Il web 2.0. – quello social, in cui tutti postano e commentano – di cui si parla ormai da tempi infiniti, ha dato la stura al narcisismo 2.0.
Fenomeno del quale sono assolutamente partecipe, visto che passo le serate a scrivere le mie stupidatine.
E a controllare le statistiche del blog (abbastanza miserevoli).
Con il web 2.0, ognuno parla di sé, dei figli, dei gatti e dei cani, e aspetta i “Mi Piace” e i “Commenti” degli altri.
Poi ne fa un po’ anche lui, di “Mi Piace” e “Commenti”, e controlla compulsivamente la bacheca per vedere se succede qualcosa.
C’è anche chi ha la passione di commentare gli articoli dei giornali: immense quantità di post a volte molto intelligenti, ma che cadono come pioggia nell’oceano.
Chi diavolo li legge?
E poi Twitter, il re dell’impermanenza, concetto caro ai tibetani, perché un Tweet che ha un minuto di vita e non viene immediatamente retwettato, è da buttare. Un ferrovecchio.
Che fine farà tutta questa roba? Me lo chiedo sempre.
Noi siamo i primi essere digitali della Terra – homo digitalis – e abbiamo cominciato a usare il web quando TUTTO era gratis.
Adesso molto è ancora gratis, ma la pacchia non durerà così tanto. Non possiamo produrre pattume digitale per i prossimi cent’anni.
Anche perché non possiamo costruire Data Center dove archiviare quello che noi uomini e donne digitali – siamo milioni – stiamo scrivendo e pubblicando.
Prima o poi dovremo cominciare a buttare qualcosa.
Di quello che scriviamo su di NOI.
Chi leggerà i miei post tra dieci anni? O anche solo tra dieci giorni?
NESSUNO.
