Sono la madre di un “vendicatore”

Questa mattina, mentre stavo accompagnando Tommaso al centro estivo, ho avuto la bella notizia.

Sono la madre di un “vendicatore“.

Eravamo sul tram e Tommaso mi ha detto: “Ho fondato il mio clan”.

Io sapevo di cosa stava parlando: il gioco online sul quale perde probabilmente una diottria la giorno.

Sapevo che aveva già cambiato clan un paio di volte (i clan sono gruppi di giocatori che si coalizzano contro gli altri), me non immaginavo che ne volesse fondare uno tutto  suo.

“E come si chiama?”, gli ho chiesto.

“I vendicatori”, mi ha risposto il giovane capo-clan.

Ho cercato di strappargli qualche notizia in più sul perché avesse scelto un nome così sanguinario, ma non gli ho tirato fuori una parola.

So che su un altro gioco online si era soprannominato “Il killatore” e non oso immaginare quali altri appellativi abbia scelto per giochi di cui magari non so nulla.

Ordunque, Tommaso non ha l’aspetto del “killatore”, anzi è leggermente sovrappeso, tendenzialmente buono, fondamentalmente gregario.

Non so dunque cosa lo spinga ad assumere in rete identità così minacciose, ma, se proprio devo dirla tutta, io sono TRANQUILLA.

Il fatto che gli piacciano gli “sparatutto” non lo farà diventare un serial killer.

Il pericolo è altrove: nella malefica dipendenza che danno i videogiochi.

Ai ragazzini piacciono perché sono velocissimi e attivano non so quali aree corticali – pare molto superficiali- che li riducono a delle specie di autonomi sempre leggermente sovreccitati.

I videogiochi non li fanno ragionare, ma li fanno “reagire” a stimoli che loro imparano molto velocemente a riconoscere e  manipolare.

Io non riuscirei a imparare come si usano gli “sparatutto” con la velocità con la quale impara Tommaso.

Di fronte a qualcosa di nuovo ragiono. Analizzo. Studio. Comprendo. E quindi sono lenta.

Loro, i nostri figli, associano. Correlano un’azione a un risultato, un’azione a un simbolo. E poi, senza CAPIRE, agiscono.

Non so chi alla fine avrà ragione.

Se noi, con il nostro procedere lento e logico, o i nostri figli, con le loro folli corse associative.

Mi auguro, per chi ci seguirà, che funzionino meglio  i nuovi sentieri del pensiero, un po’ ondivaghi, dei giovani vendicatori.

Me lo auguro, ma non so quanto ci scommetterei sopra.

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