Stiamo preparando i nostri figli al “peggio” o li stiamo rovinando?

Mi si perdoni la banalità lessicale del “peggio“, ma chiunque abbia un figlio – in Italia – ha capito che non lo aspetta un destino “migliore” di quello che è toccato a noi (genitori).

I nostri figli saranno molto probabilmente disoccupati, oppure avranno dei contratti di lavoro così poco schifosamente retribuiti e garantiti che le banche non concederanno loro un mutuo per comprarsi la casa.

I nostri figli vivranno quindi probabilmente in case che condivideranno con altri amici e, senza un lavoro stabile, non saranno neanche così pazzi da fare a loro volta dei figli.

Il tasso di natalità in Italia decrescerà ancora, perché la precarietà STERILIZZA ogni ambizione, compresa quella di riprodursi.

Dunque, questa è la mia poco ottimista visione del NON-FUTURO che aspetta i nostri figli, visione sulla quale non faccio misteri con mio figlio Tommaso.

Se qualcuno infatti gli chiede: “Che cosa farai da grande?“, lui risponde deciso: “IL BARBONE!“, e poi mi guarda e ride.

Comincia quindi a fare battute sul fatto che io l’ho convinto che questo è il suo destino, al quale si sta rassegnando.

Certo, Tommaso scherza, perché a tredici anni non gli può essere negata la speranza che le cose gli vadano bene quando sarà un adulto, ma io non mi lascio scoraggiare dal suo ingiustificato ottimismo e continuo a scoraggiarlo come posso, perché deve sapere che i livelli di consumo (modesti) che siamo riusciti a mantenere fino ad adesso, potrebbero ulteriormente diminuire.

Gli parlo della nostra scassatissima roulotte (che ha trentacinque anni) come di un sogno che lui non si potrà permettere, perché – se non studia – gli saranno negate anche le vacanze.

Il punto sul quale insisto è infatti che solo lo studio potrà tirarlo fuori dal baratro che lo aspetta, e mi accorgo perfettamente che i miei sono discorsi da “vecchia”.

I miei genitori parlavano così della laurea – che mi avrebbe salvato la vita – anche se io cerco di spiegare a Tommaso che quello che conta è solo trovare qualcosa che gli piace molto, per poi cercare di trasformare quella passione in un lavoro.

Non ho dubbi infatti che in un mondo affollatissimo e globalizzato, bisognerà imparare a fare MOLTO BENE un lavoro, non importa quale sia, perché ci sarà così tanta concorrenza che non lascerà spazio agli ANIMI TIEPIDI.

Gli impiegati tra vent’anni non ci saranno più, le aziende come le conosciamo saranno scomparse, e con loro il CETO MEDIO.

Lo Stato italiano non assumerà impiegati e le aziende avranno finito di “smaltire” quelli che hanno adesso per sostituirli con lavoratori fluttuanti, con uno stipendio fluttuante a sua volta.

Senza competenze e conoscenze specifiche e approfondite, non sarà possibile trovare un lavoro decente, ma io credo che sarà necessario avere anche determinazione e volontà per resistere ai flussi internazionali di scambi sul mercato del lavoro, che non sarà più localizzato, se non appunto per quanto riguarda i ristoranti, i McDonald’s e gli alberghi, se il turismo sarà l’ultima risorsa sulla quale può contare l’Italia.

E allora spiego a Tommaso che deve prendere la scuola con serietà e non può fare il cretino in classe, perché altrimenti da grande farà il barbone.

Il povero tapino sta in effetti cominciando a studiare con un po’ più di impegno, anche se non quanto vorrei.

E siccome continua a prendere note da parte dei suoi professori perché in classe fa lo spiritoso – gli piace far ridere la platea – ormai sembro un disco rotto, e le mie PERORAZIONI – all’impegno e alla serietà – si sono ormai trasformate in PERSECUZIONI.

Qualche sera fa, il poverino cercava di dormire e io continuavo a prospettargli le sciagure incombenti sulla sua testa di scolaro imperfetto.

Lui mi rispondeva con la voce impastata dal sono: “Dai lasciami dormire…”.

Ma io no, ero furiosa perché si era preso una nota da un nuovo professore che mi piace moltissimo, e continuavo a borbottare malmostosa: “Te lo dico per l’ultima volta: smettila di fare il cretino in classe!”.

Lui, allora, disperato mi ha detto: “Basta! Sono stato adottato: voglio parlare con la mia vera famiglia!“.

Sono esplosa in una risata folle ma consolante.

Forse mio figlio si salverà da me – ho pensato – perché non so quanto sia giusto fagli intravedere il futuro che la classe politica italiana sta preparando ai nostri pargoli. 

Hanno ancora il diritto di sperare e noi genitori non glielo possiamo togliere.

Ma il diritto al futuro glielo non glielo stiamo togliendo noi. Su questo non vi è dubbio alcuno.

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