Archivio dell'autore: Viola Veloce

Ode a Tina Venturi, divina maestra di tutto

Se sapessi scrivere poesie, avrei composto un poema in onore di Tina, alla quale dedico invece una più modesta ode in prosa. Provo nei suoi confronti infinita gratitudine per tutto quello che mi ha insegnato, e bisogna dire che l’elenco dei suoi insegnamenti è piuttosto lungo.

Il punto è proprio questo: Tina sa fare quasi tutto. Sa recitare, doppiare, speakerare, parlare in pubblico, scrivere, editare, leggere e soprattutto sa analizzare i testi letterari solo come la mia insegnante del liceo, Gabriella Untersteiner, sapeva fare. Ma non finisce qui: Tina sa insegnare tutto quello che sa, e siccome sa tanto, mentre ti insegna qualcosa, tu ne impari anche un altro paio. Proprio mentre ti sembra che stai solo imparando a leggere un testo letterario, imparerai anche a “editarlo” con la voce. Perchè Tina mi ha insegnato che rileggere a voce alta un proprio testo è il migliore degli editing che si possano fare.
Ma vado con ordine e racconto tutta la storia.

Ho scoperto quasi per caso che esisteva un corso di lettura ad alta voce, tenuto da Tina che allora non conoscevo. Ecco, si era accesa una lampadina: cosa sarebbe successo se ci avessi provato anch’io? Ho passato la vita a combattere contro una balbuzie che mi ha tormentato fino ai trent’anni e ritorna quando sono nervosa, e ho anche una bella diagnosi di dislessia. Se un testo non è scritto a caratteri grossi, faccio fatica ad affrontarlo, mi stanco subito.
Sarei stata una schiappa, insomma, a leggere a voce alta, ma all’improvviso ho capito che volevo sapere COME SI FA!

E così ho conosciuto Tina, in una sera milanese prima che iniziasse il lockdown dello scorso marzo. Sono entrata nella stanza dove si sarebbe svolto il corso e l’ho vista. SIMPATICA, che faccia simpatica che aveva! Non sembrava un’intellettuale da salotto, come mi sarei aspettata, visto l’argomento del corso. Perchè Tina ha un’altra grande qualità: nasconde le infinite cose che sa (e che sa fare) sotto un’aria da svampita che produce un effetto ilare in chi la osserva. Tina sembra appena scesa da un’astronave e si guarda intorno curiosa come un marziano atterrato a Roma, a Villa Borghese. Ha sempre lo smalto, il rossetto, anelli, braccialetti, monili e altri orpelli, e poi sa fare l’analisi perfetta di un testo di Whitman o della Dickinson, e intanto sorride e ammicca come se ti stesse spiegando come si prepara la crostata al cioccolato e pere.

Insomma, Tina è serissima in tutto quello che fa, ma veleggia per il mondo con una lievità da farfallina adolescente che ha appena scoperto l’esistenza dei fiori e PLUF!, infila il suo nasino contento tra le corolle.
Forse è proprio questa dote della leggerezza che permette a Tina di spiegare ai suoi allievi come si legge (ad altra voce) o si recita un testo. Non ho mai provato fatica durante le sue lezioni, anzi il tempo passava troppo in fretta mentre noi allieve (eravamo tutte donne) scoprivamo qualcosa di noi stesse mentre leggevamo ad alta voce.

Incredibile infatti come la sola esperienza di leggere un testo davanti agli altri riveli aspetti di te che non conoscevi. La timidezza, per esempio, diventa letteralmente esplosiva se devi affrontare una lettura in pubblico e la voce si fa sottile e tremolante (non era il mio caso…). Leggere a voce alta davanti agli altri è una specie di psicoterapia di gruppo, dove scopri delle parti di te che tenevi nascoste ma devi guardare in faccia per trovare la tua voce. Ognuno di noi può trovare la sua voce (questo l’ho imparato da Tina), anche se si tratta di fare un viaggio in profondità (dentro di noi ma anche nei testi letterari) che Tina sa guidare con una mano delicatissima ma decisa.

Nelle serate passate con Tina ho scoperto che l’unico modo per saper leggere un testo è averlo analizzato a fondo, assimilato, gustato e fatto risuonare nelle nostre cavità emotive, prima di poterlo finalmente DIRE. E poi bisogna imparare a SENTIRE come diciamo il testo, che in realtà è DIFFICILISSIMO. Noi siamo così abituati a sentire la nostra voce che non riconosciamo le cantilene di cui siamo ignari, e che in realtà tolgono ogni naturalezza alle nostre letture a voce alta. Tina è bravissima a farti SENTIRE LA TUA VOCE: sa riprodurre gli errori non solo di dizione ma anche di intonazione che facciamo senza rendercene conto.

Inutile dire che solo la sua gentilezza rende possibile fare un lavoro su di sé come quello necessario per leggere un testo. Un uomo o una donna boriosi (nella vita) sono boriosi nella lettura, chi invece ha poco coraggio e un carattere esitante, ha una lettura sgradevolmente indecisa, così come la superficialità (e la mancata sintonia emotiva) nella comprensione di un testo ha come effetto collaterale quello di una lettura piatta e superficiale.

Un altro dei benefici effetti del corso di lettura che ho fatto con Tina è stato infatti quello di imparare a giudicare la qualità della lettura degli ALTRI (oltre che la qualità non proprio eccezionale della mia…). Infatti, così come per imparare ad ascoltare la musica classica bisogna ascoltarne tanta (e farsi l’orecchio), anche per valutare la qualità di una lettura, bisogna allenare la capacità di ascolto. E in questo Tina è stata bravissima: mi ha REGALATO (perchè questo è uno di quei regali collaterali di cui parlavo prima) l’abilità ad ascoltare le voci degli altri con una profondità che non conoscevo. So smascherare subito i tromboni e i cattivi lettori, quando invece prima mi sembravano solo un po’ eccessivi nel declamare prosa e versi, adesso invece capisco subito quali sono i punti deboli di una cattiva lettura.

Ma Tina mi ha insegnato un’altra grandissima lezione: oggi so editare (correggere) i miei testi, leggendoli a voce alta. Se li leggo con l’INTONAZIONE di una lettura ad alta voce, scopro non solo quello che suona MALE, ma anche gli errori (refusi) che passavano totalmente inosservati quando facevo solo le letture a mente.
Ecco, questo è un consiglio per tutti quelli che scrivono: imparate a leggere a voce alta i vostri testi, magari dopo aver fatto un corso di lettura a voce alta, perchè tutto quello che SUONA MALE quando leggete è sicuramente SCRITTO MALE.

Ogni testo scritto è un testo che può essere letto a voce alta e vi assicuro che un testo con degli intoppi grammaticali, una brutta punteggiatura, troppe subordinate e altri orrori del genere sarà ORRIBILE se lo leggete a voce alta. Non abbiate paura di sembrare pazzi quando declamate le vostre opere letterarie, perchè se vi siete fatti un po’ di orecchio, saprete capire quando bisogna correggere un periodo venuto male.

Bene, potrei continuare con l’ode a Tina, ma la chiudo qui ricordando che Tina insegna anche a scrivere, recitare, parlare in pubblico. Ah, dimenticavo: è laureata in teologia e va pazza per i gatti che seppellisce (quando trapassano) nel suo giardino. Anche i gatti della Tina sono straordinari come lei e ti guardano negli occhi come se volessero mettersi a leggere le poesie di Ada Merini, ma non ce la fanno per un problema dell’apparato fonetico (anche se tu capisci, guardandoli negli occhi, che lo vorrebbero fare per davvero).

Ordunque, qui ci vuole il solito passaggio sul libro “Scrivi la tua voce 2.0” che Tina ha appena pubblicato con una sua amica, Giovanna Senatore, una specie di OPERA MONUMENTALE su come leggere, usare la voce e scrivere sul web.
E poi ecco anche il sito di Tina, se qualcuno volesse scoprire tutte le cose che fa.

Per concludere, Tina è una macedonia vivente di grandi qualità in una salsa mista di leggerezza e generosità. Affidatevi a lei, ne vale la pena. Per cosa? Per tutto…


La paura della morte in Occidente

Credo di aver visto il primo morto della mia vita a trent’anni, in India. Stavo passeggiando con un’amica per le strade di una cittadina del Kerala, quando qualcuno era uscito da un cortile per invitarci a quella che sembrava una festa. Donne e uomini con l’aria allegrotta mangiavano insieme in un cortile, qualcuno suonava uno di quei bizzarri strumenti indiani a corde. Eravamo entrate: ci avevano offerto cibo e caramelle. Poi la mia amica era stata invitata da una delle donne a entrare in casa. Dopo neanche un minuto era scappata fuori urlando: “C’è un morto!”.
Eravamo incappate in un funerale, non così diverso dai nostri se non per un piccolo dettaglio: il defunto non era nascosto in una bara sigillata e chiusa, ma esposto all’aria di una stanza, perfettamente vestito, sdraiato per terra su un materassino.

La moglie e le altre donne della famiglia lo vegliavano chiacchierando
. Ci avevano indicato a segni di sederci insieme a loro: la veglia funebre era un affare per signore, come peraltro è sempre stato in Italia fino all’avvento del funerale moderno, quello che si chiude in fretta e furia al crematorio dell’'”Outlet del funerale”, come si legge nelle pubblicità in metropolitana: “Abbiamo semplificato il vecchio modo di gestire un funerale rendendolo semplice, efficace ed economico”.
Ero rimasta in compagnia delle prefiche indiane fino a notte fondissima, poi avevo ceduto alla stanchezza, ma la tappa successiva del viaggio era stata Varanasi: la città dove tutti gli indiani vorrebbero morire e poi farsi cremare, perché secondo la religione induista (di cui non so nulla), chi muore e viene cremato sulla riva occidentale del Gange a Varanasi, potrà sfuggire al ciclo (malefico) della reincarnazione.

A Varanasi avevo assistito per qualche giorno all’arrivo dei cadaveri trasportati in riva al fiume per essere bruciati sulle pire scoppiettanti, mentre sentivo lo strano odore di grigliata che saliva dalla piattaforma dove avvenivano le cremazioni. La morte profumava (o puzzava) come le grigliate della domenica: ricordo ancora la nausea provata nelle prime ore, poi era passata anche quella leggera repulsione verso l’olezzo a cui nessuno sembrava fare caso nella città dei funerali perenni. Il fuoco bruciava dalla mattina alla sera ed io avevo pensato: “Ecco, mi sono “abituata” alla morte, perchè l’ho vista in faccia. Adesso sono pronta a morire”.

Erano i pensieri svitati di una trentenne che credeva di avere illuminazioni permanenti dopo una vacanza in India, adesso non credo più di essere pronta a trapassare mentre invece sono sempre più convinta che gli esseri umani riescano a prendere in considerazione la morte solo come se fosse un affare degli altri. Per tutta la vita, guardiamo morire gli altri e solo quando arriverà il nostro turno di affacciarci sul buio sconosciuto della fine dell’attività cerebrale, allora valuteremo la morte come una possibilità REALE. Ma prima di quel momento, noi clienti occidentali dell’”Outlet del Funerale” ormai consideriamo la morte come un evento che in fondo non ci riguarda più di tanto e può essere rimandato sine die con buoni medici, un po’ di palestra e un dietologo di fiducia che ci illumini la strada per l’eternità in un mondo senza colesterolo e con la glicemia bassa.

Bene, questa lunga premessa per arrivare al Covid. Settantacinque anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la morte è tornata ad essere un evento probabile anche in assenza di tutti i fattori di rischio ineludibili, primo fra tutti un’età almeno centenaria, seguito da malattie che oggi speriamo di poter curare e non ci spaventano più come pochi anni fa. Non solo la morte tenuta nascosta è diventata la temuta compagna di vita degli anziani e di chi soffre di patologie gravi, suscettibili a dar corso a un’evoluzione maligna del virus, ma la morte si è presentata a mietere le vite numerose anche dei giovani che abitano nei posti sbagliati del mondo: dal Brasile a Harlem, quartiere di New York, perché la malattia colpisce le comunità che hanno un più difficile accesso alle cure. La paura di morire ormai è entrata nelle case di tutti e la morte viene ormai nominata milioni di volte al giorno da un’umanità spaventata dalla propria riscoperta plausibile mortalità.

L’applicazione di misure severe come i lockdown messi in atto dagli stati si è resa necessaria anche per rispondere alla richiesta collettiva di “non morire”. Quando Boris Johnson ha proposto lo scorso anno la ricetta di un’immunità di gregge che avrebbe provocato molte morti, il mondo intero si è ribellato di fronte alla crudeltà della sua proposta. Nessun leader politico oggi potrebbe sperare di sopravvivere senza promettere la sconfitta dell’epidemia e quindi della morte, vedi il caso di Trump che ha perso le elezioni anche per aver sottostimato la paura del virus da parte degli stessi americani. La scelta di sottostimare i rischi epidemici, il rifiuto machista della mascherina, l’atteggiamento spavaldo e poco cauto nei confronti delle persone che gli erano vicine (con tanto di cluster di positivi alla Casa Bianca) gli sono certamente costati molti voti.

I cittadini oggi chiedono agli stati di diventare i garanti della loro vita. I leader politici intenzionati a durare dovranno offrire ai loro elettori la promessa che la morte tornerà a essere quell’evento scongiurabile di prima della pandemia, quando noi occidentali pensavamo che bastava fare ginnastica e mangiare sano per vivere appunto fino a cent’anni.
Credo che la severità di alcune misure di quarantena si giustifichino proprio con il fatto che oggi per i leader politici la VITA dei cittadini viene prima della loro sopravvivenza economica, danneggiata irreversibilmente dalle misure messe in atto contro il virus.

Persino le paure e le proteste diffuse contro i possibili effetti collaterali dei vaccini, prima fra tutti quello di Astra-Zeneca, pertengono alla stessa visione: i cittadini ritengono di avere il diritto di essere vaccinati con un farmaco SENZA effetti collaterali. I leader politici che propugnassero l’uso di vaccini ritenuti non perfettamente sicuri verranno ritenuti direttamente responsabili delle possibili morti dovute agli effetti collaterali. Da qui, le nuove linee guida europee all’utilizzo di Astra-Zeneca solo per gli ultra-sessantenni o addirittura la scelta di alcuni paesi di non utilizzarlo più.

La promessa della VITA – a tutti i costi, a ogni età, contro qualsiasi malattia – sta diventando un ingrediente necessario del nuovo marketing politico che le élite dovranno praticare se vogliono restare al potere in anni in cui la paura di morire è tornata prepotente a colpire i paesi occidentali.

Sento montare il nervosismo dei topi in gabbia…

Ci sono esperimenti che dimostrano che i topi, come gli essere umani, se rimangono a lungo chiusi da soli in una gabbia, diventano molto aggressivi ma anche paurosi. Ma non c’è bisogno di tirare in ballo i topi per sapere che l’isolamento fa male. Non per nulla, viene ancora utilizzato nelle prigioni come punizione, in particolare in quelle americane. C’è un documentario doloroso e geniale prodotto da Jay-Z – the Kalief Browther Story – sul suicidio del ragazzo del titolo, imprigionato per un crimine che non ha commesso. Kalief ha passato 800 giorni rinchiuso in una cella di isolamento e si è suicidato due anni dopo essere uscito dalla prigione. L’isolamento prolungato ha quindi effetti devastanti: aggressività, ansia, pensieri (azioni) suicidali.

Non ci vuol molto per capire dove voglio arrivare… L’Italia ha scelto subito (un anno fa) di entrare in un lockdown durissimo che non ci ha portato ad avere risultati sorprendenti, ma al contrario abbiamo avuto un numero di morti (in percentuale) fra i più alti del mondo. L’attuale coprifuoco è in vigore da ottobre, mentre pare in arrivo la famosa “terza ondata”. Stiamo aspettando il vaccino (se fosse per me, me lo farei questa sera stessa!), ma la strada sembra lunga.

Ecco, in tempi così grami, mi piacerebbe che succedessero le seguenti cose. Il Ministro Speranza invece di presentarsi con quel suo faccino aggrottato che gli dà un’aria da mosca pensierosa dovrebbe finalmente sorridere. E dire qualcosa del tipo: “Mi dispiace moltissimo per la vita di merda che stanno facendo gli italiani e li ringrazio per la loro resistenza. Siete stati bravissimi e scusateci per i nostri errori!”. Dopo di che, vorrei sapere in quali date verremo vaccinati. Punto. Invece continuiamo ad assistere a questa orribile pantomima secondo la quale noi italiani siamo dei discolacci da sgridare perchè non siamo stati bravi come avremmo dovuto. Con il risultato che mi viene voglia di prendere una di quelle retine che si usano per schiacciare le mosche e sbatterla in testa al nostro Ministro della Salute, perchè manca di empatia, simpatia, calore e comprensione per un popolo chiuso in casa da mesi, senza che si sia levato un solo lamento. (I fenomeni della movida a Milano hanno riguardato qualche migliaia di persone e sono dipesi da ERRORI nella gestione dell’ordine pubblico.)

Poi mi piacerebbe usare quello stesso retino da mosche per prendere a retinate tutti quelli che si lamentano del fatto che le REGOLE non sono MAI applicate a dovere. Sono quelli che ti guardano male per strada se hai la mascherina appena sotto il naso (e poi ci sono persone sedute al bar senza mascherina che prendono l’aperitivo). Quelli che se per caso ti avvicini (inavvertitamente, come capitava di fare prima) si spostano di scatto come per dire: “Ehi, attenta alle distanze: così potresti infettarmi!”. Quelli che pensano che TU SEI UN VIRUS dal quale loro si devono difendere in modo plateale e osceno.

Potrei citare vari episodi di questo genere, ce ne sono moltissimi. Credo che in un momento così difficile, chi è anche solo minimamente uno stronzo ne approfitti per scatenare la sua aggressività sugli altri topi in gabbia che invece hanno mantenuto un po’ di dignità e si sorridono ancora tra di loro. Ci si può sorridere anche da sotto la mascherina, anche perchè siamo tutti stufi e nessuno si augura che questo orrore duri un momento di più, visto che i vaccini sono in arrivo e con loro la nostra liberazione.

Ecco, insomma, sono stufa anch’io. E comincio anch’io ad avere dei meschini sentimenti da topo in gabbia.

P.S. Se sento ancora Ricciardi che invoca un lockdown TOTALE, come fa da un anno, appena qualcuno gli porge un microfono, aziono anche con lui la mia retina da mosche. Fatelo tacere, per favore…

La scomparsa del tema

Ho avuto la fortuna di andare a scuola quando ancora si credeva che uno dei principali obiettivi dell’insegnamento scolastico fosse di insegnare alle persone a scrivere decentemente in italiano.
Scrivere COSA? Scrivere qualsiasi cosa: un preventivo, una lettera d’amore, un reclamo, un romanzo, non importa. A scuola bisognava imparare a costruire delle frasi con un senso logico, e quindi con una buona grammatica, che stessero in piedi e fossero magari anche ben fatte: armoniose, belle da sentire.

Anche se noi ce lo siamo dimenticati, la nostra lingua nasce dalla metrica e cioè dall’arte di far “risuonare” bene un periodo, applicando delle regole NOTE. Ma anche senza tirar fuori il latino, nessuno (fino a qualche tempo fa…) metteva in discussione che a scuola gli studenti dovessero imparare a scrivere bene, il meglio possibile.

E come si faceva per insegnarglielo? Si partiva dai pensierini della prima elementare, e poi si cominciava a fargli fare dei temi. Anche quelli sui soggetti liberi – la mia famiglia, le mie vacanze, il mio futuro, eccetera – perchè la penna doveva esercitarsi senza dover necessariamente fare sfoggio di nozioni.

Non è obbligatorio sapere fare un tema sulla Rivoluzione Francese o la fisica dei quanti, perchè poi magari nella vita dovremo occuparci di convincere i nostri clienti a installare delle nuove caldaie a condensazione. Conta solo saper scrivere quello che pensiamo in modo sufficientemente semplice e chiaro.

Chi scrive in modo involuto e contorto (e spesso sbaglia la consecutio temporum) non ha le idee chiare. Bisognerebbe poter riassumere i nostri pensieri in poche parole, e poi aggiungere un po’ di condimento, ma mai troppo. Scrivere CHIARO è un’arte che si impara con difficoltà, economizzando sulle parole e rinunciando alla vanità degli aggetti FACILI (roboanti, ridondanti, altisonanti).

E non si può negare che una buona esposizione – comprensibile – di un argomento, non può che essere basata sul fatto che chi scrive ha le IDEE CHIARE. In altre parole, ha delle opinioni FORMATE E DECISE.
Non si può insegnare a scrivere a uno studente, senza insegnargli un po’ anche a pensare. Ecco perchè vanno bene anche i temi liberi: per imparare a SEGUIRE E METTERE IN ORDINE i propri pensieri.

Però adesso arrivo al punto: chi ha un figlio adolescente lo sa. I ragazzi oggi scrivono malissimo, anche se ci sono le eccezioni, per carità, ma in generale i ragazzi fanno veramente fatica a mettere nero su bianco i loro pensieri. E se dovessi indicare una delle ragioni (ma sono tante…) per la perdita di una capacità fondamentale – quella di esprimere il proprio pensiero – non potrei che partire dalla SCUOLA DI ADESSO, dove non si fanno quasi più i temi.

Mio figlio ne faceva solo UNO A QUADRIMESTRE, sia alle medie che all’istituto tecnico, e i professori non glielo correggevano (è la triste verità…). Si limitavano a mettere una virgola qua e là (ma mica sempre) e la chiudevano lì. Ho le mie modestissime opinioni sul perchè avveniva questo fenomeno (meglio che le tenga per me), ma sono sicurissima che fare così pochi temi sia una delle cause fondamentali delle accertate difficoltà della scuola italiana a sfornare studenti con buone capacità di comprensione del testo (Invalsi 2018).

Non riesco invece a capire come mai nei programmi scolastici siano oggi previste DOSI DA CAVALLO DI GRAMMATICA (mio figlio ha studiato 43 complementi indiretti e non credo se ne ricordi nessuno), se poi la grammatica non viene applicata all’unico fine degno per averla studiata: imparare a scrivere.

Bene, la chiudo qui. Ma ancora una volta devo ribadire che contesto la narrazione dominante sulla scuola italiana: va tutto a scatafascio perchè i ragazzi sono maleducati e i genitori li difendono. Il discorso sulla scuola italiana è ben più complesso di così…

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VOLLI E SEMPRE VOLLI E FORTISSIMAMENTE VOLLI (perchè sono dislessica)

Che c’entra l’Alfieri con la dislessia, si chiederà qualcuno? C’entra, invece, ed eccome, perchè i dislessici per imparare quello che gli altri imparano in un paio d’ore, hanno in genere bisogno di almeno il doppio del tempo.

Io che sono dislessica, per riuscire a fare l’università mi sono dovuta legare alla sedia, da sola, impegnandomi nello studio con una volontà testarda e un po’ disperata, mentre invece l’Alfieri, per diventare un autore tragico, si faceva legare dal suo domestico. Certo, paragonarsi all’Alfieri (anche solo per via della volontà…) sembra un po’ presuntuoso, ma mi piace moltissimo la frase: “Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli”, perchè un dislessico che volesse laurearsi o seguire un percorso di studi un po’ impegnativo, dovrebbe per forza di cosa essere un SECCHIONE.

Uno dei primi segnali di un Disturbo dell’Apprendimento è infatti una cattiva memoria. Non ti ricordi mai la data della Rivoluzione Francese o di quando è nata l’Italia, e se devi imparare un libro a memoria per un esame, ti devi chiudere in casa e legarti alla sedia. Le ore di studio saranno infinite, dovrai ripetere le cose che stai studiando un’infinità di volte (quando ho fatto l’università, gli esami erano tutti orali), e avrai spesso voglia di mollare tutto.

E qui arrivo al punto: anche se nessuno lo sa, potrebbe benissimo succedere che i SECCHIONI, quelli che stanno sempre chiusi in casa a studiare, siano dislessici con un Disturbo dell’Apprendimento non diagnosticato. Dotati di cattiva memoria, magari con dei problemi di comprensione del testo (perdono il filo di quello che leggono, devono rileggere tutto più volte, eccetera), ma armati appunto di una volontà FEROCISSIMA nei confronti dello studio che prendono di petto, senza arrendersi mai.

Certo, nel mio caso ho avuto la fortuna di fare le scuole in anni in cui alle elementari e alle medie non c’erano i voti, ma i giudizi, e non era ancora diventata di moda la convinzione che una BUONA E RINOMATA SCUOLA deve saper bocciare, selezionare e scremare la propria utenza. Per cui oggi è facilissimo ritrovarsi con pagelle TERRIBILI che negli anni ’60 e ’70 sarebbero apparse molto crudeli e soprattutto inadatte in un periodo in cui l’obiettivo principale era alfabetizzare l’Italia. I “buoni” maestri di quegli anni erano quelli che riuscivano a portasi dietro tutta la classe senza perdere UN SOLO ALUNNO. Vedi Alberto Manzi che insegnava a leggere e scrivere alla televisione in “Non è mai troppo tardi”..

Adesso invece va di moda la SELEZIONE, quando invece si direbbe che i problemi di alfabetizzazione siano tornati alla ribalta. L’ultimo test INVALSI somministrato in Italia nel 2019 ha mostrato che le competenze in aree fondamentali come quella della comprensione di un testo di italiano sono in discesa. Il 35% degli studenti delle medie non capisce un testo di italiano. Non credo sia corretto attribuirne la colpa a quegli stessi ragazzi che hanno difficoltà: la SCUOLA ITALIANA deve essere messa sotto osservazione, c’è qualcosa che non va.

Ma ritorno alla dislessia: uno studente con un Disturbo dell’Apprendimento negli anni ’60, ’70 e forse per un altro paio di decenni, veniva spesso AIUTATO a finire il ciclo dell’obbligo, oggi invece potrebbe trovarsi già con dei voti molto brutti alle elementari. Proprio perchè siamo passati da una scuola che FORMA gli studenti a una scuola che li SELEZIONA.

Il rischio potrebbe quindi essere che il ragazzino pieno di brutti voti non trovi neanche le risorse interne per diventare un SECCHIONE, e cioè qualcuno che capisce che per farcela deve studiare TANTISSIMO. Un ragazzo o una ragazza che si ritrovano con voti già miserabili a sei o sette anni, potrebbero associare l’idea dello studio alla delusione, e quindi non riuscirebbero a trovare la forza per legarsi alla sedia e andare avanti, magari appunto fino alla laurea.

Per carità, ci sono stati dei passi avanti. Nella pagella di quest’anno, i voti alle elementari verranno sostituiti con i giudizi: “avanzato”, “intermedio”, “base”, “in via d’acquisizione”. Sempre meglio dei voti che sono così mortificanti per un bambino di pochi anni. Ma bisogna fare ancora molto perchè la scuola ritorni a essere il luogo di accoglienza che si pensava dovesse essere negli anni degli sforzi per alfabetizzare l’Italia. E soprattutto bisogna sostenere i ragazzi con un Disturbo dell’Apprendimento che dovranno fare più fatica degli altri per studiare. Ed evitare anche di mortificarli nel caso invece in cui non trovino le risorse interne per legarsi alla sedia (fenomeno più comune tra le femmine, comunque, che non tra i maschi).

La chiudo qui: chi è stata una secchiona come me, ha imparato a applicare dosi ciclopiche di volontà alle cose che vuole fare. Sono ancora capace di restare chiusa in casa per un mese di seguito, senza smettere di scrivere neanche per un solo giorno. E produrre capolavori come “Omicidi a scuola”, di cui consiglio a tutti la lettura. Soprattutto a chi dovesse avere un figlio dislessico che va male a scuola. Mi sono tolta qualche CRUDELE SODDISFAZIONE (ah, ah…).

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Invito a cena di un naturista (e altre storie)

Ecco, ho già raccontato che sono naturista, ovvero frequento da anni un campeggio croato federato con il temibile FKK tedesco – Freikörperkulturche, cultura del corpo libero – che detta le regole secondo cui bisogna vivere secondo natura.

Inutile dire che la prima regola è quella della nudità, praticata da tutti ad libitum, anche nelle situazioni che non ti aspetteresti. Per esempio un invito a cena da parte di un altro naturista che ho ricevuto l’ultima estate in cui sono andata nel solito campeggio croato. Una cena a due, cucinata all’aperto come fanno tutti su dei fornelletti elettrici appoggiati sopra un tavolino, perchè cucinare tra gli alberi è bellissimo.
Una cena quasi romantica, insomma, anche se nei campeggi non vi è nulla di privato, visto che la vita sociale si svolge all’aperto.

Fatta questa doverosa premessa, mi sono ugualmente vestita di tutto punto, come si farebbe in città, perchè mi sembrava brutto presentarmi NUDA per una cena. Ma presentarsi vestita in un campeggio naturista è stato invece un ERRORE DI GALATEO, perchè il mio ospite era ancora perfettamente nudo ma soprattutto assolutamente a suo agio in “costume adamitico“, come si diceva una volta, quando anche solo pronunciare la parola NUDO era considerato un po’ scandaloso.

E così, lo ammetto, mi sono sentita un po’ imbarazzata per la mia maglietta nera e gli orribili pantaloni a pinocchietto che mi piace mettermi d’estate. Ma spogliarsi lì, davanti a lui, sarebbe stato anche PEGGIO, con il risultato che abbiamo passato due ore a chiacchierare, io vestita come Pinocchio e lui invece elegantemente NUDO, mentre cercava di convincermi a sbevacchiare un rosé che si era portato dal Veneto.

D’altronde, stare vestiti nei campeggi naturisti (a meno che non arrivi una piccola glaciazione) pare sempre un po’ di CATTIVO GUSTO, anzi addirittura sospetto o persino sanzionato se stai facendo il bagno al mare. Esiste infatti il fenomeno dei voyer – detti altrimenti guardoni – che a volte battono i campi nudisti per andare a caccia di sordide emozioni. Il guardone (secondo la vulgata nudista) non si spoglia mai, perchè si vergogna della sua nudità, anche se sembra eccitarsi a quella degli altri.

Il vero naturista (maschio) non prova invece NULLA neanche di fronte alle slovene di trent’anni, meravigliose valchirie bionde senza un’oncia di cellulite che popolano ormai i campeggi croati. Alte, sode, con i capelli lunghi biondi, gli occhi azzurrissimi come la fata Turchina, non fanno né caldo né freddo al naturista temprato.

Ma la paura dei guardoni rimane, e una piccola schiera di guardie del campeggio battono le spiagge alla ricerca di adulti in costume da sbattere fuori. Motivo per cui fino si può assistere di sovente a questa scena: i guardiani della reception (completamente vestiti) girano per il campeggio su dei motorini così da controllare che nessuno faccia il bagno con il costume.
E se qualcuno osa avventurarsi nelle acqua croate con il costume (uomo o donna che sia), i guardiani del campeggio lanciano prima un avvertimento con il fischietto, al quale seguono una serie di gesti furiosi che significano: “Togliti il costume”.

Ho assistito anch’io a più volte a questa scena e devo dire che il suono del fischietto fa venire una certa paura, anche perchè i guardiani del campeggio fino a pochi anni fa erano tutti ex-militari (croati…) e non piaceva a nessuno l’idea di far incazzare quei giganti slavi dall’aria severa che ti dicevano che ti dovevi SPOGLIARE!  

Ricordo ancora un italiano di mezza età entrato in acqua in costume che era stato beccato dalla guardia. Il suono del fischietto la aveva trasformato in una statua di sale, tramortito da un attacco di terror panico. Si era subito abbassato il costume (per la paura istintiva del marcantonio in motorino) ed era rimasto così, bloccato in acqua, col costume mezzo tirato giù e le chiappe al vento, mentre tutti ci chiedevamo se la guardia croata l’avrebbe fucilato sul posto per la terribile infrazione al regolamento.

Ecco, potrei continuare con queste allegre storielle di un mondo à rebours, dove stare vestiti è di cattivo gusto. Ma le tengo da parte per OMICIDI IN CAMPEGGIO (naturista…), la prossima delle opere somme che scriverò.

Ce l’ho già tutta in testa…

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Benedetto sia lo smart working

Devo fare una premessa, prima di parlare dello smart woking. Ho sempre pensato che gli elettrodomestici – lavatrice e lavapiatti in primis – abbiamo avuto la funzione di LIBERARE manodopera femminile che, finalmente un po’ più LIBERA dalle faccende domestiche, poteva essere impiegata nelle fabbriche e negli uffici.

Prima degli elettrodomestici, le donne dovevano prestare il loro servizio in casa per crescere i figli, cucinare, pulire, eccetera. Ma dopo l’arrivo degli elettrodomestici, le donne hanno cominciato ad avere il DOPPIO LAVORO: in casa e in fabbrica o in ufficio.

Certo, lavare i panni non era più un affare di ore, quando bisognava strizzarli a mano dopo averli lasciati in ammollo con la lisciva, ma fare una lavatrice richiede ugualmente un certo ammontare di tempo, così come pulire la casa, eccetera.

Ecco, a tutte queste incombenze domestiche (che rimangono ancora in gran parte sulle donne), si sono aggiunte le OTTO ORE in ufficio o in fabbrica, e la vita delle donne si è ulteriormente complicata.

Io non sono affatto sicura che il lavoro femminile equivalga a una LIBERAZIONE: credo invece che sia lavoro remunerato male (le donne guadagnano meno degli uomini) e quindi sia possibile rubricarlo come una forma sottile di sfruttamento, rivendicato invece come emancipatorio.

Ma non solo, credo che lasciare i figli a casa più o meno da soli per così tante ore al giorno – spesso alle otto ore bisogna aggiungere i tempi del commuting – sia pura PAZZIA. Le donne che lavorano devono affidare i loro figli a qualcun altro, quando sono piccoli, e poi appena i figli possono stare da soli (magari anche solo dopo le scuole elementari), i ragazzini rimangono a casa da soli, senza cure e senza attenzioni.

Non è SANO lasciare da soli o in mano altrui i propri figli, non per così tante ore al giorno. I bambini non dovrebbero essere abbandonati così presto.
Lo ripeto: non è un segno di emancipazione lavorare otto al giorno e tornare a casa la sera troppo stanche per occuparsi ATTIVAMENTE del benessere dei pargoli, che magari sono stati ore davanti al computer, senza che nessuno gli dicesse di fare qualcosa di meglio.

Ecco, lo smart working (per chi ha potuto approfittarne) è benedetto, perchè i genitori (madri e padri) sono potuti restare di più con i loro figli. Hanno avuto il tempo di far loro da mangiare, andarli a prendere a scuola, chiacchierare con più tranquillità, guardandoli in faccia per capire come stavano e che cosa pensavano.

Non ho mai potuto andare a prendere a scuola mio figlio né quando era all’asilo, né tanto meno alle medie. Sono sempre stata undici ore al giorno fuori casa. Mi dispiace non aver potuto aspettare mio figlio davanti all’uscita della scuola insieme a chi non aveva il PRIVILEGIO (perchè non lo è…) di lavorare così tante ore lontano da casa.

I tempi tecnologici erano maturi ormai da molti anni: buone connessioni domestiche e laptop performanti. Lo smart working è arrivato GRAZIE al Covid, ma sarebbe dovuto arrivare anche prima. E adesso, spero, nessuno cerchi di tornare indietro a quando bisognava passare OTTO ORE in ufficio.

Le donne che invece non hanno la possibilità di lavorare da casa, dovrebbero avere uno sconto sull’orario di lavoro, perchè così avranno più tempo per occuparsi dei figli, saranno più serene e meno stanche.
In fondo, non c’è nulla di LIBERATORIO a passare tutta la giornata lontano dai figli. Ma proprio per niente.

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Italiani sempre al centro

Se tutto andrà come deve, Conte farà il TRIS, dando a Renzi la possibilità di intingere il suo musetto antipatico nei soldi del Recovery Fund.
Dopo di che, ci saranno un paio d’anni per prepararsi alle prossime elezioni dove tutti danno per scontato che i vincitori saranno quel duo raccogliticcio di Salvini e Meloni, che finalmente riusciranno a mettere le mani sulla Presidenza del Consiglio.

Ecco, io sono un’OTTIMISTA ma soprattutto ho una buona opinione dei miei concittadini, che sono fondamentalmente dei MODERATI di CENTRO. Gli italiani non vogliono una coppia di estremisti (Salvini e Meloni) al governo. Gli italiani non vorrebbero mai essere governati da radicali e massimalisti, ma si affidano più volentieri a chi occupa il centro dello schieramento politico.

Ma non solo, agli italiani piacciono i leader CENTRATI, ovvero equilibrati, gentili ed educati nei modi, senza nessuna di quelle sbavature emotive che abbiamo imparato a conoscere così bene in Renzi e Salvini.
I due infatti sembrano soffrire entrambi di narcisismo patologico (il loro nome e la loro faccia deve comparire ovunque), sono autoriferiti, nel senso che parametrano su loro stessi tutti gli avvenimenti della politica e non sembrano capaci di dividere la scena con i loro compagni di partito.

E’ evidente che per loro la politica è un affare personale. Agli elettori non può quindi che venire il dubbio: “Saranno capaci di pensare a me (che li ho votati…) nel caso in cui andassero al potere?”.
Sappiamo com’è andata a finire con Renzi che ha cercato di approfittare del suo mandato per modificare la costituzione e la legge elettorale, così da distribuire uno SPROPOSITATO premio di maggioranza alla coalizione che avesse raggiunto la maggioranza relativa. Se il suo piano avesse avuto successo, sarebbe stato difficile ritornare all’alternanza democratica dei partititi.
Ma quando siamo stati chiamati a votare sul referendum (che era un referendum su Renzi, come lui aveva messo in chiaro), tutti sanno come abbiamo votato…

Ma non solo, credo che gli italiani abbiano ancora una MEMORIA PROFONDA delle vicende dell’Impero Romano e sappiano quanto sia pericoloso un uomo al potere con un ego smisurato, capace persino di nominare senatore un cavallo. Abbiamo tutti – noi italiani – una speciale diffidenza per chi si pavoneggia troppo, soprattutto dopo aver perso una guerra mondiale grazie al pavone vestito di nero che si affacciava al balcone di Porta Venezia.

Quindi confido che al momento buono – quando si tratterà di votare di nuovo, tra un paio d’anni – nessuno si affiderà PER DAVVERO a chi non mostra moderazione ed equilibrio psichico.
Credo inoltre che se Giuseppe Conte decidesse di fondare un partito di centro, magari non solo con i dubbiosi/costruttori/europeisti/eccetera, ma anche con qualche faccia nuova, potrebbe avere un discreto successo. Penso quindi che si possa ragionevolmente escludere che una destra nervosa, piena di risentimenti, incazzosa e razzista possa PER DAVVERO andare al governo. Siamo un popolo di CENTRISTI, sarebbe sciocco dimenticarlo…

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Dieci punti di buon senso sull’immigrazione

UNO
Il primo punto di buon senso sull’immigrazione è che noi italiani siamo ancora considerati nel mondo come un popolo di emigranti (e quindi di immigrati). Dall’Italia se ne sono andate circa venti milioni di persone, spesso per fare lavori non esattamente nobili (minatori, per esempio), anche se adesso a fuggire sono i cosiddetti “cervelli”. Dall’Italia abbiamo esportato la Mafia e siamo tuttora in prima fila nelle organizzazioni criminali mondiali. Il nostro nome di italiani è stato incredibilmente RIPULITO negli ultimi anni con la moda, il design, il cibo, eccetera, ma è un fenomeno relativamente recente, non bisogna dimenticarlo.

DUE
Le correnti migratorie nascono quando c’è DOMANDA DI LAVORO. I lavoratori emigrano per OFFRIRE IL LORO LAVORO. Nessuno sarebbe così pazzo da emigrare in Burundi o nella Repubblica Democratica del Congo (PIL pro-capite annuo sotto gli 800 dollari). Se quindi in Italia arrivano degli emigranti, è perchè ci sono lavori che i cosiddetti NAZIONALI non vogliono più fare. Nessuna ragazza italiana di vent’anni con un profilo su Instagram può sognare di diventare una badante. Mentre una donna straniera con qualche figlio da mantenere (e magari da mandare a scuola) è disposta a chiudersi in casa per sei giorni alla settimana con un anziano. Ma gli immigrati vengono anche a fare lavori che piacciono ancora agli italiani: in questo secondo caso, il loro arrivo ha l’effetto di far scendere i nostri salari.

TRE
L’arrivo di nuova manodopera in settori in cui sono ancora impiegati gli italiani ha l’effetto di abbassare il COSTO DEL LAVORO. Se ci sono molti lavoratori disposti a fare lavori dove prima c’era scarsità di manodopera, ecco che TUTTI verranno pagati di meno, anche gli italiani che continuano a lavorare in quel settore. Faccio un esempio: se nell’agricoltura ci sono immigrati disposti a lavorare per 3 euro all’ora, allora anche gli italiani che prima guadagnavano di più lavorando la terra, vedranno il loro salario diminuire NOTEVOLMENTE. Oppure si verificherà un altro fenomeno: i loro salari NON CRESCERANNO. Se nell’industria ci sono MOLTI operai stranieri disposti a lavorare per salari contenuti, allora i salari resteranno bassi. I salari aumentano quando c’è scarsità di manodopera (qualsiasi sia il settore di riferimento), mentre invece diminuiscono (o restano stabili) se ci sono tanti lavoratori disposti a fare quel determinato lavoro.

QUATTRO
Chi ci guadagna allora dall’immigrazione? Sicuramente i DATORI DI LAVORO che spendono di meno per comprare lavoro. Se non ci fossero i lavoratori stranieri, dovrebbero pagare di più i nazionali, anche se però esistono ALCUNI LAVORI che nelle economie sviluppate nessuno vuole più fare. In questo caso, senza lavoratori stranieri, ci sarebbero interi settori scoperti (cura degli anziani, edilizia, agricoltura, eccetera).
Ma dall’immigrazione guadagnano anche i NAZIONALI (i cittadini del paese d’arrivo), perchè pagano di meno i prodotti dove c’è manodopera immigrata. Non si può invocare Salvini e pretendere di pagare cinque euro al chilo i pomodori Pachino. Senza migranti, forse costerebbero il doppio, ma soprattutto potrebbe non esserci nessuno che li raccoglie.

CINQUE
Chi ci perde dall’immigrazione? Sicuramente i lavoratori impiegati negli stessi settori dov’è arrivata la manodopera straniera. I loro salari sarebbero cresciuti di più senza la concorrenza degli immigrati, ma forse quei settori, senza lavoratori stranieri, avrebbero potuto andare in sofferenza, provocando una crisi economica. Ovvero, perchè le economie possano crescere, devono poter IMPORTARE manodopera. Gli Stati Uniti importano da sempre manodopera, lo fanno anche adesso: gli Stati Uniti sono pieni di giovani arrivati da altri paesi con forme di chiamate al lavoro NOMINALE (ti danno il visto prima di farti arrivare).

SEI
Perchè la forza lavoro immigrata costa di meno? Semplice: perchè gli immigrati accettano condizioni abitative e di vita peggiori degli italiani. Spesso, gli immigrati appena arrivati abitano in case troppo affollate, non si curano adeguatamente, non vanno certo in vacanza. Lo stesso valeva per gli italiani che andavano a lavorare in America: accettavano condizioni di vita peggiori di quelle di chi era arrivato prima di loro, e quindi accettavano salari più bassi.

SETTE
Vi è poi la questione dell’immigrazione clandestina: i migranti arrivano clandestinamente e vengono poi regolarizzati con sanatorie successive. Qualche paese (come gli Stati Uniti) utilizza il metodo delle QUOTE, ovvero importano legalmente forza lavoro per professioni dove vi è richiesta. Ma in genere gli immigrati arrivano lo stesso e vengono regolarizzati in un secondo momento, dopo che hanno trovato un lavoro, come succede da sempre in Italia. In questo caso, ad agire sono le FORZE BRUTE DELL’ECONOMIA: i migranti vanno dove si sparge la voce che c’è lavoro. Lo stato non ha la funzione regolatrice (dell’immigrazione) che dovrebbe avere.
Bisogna poi dire che nella fase in cui gli immigrati sono ancora clandestini, i loro datori di lavoro non pagano le tasse sul lavoro. E quindi RISPARMIANO perchè pagano di meno le loro prestazioni.

OTTO
Ci sono poi gli immigrati che delinquono e che vengono in genere confusi con i clandestini. Spesso gli immigrati che delinquono sono clandestini, ma le due cose non coincidono. Gli immigrati che delinquono possono avere datori di lavoro (delinquenti) italiani o stranieri. La malavita nigeriana gestisce per esempio lo SPACCIO MINUTO DI DROGA sul territorio, settore abbandonato dalla malavita italiana che si occupa dei GRANDI CARICHI DI DROGA in arrivo. Inutile dire che tutti vorremmo non vedere più gli spacciatori nigeriani nelle piazze italiane che controllano tra l’altro anche la tratta delle africane che si prostituiscono in Europa, altra tragedia alla quale bisogna porre fine. Ma non si può mettere sullo piano una badante che arriva dalla Moldavia con uno spacciatore nigeriano: sono due fenomeni diversi. E’ demagogico metterli sullo stesso piano.

NOVE
Fino ad adesso ho parlato di migrazioni economiche che sono aumentate di recente anche grazie al fatto che oggi è più facile VIAGGIARE E ATTRAVERSARE LE FRONTIERE. Alle migrazioni economiche bisogna aggiungere quelle derivate dalle guerre: la cosiddetta “crisi europea dei migranti”, cominciata nel 2014, ha portato nel nostro continenti milioni di migranti in arrivo anche da paesi in guerra, come la Siria.
Qui però bisogna fare una premessa: gli esseri umani condividono con gli animali l’attaccamento al territorio. Siamo anche noi noi animali territoriali TERRITORIALI, ovvero tendiamo istintivamente a difendere l’ambiente in cui viviamo dall’arrivo di altri che competono con noi per le stesse risorse: il cibo prodotto nelle nostre terre.
Nessun essere umano caldeggia l’arrivo di altri nel proprio territorio: siamo tutti istintivamente diffidenti verso gli stranieri per dei motivi ANTICHISSIMI: abbiamo paura che ci portino via il cibo (e una volta anche le donne…).

DIECI
Quello dei fenomeni migratori negli ultimi quindici anni è uno scenario complesso e drammatico, nel quale siamo stati catapultati molto in fretta. Sarà molto difficile fermare le nuovi correnti migratorie spinte dalla povertà e dalle guerre, tanto meno con il MURO PROPOSTO DA TRUMP. Un muro lungo qualche chilometro sul confine messicano è una goccia nel mare: FUMO NEGLI OCCHI di chi crede veramente che sia possibile fermare la storia con un muretto su un pezzettino di confine.
Tutte le forze politiche che basano le loro campagne sulla lotta all‘IMMIGRAZIONE fanno false promesse: non si possono cancellare i flussi di forza lavoro (servono alle imprese) e tanto meno quelli dei rifugiati (bisognerebbe far finire tutte le guerre). E’ quindi veramente MESCHINO usare la naturale diffidenza verso gli STRANIERI per prendere voti. E non è detto che porti per davvero alla vittoria (com’è successo con Trump). I giovani, come ho già scritto, sono meno diffidenti verso gli stranieri, perchè sono cresciuti in società multirazziali. Chissà quindi che alla fine non prevalga l’istinto alla moderazione e il desiderio di pace sociale, che sono valori niente affatto da disprezzare.



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I “troppo stronzi”: una categoria ancora tutta da studiare

La riflessione sugli stronzi – “Chi sono? Cosa vogliono? Perchè sono così stronzi? – accompagna da sempre il genere umano. Persino le religioni potrebbero essere spiegate come il tentativo di fornire una consolazione (ultraterrena) dagli stronzi. I cattivi andranno all’inferno, mentre i buoni (da morti) finiranno in paradiso.
Magre soddisfazioni, insomma, ma per chi proprio non ce la fa a difendersi dagli stronzi, sempre meglio di niente.

Ecco, ma chi sono veramente gli stronzi? Sono quelli che si fanno gli affari loro A SPESE di quelli degli altri. Per usare il quadrante di Cipolla, gli stronzi sono i BANDITI, ovvero quelli che danneggiano gli altri per trarne vantaggio.
Secondo Jhon Sutton che ha scritto “Il metodo antistronzi”, gli stronzi sono quelli che manifestano ripetuti comportamenti ostili e aggressivi, senza arrivare al contatto fisico (non menano, insomma).

Bisogna ammettere che anche se gli stronzi non sono simpatici a nessuno, molti hanno avuto successo. John Sutton citava come noto stronzo Steve Jobs, che pare fosse particolarmente aggressivo con i suoi dipendenti. Ma ci sono anche tanti (troppo) stronzi che fanno delle bruttissime fini.

Come per esempio Trump, ormai VITTIMA ACCERTATA della sua stronzaggine.
Non è forse da STRONZI istigare una folla di trumpiani, complottisti, neonazisti e fondamentalisti religiosi ad assaltare il Campidoglio? Mentre la famiglia Trump si godeva probabilmente lo spettacolo al coperto, come avevano fatto prima del comizio incriminato?
Lo spettacolo indecente dei RICCHI STRONZI CHE BALLAVANO mentre davano fuoco alle folle di squilibrati pronti a uccidersi (e uccidere, sicuramente) per scalare le mura del Campidoglio è particolarmente disturbante. Se la folla dei suoi supporter fosse riuscita a mettere le mani sui senatori o sulla speaker del Congresso, Nancy Pelosi, li avrebbero probabilmente linciati.

Se qualcuno dei senatori fosse morto, Trump sarebbe stato immediatamente arrestato. Mentre adesso repubblicani e democratici uniti stanno cercando il modo migliore di farlo fuori, in modo che non possa mai più essere eletto sia come Presidente, ma anche come senatore.

Cosa quindi ha ottenuto Trump dalla sua eccessiva stronzaggine? Di essere eliminato per sempre dalle cariche elettive americane e di rischiare quindi anche di finire in galera (si stava discutendo il PARDON per le sue vicende, che certo adesso gli verrà negato).

I TROPPO STRONZI alla fine danneggiano anche se stessi, finendo nel quadrante che Cipolla assegna agli stupidi: quelli che con il loro comportamento danneggiano sia gli altri che se stessi.

Sui motivi che spingono gli stupidi a comportarsi come tali ci sarebbe da discutere. Tra quelli collegati alla psicologia dei soggetti in questione, bisognerebbe senz’altro fare riferimento alle categorie dei DISTURBI DI PERSONALITA’.
Trump ha forse una mezza dozzina di disturbi di personalità: disturbo narcisistico, disturbo istrionico di personalità, disturbo bordeline, secondo alcuni giornali americani.

Ma non la tiro lunga: Trump, per qualche cazzo di motivo, ha rovinato anche se stesso con la sua immensa stronzaggine. Essere troppo stronzi non è mai un affare. Si combinano solo dei guai.


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