Che, cioè, tipo…

Quando preparo insieme a mio figlio Tommaso un’interrogazione e gli chiedo di provare a ripetere qualcosa, lui comincia in genere con “Che“, seguito spesso da “Cioè“, ma anche da “Tipo…“.

“Tipo…” lo scrivo con i puntini perché in genere è seguito da una lunga pausa che può restare allo stato di pausa, e cioè non portare a nessun’altra parola o frase. E’ solo il segnale di un discorso abortito in partenza.

Ecco, i ragazzi di dodici o tredici anni non sanno più fare un discorso con un capo e una coda, che segua il filo di un’argomentazione, che vada a concludere da qualche parte.

Il massimo che si può pretendere da un pre-adolescente è che impari a memoria un paio di concetti (compresi di parole per esprimerli) e poi li ripeta a macchinetta. In genere preceduti da almeno un “Che” e un paio di “Cioè”, che non stanno mai male.

La scuola, insomma, non insegna a parlare ma neanche a ragionare, perché il supporto migliore della memoria è il ragionamento.

Riesco  – cioè – a ricordare perché l’Impero Romano d’Occidente  è andato verso il declino, ma non mi ricordo la data del Sacco di Roma.

Nessuno, però, nelle scuole italiane, chiede ai ragazzi di imparare a ragionare.

Quello che gli si chiede è di imparare delle lezioni a memoria e – ma  solo durante le elementari – di esercitare qualche volta la loro fantasia, liberamente, in spregio a ogni convenzione sintattica o grammaticale.

Mio figlio infatti – durante le scuole elementari – non ha mai fatto un tema “banale” del genere: “Racconta le tue vacanze”, ma solo componimenti surrealisti come: “Mi sveglio e sono altro 10 centimetri“, oppure: “Mi sveglio e scopro di vivere nell’Antico Egitto“.

Tommaso scriveva delle paginate di pensieri ricorrenti e insensati, con qualche guizzo di fantasia, ogni tanto, ma senza l’ombra di un punto o una virgola.

Contava insomma la FANTASIA e la QUANTITÀ, e quando ho chiesto alla sua insegnante se non era il caso di insegnargli l’uso della punteggiatura, mi ha guardato come se fossi per l’appunto alta dieci centimetri e ha sibilato: “Tommaso da grande diventerà uno scrittore con tutta la fantasia che dimostra!”.

Bene, dopo neanche sei mesi, l’insegnante delle medie di Tommaso si è naturalmente lamentata della totale assenza di un fraseggio anche solo accennato nelle sue composizioni.

Ordunque, Tommaso è dislessico e non sempre i dislessici fanno dei gran bei temi, ma anche io sono sicuramente dislessica (ho i suoi stessi sintomi), ma so usare la punteggiatura.

So quando finisce una frase e quando comincia l’altra. E so raccontare quello che mi è successo quando sono andata in vacanza.

Mi ricordo anche benissimo che durante le vacanze di Natale – quando andavo alle scuole medie – non facevo i compiti, e mi ricordo benissimo che alle medie studiavamo ancora l’uso della punteggiatura, e non le figure retoriche e i canti della Divina Commedia.

Dalla scuola italiana di oggi uscirà forse qualche – raro e scarso* – geniale studente che finirà ad Oxford, mentre gli altri non riusciranno a scrivere la lettera di accompagnamento del curriculum che manderanno al McDonald’s.

In un paese che si stra deindustrializzando ma non si sta terziarizzando, il rischio appunto è che la scuola italiana finisca per formare i lavoranti di una catena americana di friggitorie.

Forse è il caso di capire perché.

*Copio un post di Paola, che aveva già detto come la pensava sull’argomento.

Sono giunta alla conclusione che i programmi scolastici sono ormai strutturati per il bambino tipo con le seguenti caratteristiche:

1) deve essere sveglio, attento e maturo per la sua età
2) non deve avere problemi famigliari
3) deve fare una scuola non a tempo pieno che gli permetta di fare sport
4) a casa deve poter contare su più di una figura adulta, di cultura medio alta, come aiuto per i compiti, in grado di completare ed ampliare i concetti passati velocemente in rassegna a scuola.
Il bambino così “dotato” può imparare molto.
Tutti gli altri avranno difficoltà, con conseguenti frustrazioni. Di questi, solo quelli “con carattere” possono avere ancora qualche speranza.

La scuola vuole fare molto, troppo, ma non ha i soldi, la formazione degli insegnanti ed i mezzi per offrire una formazione personalizzata che metta in evidenza le potenzialità di ognuno. Si struttura solo per insegnare ad un determinato “target”, quello più facile, e degli altri non gliene frega niente.

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