La fine del tempo libero

Non riesco a capire se la mia sia una percezione soggettiva, o se l’accelerazione che mi sembra di sentire nell’aria sia il risultato di un aumento delle informazioni disponibili, ormai impossibili da fruire nella misura che vorremmo.

Stanno succedendo eventi strani e terribili – la Francia messa sotto assedio da tre terroristi – e tutti i giorni si susseguono notizie orribili. Vorrei leggere tutto, sapere tutto, ma non riesco a finire tutti gli articoli che trovo sui giornali online. Ma ormai la quantità di commenti disponibili su una notizia sono infiniti, e mi sembra di non riuscire a leggere tutti i commenti che vorrei.

Sui giornali do anche un’occhiata ai commenti dei lettori sotto le notizie, per capire che aria tira. Ma a volte i commenti sono centinaia. Mi fermo dopo aver letto i primi dieci. E passo alla notizia successiva, altrettanto importante, della quale bisogna senz’altro essere informati.

Ma questo è il mondo delle GRANDI notizie, quelle che finiscono sui giornali. Poi ci sono le piccole notizie, quelle che vivono sui social network.

Curioso infatti tutti i giorni su Facebook per vedere cosa dicono le persone che conosco – che ho conosciuto sulla Rete – e qualche volta commento anch’io i loro post.

Sono sempre tesa per capire cosa sta succedendo – in Italia ma non solo – e “che si dice” su quello che succede, visto che ormai “si dice” solo sul web: le parole passano per i byte, e non più sulle bocche come succedeva fino a pochi anni fa.

Ma il web è una proxy dell’infinito: ci sono infinite notizie, infiniti commenti, infinite opinioni.

E ormai ho l’impressione che nel tentativo di stare al passo con l’infinito, ho finito il mio tempo.

Le mie giornate finiscono in fretta, senza che io abbia avuto qualche minuto di tempo libero, in cui non ho fatto niente.

Non ho letto, non ho commentato, non ho pensato.

Credo che ormai la fine del tempo libero sia un fenomeno che riguarda tutti, anche perché il web ha consentito di stabilire un’infinità quantità di connessioni e relazioni. E se sei anche solo un po’ curioso – nel senso più sano della parola – vorresti leggere tutto, sapere tutto e parlare – sul web – con tutti.

Forse sono i sintomi di una nuova forma di dipendenza: il bisogno di sapere “in tempo reale” di cosa succede e cosa “si dice” in giro.

Se è veramente una forma di dipendenza, allora ne soffriamo in tanti.

Provoca – la nuova dipendenza – una stanchezza cronica, dovuta all’eliminazione del tempo libero.

Bisognerà curarsi?

La tredicesima in fumo

Titolo banale per argomento più che conosciuto.

Faccio parte della lunga lista di connazionali che hanno rimandato i pagamenti fino al versamento dell’ultimo stipendio di dicembre, congiunto alla tredicesima. Naturalmente la somma non era uguale al doppio degli stipendi, perché al tredicesimo stipendio ne mancava un bel pezzettone.

Continuo con le banalità: sto pagando le spese di condominio, la retta scolastica di una scuola parificata dove mio figlio rimane fino alle sei di sera, e oggi sono uscita a comprare un paio di regali, di quelli che non si può evitare di fare (a mia madre, eccetera).

Risultato, mi sono già fumata quasi tutta la tredicesima senza neanche che mi passasse per la testa di farmi un giro di shopping. Premetto che non mi piace comprare vestiti, e che se potessi, andrei a lavorare col grembiule o una divisa, senza dovermi preoccupare di cosa penseranno i colleghi delle mie mises.

Il paradosso – banale anche il termine paradosso, lo so – è che oggi ho trovato un po’ “cari” i cetrioli all’Esselunga: 1,50 euro al chilo.

Insomma, affondo insieme a tutta la classe media, che adesso è medio bassa, e corro il rischio di trovarmi con un mutuo che non riuscirò a finire di pagare. Quando l’ho stipulato, dieci anni fa, non avevo previsto che non avrei più avuto aumenti di stipendio, che non avrei più cambiato di lavoro, e che l’economia italiana si sarebbe fermata.

Oggi  la tesi diffusa è che dovrei essere contenta di avere un lavoro: devo provare un’immensa gioia per non essere stata licenziata.

Potrebbe andarmi anche peggio di così, perché c’è chi sta peggio di me, cosa di cui sono perfettamente consapevole.

Il punto è che il coefficiente di Gini in Italia continua ad aumentare. E’ un coefficiente che misura le diseguaglianze nella distribuzione dei redditi. E noi siamo, dopo la Gran Bretagna, il paese d’Europa dove vi sono le maggiori diseguaglianze nella distribuzione dei redditi. Parola del Sole 24ore.

Del mezzo pollo al giorno – in media – c’è quindi qualcuno che mangia molto più della metà, e qualcuno che ne mangia meno di un decimo. Si tratta di ricette – economiche – piuttosto disastrose, perché la grande crisi degli Anni ’30 fu preceduta da un’impennata dell’indice Gini. Il modello di consumo che ne deriva – quando il reddito è maldistribuito – è infatti profondamente malsano, anche da un punto di vista economico, perché anche i consumi sono di conseguenza maldistribuiti.

Meglio tanti piccoli consumatori con un budget decente che acquistano beni di consumo finali, che non invece le gioiellerie piene di signore che si regalano un collier per Natale.

Nella speranza che l’Italia esca dal pasticcio in cui siamo finiti, faccio gli auguri a quelli che stanno nei guai, perché di sicuro non si meritano i guai nei quali sono finiti.

La più grossa porcata contro i precari: i contributi silenti

I giornali stanno finalmente cominciando a scrivere dell’enorme PORCATA istituita nel 1996 contro i precari, che versano i contributi sui redditi percepiti a una gestione SEPARATA dell’Inps, in ATTIVO, concepita per rendere difficile o impossibile il riconoscimento dei diritti pensionistici ai precari.

Solo infatti i precari che hanno versato per un minimo di cinque anni il 27% di un reddito minimale contributivo di almeno 15.357 euro all’anno potranno avere diritto alla pensione, gli altri perderanno i contributi che hanno versato.

Inutile dire che i contributi versati a fondo perduto dai precari8 miliardi all’anno – vengono intascati dall’INPS e girati sulle altre gestioni in PERDITA: quella dei dipendenti pubblici – in perdita per 8 miliardi all’anno – e quella dei liberi professionisti – in perdita per 12 miliardi all’anno.

La gestione della cassa pensionistica per i lavoratori delle industrie private presenta invece un bilancio meno negativo: solo 1 miliardo di perdite all’anno.

Non sono un’esperta in materia di pensioni – non sono un’esperta di nulla – ma ricordo molto bene che il Partito radicale italiano aveva proposto anni fa una legge che prevedeva l’obbligo per l’INPS di restituire ai lavoratori precari tutti i contributi silenti da loro versati, ovvero quei contributi PERSI, perché non sono sufficienti per dare diritto a ricevere una pensione.

Naturalmente la proposta di radicali è finita nel cesso e l’INPS continua a papparsi i contributi dei precari – co.co.co., co.co.pro., venditori a domicilio, eccetera – che non danno diritto alla pensione, e che vengono utilizzati per pagare le pensioni degli impiegati (statali e privati) e dei liberi professionisti.

I precari sono quindi cornuti e mazziati due volte: la prima, perché non hanno gli stessi diritti e garanzie degli impiegati a tempo indeterminato (ferie, malattia, eccetera), e la seconda, perché con i loro contributi pagano la pensione agli impiegati, di cui io sono peraltro una rappresentante.

Non ho ancora letto il testo del Job Act approvato in Parlamento,  ma ho un’unica certezza: il decreto legge non prevede di certo la restituzione dei contributi silenti ai precari, perché Renzi e il suo governo stanno cercando di grattare via dall’INPS gli ultimi centesimi disponibili per offrire qualche ammortizzatore sociale agli italiani che stanno affondando sotto le nuove ondate di disoccupazione.

Il paradosso è quindi il seguente: ai precari vengono richiesti contributi fiscali che servono non solo a pagare la pensione agli impiegati ma anche a vedersi restituiti in qualche forma caritatevole – sussidi di disoccupazione, eccetera – i contributi che hanno versato.

Credo che molti precari non sappiano di essere cornuti e mazziati più volte, perché non sanno come funziona l’INPS, perché i loro interessi non sono rappresentati dai sindacati nostrani, e perché i precari sanno bene che iscriversi alla Gcil non è il modo migliore per farsi rinnovare il contratto.

Io sono un’impiegata e so bene di appartenere a una categoria di lavoratori privilegiati.

Anche se, come ho già scritto, spendere tutto il proprio stipendio per vivere non è un privilegio ma un beneficio per l’economia.

Il problema è un altro, ed è relativo alla distribuzione dei redditi, che favorisce sempre di più una minoranza di cittadini troppo ricchi per avere modelli di consumo “sani”.

Sono quell’1% della popolazione di cui parla Stigliz, premio Nobel per l’economia, che negli Stati Uniti guadagna il 25% del reddito nazionale.

Le economie nazionali non hanno nulla da guadagnare dalla presenza di cittadini troppo ricchi che investono in prodotti finanziari e yacht alla Briatore.

All’economia di una nazione fa più comodo avere una migliore distribuzione del reddito, a favore dei redditi da lavoro, perché i consumi del 99% sono migliori di quelli dell’1%.

Noi compriamo latte, burro e uova, come dice Caprotti, il padrone dell’Esselunga, che si è accorto di come i consumi degli italiani stiamo pericolosamente scivolando verso il basso.

Adesso però la chiudo con il pensiero profondo del giorno: è giusto restituire i contributi silenti ai precari ma non è corretto attribuire il peso del declino economico dell’Italia a chi guadagna 1.500/2.000 euro al mese con uno stipendio da impiegato.

L’unica soluzione sensata sarebbe difendere i redditi da lavoro contro quelli da capitale.

E questo governo non lo sta facendo. Punto.

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Manifesto dell’impiegato

A quindici anni, se qualcuno mi avesse detto che da grande avrei fatto l’impiegata, non gli avrei creduto.

Non avrei creduto che tutte le mie giornate avrebbero potuto essere uguali l’una all’altra, senza nessuna possibile e imprevedibile sorpresa.

Tutte le mattine sulla metropolitana alle otto e un quarto, e la sera di nuovo in metropolitana verso le sei.

La vita scandita da impegni quotidiani e immutabili, legati alla pulizia della casa, il rifornimento di provviste, l’educazione dell’unico figlio che ho e la fatica per rimanere presentabile: capelli tinti, vestiti puliti, scarpe e aspetto decoroso.

Ecco, non c’è niente di romantico o interessante nella lotta quotidiana per guadagnarsi la vita e restare poco più a galla del livello minimo di sussistenza.

Orwell ha scritto un libro meraviglioso sugli impiegati: “Fiorirà l’aspidistra“, in cui il protagonista si rassegna a diventare un impiegato solo quando scopre che la fidanzata è incinta. Rinunciando così a tutte le sue precedenti aspirazioni a-convenzionali e non borghesi.

Insomma, quella dell’impiegato non è un’aspirazione condivisibile, ma una specie di rinuncia alla quale ti costringe la vita, anzi, come spiegava bene Orwell, una rinuncia alla quale ti costringe il più basso degli istinti: quello della riproduzione.

Perché solo se hai dei figli da mantenere puoi accettare il lavoro quotidiano scandito da orari, impegni, regolamenti e normative.

I figli devono mangiare e comprasi le Nike: non puoi coinvolgerli nelle scelte rischiose che comporterebbe la ricerca di un lavoro che sia per davvero rispondente alle nostre più intime aspettative.

Se non avessi un figlio, credo che la vita da impiegata mi sarebbe intollerabile, ma se non fossi stata un’impiegata, non avrei avuto un figlio, perché solo la garanzia di poter percepire un reddito in futuro ti da la forza – e l’incoscienza – per seguire i tuoi più bassi istinti vitali, quelli appunto legati alla riproduzione.

Chi ha dei figli e perde il lavoro è rovinato. Non c’è una rovina peggiore di quella di non poter garantire ai propri figli una vita decente e la possibilità di sostenerli nell’ingresso nella vita adulta.

Chi invece non ha figli, può permettersi qualche follia in più, e può tollerare meglio periodi rovinosi di poco lavoro.

Arrivo subito alle conclusioni: un mercato del lavoro totalmente deregolamentato, in un paese come il nostro dove il curriculum lavorativo di una persona rimane appetibile solo se non presenta nessun “buco”,  avrà l’effetto di sterilizzare le prossime generazioni di italiani.

Nessuno è così pazzo da fare un figlio, fare la spesa, alzarsi alle sette, accompagnarlo a scuola e prendere subito dopo la metropolitana, se sa che il suo reddito potrebbe cessare, diminuire, eccetera, dopo quindici giorni.

Insomma, per fare dei figli, bisogna avere la convinzione di poter contare su guadagni certi per un certo numero di anni.

Il mercato del lavoro che piace ai liberisti italiani – figli di papà com’è lo stesso Renzi – segnerà la fine della razza italica, così come la conosciamo. La parola razza mi fa orrore, ma posso dire con certezza che noi italiani medi siamo destinati all’estinzione.

Che nessuno si lamenti di più degli ultimi impiegati che si fanno la doccia tutte le mattine e vanno a lavorare per mantenere i loro figli.

Non è colpa degli impiegati se il PIL dell’Italia sta andando a picco.

Non è colpa nostra se l’Italia va a puttane.

Io, impiegata, non me la sento di diventare il capro espiatorio di Renzi e Poletti, amici del cuore dei confidustriali rossi e neri.

Se i colletti bianchi e blu scompaiono, scompare anche l’economia italiana.

Noi siamo quello che gli economisti chiamano la “domanda interna”, e se scompariamo noi e i nostri figli, scompare tutto, dal mercato immobiliare all’Esselunga, passando per le banche.

Consiglio a Renzi di leggersi qualche testo di economia. Magari di un cretino come Stiglitz che ha vinto solo il premio Nobel.

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Noi, vittime di un mondo PIENO

Non scrivo nulla di interessante, credo solo di riuscire a percepire quello che sentiamo in molti, usando una specie olfatto inconscio.

Sento nell’aria qualcosa, a cui do poi la dignità delle parole (spesso banali). Forse sono solo chiacchiere solitarie.
Fatte davanti a un Pc.

Queste sono le mie ultime percezioni olfattive-inconsce.

Siamo vittime di un mondo PIENO. Pieno di cose, pieno di persone, pieno di impegni, pieno di divertimenti (fasulli e posticci).

Faccio qualche esempio.

Domenica mattina siamo andati all’open day dell’Istituto tecnico dove Tommaso potrebbe diventare perito informatico.

Siamo entrati dopo essere stati a lungo in una coda piena di persone.

Ci hanno riempito le mani di volantini sulla scuola (che ho subito buttato).

Abbiamo parlato due ore con una simpaticissima insegnante che ci ha spiegato che nel corso  che forse frequentare mio figlio ci sono giornate PIENE, in cui gli allievi rimangono a scuola per 7 ore 7, e poi devono studiare almeno altre due ore al pomeriggio.

Poi la simpatica insegnante ci ha consigliato di far praticare uno sport ai ragazzi, perché altrimenti corrono il rischio di stare tutto il giorno fermi.

Concludo subito: mio figlio l’anno prossimo avrà una vita PIENA, dove non gli sarà quasi concesso di respirare.

Ma anche io ho una vita piena, perché passo due ore al giorno sui mezzi pubblici, circa nove ore in ufficio, e poi torno a casa, cucino, pulisco, eccetera, e la domenica vado all’IKEA a comprare gli zerbini.

Sui mezzi pubblici di Milano c’è ormai una folla incredibile, e anche all’IKEA non riesci quasi più a mangiare le polpette, tanto affollata è la caffetteria.

Anche in casa mia non entra quasi più nulla, perché ogni spazio libero è stato saturato da oggetti – anche utili – che ho comprato negli ultimi anni, e dei quali devo trovare il modo di liberarmi. Devo buttare i libri, le scarpe vecchie, i Topolini già letti da mio figlio.

Lo devo fare, ma non ho tempo di farlo, perché le mie giornate sono già PIENE di altre cose da fare.

Non so cosa stia succedendo, ma credo che l’unica soluzione sia mollare tutto e trovare una casupola con l’orto, dove andare a vivere.

Senza portarsi dietro nulla delle nostre vecchie VITE PIENE.

 

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Lo stronzo non cambia mai: rimane sempre stronzo

Riprendo ancora la definizione di stronzo che dà Robert Sutton nel suo libro: “Il metodo antistronzi“.

Lo stronzaggine implica “la manifestazione prolungata di comportamenti ostili di natura verbale o non verbale, con l’esclusione del contatto fisico“.

Si può quindi essere molto stronzi senza insultare nessuno, come si può tranquillamente essere degli stronzi passivo-aggressivi, e cioè si può manifestare la propria stronzaggine senza mai smettere di essere sorridenti.

Il passivo-aggressivo riesce infatti a mettere in atto comportamenti ostili senza mai dimostrare una PALESE aggressività, ma è subdolamente stronzo, evitando così di provocare una reazione di difesa (magari aggressiva) da parte dell’altro.

Se uno ti tira un pugno, infatti, il tuo istinto è di tirargliene uno indietro.

Se invece qualcuno ti insulta col sorriso sulla bocca, tu rimani spiazzato, perché ci metti un po’ a “connettere” il sorriso ai contenuti offensivi della conversazione.

E’ quindi discretamente difficile difendersi dagli stronzi passivo-aggressivi, perché chi NON è stronzo, fa fatica a riconoscere la stronzaggine dell’altro.

Ma il problema è un altro: chi NON è stronzo, tende a dimenticarsi di un principio fondamentale: LO STRONZO RIMANE STRONZO.

Non esistono stronzi redimibili che diventano buoni o corretti. Se qualcuno si è comportato come uno stronzo, potete essere certi che lo farà ancora. Anche se per un certo periodo potrebbe sembrarvi simpatico e gentile.

Ma le brave persone fanno fatica a credere che si possa dimostrare un atteggiamento positivo e accogliente, quando in realtà l’obiettivo finale è quello di colpire l’altro, appena il poverino smonta la guardia.

No, non sono una paranoica con manie compulsive-ossessive che mette in guardia l’umanità contro le terribili catastrofi che derivano dal fidarsi dell’altro.

No, non lo sono. Sono solo una che ha poco tempo libero. E lo stronzo è tendenzialmente diseconomico, perché bugiardo, manipolatore e tende quindi a farti perdere tempo.

Farò un esempio condominiale, perché i condomini sono il regno degli stronzi (gli amministratori non sono in grado di tenerli a bada, e quindi scorrazzano liberi nei pochi metri quadrati dove hanno un po’ di potere).

Ordunque, mi piove in casa da più di un anno, perché i sottotetti sono stati recuperati – di dice così – da una famiglia di stronzi passivo-aggressivi.

Piove in casa anche al mio vicino di pianerottolo che ha l’acqua che gli cola sui muri.

Abbiamo educatamente scritto allo stronzo di sopra per chiedergli di mettere a posto la questione.

Ma solo quando le email raggiungevano un livello di aggressività sufficientemente elevato, lo stronzo si dava da fare e tentava di capire da dove venisse il problema.

Ha fatto qualche tentativo di mettere a posto il problema, ma poi ha venduto la casa: non sono più quindi cazzi suoi.

Ma sono rimasti però cazzi NOSTRI, perché a noi piove ancora dentro.

Io e l’altro vicino alluvionato abbiamo allora ricominciato a scrivergli e il risultato è stato che venerdì sera lo stronzo di sopra ha suonato alla mia porta.

Aveva in mano una macchina fotografica, era molto gentile, e mi ha chiesto di poter fare un’altra foto alla macchia che sta diventando una voragine e che si bagna ad ogni nuova pioggia.

In realtà di foto ne aveva fatte delle altre, e un po’ gliele avevo mandate anche io.

Ma venerdì ne ha fatta un’altra: ma era SOLO UNA CAZZO DI FOTO.

E poi è sparito. Perché tanto ha venduto la sua maledetta casa e sta cercando di scappare senza dover pagare i danni procurati da lui.

E io, venerdì, quando l’ho visto entrare da me con la sua macchina fotografica, gli ho creduto: pensavo che lui volesse veramente occuparsi del nostro problema.

Faceva un sorrisetto gentile, era molto rassicurante, e io mi sono dimenticata del principio che vado affermando, e cioè che siccome è uno STRONZO, rimarrà uno stronzo.

E mi stava quindi solo pigliando per il culo, con la sua bella macchina fotografica appesa al collo come un giapponese in visita a Roma.

Morale della favola: lunedì mi toccherà andare alla posta per mandare una raccomandata con la ricevuta di ritorno, come nel 1880, a lui, all’amministratore e a non so chi altro, per minacciare non so quali conseguenze giudiziarie nel caso in cui la macchia diventi un buco nero dal quale piova dentro fino alla fine dell’umanità.

Credo che le religioni servano a questo: consolano le vittime degli stronzi. Promettono una ricompensa celeste a chi degli stronzi è vittima innocente.

Inutile dire che dove esiste ancora un sistema condiviso di valori e buona condotta, di stronzi ce ne sono di meno.

E anche l’economia va meglio.

Voglio rinascere tedesca. Norvegese. Danese. Ma italiana no. In che posto schifoso sono finita.

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Qui vedo e qui prevedo: in arrivo l’emergenza sociale “anziani” con pensioni da fame

Spero di avere torto, ma tra dieci (massimo quindici anni) anni saremo tutti nella merda.

Gli anziani – i cinquantenni di oggi – avranno pensioni da fame, e i precari avranno probabilmente gli stessi stipendi schifosi di oggi, senza più  i genitori che li possono aiutare, perché ormai saranno usciti dal mercato del lavoro con delle pensioni che si aggireranno più o meno sui 700 euro al mese.

Tra dieci/quindici anni nessuno potrà infatti scampare al calcolo contributivo della pensione.

Il direttore della mia banca, stranamente simpatico, mi ha spiegato che aveva fatto i calcoli sul suo stipendio e anche lui si era stimato una pensione di 700 euro.

I quarantenni che oggi sono precari, dovranno aspettare di compiere 67 anni per avere la pensione sociale (450 euro o qualcosa del genere).

Di nuove assunzioni a tempo indeterminato ce ne saranno pochissime e quasi nessuno potrà maturare i 40 anni di contributi che danno il diritto a una pensione pari al 70%  circa dell’ultimo stipendio.

Io, che sono una contributiva pura, avrò una pensione poco superiore alla minima, perché ho anch’io un passato da precaria, in cui non ho versato contributi (anzi, li ho versati a una cassa separata, ma non so se questa mi darà diritto a un’altra “pensioncina”).

Gli anziani di oggi, che prendono ancora pensioni decenti e che spesso aiutano i loro figli precari, tra qualche anno avranno bisogno di una badante, della dentiera, della casa di riposo, e non potranno più destinare una quota del loro reddito per aiutare i figli precari.

E gli anziani di domani saranno troppo poveri per destinare anche solo una minima parte del loro reddito ai figli scannati e senza un contratto di lavoro decente, e forse non avranno neanche i soldi per andare a farsi la dentiera in Croazia.

Immagino che questa sia la miscela per una formidabile bomba sociale che esploderà quando tutti i risparmi saranno consumati, i contratti di lavoro saranno ancora più precari di quelli attuali e non ci saranno più i genitori che allungano duecento euro ai figli, prelevandoli dalla loro pensione.

Badate bene: non sto parlando di pensioni d’oro. Le pensioni d’oro sono un’altra cosa e non saranno mai colpite.

La casta preserva sempre se stessa dalle batoste, redistribuendole sui poveri cristi che non hanno neanche il tempo per accorgersi che la nave sta affondando, impegnati come sono a cercare di sopravvivere.

Ma tra dieci/quindici anni la base di povertà diffusa sarà sempre più allargata – non sei ricco con 700 euro al mese – e dubito che qualcuno degli attuali partiti sarà sopravvissuto. 

Per chi voteremo tra  dieci anni lo sa solo Iddio.

Dalla Repubblica di Weimar è nato il nazismo e le crisi economiche sono pericolose per le democrazie.

E’ per questo che gradirei una politica economica diversa, dove non si parli solo di sacrifici, austerità, licenziamenti.

Monti era stato troppo lento per capirlo, e infatti la storia (elettorale) lo ha travolto.

Renzi invece ha il naso più fino, ed è riuscito a fare una virata micidiale in meno di una settimana.

Se poi qualcuno lo voterà ancora quando avremo tutti le pezze al culo, beh, questo non lo so.

Non sono Hari Seldon e nessuno avrebbe mai potuto prevedere che un piccolo caporale austriaco e psicotico avrebbe distrutto l’Europa.

Vorrei quindi vedere il PIL che risale, le imprese che assumono, i giovani che guadagnano stipendi decenti e i vecchi che non muoiono di fame.

Ma mi sembra che non stia succedendo nulla di tutto questo.

La merda sta salendo…

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Dal selfpublishing a Francoforte: mi hanno venduta!

Sto pensando da tempo a COSA scrivere in un post in cui faccio il bilancio – non solo economico ma anche psichico – del passaggio dal self-publishing a Mondadori.

Ma questa sera non sono in grado di misurare le parole per dire – in modo politically correct – che cosa non mi è piaciuto nel passaggio dal digitale alla carta.

Sarò invece breve e positiva: alla Fiera del Libro di Francoforte sono stati venduti i diritti di Omicidi in Pausa Pranzo a tre paesi: Francia, Spagna e Brasile.

Considerato il fatto che io ero – sono – quel che si dice un’esordiente (ma io preferisco self-publisher) credo che sia andata molto bene.

Ringrazio Emanuela Canali, di Mondadori, che si occupa delle vendite all’estero, per avere creduto che il mio libro fosse marketable anche in paesi diversi dall’Italia, nonostante il fatto che vi fossero evidenti riferimenti alla nostra legislazione sul lavoro (l’Articolo 18).

Le case editrici che hanno comprato il libro sono Liana Levi per la Francia, Betrand Brasil per il Brasile, Suma De Letras per la Spagna.

Sto preparando una versione “internazionale”, dove i riferimenti alla legge italiana siano meno evidenti.

Ma sembra che si stia muovendo qualcosa anche per i diritti teatrali e cinematografici.

Scriverò sul blog se succede qualcosa…

I have a dream: l’orto con le galline

Nel clima plumbeo e recessivo dell’Italia renziana, dove il Grande Comunicatore parla solo di “licenziamenti”, chiunque abbia un lavoro si chiede se non verrà licenziato, magari tra una settimana, dietro la ricca corresponsione di dodici/quattordici mensilità.

Abbiamo capito tutti che Renzi è interessato all’elettorato di centro-destra, ma persino Draghi ha dovuto dirgli che la parola da usare era “assunzioni“, e non “licenziamenti“.

Ma il Grande Comunicatore va dritto per la sua strada, spargendo PAURA a mani basse per l’Italia.

Ho infatti ulteriormente ridotto i miei consumi, in attesa del giorno del giudizio, in cui verrò licenziata per convincere gli investitori stranieri a investire in Italia.

Il ragionamento non mi è perfettamente chiaro (anche perché gli investitori stranieri si sono già comprati metà delle industri italiane), ma sto risparmiando in vista del giorno in cui io e mio figlio Tommaso ci nutriremo di pane e acque, come le galline che mi piacerebbe possedere.

Sì, perché ho scoperto che ormai il sogno dell’italiano medio è agricolo e autarchico: un orto con le galline, che ti permetta di sfamare te e la tua famiglia quando non ci sarà più lavoro e sarà fallita anche l’INPS.

Mi sono ritrovata a parlare del sogno di avere un orto con gli amici più impensati: avvocati soci di studi di una certa importanza, informatici particolarmente smanettoni, e così via.

Qualche giorno fa, un collega, informatico anche lui e che andava più di fretta del solito, si è improvvisamente rasserenato quando gli ho parlato del mio progetto (per adesso solo immaginato) di lasciare Milano e trasferirmi in una casa di campagna con l’orto.

Mi ha detto: “Ma io ce l’ho già l’orto!“, e mi ha fatto vedere le foto (digitali) dell’orto in questione: “Questi sono i pomodori,  ecco le zucchine, guarda che bell’insalatina!”.

E mi ha spiegato che aveva comprato non so quanti anni fa una porzione di terreno di fianco al suo condominio con l’obiettivo di farne un giardinetto, che adesso stava trasformando in orto da coltivare, in vista dei tempi grami in arrivo.

Bene, se devo proprio dirla tutta, il sogno di lasciare le città perché in campagna qualcosa da mangiare lo trovi sempre è un pensiero degno degli anni di guerra, quando le famiglie “sfollavano” in campagna non solo per evitare le bombe, ma anche per evitare la fame.

Il clima in cui stiamo precipitando ogni giorno di più è quello della guerra: abbiamo paura, sentiamo il fischio della bomba che sta per caderci sulla testa.

E mi chiedo se le nostre paure non siano indotte dai furbissimi cialtroni che ci governano e non servano ad altro che a farci chinare ancora più la testa, quando ci proporranno condizioni di lavoro ancora più schifose e garanzie sociali pari a zero.

Forse il martellamento di Renzi sulla necessità di licenziare e riformare il mercato del lavoro serve solo a frantumare le ultime ottuse resistenze di un sindacato che ormai non rappresenta più nessuno. Forse il progetto è quello di spezzare le ultime resistenze al progetto di trasformare l’Italia in un’unica grande fabbrica al servizio di capitale straniero.

O magari siamo veramente vicini a una Grande Recessione e sogniamo l’orto per sfamare i nostri figli…

Vi ricordate la crisi argentina, quando gli impiegati pesavano quarantacinque chili e morivano di fame?

Ecco, mi fa schifo l’idea di consegnare l’Italia al grande capitale internazionale.

Noi siamo un popolo di santi e inventori, e le piccole-medie aziende italiane stanno resistendo.
I nostri piccoli imprenditori sono coraggiosi e intelligenti: brevettano, producono, esportano, e meritano di più.
Meritano di non pagare balzelli quotidiani allo stato-mangiatutto, oggi occupato dai legali rappresentanti di banche, assicurazioni e capitalismo globalizzato.

Non voglio rinunciare al nostro genio, non voglio svenderlo.

E non voglio avere così tanta paura da pensare solamente a cultiver mon jardin, per citare malamente Voltaire.

E’ un triste paese quello in cui si vive nella paura.

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Stiamo preparando i nostri figli al “peggio” o li stiamo rovinando?

Mi si perdoni la banalità lessicale del “peggio“, ma chiunque abbia un figlio – in Italia – ha capito che non lo aspetta un destino “migliore” di quello che è toccato a noi (genitori).

I nostri figli saranno molto probabilmente disoccupati, oppure avranno dei contratti di lavoro così poco schifosamente retribuiti e garantiti che le banche non concederanno loro un mutuo per comprarsi la casa.

I nostri figli vivranno quindi probabilmente in case che condivideranno con altri amici e, senza un lavoro stabile, non saranno neanche così pazzi da fare a loro volta dei figli.

Il tasso di natalità in Italia decrescerà ancora, perché la precarietà STERILIZZA ogni ambizione, compresa quella di riprodursi.

Dunque, questa è la mia poco ottimista visione del NON-FUTURO che aspetta i nostri figli, visione sulla quale non faccio misteri con mio figlio Tommaso.

Se qualcuno infatti gli chiede: “Che cosa farai da grande?“, lui risponde deciso: “IL BARBONE!“, e poi mi guarda e ride.

Comincia quindi a fare battute sul fatto che io l’ho convinto che questo è il suo destino, al quale si sta rassegnando.

Certo, Tommaso scherza, perché a tredici anni non gli può essere negata la speranza che le cose gli vadano bene quando sarà un adulto, ma io non mi lascio scoraggiare dal suo ingiustificato ottimismo e continuo a scoraggiarlo come posso, perché deve sapere che i livelli di consumo (modesti) che siamo riusciti a mantenere fino ad adesso, potrebbero ulteriormente diminuire.

Gli parlo della nostra scassatissima roulotte (che ha trentacinque anni) come di un sogno che lui non si potrà permettere, perché – se non studia – gli saranno negate anche le vacanze.

Il punto sul quale insisto è infatti che solo lo studio potrà tirarlo fuori dal baratro che lo aspetta, e mi accorgo perfettamente che i miei sono discorsi da “vecchia”.

I miei genitori parlavano così della laurea – che mi avrebbe salvato la vita – anche se io cerco di spiegare a Tommaso che quello che conta è solo trovare qualcosa che gli piace molto, per poi cercare di trasformare quella passione in un lavoro.

Non ho dubbi infatti che in un mondo affollatissimo e globalizzato, bisognerà imparare a fare MOLTO BENE un lavoro, non importa quale sia, perché ci sarà così tanta concorrenza che non lascerà spazio agli ANIMI TIEPIDI.

Gli impiegati tra vent’anni non ci saranno più, le aziende come le conosciamo saranno scomparse, e con loro il CETO MEDIO.

Lo Stato italiano non assumerà impiegati e le aziende avranno finito di “smaltire” quelli che hanno adesso per sostituirli con lavoratori fluttuanti, con uno stipendio fluttuante a sua volta.

Senza competenze e conoscenze specifiche e approfondite, non sarà possibile trovare un lavoro decente, ma io credo che sarà necessario avere anche determinazione e volontà per resistere ai flussi internazionali di scambi sul mercato del lavoro, che non sarà più localizzato, se non appunto per quanto riguarda i ristoranti, i McDonald’s e gli alberghi, se il turismo sarà l’ultima risorsa sulla quale può contare l’Italia.

E allora spiego a Tommaso che deve prendere la scuola con serietà e non può fare il cretino in classe, perché altrimenti da grande farà il barbone.

Il povero tapino sta in effetti cominciando a studiare con un po’ più di impegno, anche se non quanto vorrei.

E siccome continua a prendere note da parte dei suoi professori perché in classe fa lo spiritoso – gli piace far ridere la platea – ormai sembro un disco rotto, e le mie PERORAZIONI – all’impegno e alla serietà – si sono ormai trasformate in PERSECUZIONI.

Qualche sera fa, il poverino cercava di dormire e io continuavo a prospettargli le sciagure incombenti sulla sua testa di scolaro imperfetto.

Lui mi rispondeva con la voce impastata dal sono: “Dai lasciami dormire…”.

Ma io no, ero furiosa perché si era preso una nota da un nuovo professore che mi piace moltissimo, e continuavo a borbottare malmostosa: “Te lo dico per l’ultima volta: smettila di fare il cretino in classe!”.

Lui, allora, disperato mi ha detto: “Basta! Sono stato adottato: voglio parlare con la mia vera famiglia!“.

Sono esplosa in una risata folle ma consolante.

Forse mio figlio si salverà da me – ho pensato – perché non so quanto sia giusto fagli intravedere il futuro che la classe politica italiana sta preparando ai nostri pargoli. 

Hanno ancora il diritto di sperare e noi genitori non glielo possiamo togliere.

Ma il diritto al futuro glielo non glielo stiamo togliendo noi. Su questo non vi è dubbio alcuno.

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