Archivio dell'autore: Viola Veloce

Tutti a lavorare con l’influenza!

L’anno scorso, in dicembre, mi è venuta una mega-influenza proprio il giorno in cui erano cominciate le vacanze di Natale. Avevo una tosse cavernosa, un raffreddore terribile e uno strano senso di dolore e oppressione ai polmoni.

Non avevo la febbre e sono andata dal mio medico di base perchè volevo che mi auscultasse i polmoni. Lui mi aveva detto che i polmoni erano “liberi”, ma mi aveva lo stesso prescritto sei giorni di antibiotico.

Ero tornata a casa dopo essere passata dalla farmacia e la sera stessa mi era venuta anche un po’ di febbre. Siccome avevo fatto il vaccino antinfluenzale, mi ero detta che forse avevo solo preso freddo e tutto sarebbe passato nel giro di un paio di giorni.

La faccio breve: non solo l’influenza non era passata, ma dopo dieci giorni mi sentivo sempre peggio. Non ero MAI uscita di casa, perchè avevo l’impressione che se avessi preso freddo, mi sarebbe venuto qualcosa di TERRIBILE.

Avevo quindi pensato con soddisfazione: “Meno male che mi sono ammalata durante le vacanze di Natale!”, perchè in era pre-Covid sarebbe stato molto difficile ottenere un certificato di malattia di due settimane per un’influenza.
In era pre-Covid, ero infatti andata moltissime volte a lavorare con un po’ di febbricola, dei raffreddori tremendi e delle tossi che mi squassavano, ma i medici di base (sempre in era pre-Covid) erano molto attenti a concedere giorni di malattia, con il risultato che tutti andavamo a lavorare anche con l’influenza, a meno che non si presentassero nel loro studio con la febbre alta, un forte mal di gola, eccetera.
In questo caso, i giorni di malattia che mi dava il mio medico erano in genere tre, passati i quali, se non stavo ancora bene, potevo ottenerne altri due.
In era pre-Covid, i mezzi pubblici di Milano erano quindi pieni di gente che starnutiva e tossiva, ma questa era considerata una condizione “normale”. Milano non si ferma, Milano va sempre a lavorare.

Ed ecco che l’anno scorso, quando erano finite le vacanze che avevo passato a tossire, ero subita tornata a lavorare, anche se mi sentivo uno straccio. Ma dopo poche ore passate in ufficio, stavo così male che avevo chiamato un taxi per tornare a casa. Tossivo ancora, mi girava la testa, mi sentivo debolissima.

Ero tornata dal mio medico per dirgli che stavo male e lui mi aveva dato i soliti tre giorni. Mi aveva prescritto di nuovo degli antibiotici, perchè tossivo ancora e cominciavo ad essere un po’ preoccupata.
Dopo tre giorni, stavo ancora male ed ero tornata dal medico che mi aveva questa volta prescritto del cortisone e dato ancora due giorni di malattia.

Passato il weekend, mi ero di nuovo ripresentata dal medico per dirgli che stavo ancora male e avevo un senso di “oppressione ai polmoni” (ho trovato una mia email scritta in quei giorni), ma lui mi aveva guardato con un’aria perplessa. I polmoni erano a posto. Stavo fingendo? Ero una lavativa che non voleva andare a lavorare?

Per farla breve, avevo ottenuto altri due giorni, passati i quali ero tornata in ufficio. Ma mi sentivo così debole e spaesata che mi ero detta: “Cosa succederà se continuo a stare male? Come farò a continuare a lavorare?”.

Ecco, sono riuscita lo stesso ad andare in ufficio, e nel giro di un mese, ho cominciato a sentirmi meglio, proprio quando cominciava (ufficialmente) l’epidemia di Covid.

Bene, io non so se ho avuto il Covid. Non ho fatto il test sierologico, anche perchè conosco persone che l’hanno sicuramente avuto e sono risultate negative.
Ma il problema non è questo: il problema è che PRIMA del Covid ammalarsi di influenza era considerato un po’ da cialtroni. Chi era veramente EROICO andava a lavorare con la febbre, mentre invece chi restava a casa con un certificato di malattia rilasciato da un medico un po’ riottoso, poteva ricevere la visita di un medico dell’INPS per controllare che il lavoratore (e il suo medico di base) non stessero entrambi mentendo.

PRIMA del Covid era normale tossire e starnutire sulla metropolitana, tant’è vero che io avevo sempre il raffreddore, perchè prendevo la metropolitana e quindi mi beccavo i virus di tutti (e contagiavo tutti con i miei…).

Adesso, DOPO il Covid, è addirittura proibito recarsi nell’ambulatorio del medico di base se hai i sintomi del Covid, che assomigliano peraltro a quelli dell’influenza. Oggi, a nessuno passerebbe più per la testa di prendere un mezzo pubblico se ha un po’ di febbre e il raffreddore, anche se non è ancora cominciata l’influenza stagionale, e quindi il bello deve ancora venire.

Ma a pensarci bene, sembrano STRANI i tempi i cui andavamo tutti a lavorare anche quando tossivamo come dei DOBERMANN. Sono passati solo pochi mesi, ma adesso tossire in pubblico verrebbe punito con la fucilazione, quando invece fino allo scorso marzo era considerata una virtù dei FORTI andare a lavorare con l’influenza.

Inutile dire che le epidemie si sviluppano nei luoghi affollati, siano essi grandi città o allevamenti intensivi di animali.
Ci voleva il Covid per farci capire che quando hai un virus respiratorio, è meglio stare a casa fino a quando non ti senti meglio. E dopo devi usare la mascherina sui mezzi pubblici e nei luoghi affollati.

Metto in chiaro che non sono una negazionista, anzi, riconosco che il Covid ci farà riflettere su come non sia più possibile viaggiare ammassati sui treni dei pendolari o sulle metropolitane dei cittadini.
Bisognava darsi una calmata e ce la siamo data…



La professoressa EZIA BISUNTI

Nel mio libretto OMICIDI A SCUOLA mi sono inventata la professoressa EZIA BISUNTI che riassume in unico personaggio (che farà una brutta fine😜) tutte le insegnanti che ho DOVUTO incontrare lungo l’irto cammino di un figlio DISLESSICO nella scuola dell’obbligo e in quella superiore.

Il problema era proprio questo: appena mio figlio prendeva un paio di brutti voti in una materia, le insegnanti mi CONVOCAVANO per un incontro, in genere a orari come le 10.20, le 11.15 e consimilia, costringendomi a prendere MEZZA GIORNATA DI FERIE.

Andavo all’incontro e ascoltavo le loro rimostranze: l’alunno ha fatto male il compito di CHIMICA, l’alunno ha sbagliato gli esercizi di FISICA, l’alunno ha sbagliato il compito sui TEMPI DEI VERBI, eccetera. Come se il profitto scolastico di mio figlio dipendesse da ME e non dai suoi insegnanti…

Ma non voglio entrare in polemica, mi limiterò a elencare solo qualcuno dei motivi più BIZZARRI per i quali ho ricevuto una convocazione dalle varie EZIE BISUNTI incontrate durante la carriera scolastica di mio figlio.

1. “Il ragazzo non sa disegnare a mano libera“. Convocazione ricevuta in prima media da una BISUNTI che insegnava Storia dell’Arte. Sapevo di non essere la madre di Giotto, ma non avevo mai pensato di suicidarmi perchè mio figlio non avrebbe dipinto la Cappella degli Scrovegni.

2. “Il ragazzo va male in Matematica, ma è di buon’umore anche se prende brutti voti“. Convocazione ricevuta da una BISUNTI al liceo che si lamentava del fatto che mio figlio non tentasse il suicidio in suo onore.

3. “Il ragazzo ride durante una visita al museo“, ancora un’altra BISUNTI che li avrebbe fatti marciare in fila per due nei cortili di Palazzo Reale.

4. “Il ragazzo non ricorda le declinazioni irregolari latine“, ricevuta da una BISUNTI che non si voleva rassegnare al fatto che i dislessici non hanno memoria a breve, e quindi RAGIONANO, ma non RICORDANO.

5. “Il ragazzo si rifiuta di stare in primo banco“, dopo un tentativo di ribellione del poverino che aveva tentato di guadagnare l’ultimo banco e stare alla larga dalla BISUNTI di turno.

Ecco, io sono figlia di un’insegnante di Matematica, ma mia madre non era una BISUNTI. Mai convocato un genitore, era amatissima dai suoi alunni. Anch’io ho amato tantissimo la mia professoressa di Italiano del liceo. Andavo a trovarla, le portavo i fiori, le regalavo dei libri.

Le BISUNTI fanno male alla scuola. Ma sono sempre di più. Be’, mi fermo qui, dai, ho già detto troppo…

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Dieci consigli ai creativi

Bisogna dire TUTTA LA CRUDA verità. Prima della nascita del WEB, chi voleva essere creativo doveva trovare un MEDIA dove esprimersi (un giornale, la televisione, i cinema), e poi in molti casi doveva trovare un PRODUTTORE (chiamiamolo così), ovvero qualcuno disposto a finanziare la creazione delle sue OPERE. Piuttosto complicato, insomma.

Con il WEB, molti dei problemi di cui sopra sono stati risolti, perchè tutti possono PUBBLICARE in rete le proprie opere di creatività: libri, articoli, video, film, serie web, eccetera. Ma tutti possono anche vendere direttamente le loro opere: quadri, disegni, abiti, gioielli e così via. Sono quindi aumentati i CREATIVI che possono vendere le loro opere e presto nasceranno anche nuove forme di espressione della creatività individuale che possa esprimersi sul WEB. Pensiamo a tutti i concerti in streaming realizzati durante il lockdown. Spero che un giorno la mia amica Tina Venturi riesca anche a fare del BUON TEATRO in streaming, se c’è una che ce la può fare, è proprio lei.

Anche la CREATIVITA‘ si è espansa come concetto. Non solo è entrata di prepotenza nelle CUCINE (pensiamo agli chef, oggi riconosciuti come CREATIVI per eccellenza), ma anche in campi che prima erano considerati MINORI. Ci sono dei siti come ETSY che vendono SOLO prodotti della creatività. Oggi saper fare bene il MIELE è considerato un’opera della creatività, ma gli esempi potrebbero essere infiniti.

Diamo quindi per scontato che il numero e la varietà dei creativi è molto aumentato. Che CONSIGLI mi sento di dare a qualcuno che si sta lanciando in un’opera CREATIVA, che significa di fatto opera NUOVA, ovvero DIVERSA da tutte quelle che l’hanno preceduta?
Eccoli qui!


UNO. SCEGLITI UN MAESTRO (ANCHE DUE)
Tutti i grandi creativi hanno imparato il mestiere da qualcun altro che sapeva fare benissimo quello che volevano fare anche loro, senza il bisogno di averlo conosciuto: i maestri possono essere vissuti anche secoli prima.
Il gusto si affila proprio quando si sceglie un maestro dal quale apprendere (all’inizio per imitazione) la sua tecnica.
Bisogna studiare molto bene le opere di chi all’inizio imiteremo, perchè si impara per imitazione. Non ci sono altre possibilità.


DUE. COME MAESTRO SCEGLITI UN GENIO
Ecco, inutile imitare qualcuno che secondo noi non è granché, perchè sappiamo di non poter aspirare alla GRANDEZZA dei geni.
No! Bisogna avere rispetto e ammirazione per i geni, anche se noi siamo solo dei modestissimi epigoni.
Io per esempio ho scelto Céline come maestro, anche se scrivo delle mezze vaccate. Ma leggerlo mi ha aiutato a far volare un po’ più in alto la penna, che rimane lo stesso (abbastanza) rasoterra.

TRE. DIMENTICA TUTTO QUELLO CHE HAI IMPARATO
Il mio non è un invito alla crassa ignoranza, ma quando si è davanti all’ardua impresa di inventare qualcosa di NUOVO, bisogna avere il coraggio di non pensare a quello che hanno fatto gli ALTRI, neanche se sono i nostri maestri. Dobbiamo conoscere le opere di chi fa cose simili alle nostre, naturalmente, ma i loro lavori ci devono influenzare a un livello che deve diventare inconsapevole. Ovvero, se leggiamo i libri di un grande scrittore, la sua opera modificherà il nostro GUSTO, ma quando scriveremo il nostro libro, dovremo dimenticarci dei suoi, per seguire la NOSTRA strada.


QUATTRO. ACCETTA LA MODESTIA DEL TUO INGEGNO
Se dovessi utilizzare con me stessa lo stesso metro di giudizio che uso quando valuto uno scrittore, allora mi sarei già buttata una ventina di volte dal Duomo di Milano. Ammiro il grandissimo talento, ma so di esserne dotata in maniera limitata. Vado quindi avanti per il mio SENTIERINO senza la pretesa di cambiare le sorti della letteratura.
Si può essere dei bravi attori comici, per esempio, senza raggiungere le vette di Paolo Poli, ma c’è posto per tutti, anche per voi.


CINQUE. NON ASCOLTARE I CONSIGLI DEGLI ALTRI
Lo disse proprio Paolo Poli a un amico che non c’è più, Luigi Rigoni, che faceva l’attore e gli era andato a chiedere (in camerino) se aveva consigli da dargli. E lui aveva risposto: “Non ascoltare mai i consigli!”.
La creatività nasce dal fatto che si segue il proprio istinto, a volte anche in maniera irragionevole: andiamo verso LUOGHI sconosciuti, SENZA NESSUN’ALTRA GUIDA CHE NOI STESSI.
Lasciate perdere gli amici, il marito, la fidanzata e anche il MAESTRO: fate solo quello che volte VOI!


SEI. SUPERATE I PRIMI ORRBILI TEMPI
Le cose nuove, in genere, all’inizio non piacciono a nessuno. Se siete veramente creativi, e quindi avete innovato, ce li avrete tutti CONTRO.
Il gusto si modifica lentamente e gli adulti sono un po’ come i bambini: non amano i sapori nuovi. La bellezza di mangiare tutti i giorni la stessa minestrina è per molti impagabile. Costoro mangeranno ancora la minestrina, per tutta la vita, mentre poco a poco gli altri impareranno a gustare le vostre nuove ricette, dove i sapori sono mescolati in maniera nuova ed eclatante.


SETTE. STATE LONTANI DAL BRANCO
Fa parte della natura del branco assalire chi è diverso da loro. Se avete fatto veramente qualcosa di nuovo, allora ve li troverete tutti addosso.
CHE SCHIFEZZA HAI MAI FATTO?” vi diranno tutti in coro, proprio perchè voi siete fuori dal coro.
“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, lo diceva Dante, che ha scritto in esilio il poema più bello mai scritto da un italiano. Se Dante fosse stato anche solamente interessato alle plausi e le lodi dei suoi contemporanei, non avrebbe scritto la Divina Commedia.


OTTO. MOLTI NEMICI, MOLTO ONORE
Lo ha detto Mao, un tiranno comunista, ma con una storia PERSONALE di grande successo (ha vinto una guerra civile). Non è detto che una moltitudine di stroncature sia per forza un fatto negativo. Significa che comunque qualcuno si sta accorgendo di voi. E se le stroncature sono tante, allora sono in tanti ad accorgersi di voi. Se avete molti nemici, vuol dire che vi state muovendo MOLTISSIMO. Altrimenti nessuno si occuperebbe di voi.
Andate avanti, non fermatevi.


NOVE. FATEVI IL CULO, ANCHE PER ANNI
Nessun progetto creativo resiste al peggiore dei suoi nemici: la stanchezza, la mancanza di volontà, il pessimismo che vi taglia le gambe.
Dovete continuare a farvi il culo anche quando vi sembra che vada tutto male, nessuno vi supporta e credete di aver sbagliato tutto.
Chi si scoraggia, perde la partita. Chi gioca fino all’ultimo tempo, potrebbe anche vincere. MAI ABBASSARE LA GUARDIA, MAI. Soprattutto con voi stessi.


DIECI. LA SCONFITTA È LA NOIA, NON L’INSUCCESSO
Non a tutti è concesso il successo (nelle infinite misure in cui si presenta il successo), ma non c’è nulla di più gratificante che mettere alla prova la propria creatività e vivere una vita piena di tentativi, insuccessi, cadute, svolazzi, ricadute, eccetera, ma sempre sotto il segno della RICERCA, invece che della NOIA della ripetizione.
Conosco amici che sono stati CREATIVI nel crescere due figli gemelli con un disturbo nello spettro autistico. E oggi hanno figli empatici e affettuosi.
Insomma, l’unico insuccesso è quello di non provare MAI a fare qualcosa di diverso. Altrimenti saremmo ancora tutti nelle caverne a conciare con i denti le pelli dei cervi.
Meglio darsi una MOSSA, su.








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Fascistissimo me

Metto in chiaro che le mie sono chiacchiere da bar, senza nessuna pretesa, fatte da una che va a lezione di trucco da Diego Dalla Palma.
Questo non mi impedisce di esercitare i miei diritti di cittadina – parola poco usata nel nostro paese – per dire che in Italia siamo ancora un po’ fascisti.

Vado subito a argomentare. Ordunque, il fascismo è un’invenzione politica italiana, come la pizza e gli spaghetti alla chitarra. Una dittatura non particolarmente sanguinaria e crudele come quella della Germania nazista, ma ugualmente perniciosa. A conti fatti, l’Italia è uscita dal fascismo distrutta (in senso letterale) dalle conseguenze della guerra e da vent’anni di controllo TOTALE sulle coscienze e le vite dei sudditi italiani.

Per vent’anni, è stato impedito a chiunque di esprimere liberamente le proprie opinioni, su qualsiasi argomento, a meno che non prevedessero le lodi sperticate dei reggenti locali oltre che del reggente nazionale, Benito Mussolini, che tra i suoi vari difetti aveva i modi e la postura di un BUFFONE.

Prendete un ragazzo di dodici anni e fategli vedere il video della dichiarazione di guerra proclamata da Mussolini contro Francia e Gran Bretagna. SI METTERÀ A RIDERE! Tutte quelle mossette ridicole, la parodia della postura da uomo forte, con le spalle aperte e le dita infilate nella cintura, e quello sporgere prognatico del mento da uomo durissimo che non ha paura a nascondere la sua protervia.

RIDICOLO!

Oggi Mussolini ci sembra un cattivo oratore, di cattivo gusto, capace solo di fare la parodia di se stesso, quando invece quell’uomo così ridicolo ci ha buttato nello sconforto di una guerra ingiusta, costata agli italiani LACRIME E SANGUE, oltre che molti anni di povertà.

E adesso arrivo al dunque: qual è l’eredità sciagurata di quel periodo storico, ancora molto mal digerito, visto che in Italia è mancata la volontà di svolgere una CRITICA ACUTA sul proprio passato, come è stato fatto invece in Germania?

Beh, siamo ancora un po’ fascisti. In un’eccezione particolare, e cioè della PAURA a esprimere LIBERAMENTE le proprie opinioni, senza PAURA DI NIENTE E DI NESSUNO.

Nel nostro paese c’è una RETICENZA a esprimere le nostre idee (in generale, non solo quelle politiche) che deriva dal fatto che siamo stati DOMINATI (fino al 1861) da potenze europee che ci hanno sempre considerato SUDDITI di qualità inferiore ai loro CITTADINI (francesi, per esempio).
Gli italiani hanno nel loro DNA la consapevolezza di essere PEGGIO dei francesi, degli austriaci e degli altri europei che ci trattavano da DOMINATI e ci prendevano a LEGNATE se solo provavamo a dirci ITALIANI.

Tutte le campagne ANTIEUROPEE hanno successo in Italia proprio perchè pescano nei nostri ricordi profondi, di quando eravamo dominati.

In Italia non c’è stata la Rivoluzione Francese, ma l’unificazione è avvenuta grazie a un disperato come Garibaldi partito da solo, con qualche bergamasco coraggioso, per poi subito sottomettersi a un re piemontese.

Insomma, siamo abituati da sempre a non alzare troppo la testa: è pericoloso. A questa sciagura storica dobbiamo aggiungere che dopo sessant’anni dall’Unità d’Italia siamo finiti nelle mani di un BUFFONE come Mussolini che faceva bere l’olio di ricino a chi non si comportava come un SUDDITO IMBELLE E LECCACULO.

Gli italiani che nel ventennio fascista pensavano che Mussolini era un buffone dovevano essere TANTISSIMI, ma avevano paura anche solo di pensarlo.

Ecco, io credo che siamo ancora un po’ fascisti perchè abbiamo introiettato la PAURA DELL’OLIO DI RICINO, una paura che arrivava da lontano, ma che è stata ribadita dagli anni terribili in cui anche i bambini avevano capito che non dovevano dire quello che pensavano, ma che invece era pericoloso mettersi a ridere se quel pagliaccio sporgeva il mento in fuori mentre parlava.

Siamo gli eredi di una pericolosa dittatura da operetta, in cui il capocomico distribuiva PURGHE a chi non rideva delle sue battute.

Ecco, non tutto il male vien per nuocere, direbbe una di sessant’anni come me, perchè io sono SICURA che gli italiani abbiano imparato MOLTO dalla loro storia. Certo, non siamo un popolo di coraggiosi opinionisti e stiamo bene attenti a non dire MAI chiaramente quello che pensiamo, ma sentiamo subito nell’aria il PROFUMO del buffone, ovvero dell’uomo MEDIOCRE che cerca di proporsi come CONDUTTORE ASSOLUTO, come se noi italiani volessimo per davvero l’UOMO FORTE.

NESSUNO in Italia vuole l’UOMO FORTE, anche se nessuno lo dirà così chiaramente. Gli uomini politici italiani che hanno tentato quella strada (faccio un paio di nomi: Renzi e Salvini) non possono sopravvivere. Salvini sta perdendo consensi, non li riuscirà a recuperare.

“Il re è nudo” non lo griderà mai nessuno così chiaramente, ma ormai a pensarlo siamo in tanti. Ci ricordiamo benissimo di quell’ometto a Porta Venezia e dei guai che ha combinato.









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Perché noi milanesi siamo così str*onzi?

Non è una domanda retorica, perchè in genere per le domande retoriche è sempre pronta una risposta retorica. Ma non ho una risposta pronta.

Il punto è che i milanesi non sono simpatici, mi ci metto anch’io tra i non simpatici, perchè un milanese gentile o caloroso verrebbe immediatamente rifiutato come un corpo estraneo dalla massa dei milanesi antipatici. E quindi a Milano DEVI essere un po’ antipatico per sopravvivere.

Faccio un esempio pratico: vado da sempre a nuotare alla piscina Solari e mi sono abituata a non salutare chi nuota nella mia corsia. Siamo in costume a qualche centimetro di distanza, e poi magari facciamo la doccia insieme, ma è VIETATO guardarsi in faccia, sorridersi o scambiare due parole. Non è COOL. Un milanese cool si fa gli affari suoi e non cerca di attaccare bottone con nessuno.

Le cose che non sono cool a Milano sono tantissime. Chiedere un limone in prestito ai vicini, per esempio, ma anche semplicemente salutare dei vicini di casa che non conosci. Meglio abbassare la testa quando li vedi per le scale.
Vietato anche parlare con la gente che incontri per caso sui mezzi pubblici (a me piacerebbe tantissimo), mentre invece a Roma chiacchieravo sempre alle fermate degli autobus con le signore che incontravo.

A Milano è difficile conoscere persone nuove, perchè le cerchie di amici si formano pronto presto (alle scuole superiori o all’università per chi la frequenta) e poi proseguono imperterrite tutta la vita. Ci si frequenta fino alla fine del mondo, fino a quando non finisci in una bara, e gli amici che hai visto per cinquant’anni il sabato sera vengono tutti insieme al tuo funerale.

A Milano non è cool invitare persone (maschi e femmine) che non conosci bene a prendere un aperitivo o uscire a cena, perchè tutti si direbbero: “Ma com’è invadente questa qui! Cosa mai vorrà da me?“. Anche se non tu non vuoi assolutamente niente, ma solo fare quattro chiacchiere con qualcuno di nuovo.

A Milano devi tenere pronto il pedigree comprensivo della scuola o dell’università che hai frequentato, nonché delle persone che hai conosciuto sul lavoro, così che sia subito possibile partire alla caccia delle conoscenze comuni. Non è difficile arrivare nel giro di pochi minuti a stabilire quali sono gli amici a solo un paio di gradi di separazione che possano cementare una nuova conoscenza. Se si scopre che io e te siamo tutti e due amici di Tizio e Caio, allora possiamo anche essere amici tra noi.

A Milano sei uno sfigato se non vai via durante i weekend e nei ponti comandati dei milanesi. I veri milanesi non stanno MAI a Milano durante i weekend, soprattutto in estate, a partire da giugno. I milanesi non stanno a Milano neanche un giorno d’agosto: ORRORE! I milanesi hanno sempre un papà e una mamma che si sono comprati la casa al mare o in montagna nei favolosi anni del boom economico e adesso ci vanno loro, alla faccia di chi la casa non ce l’ha.

Beh, potrei continuare, perchè Milano è una città ricca e seleziona i milanesi in base al censo, l’istruzione, eccetera, in un sistema di CASTE rigidissimo, degno dell’India, dove non ci si pone neanche il dubbio se un bramino possa frequentare (o sposare) qualcuno di una casta inferiore.
A Milano non si salta da una casta all’altra. Impossibile, verresti subito individuato e fatto neanche entrare dalla porta.

Ecco perchè non siamo simpatici. Siamo un po’ str*onzi.



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I soliti dieci consigli per superare il blocco dello scrittore

Visto che TUTTI danno i loro consigli su come superare il blocco dello scrittore, tanto vale che mi ci metta anch’io.
Sono stata incagliata per un bel numero di anni, poi ho messo a punto la TECNICA (per libri di narrativa) che vado a illustrare.
Ordunque, la prima domanda che si deve porre lo scrittore potenziale che non riesce a scrivere è la seguente: ho veramente qualcosa da dire?
Parto subito con il decalogo per vincere il BLOCCO che colpisce (più volte nella vita) tutti quelli che scrivono e si incagliano sulla pagina bianca (o non vanno oltre la pagina trenta).


UNO. CI VUOLE UN’IDEA FORTE.
Prima di cominciare a scrivere qualsiasi cosa, bisogna essere sicuri che il vostro libro parta da una buonissima idea, riassumibile in venti parole. Esempio: “Edipo si innamora senza saperlo di sua madre Giocasta, con la quale ha due figli. Quando Giocasta lo scopre, si uccide”.
Se manca il lampo narrativo sul quale costruire una storia, allora vi mancherà la bussola da usare per orientarvi durante la costruzione della trama. Vi perderete in mille piccoli rivoli che non portano al mare.


DUE. SCRIVETE LA TRAMA DI TUTTI I CAPITOLI.
Prima di scrivere anche solo una riga del vostro libro, dovete preparare la sinossi di ogni singolo capitolo di cui si comporrà. Per ogni capitolo, dovreste scrivere dalle 7.000 alle 10.000 battute che riassumano tutti gli eventi di quel singolo capitolo. Non dovete scrivere BENE mentre fate il riassunto, va benissimo una scrittura veloce che vi aiuti poi a capire se la trama sta per davvero in piedi.
Verificate che la trama stia in piedi, e non abbiate paura di riscriverla e aggiustarla.


TRE. COSTRUITE DELLE GRIGLIE DOVE INSERIRE I PERSONAGGI.
Mentre scrivete la trama, vi accorgerete che i vostri personaggi prendono forma. Preparate allora delle griglie dove inserirli.
Sono AMICI, VICINI DI CASA, FRATELLI, COLLEGHI, PARENTI, eccetera del protagonista?
Mettete ogni singolo personaggio nella griglia di riferimento e controllate che ognuno abbia un nome e un cognome diverso dagli altri. Per esempio, se avete appena inventato un Marco, non mettetegli subito di fianco un Mauro. Il lettore farà casino e non capirà di chi state parlando.


QUATTRO. VISUALIZZATE BENE LA FACCIA DI OGNI PERSONAGGIO.
Quando “userete” i vostri personaggi, dovete “vederli”. Dovete sapere che faccia faranno e quindi come reagiranno nelle diverse situazioni. Anche qui io uso una tecnica: ogni singolo personaggio è quasi sempre ispirato a persone reali, che poi faccio muovere come voglio.
Il trucco di usare la faccia e la personalità di chi conoscete vi aiuta molto, perchè vi aiuta a prevedere come reagiranno davanti alle situazioni in cui li porrete.
Se invece un personaggio è completamente inventato, inventatevi anche la sua faccia. E ricordatevela quando scrivete.
Potete arricchire la griglia dei personaggi con le descrizioni che li riguardano. Potete anche scrivere la storia dei personaggi prima che entrassero nella vostra storia: insomma sappiate tutto di loro, per farli muovere con comodità bel vostro libro.


CINQUE. DIVIDETE IN SOTTOCAPITOLI OGNI SINGOLO CAPITOLO DELLA TRAMA.
Dopo avere scritto la sinossi di tutti i capitoli e aver preparato la griglia dei personaggi, aspettate ancora a mettervi a scrivere.
Prendete la sinossi del primo capitolo e “esplodetela” in sottocapitoli. Ovvero scrivete il riassunto di quello che succederà in tutto quel capitolo, dividendolo in blocchi temporali. Prima di tutto, dovete scegliere il giorno e l’anno in cui inizia il vostro romanzo. E poi a partire da quel giorno, riscrivete la trama più dettagliata del vostro capitolo, indicando sempre in quale giorno succede una certa cosa. Se per caso un capitolo è ambientato in una sola giornate, allora usate le ORE della giornata per dividerlo in sottocapitolo.
In realtà non faccio questa operazione per tutti i capitoli prima di mettermi a scrivere, ma la faccio prima di scrivere OGNI SINGOLO CAPITOLO.


SEI. DECIDETE QUANTE BATTUTE VOLETE SCRIVERE.
Bene, a questo punto decidete quante battute volete scrivere. 400.000 per otto capitoli? perfetto, allora ogni capitolo dovrà essere lungo 50.000 battute. E se avete diviso il primo capitolo in otto sottocapitoli, per ogni sottocapitolo dovrete scrivere 6.500 battute.


SETTE. A QUESTO PUNTO POTETE COMINCIARE A SCRIVERE.
Bene, a questo punto non avrete più la pagina bianca di fronte a voi (che vi BLOCCA), ma avrete il primo sottocapitolo del primo capitolo, e saprete come si chiamano i vostri personaggi e che faccia hanno. Dovrete semplicemente scrivere 6.500 battute per raccontare quel pezzettino della storia che avete così efficacemente riassunto in un file che terrete aperto sotto quello sul quale dovrete cominciare a scrivere.
Sfido chiunque a non scrivere 6.500 battute su un argomento già molto ben definito in precedenza.


OTTO. NON ASPETTATE L’ISPIRAZIONE, PERCHÉ NON ESISTE.
Nessuno è in grado di scrivere un intero libro sotto il benefico influsso dell’ispirazione, ovvero di uno stato estatico che lo guidi in modo automatico e divino lungo l’irto cammino della narrazione.
No, si scrive solo perchè LO SI VUOLE, nonostante il fatto che sia faticoso, noioso e niente affatto divertente.
Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli” scriveva l’Alfieri che si faceva legare alla sedia dal servo Elia per scrivere i suoi drammi (forse anche per non correre dalla sua amata, sposata pure con un altro).
Chi aspetta l’ispirazione, non andrà da nessuna parte, credetemi.


NOVE. E QUI ARRIVA ANCHE L’INCONSCIO.
Bene, una volta che vi siete legati alla sedia e sapete esattamente che cosa dovete scrivere, allora dovete fare in modo che si metta in moto anche l’inconscio. Per usare il linguaggio psicanalitico, io credo che la scrittura sia un AGITO, ovvero un moto prodotto dal nostro inconscio che si trasforma in ATTO prima ancora che sia stato PENSATO.
Per dirla facile, la scrittura è UN’AZIONE che non deve essere pensata troppo PRIMA di essere agita (SCRITTA).
Mentre scrivo, sono SOTTO L’INFLUSSO di forze psichiche che non controllo ma che mi guidano inconsciamente verso la CREAZIONE di insiemi di parole che sono completamente nuovi, inediti anche a me, proprio perchè attingono a una parte sconosciuta della mia vita intrapsichica che si esprime secondo modalità nuove, e cioè appunto CREATIVE.


DIECI. RASSEGNATEVI A NON PIACERVI.
Nessuno scrittore degno di questo nome, rileggendo le proprie opere (o operine, come nel mio caso) dirà: “Ehi, ma chi ha scritto questo capolavoro?”.
Virgilio chiede nel suo testamento di bruciare l’Eneide, nel caso muoia prima di finirlo. E se oggi possiamo leggere l’Eneide, è solo perchè il suo mestamento non fu rispettato.
Ecco, io DETESTO VIVAMENTE quello che scrivo. Secondo me a ragione, perchè so che la mia penna veleggia su collinette dalle quali non riuscirà mai a balzare il volo verso le sublimi catene alpine della letteratura.
Ma RASSEGNARSI A ESSERE CHI SIAMO è un passo fondamentale per avventurarsi sulla pagina scritta.
Altrimenti non riusciremmo neanche a scrivere la PRIMA RIGA.





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Opinioni di un’impiegata (su scrittori ed editoria)

Se qualcuno mi chiede che lavoro faccio, rispondo sempre la cruda verità: “Impiegata“.
Suona veramente sfigato, mi piace per quello.
Detesto le biografie roboanti che puzzano di narcisismo.
Mai detto quindi a nessuno: “Lo sai che sono una scrittrice?”.
Mi vergognerei solo a pronunciare la parola. Ho letto Céline, per carità, so quanto poco (o pochissimo) valgono le mie operine.

Però scrivo lo stesso, forse perchè sono sociopatica e dopo un po’ mi annoio a star da sola. Ecco, scrivere è un ottimo modo per passare il tempo quando non stai in compagnia. Il cervello è occupato, le ore passano in fretta, ti sembra persino di aver fatto qualcosa di utile.

Le modeste opinioni che seguiranno su scrittori ed editori, scritte, ripeto, da un’impiegata, riguardano quindi un mondo che ho accidentalmente percorso con la qualifica posticcia di scrittore, qualifica che uso adesso solo perchè siamo in argomento.

Purtroppo, ho moltissimi tratti in comune con gli altri scrittori (morti e viventi). Condivido con loro il desiderio di pubblicare le mie opere. Gli scrittori vogliono farsi leggere dagli altri. Forse per un ultimo istinto sociale che anima tutti noi esseri umani: esistiamo perchè qualcun’altro riconosce la nostra esistenza.

Chi sta chiuso in casa a masturbare una tastiera, vorrebbe che gli altri – anche se in modo assolutamente indiretto – si accorgessero di lui, senza peraltro modificare la qualità indiretta di quella relazione.

Forse quello dello scrittore sociopatico è un luogo comune, ma io diffido da sempre di chi frequenta cene, feste, salotti. Costui o costei, se sono scrittori, potrebbero scrivere MALE. Non si può essere versati nelle relazioni sociali e poi scrivere capolavori.
Guardate l’unica intervista fatta da Céline e pubblicata su YouTube se ve ne serviva la prova: Céline è incapace persino di interloquire con l’intervistatore. Sembra che parli a se stesso, imbarazzato dal fatto che qualcuno lo stia ascoltando.

Certo, Francis Scott Fitzgerald alle feste ci andava, ma quando si trattava di scrivere, si chiudeva in casa pure lui. Né vale però la regola contraria: se sei sociopatico e scrivi, allora scrivi capolavori. Non c’è nessuna relazione causale tra le due cose. Si può essere timidi e introversi e scrivere MERDA.

Ecco, io che sono sociopatica, scrivo roba abbastanza media, e siccome mi reputo una buona lettrice, cresciuta leggendo i grandi scrittori, so perfettamente di non aver mai scritto chissà che. Appartengo alla categoria degli UMORISTI: mi piace far ridere (o sorridere) le persone, raccontando piccole cose, vere o inventate, senza mai arrampicarmi sulle vette di certe scritture dotte e magniloquenti, scambiate in genere per letteratura alta, uscite in realtà dalla penna di burini che se la tirano (e qui sarebbe bello fare qualche nome, ma lasciamo perdere).

Sono nemica degli aggettivi, scrivo come mangio, e cerco di non perdermi il lettore per strada rompendogli il cazzo con il racconto minuzioso dei miei sentimenti più INTIMI, come quella sera in cui ero VERAMENTE un po’ giù, non so neanche io il perchè, e vedevo il mondo offuscato da qualche metafora di cattivo gusto sulla notte dell’anima nera come grafite, eccetera.

Ho fatto questa lunga e necessaria premessa per confessare che quindici anni fa mandavo anch’io – come tutti gli scrittori che dir si voglia – i miei manoscritti alle case editrici, sapendo peraltro che sarebbero finiti nella spazzatura.

Chi spedisce un manoscritto a una casa editrice riesce persino a intravedere il momento in cui le sue preziose fotocopie saranno gettate in un cassonetto insieme a quelle dei suoi confratelli. Ma l’idea di finire in una fossa comune – in compagnia, peraltro, non da sola – non mi spaventava. Volevo a tutti i costi che qualcuno LEGGESSE quello che scrivevo.

E quindi anch’io imbustavo e affrancavo, vinta dal riflesso condizionato: “Chissà che alla fine qualcuno non pubblichi il mio manoscritto…”.
Beh, nessuna casa editrice prese in considerazione i miei libretti. Feci un profondo buco nell’acqua, profondo come quei laghi alpini che vanno giù a perpendicolo per quaranta metri, anche se non te l’aspetti.
SPLASH! STUMP! BLOOP!
Era impossibile risalire alla superficie: meglio risparmiare in carta e francobolli. Smisi quindi di fotocopiare – nei soliti negozi davanti alla Statale di Milano – le mie operette.

Scrissi allora a qualche agente, ma l’unica che mi rispose e si offrì di rappresentarmi, scomparì velocemente nel nulla dopo aver tentato di piazzare un paio delle mie operette. Una delle particolarità degli agenti letterari è infatti proprio questa: siccome hanno paura di dire un bel NO chiaro e tondo a un autore che poi magari potrebbe farcela con un altro agente, preferiscono SPARIRE senza più dirgli NULLA, cosicché l’autore possa conservare la residua speranza di una sua risposta e magari non si cerchi un altro agente.

Non mi cercai un altro agente, ma feci un tentativo con un amico (editore) a cui diedi il manoscritto di uno dei miei libretti, ma lui me lo restituì dicendo: “Ridevo da solo mentre leggevo il tuo scritto, mentre mia moglie mi chiedeva perchè ridessi così tanto. Peccato che il tuo libro non sia adatto alla pubblicazione”.

Ma io VOLEVO far ridere! Mica facile strappare un mezzo sorriso alle persone: gli umoristi non crescono sugli alberi come i cachi, che basta scuotere la pianta e cadono giù. Sono MERCE RARA: bisognerebbe trattarli con un po’ di attenzione. Esistono GRANDI umoristi come David Sedaris (un genio letterario, per carità), che campano dei loro libri (è rarissimo che chi scrive campi delle sue opere letterarie, questo bisogna dirselo tutti i giorni), e non bisognerebbe sputare in faccia a chi sa tirar fuori anche solo una mezza risata da una penna.

Ma tant’è: ormai dovevo accettare la SPORCA verità. Mi avevano cagato in testa TUTTI quelli a cui mi ero rivolta, e cominciavo a non poterne più del guano che mi colava lungo la faccia, come la cera delle candele che una volta si infilavano nei fiaschi vuoti di Chianti al ristorante. La questua era finita: non avrei mai più proposto a nessuno di dare anche solo un’occhiata alle mie operette.

Il fato però aveva congiurato a mio favore: erano appena arrivati Amazon e il selfpublishing. Si era cioè compiuto un altro passo della rivoluzione digitale ancora in corso, questa volta nel campo dell’editoria. Adesso, anche l’ultimo degli sfigati che nella vita aveva scritto solo una poesia all’anno, nel giorno della festa della mamma, poteva autopubblicarle su Amazon, libero di scegliere titolo e copertina. Magari una bella rossa accompagnata da un titolo eccitante come: “Viva la festa della mamma“. L’elegante volumetto digitale avrebbe potuto tranquillamente essere prefato dalla maestra delle elementari dell’autore, che si compiaceva di aver avuto quell’allievo così costante che per tutta la vita aveva scritto solo una poesia all’anno, nel giorno appunto della festa della mamma.

Insomma, era nato un pluralismo editoriale dove c’era posto per tutti, belli e brutti, bravi e meno bravi, geni incompresi e indomabili brocchi. E così, in una sola serata, dopo aver dato un’occhiata a come funzionava Amazon, avevo deciso di autopubblicarmi, usando un ridicolo nome di penna, Viola Veloce, facile da ricordare, e con le copertine fatte da un grafico che pagavo cinquanta euro al pezzo.
Il simpatico ragazzo abitava a Milano ed ero persino andata un pomeriggio a casa sua per consegnargli la minuscola sommetta che gli dovevo per le tre copertine che mi aveva confezionato.
Mi affacciavo così con piglio da imprenditrice un po’ stracciona nel mondo fino ad allora dominato da case editrici che avrebbero continuato volentieri a buttare nel cassonetto le opere degli ex-bocciati, al secolo diventati self-publisher.

Ebbene, su Amazon gli affari andarono meglio. I miei lettori erano ben consapevoli di non trovarsi di fronte ad Alessandro Manzoni, né io pretendevo di aver scritto la Divina Commedia. Riuscii a vendere in pochi mesi più di 15.000 copie dei miei ebook, e fui contatta da due editori che un anno prima avevano buttato nella monnezza i miei manoscritti. GASP! Mi volevano pubblicare! Rimontai così dalle bassezze dei cassonetti all’altezza delle librerie. Dopo pochi mesi, uscì infatti con Mondadori uno dei libretti: “Omicidi in pausa pranzo”.

Il libro vendicchiò decentemente in Italia, senza strafare, e andò meglio in Francia, pubblicato da una piccola ed elegante casa editrice. Sempre “Omicidi in pausa pranzo” fu felicemente rappresentato in teatro, con un testo che posso dichiarare con orgoglio era allegramente scopiazzato dal mio libro (in barba a qualsiasi principio del diritto d’autore), e rivendicato invece come opera di genio (si fa per dire) da una delle protagoniste della commedia.

Ecco, la domanda retorica che adesso dovrei pormi è la seguente: ero forse diventata una scrittrice laureata, per citare Montale? No, manco per il cazzo. Quelli che pensano che mettere il naso (in qualità di libro pubblicato) in una libreria possa essere il passo definitivo verso la pubblicazione PERENNE delle proprie opere si sbagliano di grosso.

Tanto per cominciare, se il primo libro è un FLOP e vende poco (diciamo sotto le 2.000 copie), nessuno pubblicherà mai il secondo. Non c’è bisogno di uno statistico o di una chiromante per prevedere che in media un autore tende a vendere più o meno sempre lo stesso numero di copie. È questo il semplice algoritmo che usano librai e editori per fare previsioni di vendita. Verificano quante copie ha venduto il PRIMO libro di un autore, e calcolano che il SECONDO venderà più o meno le stesse copie. Punto.
Certo, ci sono eccezioni a questa regola. Ogni tanto qualche autore rimonta lentamente dai primi timidi risultati, e poi magari al terzo libro ESPLODE nelle vendite.

Ma se il primo libro è andato PROPRIO male (ci sono libri pubblicati da grandi editori che hanno venduto 300 copie), quell’autore è BRUCIATO PER SEMPRE. Nessuno, neanche il Club di Topolino (dovesse riaprire le iscrizioni), gli pubblicherà anche solo una riga.

Quindi, se il primo libro va male, l’autore appena battezzato come tale riceve immediatamente anche l’estrema unzione. I librai impacchettano le copie invendute e le rispediscono immediatamente al distributore (anche nel giro di quindici giorni). E l’autore in questione è già morto, finito. L’unica cosa che gli rimane di quei quindici giorni passati in libreria sono le copie invendute di quell’unica pubblicazione, di cui comprerà qualche cassa dall’editore con lo sconto al 70% per regalarle agli amici, a Natale, Pasqua, eccetera, finché non andrà sottoterra e qualcuno non gli metterà una copia del libro anche nella bara (si usa farlo, terribile).
Amen e così sia.

A questo punto, un autore onesto con se stesso si dovrebbe chiedere perchè il suo libro è andato male. Ha forse scritto una SCHIFEZZA oppure la casa editrice non l’ha PROMOSSO? E qui viene il bello. Le case editrici non promuovono seriamente nessuno, tanto meno un esordiente, a meno che non abbiano pagato TANTISSIMO i diritti. Nel senso che se danno 100.000 euro d’anticipo (o anche 20.000) per un libro, poi fanno tutto quello che possono per venderlo. Prendono un ufficio stampa, dove magari qualcuno legge per davvero il libro e riesce a far pubblicare qualche mezzo articolo. Oppure coinvolgono i soliti influencer che fanno qualche post carino o recensiscono il libro generosamente, e poi magari spendono due soldi in qualche bella campagna online con tanto ADV che alla fine ti accorgi per davvero che è uscito il libro di qualcuno.

Se invece l’anticipo è di 2.000 euro, o anche ZERO, allora la casa editrice si può permettere di stampare poche copie, fare un paio di post distratti sui canali social, vedere come va e poi, se il libro va male, ritirarlo in fretta dal mercato e mandare al macero le mille copie rimaste sul groppone (e magari tenerne un paio nel cassetto, se non vuole mettere l’autore fuori catalogo).

Ecco, un tale comportamento potrebbe sembrare poco “economico”, ovvero privo di una razionale propensione a un investimento ragionato. La verità è che ci sono molti editori che teorizzano proprio un comportamento randomico come quello descritto: “Provo a pubblicare un po’ di tutto, e poi vediamo se c’è qualche libro che va!“.

La teoria che sottintende un tale comportamento è la seguente: “I libri vanno da soli“, una delle frasi preferite dagli editori. Ovvero, se un libro è BUONO, non c’è neanche bisogno di fare tutto ‘sto marketing. Il libro prima o poi comincerà a vendere “da solo“, e a questo punto gli editori faranno finalmente un po’ di promozione per il libro che ha dimostrato di saper camminare con le sue gambe. E se il libro dovesse continuare ad andare bene, allora gli editori potrebbero fare altri ulteriori investimenti su quell’autore e magari pagargli un anticipo molto importante per un suo secondo libro.

In realtà, il fenomeno del “libro che va da solo” esiste per davvero. Il fenomeno in questione non è altro che un effetto del famoso “passaparola“, ovvero il fatto che i lettori si consigliano il libro l’un l’altro, quando gli è piaciuto molto, e quindi l’onda delle vendite parte come un’onda lenta, perchè procede esattamente con le stesse modalità dei contagi virali. All’inizio i lettori sono pochi e “contagiano” pochi altri lettori, quando poi il numero di lettori cresce, allora aumentano esponenzialmente anche i contagi (le vendite), e alla fine le vendite del libro montano fino a raggiungere l’onda alta dell’epidemia conclamata. Il fenomeno del passaparola (che in genere avviene tra persone che si conoscono) adesso è naturalmente amplificato dai social, le recensioni positive, eccetera, che coinvolgono utenti che hanno solo relazioni “digitali”.

Il caso più famoso (e meritato) di un “libro andato da solo” è quello di “Gomorra” di Roberto Saviano. Ne furono stampate solo 5.000 copie, ma il libro era così bello che i lettori se lo consigliavano e se lo regalavano tra di loro, e alla fine il libro “partì da solo”, per usare il linguaggio degli editori. “Gomorra” ha meritato il successo che ha avuto, credo sia uno dei libri migliori scritti in Italia negli ultimi anni.

Ma dobbiamo essere onesti sulla storia dei “libri che vanno da soli“. In realtà, gli editori fanno delle attività di promozione, ma le concentrano appunto intorno a pochi autori per i quali hanno sborsato diritti salati.
I “libri che vanno da soli” sono invece libri per i quali era stato pagato un anticipo minuscolo (e quindi non è stata fatta alcuna promozione), ma che sono andati benissimo lo stesso, nonostante nessuno nella casa editrice si fosse accorto di avere tra le mani un best seller. Sto parlando dei cosiddetti best seller “di qualità“, che esplodono perchè sono ottimi libri.

Esistono poi altri casi di libri che “in teoria” dovrebbero andare da soli e sono quelli scritti da autori famosi o che hanno sviluppato un loro pubblico su altri media – dalla televisione a YouTube – e si suppone che siano in grado di attirare lettori senza bisogno che la casa editrice faccia investimenti su di loro. Si pubblicano così libri – libroidi, secondo la definizione di Gian Arturo Ferrari, e cioè pseudolibri – che dovrebbero andare sulle loro gambe. A volte i libroidi ce la fanno, altre volte sono così miserabili (scritti da qualche povero ghostwriter) che non ce la fanno neanche ad alzarsi in piedi e fare due poveri passettini.

La verità è che spesso neanche gli editori sanno bene cosa stanno pubblicando, ma questo non va a loro onore. Il mestiere dell’editore dovrebbe essere proprio quello di saper scegliere i POCHI libri buoni che vale la pena pubblicare. Penso per esempio al catalogo ETERNO di Adelphi, dove nessun libro esce MAI da un catalogo destinato a durare PER SEMPRE. Mentre invece gli editori che preferiscono la tecnica del “vedere come va” devono mandare periodicamente al macero anche i loro cataloghi

Insomma, per concludere, quando un libro va male, l’autore pensa che la colpa sia della casa editrice (che non ha fatto promozione), mentre invece l’editore si convince che se quel libro non è riuscito ad andare “con le sue gambe”, in realtà valeva poco. Oppure che la colpa è stata dell’autore che non è stato in grado di accompagnarlo fuori dalle librerie autopromuovendosi sui social o sugli altri media. E l’unico errore che l’editore ha fatto è stato appunto quello di pubblicare un libro modesto scritto da un autore ancora più modesto.
E qui si chiude l’avventura in libreria dell’autore in questione: nessuno lo pubblicherà mai più.

Torno subito al mio caso, perchè adesso sarà più facile capire la mia posizione. Con Mondadori ho venduto 5.000 copie cartacee e 3.500 ebook, nonostante la quasi totale assenza di una campagna promozionale.
5.000 copie sono abbastanza perchè venga pubblicato un secondo libro, ma non abbastanza per meritare degli investimenti promozionali per la nuova pubblicazione. Un limbo pericolosissimo, più vicino all’inferno che al paradiso. Basta infatti un minuscolo passo falso per scivolare sotto le 2.000 copie e finire dritta in un dirupo.

Sono stata infatti molto vicina a pubblicare il seguito di “Omicidi in pausa pranzo” con un editore che si sarebbe messo anche lui alla finestra a guardare se il “libro andava da solo”.
Sapevo che se il libro non fosse andato bene, sarei finita al secondo piano del Libraccio, tra i libri scontati al 50%, dopo neanche un paio di mesi, e da lì non mi sarei schiodata MAI più.
Ma non solo, l’editore mi avrebbe anche detto che se finivo al Libraccio, era perchè me lo MERITAVO: i “libri vanno da soli” e il mio non era andato. E mi avrebbe quindi comminato l’estrema unzione.
CHIUSO L’ARGOMENTO.

Ecco, non credo che gli editori abbiamo torto a fare questo tipo di ragionamenti, perchè il loro obiettivo è di sopravvivere e sono quindi continuamente alla ricerca di nuovi “prodotti” da proporre ai loro consumatori. E se un prodotto non “va”, passano a quello successivo senza farsi troppi scrupoli. Il ragionamento fila.

Il problema ce l’hanno invece gli autori che (come nel mio caso) firmano dei contratti in cui non solo cedono la prelazione sulle loro opere future per un tempo infinito ma non riescono neanche a risollevarsi dal loop “siccome vendi poco, per te spendo poco“.
Il rischio di finire BRUCIATI è elevatissimo, per non dire SICURO.

Per carità, non voglio con questo sostenere che la pubblicità è l’anima del commercio, anche di quello librario, e quindi che si vendono solo i libri che sono stati promossi. E quindi gli insuccessi dipendono sempre dall’assenza di investimenti. Al contrario, ci sono editori che hanno perso un sacco di soldi perchè hanno INUTILMENTE promosso dei BRUTTI LIBRI.
I libri illeggibili (e ce ne sono tantissimi) non escono dalle librerie neanche se li spingi fuori con la forza. Molti dei libri che non hanno successo sono per davvero libri brutti.

Ma senza investimenti in advertising, che significa appunto “avvisare le persone dell’esistenza di un prodotto“, non si va lontano, tranne che per quei rarissimi e sublimi casi editoriali che succedono appunto una volta ogni cinque anni.

Ecco, diciamo che la mia carriera nelle librerie si è chiusa proprio perchè sono finita anch’io tra quegli autori per cui nessuno si prende il rischio di investire (nel frattempo ho scritti altri libri). Né io mi sono voluta prendere il rischio di essere pubblicata MALE, magari dopo aver firmato un contratto in cui cedevo il diritto di prelazione sulle mie opere future per dieci anni, fatto che dà all’editore un immenso potere sull’autore, anche nel caso in cui i suoi libri vadano bene.

Certo, gli agenti letterari ti proteggono dai cattivi contratti, ma sono veramente pochi quelli che hanno un reale potere di trattativa con gli editori e riescono a spuntare buoni anticipi e investimenti pubblicitari decenti, soprattutto in questi periodi grami.
E poi anche i grandi agenti usano lo stesso algoritmo dell’editore: se il primo libro ha venduto 5.000 copie, ne venderà 5.000 anche il secondo, e quindi il loro guadagno sarà molto modesto. Insomma, un autore che ha vendicchiato non è di nessuna attrattiva per un agente, soprattutto perchè sono pochissimi gli agenti disposti a LANCIARE nuovi autori.

Per carità, il mio post non vuole essere un elenco di LAGNE. Come forse si potrà intuire, sono più interessata a sfruttare i diritti commerciali delle mie opere che non a comprarne un paio di casse col 70% di sconto e tenerle da parte per il momento fatidico in cui finirò in una bara.

Arrivo quindi alla fatidica conclusione: ritornerò su Amazon con i nuovi episodi della mia serie OMICIDI scritti in questi anni e ambientati in CONDOMINIO, in ORATORIO e a SCUOLA. Li pubblicherò in versione ebook e cartacea, e se all’inizio non li comprerà nessuno, resteranno online fino a quando non sarò riuscita a far partire il fenomeno del passaparola (che in passato aveva funzionato) e non avrò fatto del buon advertising, usato a larghe mani per promuovere la versione su Amazon di “Omicidi in pausa pranzo”.

Insomma, quando sarò online avrò tutto il tempo per aggiustare il tiro nel caso di una partenza lenta, mentre invece dalle librerie esci SUBITO se il libro non si muove. E potrò continuare a vendere i miei libri per i prossimi dieci anni, anche se dovessi venderne dieci copie al mese, senza che nessuno mi depenni dal catalogo per liberare i magazzini dalle tonnellate di copie invendute.

La mia scommessa ECONOMICA (disciplina studiata all’università) è che i libri autopubblicati possano sopravvivere online anche nel LUNGO PERIODO senza il bisogno di fare performance strepitose, le uniche che ti consentono di diventare un’edizione tascabile e resistere qualche tempo (guadagnando) nelle librerie. Credo quindi che nel lungo periodo un libro autopubblicato sui canali online (dove si possono acquistare anche le copie cartacee) possa avere risultati economici incredibilmente migliori (se non fa schifo, questo è chiaro) di un libro pubblicato senza grande convinzione da una casa editrice tradizionale.

Ecco, sto per lanciarmi sul mercato sottostante a 2,99 euro per gli ebook, e 9,99 per il cartaceo. Prezzi da offerte speciali per i salami del contadino e il grana padano. Ma ho sempre tenuto i prezzi bassi: preferisco non sfidare la sorte.
Meglio dieci anni da pecora (su Amazon) che non un paio di settimane da capretta (in libreria).
Chi vivrà, vedrà.

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Elogio dell’anarco-italiano (che dopo il Covid sta anche cercando di redimersi)

Bisogna dire la verità: non siamo un popolo che ama ubbidire. Gli italiani sono dei ribelli: non ci piacciono le regole e ci dà fastidio se qualcuno entra nelle nostre vite quotidiane con troppe normative e divieti che ci mandano subito in bestia.

Però adesso, con il Covid, stiamo facendo tutti un immenso sforzo nazionale per seguire – alla lettera – quello che il governo centrale e quelli locali ci chiedono di fare, con tanto di cartellonistica e segnalazioni.

“Non sederti lì!”

“Per uscire dalla metropolitana passa di là e non di qua!”

“Non usare gli armadietti pubblici della piscina comunale!”

“Segui i percorsi guidati per entrare e uscire dagli ospedali!”

Insomma, l’Italia è diventata all’improvviso un paese dove non puoi più fare quello che ti pare, ma devi capire se sei entrato dalla porta giusta per rinnovare la carta di identità in comune o fare gli esami del sangue in ospedale.

Ci stiamo provando tutti a fare i bravi, ma anch’io faccio fatica ad adattarmi alla nuova regolamentazione, anzi spesso non la capisco, tanto è lontano dalla mia natura ubbidire a regole o imposizioni.

Perché noi italiani siamo anarchici, non ci fidiamo di nessuno e tanto meno dello stato, vorremmo fare solo quello che pare a noi, forse perchè siamo stati dominati da potenze straniere fino alla recentissima Unità di Italia, nel 1861.

Eravamo abituati a disprezzare gli stranieri che ci governavano, come del resto loro disprezzavano noi.

Non mi ricordo più chi lo abbia detto (forse il solito Barbero), ma la generale mancanza di autostima che affligge gli italiani è il risultato del fatto che (dopo tanti anni di dominazioni) abbiamo assunto dentro di noi il “punto di vista” degli stranieri che ci governavano e probabilmente ci disprezzavano anche un po’.

Con questo non voglio assolutamente unirmi alle campagne di marketing nazionaliste di Salvini sulle mozzarelle ITALIANE, i panzerotti ITALIANI, l’olio buono pugliese ITALIANO, e via discorrendo.

Trovo abbastanza ridicolo appellarsi a un inesistente orgoglio italiano per lisciare la nostra malconcia identità nazionale, usando l’OLIO D’OLIVA per tirarci su di morale, e magari spingerci a votare LEGA che è un PARTITO ITALIANO COME LA MOZZARELLA PUGLIESE.

Detesto il sovranismo e cioè l’idea che una nazione possa essere meglio di tutte le altre, e voglio al contrario fare un atto di stima verso l’anarco-italiano che diffida sempre un po’ di chi lo governa, e che non dovrebbe mai smettere di farlo.

Quando tutta l’Italia si è fidata – volente o nolente – di Mussolini, siamo finiti in guerra e (di fatto) l’abbiamo persa. Il conformismo non porta da nessuna parte. Purtroppo, noi italiani riusciamo a fare contemporaneamente la parte dei manipolatori ossequiosi (come eravamo con i nostri dominatori) e quella dei ribelli anarchici che diffidano di qualsivoglia regolamento (anche quello su dove bisogna sedersi in metropolitana).

E io dico: evviva la diffidenza, evviva le critiche, evviva le ribellioni implicite o esplicite, perchè le nazioni che mettevano al primo posto l’UBBIDIENZA alle regole hanno combinato GROSSI GUAI, vedasi il nazismo e i campi di concentramento.

Certo, noi italiani siamo stati fascisti, ma non saremmo mai riusciti a mettere in piedi un progetto di sterminio di massa, perchè ci saremmo ribellati: troppo anarchici per ubbidire agli ordini di uno psicopatico.

Anche in Italia ci sono stati dei campi di concentramento e transito verso la Germania (35, neanche pochi) e siamo colpevoli ANCHE NOI per avere collaborato attivamente con i nazisti.

Ma alla fine, lo diceva anche Hannah Arendt, ne “La banalità del male“, gli italiani sono per davvero “brava gente” e sono stati tantissimi quelli che hanno dato protezione agli ebrei (nelle loro case), disubbidendo agli ordini di Hitler e di Mussolini, che invece avrebbero voluto la consegna alle forze dell’ordine di tutti gli ebrei italiani, nonché dei Rom, degli omosessuali, dei Testimoni di Geova e dei dissidenti politici.

Gli italiani sono un grande popolo quando si rifiutano di ubbidire alle regole e seguire l’ordine prestabilito.

Da dove viene la nostra IMMENSA CREATIVITÀ se non dalla nostra capacità di mettere tutto e tutti in discussione? La nostra libertà di pensiero ha prodotto esseri umani come Galileo che nulla hanno a che vedere con una come Giorgia Meloni che propone un’idea dell’Italia a livello di quella della MOZZARELLA di Salvini.

Ecco, la mozzarella la mangiamo volentieri anche noi, ma l’Italia di cui vale la pena di parlare è quella che si conforma a fatica a chi la governa, ma poi produce geni e creativi, nonché industrie meccaniche che esportano le loro macchine in tutto il mondo.

E appena gli italiani sentono il profumo di qualcuno che prova a COMANDARE, sono i primi a buttarlo giù. Vedasi la fine di RENZI e quella che sta facendo SALVINI, dopo il tentato golpe dell’anno scorso al Papeete. Il tentativo buonista delle MOZZARELLE è patetico.

Insomma, essere degli anarco-italiani ha anche i suoi lati positivi, che meritano assolutamente di essere coltivati.

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Il tedesco (nudo) dopo la tempesta

Ho deciso che metterò la parola “nudo” nei titoli di tutti i miei post, non solo perchè farò le vacanze in un campeggio naturista (dove tutti stanno nudi), ma anche perchè la parola “nudo” evoca di per sé qualcosa di buffo e quindi mi piace: “Nudi, nudi, nudi!“.

Racconterò allora la scena a cui si assiste nei campeggi naturisti croati, dopo le tempeste (la citazione banalissima ma d’obbligo è sempre quella di Leopardi). E i tedeschi girano nudi lo stesso.

Le tempeste croate – bisogna proprio chiamarle così – sono infatti terribilmente violente, accompagnate da venti fortissimi che possono sradicare gli alberi. Immaginatevi cosa possono fare a una tenda o una roulotte.

Le tempeste croate fanno volare via i gazebo, i tendalini e tutte le tensostrutture da campeggio che vengono fissate a terra con ganci e corde.

Quando finalmente la tempesta si quieta, i campeggiatori escono dalle roulotte per valutare se ci sono stati dei danni, e fissare meglio i ganci e le corde che magari si sono smollati.

E qua si vede la differenza di tempra tra noi italiani e i tedeschi.

Gli italiani emergono infatti dalle loro roulotte con le “scarpe da pioggia“, ovvero scarponcini da trekking o scarpe con la suola pesante, vestiti di tutto punto (perchè magari nel frattempo la temperatura è arrivata 17 gradi), con pantaloni lunghi e giacche a vento leggere.

Le mamme italiane pronunciano quindi la fatidica frase, rivolte ai figli: “Non ti bagnare le scarpe!“, come ho urlato anch’io al mio per circa diciotto anni. Non lo faccio più solo perchè non lo vedo quasi mai, ma se potessi glielo direi ancora.

A questo punto, i maschi italiani (anche loro in giacca a vento) si occupano di verificare la tenuta dei ganci, stando bene attenti a non bagnarsi le scarpe (se tua madre te lo dice tutti i giorni per quindici anni, alla fine l’impulso a non bagnarsi le scarpe diventa un riflesso condizionato, come insegnato da Pavlov).

Cosa fanno invece i campeggiatori tedeschi? Magari di una certa età, perchè nei campi nudisti croati non ci vanno le supermodel ma i pensionati della ex-DDR?

Escono NUDI, con le ciabatte da spiaggia, e si aggirano veloci intorno ai loro gazebo, trafficando con i ganci e mettendo liberamente i piedi nelle pozzanghere, tanto sono in ciabatte, chi se frega se si bagnano delle ciabatte di plastica.

Li ho visti con i miei occhi: una coppietta arzilla di crucchi che picconavano giù i ganci del gazebo, NUDI, con 17 gradi di temperatura, mentre noi italiani tenevamo i figli al guinzaglio perchè non si bagnassero le scarpe.

Immagino che poi i due anziani campeggiatori (nudi) si siano fatti un bagno RINFRESCANTE, tra le onde alte due metri, mentre noi italiani cercavamo di ingozzare di tè caldo le creature – “Su, bevi, dai bevi!” – terrorizzati del fatto che si potessero ammalare: “Hai 37,3! Te l’avevo detto di non bagnarti le scarpe!”.

Ecco, me lo sono chiesta un sacco di volte: tedeschi si è o si diventa? Ma potrei dire anche norvegesi, lapponi, svedesi. Insomma, i popoli del Nord hanno una tempra migliore della nostra (sono più forti, hanno fisici fortissimi), oppure le mamme tedesche sono meglio di quelle italiane? Meno ansiose, meno rompicazzo, meno assillanti e quindi disposte a mettere a prova l’apparato immunitario dei loro figli? Che a furia di bagnarsi le scarpe, non si ammalano più?

Basterebbe non pronunciare MAI le solite frasi: “Non sudare! Non bagnarti! Non correre! Non fare il bagno dopo che hai mangiato!“, eccetera, per crescere dei figli sani e forti?

E bisognerebbe non provargli mai la febbre, non svenire se danno un colpo di tosse, far finta di niente, insomma? E così la razza italica diventerebbe più sana e più forte?

O forse noi donne italiane sappiamo di avere dei figli debolucci, che vanno protetti, tenuti al caldo e soprattutto con i capelli asciutti dopo che hanno fatto il bagno?

Quante sono le madri italiane che urlano ai figli (dopo che hanno fatto il bagno al mare): “Hai i capelli bagnati!“, come se fosse colpa loro il fatto che il mare sia per sua natura bagnato e chi lo frequenta viene definito “bagnante“?

Ecco, io sono favorevole alla seconda ipotesi – mamme italiane über alles – perchè secondo me i figli vanno PROTETTI dalle intemperie e dalle malattie, sempre e comunque.

E non aggiungo altro, visti i tempi che stiamo vivendo…

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