divina Commedia. Riuscii a vendere in pochi mesi più di 15.000 copie dei miei ebook, e fui contatta da due editori che un anno prima avevano buttato nella monnezza i miei manoscritti. GASP! Mi volevano pubblicare! Rimontai così dalle bassezze dei cassonetti all’altezza delle librerie. Dopo pochi mesi, uscì infatti con Mondadori uno dei libretti: “Omicidi in pausa pranzo”.

Il libro vendicchiò decentemente in Italia, senza strafare, e andò meglio in Francia, pubblicato da una piccola ed elegante casa editrice. Sempre “Omicidi in pausa pranzo” fu felicemente rappresentato in teatro, con un testo che posso dichiarare con orgoglio era allegramente scopiazzato dal mio libro (in barba a qualsiasi principio del diritto d’autore), e rivendicato invece come opera di genio (si fa per dire) da una delle protagoniste della commedia.

Ecco, la domanda retorica che adesso dovrei pormi è la seguente: ero forse diventata una scrittrice laureata, per citare Montale? No, manco per il cazzo. Quelli che pensano che mettere il naso (in qualità di libro pubblicato) in una libreria possa essere il passo definitivo verso la pubblicazione PERENNE delle proprie opere si sbagliano di grosso.

Tanto per cominciare, se il primo libro è un FLOP e vende poco (diciamo sotto le 2.000 copie), nessuno pubblicherà mai il secondo. Non c’è bisogno di uno statistico o di una chiromante per prevedere che in media un autore tende a vendere più o meno sempre lo stesso numero di copie. È questo il semplice algoritmo che usano librai e editori per fare previsioni di vendita. Verificano quante copie ha venduto il PRIMO libro di un autore, e calcolano che il SECONDO venderà più o meno le stesse copie. Punto.
Certo, ci sono eccezioni a questa regola. Ogni tanto qualche autore rimonta lentamente dai primi timidi risultati, e poi magari al terzo libro ESPLODE nelle vendite.

Ma se il primo libro è andato PROPRIO male (ci sono libri pubblicati da grandi editori che hanno venduto 300 copie), quell’autore è BRUCIATO PER SEMPRE. Nessuno, neanche il Club di Topolino (dovesse riaprire le iscrizioni), gli pubblicherà anche solo una riga.

Quindi, se il primo libro va male, l’autore appena battezzato come tale riceve immediatamente anche l’estrema unzione. I librai impacchettano le copie invendute e le rispediscono immediatamente al distributore (anche nel giro di quindici giorni). E l’autore in questione è già morto, finito. L’unica cosa che gli rimane di quei quindici giorni passati in libreria sono le copie invendute di quell’unica pubblicazione, di cui comprerà qualche cassa dall’editore con lo sconto al 70% per regalarle agli amici, a Natale, Pasqua, eccetera, finché non andrà sottoterra e qualcuno non gli metterà una copia del libro anche nella bara (si usa farlo, terribile).
Amen e così sia.

A questo punto, un autore onesto con se stesso si dovrebbe chiedere perchè il suo libro è andato male. Ha forse scritto una SCHIFEZZA oppure la casa editrice non l’ha PROMOSSO? E qui viene il bello. Le case editrici non promuovono seriamente nessuno, tanto meno un esordiente, a meno che non abbiano pagato TANTISSIMO i diritti. Nel senso che se danno 100.000 euro d’anticipo (o anche 20.000) per un libro, poi fanno tutto quello che possono per venderlo. Prendono un ufficio stampa, dove magari qualcuno legge per davvero il libro e riesce a far pubblicare qualche mezzo articolo. Oppure coinvolgono i soliti influencer che fanno qualche post carino o recensiscono il libro generosamente, e poi magari spendono due soldi in qualche bella campagna online con tanto ADV che alla fine ti accorgi per davvero che è uscito il libro di qualcuno.

Se invece l’anticipo è di 2.000 euro, o anche ZERO, allora la casa editrice si può permettere di stampare poche copie, fare un paio di post distratti sui canali social, vedere come va e poi, se il libro va male, ritirarlo in fretta dal mercato e mandare al macero le mille copie rimaste sul groppone (e magari tenerne un paio nel cassetto, se non vuole mettere l’autore fuori catalogo).

Ecco, un tale comportamento potrebbe sembrare poco “economico”, ovvero privo di una razionale propensione a un investimento ragionato. La verità è che ci sono molti editori che teorizzano proprio un comportamento randomico come quello descritto: “Provo a pubblicare un po’ di tutto, e poi vediamo se c’è qualche libro che va!“.

La teoria che sottintende un tale comportamento è la seguente: “I libri vanno da soli“, una delle frasi preferite dagli editori. Ovvero, se un libro è BUONO, non c’è neanche bisogno di fare tutto ‘sto marketing. Il libro prima o poi comincerà a vendere “da solo“, e a questo punto gli editori faranno finalmente un po’ di promozione per il libro che ha dimostrato di saper camminare con le sue gambe. E se il libro dovesse continuare ad andare bene, allora gli editori potrebbero fare altri ulteriori investimenti su quell’autore e magari pagargli un anticipo molto importante per un suo secondo libro.

In realtà, il fenomeno del “libro che va da solo” esiste per davvero. Il fenomeno in questione non è altro che un effetto del famoso “passaparola“, ovvero il fatto che i lettori si consigliano il libro l’un l’altro, quando gli è piaciuto molto, e quindi l’onda delle vendite parte come un’onda lenta, perchè procede esattamente con le stesse modalità dei contagi virali. All’inizio i lettori sono pochi e “contagiano” pochi altri lettori, quando poi il numero di lettori cresce, allora aumentano esponenzialmente anche i contagi (le vendite), e alla fine le vendite del libro montano fino a raggiungere l’onda alta dell’epidemia conclamata. Il fenomeno del passaparola (che in genere avviene tra persone che si conoscono) adesso è naturalmente amplificato dai social, le recensioni positive, eccetera, che coinvolgono utenti che hanno solo relazioni “digitali”.

Il caso più famoso (e meritato) di un “libro andato da solo” è quello di “Gomorra” di Roberto Saviano. Ne furono stampate solo 5.000 copie, ma il libro era così bello che i lettori se lo consigliavano e se lo regalavano tra di loro, e alla fine il libro “partì da solo”, per usare il linguaggio degli editori. “Gomorra” ha meritato il successo che ha avuto, credo sia uno dei libri migliori scritti in Italia negli ultimi anni.

Ma dobbiamo essere onesti sulla storia dei “libri che vanno da soli“. In realtà, gli editori fanno delle attività di promozione, ma le concentrano appunto intorno a pochi autori per i quali hanno sborsato diritti salati.
I “libri che vanno da soli” sono invece libri per i quali era stato pagato un anticipo minuscolo (e quindi non è stata fatta alcuna promozione), ma che sono andati benissimo lo stesso, nonostante nessuno nella casa editrice si fosse accorto di avere tra le mani un best seller. Sto parlando dei cosiddetti best seller “di qualità“, che esplodono perchè sono ottimi libri.

Esistono poi altri casi di libri che “in teoria” dovrebbero andare da soli e sono quelli scritti da autori famosi o che hanno sviluppato un loro pubblico su altri media – dalla televisione a YouTube – e si suppone che siano in grado di attirare lettori senza bisogno che la casa editrice faccia investimenti su di loro. Si pubblicano così libri – libroidi, secondo la definizione di Gian Arturo Ferrari, e cioè pseudolibri – che dovrebbero andare sulle loro gambe. A volte i libroidi ce la fanno, altre volte sono così miserabili (scritti da qualche povero ghostwriter) che non ce la fanno neanche ad alzarsi in piedi e fare due poveri passettini.

La verità è che spesso neanche gli editori sanno bene cosa stanno pubblicando, ma questo non va a loro onore. Il mestiere dell’editore dovrebbe essere proprio quello di saper scegliere i POCHI libri buoni che vale la pena pubblicare. Penso per esempio al catalogo ETERNO di Adelphi, dove nessun libro esce MAI da un catalogo destinato a durare PER SEMPRE. Mentre invece gli editori che preferiscono la tecnica del “vedere come va” devono mandare periodicamente al macero anche i loro cataloghi

Insomma, per concludere, quando un libro va male, l’autore pensa che la colpa sia della casa editrice (che non ha fatto promozione), mentre invece l’editore si convince che se quel libro non è riuscito ad andare “con le sue gambe”, in realtà valeva poco. Oppure che la colpa è stata dell’autore che non è stato in grado di accompagnarlo fuori dalle librerie autopromuovendosi sui social o sugli altri media. E l’unico errore che l’editore ha fatto è stato appunto quello di pubblicare un libro modesto scritto da un autore ancora più modesto.
E qui si chiude l’avventura in libreria dell’autore in questione: nessuno lo pubblicherà mai più.

Torno subito al mio caso, perchè adesso sarà più facile capire la mia posizione. Con Mondadori ho venduto 5.000 copie cartacee e 3.500 ebook, nonostante la quasi totale assenza di una campagna promozionale.
5.000 copie sono abbastanza perchè venga pubblicato un secondo libro, ma non abbastanza per meritare degli investimenti promozionali per la nuova pubblicazione. Un limbo pericolosissimo, più vicino all’inferno che al paradiso. Basta infatti un minuscolo passo falso per scivolare sotto le 2.000 copie e finire dritta in un dirupo.

Sono stata infatti molto vicina a pubblicare il seguito di “Omicidi in pausa pranzo” con un editore che si sarebbe messo anche lui alla finestra a guardare se il “libro andava da solo”.
Sapevo che se il libro non fosse andato bene, sarei finita al secondo piano del Libraccio, tra i libri scontati al 50%, dopo neanche un paio di mesi, e da lì non mi sarei schiodata MAI più.
Ma non solo, l’editore mi avrebbe anche detto che se finivo al Libraccio, era perchè me lo MERITAVO: i “libri vanno da soli” e il mio non era andato. E mi avrebbe quindi comminato l’estrema unzione.
CHIUSO L’ARGOMENTO.

Ecco, non credo che gli editori abbiamo torto a fare questo tipo di ragionamenti, perchè il loro obiettivo è di sopravvivere e sono quindi continuamente alla ricerca di nuovi “prodotti” da proporre ai loro consumatori. E se un prodotto non “va”, passano a quello successivo senza farsi troppi scrupoli. Il ragionamento fila.

Il problema ce l’hanno invece gli autori che (come nel mio caso) firmano dei contratti in cui non solo cedono la prelazione sulle loro opere future per un tempo infinito ma non riescono neanche a risollevarsi dal loop “siccome vendi poco, per te spendo poco“.
Il rischio di finire BRUCIATI è elevatissimo, per non dire SICURO.

Per carità, non voglio con questo sostenere che la pubblicità è l’anima del commercio, anche di quello librario, e quindi che si vendono solo i libri che sono stati promossi. E quindi gli insuccessi dipendono sempre dall’assenza di investimenti. Al contrario, ci sono editori che hanno perso un sacco di soldi perchè hanno INUTILMENTE promosso dei BRUTTI LIBRI.
I libri illeggibili (e ce ne sono tantissimi) non escono dalle librerie neanche se li spingi fuori con la forza. Molti dei libri che non hanno successo sono per davvero libri brutti.

Ma senza investimenti in advertising, che significa appunto “avvisare le persone dell’esistenza di un prodotto“, non si va lontano, tranne che per quei rarissimi e sublimi casi editoriali che succedono appunto una volta ogni cinque anni.

Ecco, diciamo che la mia carriera nelle librerie si è chiusa proprio perchè sono finita anch’io tra quegli autori per cui nessuno si prende il rischio di investire (nel frattempo ho scritti altri libri). Né io mi sono voluta prendere il rischio di essere pubblicata MALE, magari dopo aver firmato un contratto in cui cedevo il diritto di prelazione sulle mie opere future per dieci anni, fatto che dà all’editore un immenso potere sull’autore, anche nel caso in cui i suoi libri vadano bene.

Certo, gli agenti letterari ti proteggono dai cattivi contratti, ma sono veramente pochi quelli che hanno un reale potere di trattativa con gli editori e riescono a spuntare buoni anticipi e investimenti pubblicitari decenti, soprattutto in questi periodi grami.
E poi anche i grandi agenti usano lo stesso algoritmo dell’editore: se il primo libro ha venduto 5.000 copie, ne venderà 5.000 anche il secondo, e quindi il loro guadagno sarà molto modesto. Insomma, un autore che ha vendicchiato non è di nessuna attrattiva per un agente, soprattutto perchè sono pochissimi gli agenti disposti a LANCIARE nuovi autori.

Per carità, il mio post non vuole essere un elenco di LAGNE. Come forse si potrà intuire, sono più interessata a sfruttare i diritti commerciali delle mie opere che non a comprarne un paio di casse col 70% di sconto e tenerle da parte per il momento fatidico in cui finirò in una bara.

Arrivo quindi alla fatidica conclusione: ritornerò su Amazon con i nuovi episodi della mia serie OMICIDI scritti in questi anni e ambientati in CONDOMINIO, in ORATORIO e a SCUOLA. Li pubblicherò in versione ebook e cartacea, e se all’inizio non li comprerà nessuno, resteranno online fino a quando non sarò riuscita a far partire il fenomeno del passaparola (che in passato aveva funzionato) e non avrò fatto del buon advertising, usato a larghe mani per promuovere la versione su Amazon di “Omicidi in pausa pranzo”.

Insomma, quando sarò online avrò tutto il tempo per aggiustare il tiro nel caso di una partenza lenta, mentre invece dalle librerie esci SUBITO se il libro non si muove. E potrò continuare a vendere i miei libri per i prossimi dieci anni, anche se dovessi venderne dieci copie al mese, senza che nessuno mi depenni dal catalogo per liberare i magazzini dalle tonnellate di copie invendute.

La mia scommessa ECONOMICA (disciplina studiata all’università) è che i libri autopubblicati possano sopravvivere online anche nel LUNGO PERIODO senza il bisogno di fare performance strepitose, le uniche che ti consentono di diventare un’edizione tascabile e resistere qualche tempo (guadagnando) nelle librerie. Credo quindi che nel lungo periodo un libro autopubblicato sui canali online (dove si possono acquistare anche le copie cartacee) possa avere risultati economici incredibilmente migliori (se non fa schifo, questo è chiaro) di un libro pubblicato senza grande convinzione da una casa editrice tradizionale.

Ecco, sto per lanciarmi sul mercato sottostante a 2,99 euro per gli ebook, e 9,99 per il cartaceo. Prezzi da offerte speciali per i salami del contadino e il grana padano. Ma ho sempre tenuto i prezzi bassi: preferisco non sfidare la sorte.
Meglio dieci anni da pecora (su Amazon) che non un paio di settimane da capretta (in libreria).
Chi vivrà, vedrà.

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