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Dieci regole d’oro per essere virali

La viralità può essere definita come il grado di successo di quello che pubblichi sul web e sui social network, che ormai sono sostanzialmente tre: Facebook per parole e foto, Istangram per le foto e Youtube per i video.
Twitter è un discorso a parte, perché più che un social network è un’agenzia di stampa gratuita per influencer. Lo lascio da parte per dedicarmi all’unico argomento che conosco: le parole.

Io sono vecchiotta (scrivo ancora…) e faccio delle foto di merda. Di conseguenza pubblico solo dei testi su WordPress, che poi condivido su Facebook. Quello che scrivo non è virale (non vado mai oltre i 30 like), ma uso il web per dire quello che penso, e della viralità me ne sbatto anche abbastanza i coglioni.

Non seguo quindi quelle che secondo me sono le regole MINIME per diventare virali (sto parlando di testi, non di foto o video), regole che provo ad elencare. Sono condizioni necessarie ma non sufficienti, perché non è detto che applicandole tutte, siano garantite le migliaia di like. Aggiungasi che per avere migliaia di like, bisogna avere una “Pagina” su Facebook, e non un semplice “Profilo Personale”, dove puoi arrivare fino a 5.000 amici. Con 5.000 amici puoi arrivare al massimo a 500 like, e poi, se vuoi continuare a crescere, devi trasformare il tuo profilo in una “Pagina” (si può), col rischio però di perdere visibilità (Facebook vuol far pagare le “Pagine” che si fanno pubblicità).

Provo a fare un elenchino di golden rules per riuscire ad essere virali.

    • TARGET SPECIFICO. Bisogna sapere a chi si vuol parlare. Il target deve essere molto definito. Faccio qualche esempio: le mamme. Tirano ancora tantissimo. Bisogna raccontare qualcosa di allegro sui propri figli e le lunghe giornate faticose, ecc. passate con loro. In realtà, non mi vengono in mente molti altri target così profittevoli come quelli delle mamme… Marco Montemagno (che spiega come avere successo nel digital) è uno che non scherza, ma lui ha viralizzato soprattutto su Youtube. Anyway, per diventare virali, bisogna restare sul proprio target: se il target è quello delle mamme, non puoi cambiare argomento. I tuoi lettori si aspettano che tu gli racconti la tua giornata dura ma in fondo anche buffa, eccetera. Devi stare TUNED sul tuo pubblico.
    • RACCONTARE SEMPRE UN PO’ DI CAZZI TUOI. I social network hanno la loro ragione d’essere nel fatto che le persone parlano di sé. Chi va su Facebook, lo fa per sapere qualcosa delle vite degli altri. Se cerchi notizie, vai sul sito del Corriere, se cerchi invece qualche momento di piacevole divagazione, dove magari dai un’occhiata alle foto dei tuoi amici e parenti, allora vai su Facebook. Insomma, se vuoi essere ascoltato su Facebook, devi parlare anche di te. Che non è un male, perché il mio scrittore preferito, Emmanuel Carrère, scrive dei libri in cui parte sempre da sé per raccontare qualcos’altro. Lo stile dei social non è quello di un’agenzia di stampa, ma è intimo, personale, perché nessuno si offende (su Facebook) se non parli dei mali del mondo.
    • SCRITTURA BRILLANTE, NON PIAGNUCOLOSA. Proprio perché Facebook ha una funzione ricreativa, vengono apprezzati i personaggi che sanno divertire chi li legge, anche quando parlano di cose serie. Natalino Balasso è sempre divertente, per esempio. Nessuno seguirebbe una pagina dove l’autore si lamenta, si straccia le vesti e piagnucola sulle sue sfortune.
    • SI PUÒ’ PARLARE DELLA MALATTIA. Sui social si può raccontare la propria malattia (molti postano le foto della chemio, ma quelle sono profili personali). Bisogna però essere ottimisti: si apprezza chi combatte, chi spera di farcela. Anche quando si è malati, bisogna evitare la lagna, che non è virale neanche nella vita vera (si sta più volentieri accanto a malati di buon’umore, che non a malati depressi).
    • POCHI POST BREVI, CHE SI LEGGONO IN POCHI MINUTI. Se vuoi essere aggiornato sulla guerra in Siria, vai su Foreign Affairs. E allora leggi anche un articolo di 10.000 battute. Ma col cazzo che leggi 100.000 battute di qualcosa su Facebook, qualsiasi cosa sia (non credo che siano ammessi post pornografici, che sarebbero gli unici capaci di tenere incollato qualche lettore alla pagina). Evitate soprattutto di fare cinque post al giorno, su tutto quello che vi passa per la testa. Non c’è di più noioso di venire bombardati da post stupidini, sullo stato d’animo del momento. Pubblicate poco e contenuti di qualità.
    • EVITARE LA POLITICA, SE POSSIBILE. A me sta sul cazzo Renzi, da sempre, cosa nota, peraltro, ma so che quando metto il suo nome in un post, le persone ci penseranno due volte prima di mettere un like, anche se adesso sta montando un’onda anti-renziana che non ha più paura di nulla (e vuole mandarlo a casa).
    • ESSERE INNOVATIVI E ECCENTRICI, SENZA ESAGERARE. Nessuno vuole leggere roba del tipo: “preferisco le catene alle gomme da neve”, oppure “la coca cola è buona con una fetta di limone”. Chi cerca follower deve avere quel minimo di eccentricità che li possa incuriosire. Quando ti divaghi, non vuoi sentire parlare del tempo, insomma, ma di roba meno pallosa.
    • SE HAI UNA FOTO, E’ MEGLIO. Meglio accompagnare i post con qualche foto, ma sempre di momenti intimi. Insomma, devi dare l’impressione a chi ti legge che sta entrando per davvero a casa tua.
    • NON USARE I SOCIAL PER FARE PUBBLICITÀ TRADIZIONALE. Questo è un errore gravissimo! Non si possono usare i social per invitare gli utenti a una presentazione di un libro o per invitarlo a comprare qualcosa. L’utente capisce subito se gli vuoi vendere un libro, per esempio, e si infastidisce. L’advertising deve essere diretto: “COMPRAMI IL LIBRO!”, e deve essere dichiarato come tale (mi sto facendo pubblicità…). Sui social devi raccontare storie (scusate, è un po’ banale), e se le storie che racconti sono carine, magari vendi anche il libro. Ma se hai una personalità sbiadita, e non racconti delle storie carine, il libro non te lo compra un cazzo di nessuno.
    • SE SEI GIÀ’ CONOSCIUTO, ALLORA VALGONO TUTTE LE REGOLE PRIMA. I profili dei personaggi pubblici, devono seguire le stesse regole: stile colloquiale, raccontare la vita personale, eccetera. Non cambia niente!
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    La battaglia persa dei social network

    Faccio parte della schiera di chi combatte sui social per ritagliarsi pezzi di ascolto e di attenzione.

    Non so neanch’io cosa mi spinga a farlo.

    In una vita precedente sono stata una giornalista, poi il capitolo si è chiuso molto bruscamente.

    Fino a pochi anni fa per pubblicare un articolo bisognava conoscere i redattori, proporgli i pezzi, scriverli, mandarglieli, aspettare e sperare che li approvassero, e quindi attendere la pubblicazione del quotidiano o del settimanale per leggerli.

    Bastava quindi uscire dal giro dei redattori “amici” – ero una giornalista free-lance, oggi si direbbe precaria – per smettere di pubblicare i propri articoli.

    Il web oggi ti permette di scrivere quello che ti pare senza supplicare nessuno.

    Un passo avanti notevolissimo rispetto agli anni in cui dovevi supplicare i redattori dei giornali.

    Stesso discorso con gli ebook. Nessuno mi pubblicava i mie libri, e me li sono pubblicata da sola. Punto.

    E nel frattempo erano arrivati i social network, e TUTTI hanno cominciato a dire quello che pensavano, senza aver bisogno d’altro che di una connessione e di un PC.

    Il paradosso è che in un mondo in cui saremo tutti connessi, ognuno con molteplici account sui social network, e tutti finalmente liberi dalla vecchia timidezza di una volta, ci vorrà qualcuno che ci ascolta.

    Se qualche miliardo di utenti commenterà tutto quello che viene scritto quotidianamente sulle piattaforme digitali, ci vorrà qualche altro miliardo di utenti disposto a leggere quello che scrivono gli altri.

    Ecco, credo che quando saremo tutti connessi, vi sarà il rischio che il frastuono collettivo delle nostre voci copra il rumore di ogni singola voce.

    Io ho avuto la fortuna di assistere alla rivoluzione digitale, e ho la fortuna di poter scrivere quello che mi pare senza dover più inginocchiarmi davanti a un caporedattore.

    Ma ho l’impressione di essere anch’io parte attiva del rombare collettivo delle nostre voci libere, e ho paura di sembrare una cretina narcisista che continua a dare colpi al PROPRIO tamburo.

    Non escludo, quindi, di smettere di dare disturbo, in un giorno non molto lontano.

    Questo non significa smettere di scrivere – i libri continueranno a esistere e a essere scritti – ma forse sarebbe meglio se mi iscrivessi a un corso di Pilates invece di postare sul blog.

    Mi farebbe bene alla salute e non mancherei a nessuno.

    E mi ritirerei con onore dalla battaglia persa – sui social network – di far sentire la propria voce sopra quella degli altri.

    Ma i social danno addiction: appena manca la connessione ti senti male.

    Insomma, questo è un altro post della serie inutile-depresso.

    Mi cestino da sola.

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    Un’altra impiegata smanettona

    9623ae60bb9ac778a1fa9992ae85a0a1I social network non sono altro che l’espansione delle dimensioni del campione statistico rappresentativo delle persone che hanno qualcosa in comune con te.

    Questa è la definizione: “un campione è rappresentativo nella misura in cui costituisce un modello in scala della popolazione, capace di fornire un immagine fedele della sua struttura, delle sue proporzioni e della sua articolazione interna”.

    Sui social siamo tutti profilati – volenti e nolenti – e siamo parificati nel senso che i social network, al contrario delle aziende, non sono gerarchici.

    Hai un nome (vero o falso, chi lo sa). Punto.

    Non sei codificato all’interno di un sistema gerarchico.

    E se sei su Facebook, chiunque può scriverti sulla chat di Messenger. Così come tu puoi scrivere a chi ti pare.

    Su social più recenti – come Twitter – non devi neanche chiedere “l’amicizia” per commentare il post di un altro.

    Lo fai e basta.

    Il mondo è diventato orizzontale ed è probabile che il tuo vicino di scrivania – sui social – ti assomigli.

    E così, qualche giorno fa, mi ha scritto sulla chat di Facebook, un’impiegata, blogger, con un figlio – uguale a me! ‒ che aveva letto il mio libretto.

    Ci siamo velocemente salutate e poi siamo immediatamente partite per cercare di risolvere un problema che Stefania Nardi aveva con i suoi blog su WordPress.

    Ce l’abbiamo anche fatta – molto velocemente – e poi ho pensato: se la intervistassi?

    Mi assomiglia per davvero. Chissà cosa ne pensa di tutte le ore che passiamo sul web invece di fare la pasta al forno o lavare i vetri.

    Ecco l’intervista – non molto seria – a Stefania.

     

    Quante ore passi sul web al giorno? 

    Un’ora di pausa pranzo (c’è chi commette omicidi e chi scrive) e in media tre ore dopo cena.
    In genere la sera aspetto che tutti dormano e che sia finito il film in streaming, poi inizia la vita virtuale.


    Quante battute scrivi in media in una settimana?

    Sicuramente meno di quante ne dico e ne penso.
    La continua battaglia col sonno, impone dei ritmi lenti di scrittura.

    A cosa rinunci per scrivere e smanettare? Film, libri, serate con gli amici?

    Il film lo vedo prima di smanettare, gli amici li frequento nel fine settimana, i libri riesco a leggerli spesso in bagno e più raramente a notte fonda, e li alterno con i fumetti (Ah, ho già detto che sono una fumettofila?).


    Riusciresti a tornare al bel vecchio filmettino in televisione, dopo gli anni di ATTIVO smanettamento?

    C’era un tempo in cui prima di dormire, sorseggiavo mezzo calice di vino davanti alla TV.
    C’era un tempo in cui c’era qualcosa da vedere in TV.
    C’era un tempo in cui l’ADSL non esisteva e perdevi la pazienza nell’attesa che si caricassero le pagine.
    C’era un tempo in cui non c’era tempo per smanettare.
    Ora non c’è più tempo per non smanettare, non credo di essere ad un livello di dipendenza tale da compromettere la mia vita, ma il virtuale è ormai parte della mia (nostra) vita reale e molte vicende sono legate a questa parte di vita.
    Il Blog, i social, fa tutto parte di una rete che ormai esiste, e rinunciare sarebbe come escludere una parte della vita stessa…. dunque mi adatto alla mia epoca, e cerco di viverla nel modo più sano e stimolante che esista.

    No, non sento la mancanza del vecchio filmettino, nella parentesi virtuale c’è più interazione e meno inebetimento, sempre che non permettiamo di farle prendere il sopravvento sull’INTERA vita.


    Perché dedichi tante energie a progetti creativi e solitari come i tuoi blog?
    Il web è pubblico, ma nasce nelle nostre stanze al buio, di sera, quando siamo soli davanti al Pc.

    Mi faccio spesso la stessa domanda, e mi do sempre la stessa risposta: perché ho necessità di sfogarmi creativamente.
    Faccio da tanti anni un lavoro che non mi piace, che non mi appartiene, che mi imprigiona in una stanza incolore.
    Scrivo da una vita, dipingo, creo. In passato ho suonato, cantato (conto di farlo nuovamente). Ogni sfogo creativo mi permette di sentirmi nella mia dimensione, libera e in continuo movimento, come recita il sottotitolo del mio Blog di scrittura “Impiegata per vivere, scrittrice per resistere”.


    Tuo figlio, tuo marito, si lamentano del fatto che stai tanto tempo davanti al Pc?

    Mio marito sa da sempre che deve rispettare i miei spazi, come io rispetto i suoi, e sa che ho bisogno di questo.
    Mio figlio viene prima di tutto il resto, cerco di coinvolgerlo nelle mie passioni.
    Mio figlio è uno dei motivi che mi ha spinto ad aprire i Blog, credo che per un figlio sia importante vedere i genitori appassionati per qualcosa e non solo obbligati ai ritmi quotidiani imposti.
    Per mio figlio ho scritto alcune favole, gliele ho lette, gli leggo libri da quando era molto piccolo, ora ha 6 anni e già da un paio legge da solo migliorando sempre di più. L’ho anche coinvolto in un progetto di scrittura a coppia, lui inventa le storie e io le trascrivo in forma grammaticalmente corretta cercando di costruirle insieme, questa cosa lo diverte molto e nei ritagli di tempo cerchiamo di portarla avanti.

     

    La casa è molto sporca? Devi combattere anche tu contro le formiche? Hai qualche consiglio su come sterminarle?

    La casa è mediamente sporca…faccio le pulizie in genere la sera e nel fine settimana, come tutte/i noi credo.
    Inoltre seguo una personalissima disciplina Zen di meditazione che mi impone di non stirare…. basta stendere bene i panni, e ripiegarli schiacciandoli con precisione… devo perfezionarla sulle camicie.


    Cucini bene o male? Ma, soprattutto, ti piace cucinare?

    Cucino bene, mi piace cucinare.
    Quando avevo tempo, facevo anche piatti elaborati… ora la mia creatività è a metà tra Chef Rubio e Bridget Jones, ma se ho amici a cena faccio la mia porca figura.

    Ecco i blog di Stefania.

    Un blog un po’ così.

    I Fotolavori di Stefy.

     

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    Facebook è diventato un social network da “signorine” (rispetto a Ask.fm)

    Il padrone di Facebook sta cercando di comprare tutto quello che sta nascendo nel mondo social, perché è terrorizzato dalla concorrenza.

    Zuckenberg sembra particolarmente interessato a una fascia d’età che non è quella che frequenta questo blog, ovvero gli adolescenti.

    Che amano emozioni più forti di quelle offerte da un social network come Facebook, che ormai è diventato politically correct.

    Le persone – su Facebook – usano quasi sempre i loro veri nomi, e spesso anche  le loro vere foto per le immagini da inserire nel profilo, e ci tengono a non infilarsi in scazzottate on line che potrebbero rovinare la loro buona reputazione.

    Ogni tanto capita che qualcuno scriva qualcosa di sgradevole in risposta a un commento, ma non sono mai stata veramente insultata su Facebook, anche se so che a qualcuno è capitato.

    La mia impressione è che Facebook si sia lentamente avviato sulla strada della pacatezza, proprio perché i profili sono collegati a persone reali, con un nome e un cognome.

    Insomma, la correttezza che tutti professiamo su Facebook è dovuta al fatto che non è un social ANONIMO, come invece nel caso dei social di ULTIMA GENERAZIONE, quelli destinati agli adolescenti.

    Il più famoso è il lituano Ask.fm, accusato di essere all’origine del suicidio di ragazzini dalla psiche indebolita dagli insulti che arrivano sulla loro bacheca da parte di utenti anonimi, che non hanno alcuna intenzione di rivelare la loro identità.

    Non voglio entrare nei meccanismi tecnici che regolano i nuovi social anonimi – ne è appena nato uno negli States che si chiama Secret – che sono però tutti accomunati dal fatto che i commenti non sono firmati con il nome che hai nella vita, ma con un nick che copre la tua identità.

    E quando non devi dire chi sei, ti parte la mano. Diventi zozzo, kattivo, aggressivo, fastidioso, stalkante, brutale.

    E se sei uno stronzo, ti diverti a perseguitare qualche bella ragazzina che non ha il coraggio di fare l’unica cosa sensata: cancellare il proprio profilo e sparire.

    Credo che le relazioni aggressive diano dipendenza, e credo che i ragazzi di oggi siano molto più aggressivi di quanto non lo fossimo noi alla loro età.

    Sembra che le relazioni tra adolescenti siano uscite dai binari etici – Dio, come scrivo da vecchia! – ai quali eravamo stati abituati.
    Oggi l’insulto va di moda, anzi è una cosa molto figa.

    Non ho voglia di fare del voyeurismo su Ask.fm, spingendomi al punto di iscrivermi a un social per ragazzini, ma ho visto un po’ dei video di Ask.fm (postati anche su Youtube), in cui delle teen-ager truccate e smaltate vomitano parolacce come le indemoniate di padre Amorth (vero esorcista che opera a Roma). Di questi video girano già le parodie, ma vi assicuro che non fanno ridere.

    Non fanno ridere me, ma fanno ridere mio figlio Tommaso che ieri sera li ha guardati insieme a me. Li trovava divertentissimi!

    Naturalmente gli ho fatto una capa tanta sul fatto che non devi iscriversi a Ask.fm (dove c’è già metà della sua classe delle scuole medie), ma ho capito che noi Facebookkari siamo fatti di una solida pasta antica, condita da buone maniere, proprio perché non siano anonimi.

    Anzi, siamo diventate le “signorine” del web. LOL!

    Capisco quindi la campagna di acquisti di Mister Zuckenberg.  Che ormai sta invecchiando anche lui e corre il rischio di trovarsi scoperto sul fronte pre-adolescente selvaggio e suicidario, che sarà l’utente del futuro (se sopravvive all’adolescenza e impara a fare qualcos’altro che non sia masturbare uno smartphone).

    P.S.
    Gli insulti che noi selfwriter – e non solo – riceviamo periodicamente su Amazon e sulle altre piattaforme di epublishing nascono proprio dall’anonimato degli utenti che possono postare quello che vogliono, protetti dai nick.
    Ma  Amazon non è Ask.fm. E’ una piattaforma di vendita, e quindi sarebbe il caso di proteggere gli utenti che vendono un prodotto – chi scrive vende se stesso – dalla concorrenza sleale di chi parla male del loro prodotto.
    Mr Bezos non fa i soldi con i ragazzini che urlano ma con le aziende e le persone che vendono qualcosa.
    Motivo di più per proteggerle dagli attacchi anonimi.

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    Web stress: seconda puntata

    Nella prima puntata sullo stress da web ho fatto la parte di quella figa che parla dello stress degli altri, in genere adolescenti alle prese con i “Mi piace”, eccetera sui social network.

    Adesso parlerò del mio stress da web, che peraltro non è niente rispetto allo stress che mi provocano i guai veri della vita.

    Ma siccome non uso il blog per parlare del mal di denti, mi dedicherò alle minuscole forme di stress che possono essere provocate dall’esposizione – di un adulto – sui social network.

    Nel mio caso, il primo motivo di stress è dato dal fatto che ho autopubblicato dei libri e i lettori dotati di mouse oggi sono molto più temibili di quelli che una volta erano dotati solo di portamonete.

    Una volta – parlo di meno di cinque anni fa – i lettori entravano in libreria, compravano il libro e FORSE lo leggevano.
    Agli editori interessava solo sapere quanti libri avevano venduto.
    Nessuno (fra gli editori) sapeva – o era interessato a sapere – che cosa pensavano i lettori.
    Gli unici dati che lettori ed editori avevano a disposizione erano quelli relativi al numero di copie vendute.

    Con il web 2.0, che  non è altro se non un web facile da usare, in cui è diventato semplicissimo produrre e pubblicare contenuti, anche il lettore dice quello che pensa e ha il potere di “muovere” il mercato editoriale.

    Ho già pubblicato l’intervista a Claudia Peduzzi, perfetta lettrice digitale, che legge e recensisce sui social network molti dei libri che ha letto.

    Leggo con molta attenzione tutto quello che scrivono i lettori su Amazon, e ho addirittura riscritto delle parti di “Omicidi in pausa pranzo”, dopo che un paio di lettori mi avevano segnalato di aver capito troppo presto chi era l’assassino.

    Fair enough: se una critica è onesta e serena, e anche per l’appunto critica, sono la prima a tenerne conto.

    Il problema nasce invece quando le critiche arrivano dai Fake o da un tipo di lettore che definirei stitico.

    Parliamo prima degli stitici: sono quelli che danno bacchettate in giro e si limitano in genere a scrivere poche righe, molto svalutanti e spesso un po’ cattivelle.

    Il lettore stitico è quello che da una o due stelle a TUTTI, tranne forse che a Petrarca, contro cui mi sono battuta ad armi pari in una promozione a zero euro su Amazon, durante la quale ho sfidato Dante e Verga nelle classifiche Amazoniane.

    In genere lo stitico scrive poco: stronca e basta.

    Per carità, non penso che mi suiciderò come Tenco in una stanza d’albergo a Sanremo, perché sono stata stroncata dai lettori, però qualche mal di pancia di mi è venuto. Ma sono mal di pancia che mi tengo volentieri quando capisco che l’utente è VERO.

    E cioè se si tratta di un lettore un po’ severo, che però ha già fatto altre recensioni e ne farà delle altre.

    Il mal di pancia invece aumenta quando ti trovi di fronte a un Fake.
    E cioè a qualcuno abbastanza smanettone da essere riuscito a inventarsi un profilo su Amazon (collegato a una carta di credito, per di più), profilo che usa per colpire TE e magari qualche altro self.

    Riconosci il Fake perché di solito lascia solo una cattiva critica per uno dei tuoi libri e poi scompare, oppure lascia una stelletta per te e cinque a caso per un altro paio di libri (sui cani, magari). E poi scompare di nuovo.

    Essere un autore 2.0 – tanto per non essere banali – significa quindi beccarsi una discreta quantità di bastonate, spesso quotidianamente, spesso date da persone che nascondono la mano con cui ti colpiscono

    Bastonate incise nella pietra del web, perché il web è diventato ormai molto più resistente e longevo delle pietre.

    Se qualcuno ti stronca sul web, ti fa molto più male di quanto non avrebbe potuto farti una stroncatura su un giornale.
    La carta va a finire nel bidone della carta.
    I link invece portano a contenuti che girano su qualche server del Nevada che non si fermerà mai…

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    Web stress

    Lo stress da web è una delle patologie – recenti – più diffuse.

    I sintomi sono molto chiari.

    Si contano i “Mi piace” ai propri post su Facebook o sulle Fan pages, si gioisce quando un post riceve un alto numero di commenti o quando un Tweet va alla grande (retwittato, eccetera). Poi ci sono le foto su Instagram o su Flickr, i “Mi piace” o i commenti sul canale di Youtube, e così via.

    Se i “Mi piace” e tutto il resto sono tanti, ti migliora l’umore, se invece nessuno ti ha cacato, ti viene una depressione micidiale.

    Ci sono anche degli algoritmi che misurano quanto “peso” hai nella rete – il più famoso è l’indice di Klout – che misurano quanto lunga è l’onda virale suscitata dai nostri post sui social network.

    Ho conosciuto persone che si vantavano di avere un Klout molto alto, ma la maggior parte degli adolescenti che bazzicano sul web, il Klout ce l’hanno basso. E anche se non sanno che cos’è l’algoritmo che misura la loro influenza, passano le giornate a cercare sulla Rete qualcosa di molto divertente – video, in genere – da postare su Facebook (per farsi dare un “Mi piace” dagli amici), e poi controllano compulsivamente come stanno andando i loro post.

    Lo stesso discorso vale per Instangram e per i social network più facili da usare di Twitter, che invece ha sempre raccolto l’utenza più sofisticata del web e sembra stia per trasformarsi in qualcosa di più simile a un social network tradizionale (con foto e video in evidenza).

    Insomma, lo stress da web prevede la ricerca compulsiva di contenuti da pubblicare (che spesso sono solo copiati dalla Rete, solo raramente sono prodotti da chi li pubblica), e poi il controllo compulsivo per verificare l’effetto che hanno avuto.

    Come sia possibile guarire da una siffatta dipendenza – che provoca stress – non mi è dato di sapere.

    Ne soffro anch’io, anche se non passo il tempo a cercare su Youtube i video che fanno ridere.
    I contenuti che pubblico sono prodotti da me, ma non è che abbiano un indice di klout così alto.

    Anche perché sulla Rete, l’indice di Klout più alto ce l’hanno i video con i gattini che suonano il piano e i bambini che cadono dall’altalena.

    Insomma, o ci mettiamo a scoreggiare come Frank Matano – che mi fa ridere: è un comico naturale – oppure ci rassegniamo ad avere l’onda corta.

    Lui ha milioni di “Mi piace”….

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