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Manifesto dell’impiegato

A quindici anni, se qualcuno mi avesse detto che da grande avrei fatto l’impiegata, non gli avrei creduto.

Non avrei creduto che tutte le mie giornate avrebbero potuto essere uguali l’una all’altra, senza nessuna possibile e imprevedibile sorpresa.

Tutte le mattine sulla metropolitana alle otto e un quarto, e la sera di nuovo in metropolitana verso le sei.

La vita scandita da impegni quotidiani e immutabili, legati alla pulizia della casa, il rifornimento di provviste, l’educazione dell’unico figlio che ho e la fatica per rimanere presentabile: capelli tinti, vestiti puliti, scarpe e aspetto decoroso.

Ecco, non c’è niente di romantico o interessante nella lotta quotidiana per guadagnarsi la vita e restare poco più a galla del livello minimo di sussistenza.

Orwell ha scritto un libro meraviglioso sugli impiegati: “Fiorirà l’aspidistra“, in cui il protagonista si rassegna a diventare un impiegato solo quando scopre che la fidanzata è incinta. Rinunciando così a tutte le sue precedenti aspirazioni a-convenzionali e non borghesi.

Insomma, quella dell’impiegato non è un’aspirazione condivisibile, ma una specie di rinuncia alla quale ti costringe la vita, anzi, come spiegava bene Orwell, una rinuncia alla quale ti costringe il più basso degli istinti: quello della riproduzione.

Perché solo se hai dei figli da mantenere puoi accettare il lavoro quotidiano scandito da orari, impegni, regolamenti e normative.

I figli devono mangiare e comprasi le Nike: non puoi coinvolgerli nelle scelte rischiose che comporterebbe la ricerca di un lavoro che sia per davvero rispondente alle nostre più intime aspettative.

Se non avessi un figlio, credo che la vita da impiegata mi sarebbe intollerabile, ma se non fossi stata un’impiegata, non avrei avuto un figlio, perché solo la garanzia di poter percepire un reddito in futuro ti da la forza – e l’incoscienza – per seguire i tuoi più bassi istinti vitali, quelli appunto legati alla riproduzione.

Chi ha dei figli e perde il lavoro è rovinato. Non c’è una rovina peggiore di quella di non poter garantire ai propri figli una vita decente e la possibilità di sostenerli nell’ingresso nella vita adulta.

Chi invece non ha figli, può permettersi qualche follia in più, e può tollerare meglio periodi rovinosi di poco lavoro.

Arrivo subito alle conclusioni: un mercato del lavoro totalmente deregolamentato, in un paese come il nostro dove il curriculum lavorativo di una persona rimane appetibile solo se non presenta nessun “buco”,  avrà l’effetto di sterilizzare le prossime generazioni di italiani.

Nessuno è così pazzo da fare un figlio, fare la spesa, alzarsi alle sette, accompagnarlo a scuola e prendere subito dopo la metropolitana, se sa che il suo reddito potrebbe cessare, diminuire, eccetera, dopo quindici giorni.

Insomma, per fare dei figli, bisogna avere la convinzione di poter contare su guadagni certi per un certo numero di anni.

Il mercato del lavoro che piace ai liberisti italiani – figli di papà com’è lo stesso Renzi – segnerà la fine della razza italica, così come la conosciamo. La parola razza mi fa orrore, ma posso dire con certezza che noi italiani medi siamo destinati all’estinzione.

Che nessuno si lamenti di più degli ultimi impiegati che si fanno la doccia tutte le mattine e vanno a lavorare per mantenere i loro figli.

Non è colpa degli impiegati se il PIL dell’Italia sta andando a picco.

Non è colpa nostra se l’Italia va a puttane.

Io, impiegata, non me la sento di diventare il capro espiatorio di Renzi e Poletti, amici del cuore dei confidustriali rossi e neri.

Se i colletti bianchi e blu scompaiono, scompare anche l’economia italiana.

Noi siamo quello che gli economisti chiamano la “domanda interna”, e se scompariamo noi e i nostri figli, scompare tutto, dal mercato immobiliare all’Esselunga, passando per le banche.

Consiglio a Renzi di leggersi qualche testo di economia. Magari di un cretino come Stiglitz che ha vinto solo il premio Nobel.

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