La fine delle parole

Non so se in Italia si stia accelerando un corso che altrove ha passi più lenti, ma in questi giorni mi sembra di assistere alla fine delle parole.

Stanno scomparendo anche dai giornali.

Le ultime versioni online di Repubblica e Corriere – versioni “tablet” come le chiamano – portano le parole in secondo piano rispetto alle foto e ai video.

Insomma, le parole sono solo il commento alla galleria di immagini che l’utente è invogliato a vedere fino alla fine. E se le immagini gli sono piaciute, allora forse leggerà anche qualche riga di testo per capire a cosa si riferiscono.

Forse in Italia si sta anticipando un fenomeno che riguarderà anche il resto del mondo, quando le parole definitivamente saranno sostituite dalle immagini (ferme o in movimento).

Non so se la stampa straniera stia scivolando così velocemente verso questa china, o se invece il proceso sia più rallentato che da noi.

Il New York Times non ha ancora sbattuto via le parole, e resistono settimanali austeri come l’Economist, dove il lettore deve LEGGERE.

Noi italiani siamo ancora convinti di detenere la supremazia nel mondo dell’arte e delle lettere, ma Dante è morto da un bel po’ e i nostri maggiori architetti costruiscono all’estero.

Forse dovremmo rassegnarci al fatto che ormai siamo un paese allo sbando per quanto riguarda la produzione intellettuale e artistica.

Sì, so bene che le mie sembrano chiacchiere da treno, ma ormai i giornali cartacei sono scomparsi dai vagoni della metropolitana che prendo tutte le mattine, e stanno scomparendo anche i libri (di carta). Sostituiti, quest’ultimi, qualche volta da un e-reader, ma più spesso da uno smartphone.

Provo a sbirciare delle volte sugli schermi degli smartphone dei mie vicini in metropolitana, e mi sembra che nessuno legga un giornale online (che sugli smartphone non sono gratis), ma guardi le foto su Facebook pubblicate la sera prima dai suoi amici o faccia qualche gioco online.

Non so che cosa leggerà mio figlio tra vent’anni, visto che adesso legge solo Topolino e il Diario di una Schiappa, ma sono abbastanza sicura che userà un social network per tenersi informato su quello che fanno i suoi amici, che pubblicheranno delle foto corredate da brevi didascalie.

E solo molto raramente guarderà qualche altra foto sui giornali online, possibilmente di vulcani che eruttano, tsunami che spazzano i porti, e altri spettacolari “argomenti”.

Noi forse siamo gli ultimi – in Italia – che sappiamo scrivere un articolo di giornale o addirittura un libro. E forse siamo gli ultimi che lo leggeranno.

Mentre invece, nei paesi anglosassoni dove i “centri di eccellenza” – espressione orrenda – continuano a esistere, è probabile che il lettore-scrittore sopravviva un po’ di più.

Ma non tantissimo, secondo me.

2 thoughts on “La fine delle parole

  1. Zio Gio ha detto:

    E se non vengono letti nemmeno i giornali, vuol dire che nessuno leggerà mai i nostri blog.

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