Elogio dell’editing

Penso che tutto quello che mi succede – di male – sia frutto di un mio errore

Ma non porto sempre la pena con dignità, a volte comincio a piangermi addosso.

Mi lagno troppo, lo so.

Bene, questa sera non mi lagnerò, ma parlerò POSITIVAMENTE delle tre persone che mi hanno aiutato a editare i miei libretti, e verso le quali nutro ammirazione, perché sono state intellettualmente generose, ovvero si sono occupate di me con FATICA, insomma mi hanno preso sul serio.

La verità è che prima di incontrare i miei editor, io scrivevo male.

Siccome scrivevo di fretta, la sera, avevo adottato uno stile piattissimo che tagliava tutte le descrizioni a favore di dialoghi che sembravano quelli dei telegrammi di condoglianze: “Vi siamo vicini in questo momento di dolore. Famiglia Rossi“.

Insomma, avevo asciugato il mio stile fino a scarnificarlo completamente con l’obiettivo di metterci meno tempo a scrivere i miei libretti.

Sono padana, e quindi mi davo dei target anche sul numero di battute che dovevo produrre ogni giorno quando ero in fase creativa.

E’ stato proprio in quel periodo – quando i miei libretti erano fatti solo da una trama arricchita da parole – che mi sono beccata un sacco di bocciature, anche perché avevo un’agente che non sapeva cosa fosse l’editing e quindi mandava alle case editrici i miei telegrammi senza lavorarci sopra manco mezzo minuto.

E’ stato solo dopo essermi presa una lunga serie di bastonate nei denti dalle case editrici – e dopo aver chiuso il rapporto con l’agente –  che ho deciso di cercare un editor.

E ho trovato lei, Sabina Marchesi.

L’ho trovata sul web. Faceva dei corsi di scrittura sui gialli. E poi sapeva tutto sul codice penale italiano (complicatissimo) che io mi ero studiata su Wikipedia, con EVIDENTI E COMPRENSIBILI LACUNE.

Le ho mandato per email “Omicidi in pausa pranzo” e lei me l’ha rispedito indietro dopo un paio di mesi. Con le sue note.

AVEVA CAPITO TUTTO!

Aveva capito che cosa non funzionava della mia scrittura e i suoi commenti erano meravigliosi: sinceri e onesti.

Definiva il mio stile didascalico, piatto, lungo, capzioso, superfluo, orrendo, eccessivo, poco credibile, incongruo.

E poi mi diceva che mancavo di pathos, i personaggi non partecipavano alle scene e le mie descrizioni sembravano riassunti.

Certo, mi segnalava anche i punti dove invece la mia scrittura andava bene e dove riuscivo a trovare un ritmo veloce di narrazione – come io cercavo – senza scadere nella piattezza che nasceva dalla mia stupida fretta di tirar giù 5.000 battute ogni giorno.

La sua era stata una meravigliosa doccia fredda di intelligenza, arrivata tardi, ma per fortuna arrivata.

Ho riscritto Omicidi in pausa pranzo rileggendo le sue note e i suoi consigli non so quante volte.

E poi ho riscritto anche gli altri libri che tenevo nei famosi cassetti da anni, e a questo punto li ho pubblicati su Amazon.

Per “Omicidi in pausa pranzo” ho chiesto la consulenza anche di un altro editor, che non so se voglia essere nominato, ma che mi ha fatto addirittura cambiare il finale e ha dato una bella pulizia alle frasi che mi erano venute fuori male.

Poi ho chiesto a DALIA LENTINI, la mia editor indie, di rileggerlo per l’ultima volta.

Anche Dalia mi ha fatto fare molte modifiche, tra cui quelle di smontare tutti i capitoli che finivano nel modo sbagliato (anticipando il capitolo successivo: un errore molto comune).

Insomma, solo dopo aver lavorato con ALTRE TRE PERSONE, sono riuscita a produrre una versione di “Omicidi in pausa pranzo”  decente.

Ho poi lavorato solo con Dalia per rimettere a posto gli altri libretti, ma ormai avevo capito un sacco di cose sui miei errori, ed ero capace di correggerli anche da sola.

Conclusione: solo i geni non hanno bisogno dell’editor.

E io ringrazio Sabina, Dalia e l’innominato per tutto quello che hanno fatto per me.

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