La battaglia persa dei social network

Faccio parte della schiera di chi combatte sui social per ritagliarsi pezzi di ascolto e di attenzione.

Non so neanch’io cosa mi spinga a farlo.

In una vita precedente sono stata una giornalista, poi il capitolo si è chiuso molto bruscamente.

Fino a pochi anni fa per pubblicare un articolo bisognava conoscere i redattori, proporgli i pezzi, scriverli, mandarglieli, aspettare e sperare che li approvassero, e quindi attendere la pubblicazione del quotidiano o del settimanale per leggerli.

Bastava quindi uscire dal giro dei redattori “amici” – ero una giornalista free-lance, oggi si direbbe precaria – per smettere di pubblicare i propri articoli.

Il web oggi ti permette di scrivere quello che ti pare senza supplicare nessuno.

Un passo avanti notevolissimo rispetto agli anni in cui dovevi supplicare i redattori dei giornali.

Stesso discorso con gli ebook. Nessuno mi pubblicava i mie libri, e me li sono pubblicata da sola. Punto.

E nel frattempo erano arrivati i social network, e TUTTI hanno cominciato a dire quello che pensavano, senza aver bisogno d’altro che di una connessione e di un PC.

Il paradosso è che in un mondo in cui saremo tutti connessi, ognuno con molteplici account sui social network, e tutti finalmente liberi dalla vecchia timidezza di una volta, ci vorrà qualcuno che ci ascolta.

Se qualche miliardo di utenti commenterà tutto quello che viene scritto quotidianamente sulle piattaforme digitali, ci vorrà qualche altro miliardo di utenti disposto a leggere quello che scrivono gli altri.

Ecco, credo che quando saremo tutti connessi, vi sarà il rischio che il frastuono collettivo delle nostre voci copra il rumore di ogni singola voce.

Io ho avuto la fortuna di assistere alla rivoluzione digitale, e ho la fortuna di poter scrivere quello che mi pare senza dover più inginocchiarmi davanti a un caporedattore.

Ma ho l’impressione di essere anch’io parte attiva del rombare collettivo delle nostre voci libere, e ho paura di sembrare una cretina narcisista che continua a dare colpi al PROPRIO tamburo.

Non escludo, quindi, di smettere di dare disturbo, in un giorno non molto lontano.

Questo non significa smettere di scrivere – i libri continueranno a esistere e a essere scritti – ma forse sarebbe meglio se mi iscrivessi a un corso di Pilates invece di postare sul blog.

Mi farebbe bene alla salute e non mancherei a nessuno.

E mi ritirerei con onore dalla battaglia persa – sui social network – di far sentire la propria voce sopra quella degli altri.

Ma i social danno addiction: appena manca la connessione ti senti male.

Insomma, questo è un altro post della serie inutile-depresso.

Mi cestino da sola.

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