In morte digitale di un’amica

Un’amica è morta, poco tempo fa. Fumava troppo e non ce l’ha fatta.
L’abbiamo seguita su Facebook, mentre faceva la chemio.
Prima stava benino, sorrideva, era solo un po’ gonfia per il cortisone.

Le piaceva l’idea di non andare a lavorare. Era un’impiegata, come me.
Avere il cancro le permetteva di non andare in ufficio, e la cosa la rendeva contenta.
Anzi felicissima. Ci sono delle foto in cui sorride, durante la chemio, allegra come Dio solo sa cosa.

Poi le cellule sono impazzite. Lei stava sempre peggio e ha messo di postare su Facebook. Era un brutto segno, ho pensato, se non postava più niente su Facebook.
Poi le sue amiche hanno cominciato a postare loro delle foto nel suo Diario, con i foularoni per coprire i capelli che non c’erano più.

E poi, alla fine, se n’è andata. Cazzo, com’era simpatica. Chi la conoscerà mai più una così simpatica. Lucida e geniale fino all’ultimo secondo. Difficile lasciare andare chi è morto vivo.

Ma le sue amiche non ce l’hanno fatta. Non potevano credere che la Cri non rispondesse più alle email, non postasse su Facebook,  non facesse i +1 ai loro post.

E si sono messe a farlo loro, al posto suo. Tutti i giorni c’è qualcuno che passa sul suo Diario, e le lascia un saluto, o posta una foto dove c’è lei, bellissima, dieci anni fa. Qualcuno ha scritto: “Teniamolo vivo questo posto!”. Il Diario su Facebook. Il suo cimitero digitale, dove la Cri continua a vivere, digitalmente, bella come una volta, e dove puoi ancora leggere i suoi vecchi post, vedere le foto di quando stava bene e sorrideva a tutti, parlava con tutti, rispondeva a tutti.

Come si fa a morire, oggi, quando ti lasci dietro una traccia digitale che continuerà a girare su qualche server in America fino a chissà quando? Come si fa a non rispondere più a chi ti lascia un saluto sul Diario? Come si fa?

Morire è diventato più difficile. Siamo entrati nell’infinito internettiano.  Incidiamo la nostra storia su qualche computer che ci fa sembrare sempre vivi, sorridenti. Non siamo mai morti, eppure siamo già morti.

Bioy Casares l’aveva capito, nell’Invenzione di Morel. Aveva già capito tutto.

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