Archivio dell'autore: Viola Veloce

La telemalattia

In Italia il telelavoro non è ancora abbastanza di moda perché le aziende siano disposte a concederlo ai lavoratori. O alle lavoratrici.
Ma non voglio disquisire sul fatto che il telelavoro sia cosa buona e giusta, oppure no.
La mia tesi è un’altra: in Italia la telemalattia non si nega a nessuno. Anzi a nessuna.

In questi mesi invernali, stagione delle influenze, negli uffici si sentono solo madri al telefono che teleguidano la malattia dei figli, dando istruzioni sanitarie a nonni, parenti, tate.

Ecco un esempio delle conversazioni che puoi orecchiare in qualsiasi ufficio.
Con nonni, tate, tati, la mamma ripete in genere una litania di:

“Quanto ha di febbre? Gli hai provato la febbre?”
“Ha trentanove! Ancora?”
“L’antibiotico gliel’hai dato? Era la dose da 350!”
“Cosa? Ha vomitato l’antibiotico?”
“Quando sono uscita stava ancora dormendo…”
“Come, non si è ancora svegliato?”
“Allora ha la febbre alta!”

Poi la mamma si fa passare il frugolotto e parte la litania pro-baby:

“Amore, sono io….”
“Sì, ti voglio bene e torno presto!”
“Amore, sì, sì, mi manchi…”
“Sei il mio topino! Sei la mia topina! (seguono altri grugniti di intesa animale volti alla rassicurazione del malatino/a).”
“Sì, torno presto, te lo giuro!”
“Sì, amore sì…”

A questo punto, la vera-mamma, di fronte alla milionesima richiesta di “Quando torni?”, pronunciata dal malatino col groppo in gola, riesce a chiudere dolcemente la telefonata, bisbigliando innumerevoli: “Ti voglio bene…”,  perché se no lui/lei passerebbe la mattina al telefono a chiederle: “Mi leggi una favola?”, “Dove sei?”, eccetera, acuendo il suo già orribile senso di colpa.

La mamma-stanca, invece, chiude velocemente la telefonata in due modi.
Il primo: gli sbatte il telefono in faccia, dopo un ultimo ma assertivo: “Topino, ti voglio bene!”.
Il secondo: raglia un altrettanto assertivo: “Passami la nonna! Passami la nonna! Passami la nonna!”, fino a quando il pupo non molla la cornetta.

Si pongono allora di fronte alla mamma-stanca in telemalattia due ulteriori alternative.
La prima: riprende con la nonna la conversazione di prima, ricominciando da: “Quanto ha di febbre? Gli hai provato la febbre?”.
La seconda: tira il telefono in faccia anche alla nonna: “Ti chiamo dopo, ciao!”, e si rimette a lavorare.
Probabilmente ha un po’ di febbre pure lei: il topino le ha attaccato l’influenza, ma non abbastanza da farla stare a casa senza sensi di colpa (verso l’ufficio). E non ne può più. Dell’antibiotico, del vomito, dei nonni.

Adesso, una domanda da 10.000 punti.
Qualcuno ha mai sentito un maschio – voglio dire un impiegato – in telemalattia?
Mai sentito un collega chiedere alla tata del pupo: “Quanto ha di febbre?”.
Mai percepito i dolci suoni gutturali di intesa tra figlio e genitore, che fanno anche cani, gatti, eccetera?

Dai, la risposta è no.
Ok, l’utero ce l’abbiamo noi. Anche le tette.
L’istinto materno, anche quello ce l’abbiamo noi.
Ma allora perché anche noi dobbiamo stare otto ore in ufficio?
Perché nel nostro bel paese non ti danno il part time neanche a morire?
Perché abbiamo ringraziato la Fornero quando ha dato uno, leggasi UNO, giorno di ferie al marito – impiegato – della partoriente?
Legge approvata nel 2012, tra gli applausi commossi delle folle di lavoratori e lavoratrici festanti?
Accidenti, in Italia facciamo meno di un figlio a testa, e in quel giorno tuo marito deve prendere le ferie, se vuole tenerti la mano in ospedale?
No, per Dio, no! Non va bene!

Mi ricordo ancora la faccia di un collega – bianco, pallido, uno straccio – che era arrivato in ufficio alle nove del mattino, dopo che la moglie, durante la notte, aveva partorito. Era distrutto, cazzo, distrutto, anche lui.
Ma non voleva mangiarsi le ferie, perché si dice così: “mangiarsi le ferie”, quando non le usi per andare in vacanza.
Ecco, noi siamo il Paese della telemalattia. Non del welfare, quello no. E manco dei diritti delle mamme e dei papà.

Ma non voglio sputare troppo nel piatto in cui mangio.
Le impiegate hanno la gravidanza pagata. Più difficile licenziarle. Più tutelate. Possono fare UN figlio. Qualche coraggiosa ne fa addirittura DUE.
Ma una precaria, no, come fa?
Chi ti rinnova un contrattino di sei mesi se hai la pancia?
Nobody, nobody, nobody.

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Riunioni col Calendar

Nelle aziende ci sono due tipi di riunioni. Quelle con Calendar – il messaggino di Outlook che ti invita a confermare la tua presenza all’incontro – e quelle senza. Partiamo da quelle col Calendar, in genere precedute da frasi come:

“Mi mandi un Calendar?”
“Aspetto il Calendar!”
“Ho accettato il Calendar!”
“Oh, scusa, non ho ancora visto il Calendar…”.

Quando poi arriva il Calendar in questione, potrete esaminare l’elenco degli invitati.
Ma facciamo un passo indietro. Ritorniamo alle email.

Nelle aziende è in vigore un’ikebana borbonica su chi va messo per primo o per ultimo nell’elenco dei destinatari delle email.
Un galateo non scritto, rigidissimo, che prevede, in alcuni casi, di inserire i dirigenti come PRIMI destinatari, seguiti dal popolo di quadri e impiegati, sulla stessa riga, mentre invece, in altre occasioni, i dirigenti vanno messi solo in COPIA CONOSCENZA, come per dire: “Noi plebei stiamo facendo questo e quell’altro, ma la vostra partecipazione alla nostra attività non è necessaria. Ci è però gradito informarvi che…, eccetera, eccetera”.

Mai intramezzare dirigenti e impiegati nell’elenco dei destinatari, sarebbe come far impazzire la maionese. Vanno tenuti distinti, sempre. Separati dalla barriera del PRIMA o del DOPO, o della Copia Conoscenza.

Si possono fare anche altri tipi di analisi sull’elenco dei destinatari: “Chi è stato messo per ultimo nell’elenco degli invitati?”, e altra roba del genere, per capire qual è il peso specifico dei vari colleghi (essere finiti per ultimi non è mai un bel segnale).

Col Calendar, invece, che non prevede la Copia Conoscenza, ma solo il Partecipante Non Necessario, l’ordine degli inviti è strettamente gerarchico. Prima i VIP, anche non dirigenti, poi gli sfigati. L’ultimo vince sempre il Palmarès dello sfigato, quello che bisogna invitare per forza, anche se in realtà se ne farebbe volentieri fatto a meno.

La sola carineria che si può comminare ai dirigenti è quella di inserirli come Partecipanti Non Necessari, che significa di nuovo: “Vi informo che la plebe sta lavorando, ma non è necessario che voi partecipiate all’incontro”.

Può anche verificarsi il caso di una riunione di soli dirigenti, ma allora il Calendar lo manda una segretaria, o un’assistente, concetto nuovo, quest’ultimo, ma sempre più in voga (ne riparleremo).

Ma arriviamo al dunque: le riunioni col Calendar non contano niente, anche se ci sono quaranta invitati. In quest’ultimo caso, essere tra gli invitati è solo un buon segno. Prodromico di una futura crescita. Oppure le riunioni calenderizzati possono essere più intime, una decina di invitati solamente, e quindi sono “operative”. Sempre roba da plebe. E’ la plebe che lavora. I capi non lo fanno. Non direttamente, per lo meno.

Le uniche riunioni che contano qualcosa sono quelle di cui non si sa nulla. Convocate informalmente, nelle ore tarde della sera. Fatte a porte chiuse. Non lasciano tracce, verbali, niente di scritto. Senza prove. Sono le riunioni in cui si prendono le decisioni, quelle vere. Mai più di tre persone alla volta. In genere tutti maschi. Tra le sette e le otto di sera.

Solo chi è disposto a restare in ufficio fino alle otto di sera, potrà fare carriera. Solo di lui ci si potrà fidare, perché durante gli incontri della sera ci si conosce meglio, si fanno le battute un po’ zozze, si diventa amici.
Mentre noi impiegate – quelle da Calendar – alle sei di sera siamo già tornate a casa. Stiamo cucinando, ripassando storia col pupo, apparecchiando la tavola.
Escluse dalla lobby dei convitati serali. Escluse quindi anche dalla carriera. Quella vera, non quella dei Calendar.

Mattina da impiegata (con figlio)

Ecco la mia vita. Così cominciano TUTTE  le mie giornate…

 6:45
Sveglia. Buio, molto buio. Riscaldamento autonomo spento per risparmiare. Diciotto gradi al massimo.
Radiosveglia impostata su Radio Maria. Così DEVO alzarmi per spegnerla.Il concetto di “poltrire a letto ascoltando Radio Maria” non è ancora   stato inventato.

 6:48
Colpo di reni! Fuori dal letto e sotto la doccia! Qui la storia comincia a migliorare. Bello stare al caldo: mi insapono tutta per benino, testa sotto l’acqua calda,  poi capisco che sto facendo tardi….

7:00
Secondo colpo di reni! DEVO uscire dalla doccia se voglio svegliare mio figlio. Mi infilo l’accappatoio e cerco il fon nel casino dell’armadietto del bagno.

7:15
Vestita e asciugata, accendo il riscaldamento e entro nella stanza dello studente di prima media che ronfa puzzolente sotto il piumone. Non si lava da almeno cinque giorni e l’ultima moda è dormire con le calze. Puzzolentissime anche loro.
Prima ci provo gentile: “Tommaso, sono le sette e un quarto…”. Lui fa finta di niente, anzi si copre la testa col piumone, come per dire: “Non vedi che sto dormendo: cosa vuoi da me?”.
Ci riprovo gentilmente per l’ultima volta: “Sono le sette e un quarto, su, alzati…”. Lui allora mi tira un calcio – secco, netto, bruto – col piede calzato nel pedalino fetido. Gli strappo il piumone di dosso, urlando: “Vieni fuori da lì, esci, sei un verme, sei un verme!”.

7:16
Inizia la rissa. Lui, il pre-adoloscente, cerca di riprendersi il piumone, e io scappo fuori dalla stanza, tenendo in mano il piumone. Non voglio che ci sentano urlare i vicini del piano di sotto, che si sono lamentati, perché  hanno un bambino piccolo che dorme nella camera sotto quella di Tommaso e si sveglia tutte le volte che litighiamo. Il pre-adolescente esce allora dalla camera da letto, inseguendo il piumone. Lo lancio sul divano – il piumone – mentre il pre-adoloscente grugnente-puzzolente ci si infila sotto.

7:18
Tiro fuori il latte dal frigo, lo verso in un piatto assieme al Nesqueek e ai cornflakes, poi, con un colpo secco, gli strappo via il piumone. Ricomincio a urlare: “Mangia, adesso, mangia! È tardi, farai tardi!”.
Tengo il piumone in mano, come la cappa di un torero, per spingerlo verso il tavolo, proprio di fronte al divano. Tommaso allora si siede e, come premio, gli rimetto il piumone sulle spalle.
Il pre-adoloscente comincia a mangiare facendo il rumore di un branco di maiali al trogolo. Mastica a bocca aperta e succhia il latte dal cucchiaio. Lo fa apposta a mangiare così, perché sa che non lo sopporto.
A questo punto mi ributto in camera sua: raccolgo libri, quaderni, penne, matite sparse e infilo tutto dentro la cartella. Poi comincia la caccia al tesoro dei pezzi del computer persi in giro per la casa. Tommaso è dislessico e deve portarsi a scuola il computer, di cui semina caricatore, mouse, pile per il mouse, eccetera, in tutta la casa.
Raccolgo i vestiti sporchi e li porto nella cesta del bagno, poi torno in camera a prendere quelli puliti e glieli porto in sala.

 7:30
Il verme è di nuovo sotto il piumone, sul divano della sala. Ricomincia il corpo a corpo per riuscire a portaglielo via. Ci riesco: ho afferrato il piumone e gli ho messo in mano i vestiti. Seguono dieci minuti di grida miste, inframmezzate da: “Vestiti!” e “Lavati i denti”. Il bambino del piano di sotto si sveglia del tutto, nel caso in cui non l’avesse ancora fatto.

 7:45
Siamo davanti alla porta di casa. Lui sostiene che IO abbia dimenticato di mettere qualcosa nella sua maledetta cartella. Non vuole uscire, resiste: “Hai messo il diario il cartella? Hai firmato l’avviso? E il mouse, hai trovato il mouse?”.
Urlo: “Fuori, vai fuori di qui!”.
Tommaso esce. Chiudo la porta. Lo sento scendere le scale con la cartella che rimbalza su ogni singolo gradino. È un inutile dispetto da pre-adolescente,  lo so, ma così sveglia fino all’ultimo condomino. Amen. Non lo posso ammazzare.

 7:46
Faccio finalmente colazione io. Alle nove devo essere in ufficio. Ho trenta minuti per spararmi fuori di casa, e altri quarantacinque per arrivare a destinazione. Tracanno il Nescafé con l’acqua scaldata nel forno a microonde….

To be continued…

Sono solo un’impiegata

Faccio l’impiegata. Impiegata normale. Una di quelle che quando ci sono le riorganizzazioni, non possono scegliere la scrivania in cui finiranno: spostate come un pacco postale. E così, una mattina di un po’ di tempo fa, mi sono ritrovata seduta davanti alla più antipatica dell’ufficio. A trenta centimetri da lei. Per otto ore al giorno, infinite se devi passarle di fronte a una che non avresti manco voglia di guardare in faccia.

Sentivo i suoi occhi curiosi sempre addosso a me. Sapevo che ascoltava tutte le mie telefonate, nella speranza che dicessi qualche stupidata da raccontare magari alle sue amiche. Quando finisci davanti a una così, ti vengono dei sentimenti meschini. Una specie di rabbia compressa che non puoi sfogare, perché sei pagata per stare buona e andare d’accordo con i colleghi. Lo spirito di team e tutta quella roba lì.

Allora ho cominciato a scrivere. Ho immaginato di far uccidere da un killer la mia compagna di scrivania. Mentre descrivevo la scena – lei per terra, morta, con un cappio al collo – sentivo svanire i miei cattivi sentimenti. Forse svanire no, è un po’ troppo, ma ridevo da morire mentre raccontavo che la trovavo per terra, in bagno, strangolata dopo la pausa pranzo.

La guardavo – viva – seduta di fronte a me, e pensavo: “Sei stata uccisa, tu non lo sai, ma un killer ti ha strangolato!”.
Insomma, un omicidio immaginato al posto di uno praticato. Non scherziamo: io sono una che ammazza solo le zanzare, ma passare nove al giorno in ufficio, in mezzo a degli estranei, può essere molto faticoso. Uccidere tutti, sulla carta, è una terapia compensativa.

Il concetto è lo stesso di Django Unchained che ammazza i bianchi cattivi. Sangue, molto sangue. Sulla carta, ripeto. Anzi su un blog.