I have a dream: l’esposto al Provveditorato

Farò una lunghissima premessa prima di arrivare al mio sogno: presentare un esposto in Provveditorato.

Dunque, sono figlia e nipote di insegnanti delle scuole medie.

Mia madre insegnava matematica e scienze, mentre mia zia insegnava italiano, storia e geografia.

Nessuna delle due insegna più, anche perché una delle due (mia zia) è morta più di dieci anni fa.

Erano le tipiche insegnanti delle scuole medie di una trentina di anni fa, quando le profie si mettevano dei baschetti pelosi con la visiera e portavano delle scarpe con le frangette che credo nessun’altro in Italia avesse il coraggio di indossare.

Mia zia aveva una vera collezione di quei terribili cappelli pelosi da insegnante e mia madre non era da meno. Avresti capito che erano due insegnanti a chilometri di distanza. Marchiate a fuoco dai baschetti e dalle frangette sui mocassini marroni.

A tutte e due piaceva moltissimo insegnare, e gli allievi d’estate le andavano a trovare.
Mia zia organizzava delle piccole feste per le sue studentesse, per le quali preparava delle buonissime torte.

A mia madre arrivano ancora gli auguri a Natale di un suo ex-allievo con un cognome buffissimo: “Porcelli”, allievo del quale mia madre parla ancora con sconfinata ammirazione, e di cui ha conservato un quaderno di esercizi di geometria, che ogni tanto sfoglia con trepida gioia, mormorando: “Era bravissimo!“.

Insomma, non ho nessuna preclusione nei confronti della categoria degli insegnanti.
Anzi, sono cresciuta in famiglie dove si parlava solo di allievi, bidelli, colleghe, gite di classe, eccetera, e dove il vanto di mia madre era quello di NON AVERE MAI BOCCIATO NESSUNO.

Ancora adesso le piace raccontare di come si sia sempre spesa per evitare che venissero bocciati i suoi alunni, perché, secondo lei, alle medie non bisogna bocciare i bambini. Cosa di gran buon senso, perché anche io ritengo che un bambino non sia in grado di sopportare il peso psichico di una bocciatura fino a quando non arriva al ciclo di studi superiori.

Ma oggi è tutto cambiato. Le scuole sono diventate severe, i programmi sono immensi, le “verifiche” quasi quotidiane, i voti tirano verso il basso, le insegnanti danno tutti i giorni una marea di note sul comportamento dei bambini.

Sì, certo, i ragazzini di oggi sono più vivaci di quanto non fossero quelli di trent’anni fa, cresciuti in famiglie molto più normative di quelle attuali, ma non è neanche vero che TUTTI i ragazzi siano dei bulli fuori controllo. Se devo essere sincera, non ho ancora conosciuto un vero bullo pericoloso tra i compagni di classe di mio figlio. Né tanto meno lo è il povero Tommaso, che frequenta persino il corso di scacchi della scuola.

Mio figlio, per di più, è un dislessico certificato. Dal più importante ospedale italiano che studia e certifica la dislessia. Ma questo non impedisce alle sue insegnanti di ficcargli dei bei tre in grammatica (argomento sul quale i dislessici sono debolucci), e sbattersene le palle di quanto concordiamo ogni anno in un Piano Didattico Personalizzato, che dobbiamo controfirmare entrambi (genitori e insegnanti).

Al contrario, Tommaso ha dovuto ascoltare per tutte le scuole elementari le lamentele delle sue maestre che gli dicevano che ero pazza a credere che fosse dislessico, perché lui non aveva “problemi”.  Il suo unico problema era quello di avere poca voglia di studiare. Le diagnosi dei medici erano anche loro il frutto i una qualche mia passione maniacale per medicalizzare il fatto che lui non aveva voglia di studiare (uno dei sintomi, anche questo, tipici della sindrome dislessica).

Ecco, io credo che alle insegnanti di oggi manchi la pietas che avevano mia madre e mia zia per i loro allievi, anche per quelli un po’ asinelli che loro “portavano avanti“, per usare una delle loro vecchie espressioni.

Insomma, sapevano tutte e due che se un ragazzo non aveva voglia di studiare era inutile bocciarlo alle medie, ma sapevano anche che forse qualcuno aveva bisogno di più tempo per crescere e maturare.

I dislessici sono una gran parte di quegli asini di una volta, dopo che le neuroscienze hanno finalmente decrittato loro difficoltà (un disturbo a non so quali lobi temporali).

La scuola dovrebbe quindi trattarli con un po’ più di gentilezza, anche perché i dislessici sono pessimi in grammatica, ma possono essere molto bravi a fare qualcos’altro, visto che il loro QUI è nella norma (i Disturbi Specifici dell’Apprendimento possono essere certificati solo in ragazzi che abbiamo un quoziente intellettivo nella norma).

I dislessici sono “asini” dotati di grandi potenzialità, anche se per tutta la vita potrebbero leggere e scrivere male, e non sapere far di conto.

Ma le insegnanti di oggi – tranne qualche rara eccezione – sembrano avere abbandonato quell’antico buon senso che le vedeva in una posizione benevolente verso i loro allievi, per trasformarsi invece in cerberi giudicanti, nella convinzione che non ci sia stimolo migliore allo studio che qualche bel TRE sparso con generoso furore su ragazzini di dodici anni (ma so che i TRE stanno cominciando a fiorire anche alla elementari).

Ebbene, sono sicura che in quella particolare età della vita l’incoraggiamento allo studio non possa che passare per stimoli positivi, come spiega Sugata Mitra, mentre invece, quando ti iscrivi alla facoltà di Ingegneria, nessuno potrebbe questionare sul fatto che se non passi gli esami, non ti puoi laureare.

Trovo invece ORRIBILE la nuova moda dei brutti voti e delle bocciatura nella scuola dell’obbligo, e in quanto madre di un dislessico potrei anche presentare un esposto al Provveditorato per contestare i voti che vengono dati a mio figlio (sulla base di verifiche non somministrate secondo quanto prevede la legge).

Non escludo quindi che un giorno il mio sogno di presentare un esposto non si compia.

Visto che qualcuno ce l’ha già fatta:

http://milano.repubblica.it/cronaca/2014/04/04/news/dislessia-82705187/

Gloria a quei genitori coraggiosi.

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