I soliti dieci consigli per superare il blocco dello scrittore

Visto che TUTTI danno i loro consigli su come superare il blocco dello scrittore, tanto vale che mi ci metta anch’io.
Sono stata incagliata per un bel numero di anni, poi ho messo a punto la TECNICA (per libri di narrativa) che vado a illustrare.
Ordunque, la prima domanda che si deve porre lo scrittore potenziale che non riesce a scrivere è la seguente: ho veramente qualcosa da dire?
Parto subito con il decalogo per vincere il BLOCCO che colpisce (più volte nella vita) tutti quelli che scrivono e si incagliano sulla pagina bianca (o non vanno oltre la pagina trenta).


UNO. CI VUOLE UN’IDEA FORTE.
Prima di cominciare a scrivere qualsiasi cosa, bisogna essere sicuri che il vostro libro parta da una buonissima idea, riassumibile in venti parole. Esempio: “Edipo si innamora senza saperlo di sua madre Giocasta, con la quale ha due figli. Quando Giocasta lo scopre, si uccide”.
Se manca il lampo narrativo sul quale costruire una storia, allora vi mancherà la bussola da usare per orientarvi durante la costruzione della trama. Vi perderete in mille piccoli rivoli che non portano al mare.


DUE. SCRIVETE LA TRAMA DI TUTTI I CAPITOLI.
Prima di scrivere anche solo una riga del vostro libro, dovete preparare la sinossi di ogni singolo capitolo di cui si comporrà. Per ogni capitolo, dovreste scrivere dalle 7.000 alle 10.000 battute che riassumano tutti gli eventi di quel singolo capitolo. Non dovete scrivere BENE mentre fate il riassunto, va benissimo una scrittura veloce che vi aiuti poi a capire se la trama sta per davvero in piedi.
Verificate che la trama stia in piedi, e non abbiate paura di riscriverla e aggiustarla.


TRE. COSTRUITE DELLE GRIGLIE DOVE INSERIRE I PERSONAGGI.
Mentre scrivete la trama, vi accorgerete che i vostri personaggi prendono forma. Preparate allora delle griglie dove inserirli.
Sono AMICI, VICINI DI CASA, FRATELLI, COLLEGHI, PARENTI, eccetera del protagonista?
Mettete ogni singolo personaggio nella griglia di riferimento e controllate che ognuno abbia un nome e un cognome diverso dagli altri. Per esempio, se avete appena inventato un Marco, non mettetegli subito di fianco un Mauro. Il lettore farà casino e non capirà di chi state parlando.


QUATTRO. VISUALIZZATE BENE LA FACCIA DI OGNI PERSONAGGIO.
Quando “userete” i vostri personaggi, dovete “vederli”. Dovete sapere che faccia faranno e quindi come reagiranno nelle diverse situazioni. Anche qui io uso una tecnica: ogni singolo personaggio è quasi sempre ispirato a persone reali, che poi faccio muovere come voglio.
Il trucco di usare la faccia e la personalità di chi conoscete vi aiuta molto, perchè vi aiuta a prevedere come reagiranno davanti alle situazioni in cui li porrete.
Se invece un personaggio è completamente inventato, inventatevi anche la sua faccia. E ricordatevela quando scrivete.
Potete arricchire la griglia dei personaggi con le descrizioni che li riguardano. Potete anche scrivere la storia dei personaggi prima che entrassero nella vostra storia: insomma sappiate tutto di loro, per farli muovere con comodità bel vostro libro.


CINQUE. DIVIDETE IN SOTTOCAPITOLI OGNI SINGOLO CAPITOLO DELLA TRAMA.
Dopo avere scritto la sinossi di tutti i capitoli e aver preparato la griglia dei personaggi, aspettate ancora a mettervi a scrivere.
Prendete la sinossi del primo capitolo e “esplodetela” in sottocapitoli. Ovvero scrivete il riassunto di quello che succederà in tutto quel capitolo, dividendolo in blocchi temporali. Prima di tutto, dovete scegliere il giorno e l’anno in cui inizia il vostro romanzo. E poi a partire da quel giorno, riscrivete la trama più dettagliata del vostro capitolo, indicando sempre in quale giorno succede una certa cosa. Se per caso un capitolo è ambientato in una sola giornate, allora usate le ORE della giornata per dividerlo in sottocapitolo.
In realtà non faccio questa operazione per tutti i capitoli prima di mettermi a scrivere, ma la faccio prima di scrivere OGNI SINGOLO CAPITOLO.


SEI. DECIDETE QUANTE BATTUTE VOLETE SCRIVERE.
Bene, a questo punto decidete quante battute volete scrivere. 400.000 per otto capitoli? perfetto, allora ogni capitolo dovrà essere lungo 50.000 battute. E se avete diviso il primo capitolo in otto sottocapitoli, per ogni sottocapitolo dovrete scrivere 6.500 battute.


SETTE. A QUESTO PUNTO POTETE COMINCIARE A SCRIVERE.
Bene, a questo punto non avrete più la pagina bianca di fronte a voi (che vi BLOCCA), ma avrete il primo sottocapitolo del primo capitolo, e saprete come si chiamano i vostri personaggi e che faccia hanno. Dovrete semplicemente scrivere 6.500 battute per raccontare quel pezzettino della storia che avete così efficacemente riassunto in un file che terrete aperto sotto quello sul quale dovrete cominciare a scrivere.
Sfido chiunque a non scrivere 6.500 battute su un argomento già molto ben definito in precedenza.


OTTO. NON ASPETTATE L’ISPIRAZIONE, PERCHÉ NON ESISTE.
Nessuno è in grado di scrivere un intero libro sotto il benefico influsso dell’ispirazione, ovvero di uno stato estatico che lo guidi in modo automatico e divino lungo l’irto cammino della narrazione.
No, si scrive solo perchè LO SI VUOLE, nonostante il fatto che sia faticoso, noioso e niente affatto divertente.
Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli” scriveva l’Alfieri che si faceva legare alla sedia dal servo Elia per scrivere i suoi drammi (forse anche per non correre dalla sua amata, sposata pure con un altro).
Chi aspetta l’ispirazione, non andrà da nessuna parte, credetemi.


NOVE. E QUI ARRIVA ANCHE L’INCONSCIO.
Bene, una volta che vi siete legati alla sedia e sapete esattamente che cosa dovete scrivere, allora dovete fare in modo che si metta in moto anche l’inconscio. Per usare il linguaggio psicanalitico, io credo che la scrittura sia un AGITO, ovvero un moto prodotto dal nostro inconscio che si trasforma in ATTO prima ancora che sia stato PENSATO.
Per dirla facile, la scrittura è UN’AZIONE che non deve essere pensata troppo PRIMA di essere agita (SCRITTA).
Mentre scrivo, sono SOTTO L’INFLUSSO di forze psichiche che non controllo ma che mi guidano inconsciamente verso la CREAZIONE di insiemi di parole che sono completamente nuovi, inediti anche a me, proprio perchè attingono a una parte sconosciuta della mia vita intrapsichica che si esprime secondo modalità nuove, e cioè appunto CREATIVE.


DIECI. RASSEGNATEVI A NON PIACERVI.
Nessuno scrittore degno di questo nome, rileggendo le proprie opere (o operine, come nel mio caso) dirà: “Ehi, ma chi ha scritto questo capolavoro?”.
Virgilio chiede nel suo testamento di bruciare l’Eneide, nel caso muoia prima di finirlo. E se oggi possiamo leggere l’Eneide, è solo perchè il suo mestamento non fu rispettato.
Ecco, io DETESTO VIVAMENTE quello che scrivo. Secondo me a ragione, perchè so che la mia penna veleggia su collinette dalle quali non riuscirà mai a balzare il volo verso le sublimi catene alpine della letteratura.
Ma RASSEGNARSI A ESSERE CHI SIAMO è un passo fondamentale per avventurarsi sulla pagina scritta.
Altrimenti non riusciremmo neanche a scrivere la PRIMA RIGA.





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Opinioni di un’impiegata (su scrittori ed editoria)

Se qualcuno mi chiede che lavoro faccio, rispondo sempre la cruda verità: “Impiegata“.
Suona veramente sfigato, mi piace per quello.
Detesto le biografie roboanti che puzzano di narcisismo.
Mai detto quindi a nessuno: “Lo sai che sono una scrittrice?”.
Mi vergognerei solo a pronunciare la parola. Ho letto Céline, per carità, so quanto poco (o pochissimo) valgono le mie operine.

Però scrivo lo stesso, forse perchè sono sociopatica e dopo un po’ mi annoio a star da sola. Ecco, scrivere è un ottimo modo per passare il tempo quando non stai in compagnia. Il cervello è occupato, le ore passano in fretta, ti sembra persino di aver fatto qualcosa di utile.

Le modeste opinioni che seguiranno su scrittori ed editori, scritte, ripeto, da un’impiegata, riguardano quindi un mondo che ho accidentalmente percorso con la qualifica posticcia di scrittore, qualifica che uso adesso solo perchè siamo in argomento.

Purtroppo, ho moltissimi tratti in comune con gli altri scrittori (morti e viventi). Condivido con loro il desiderio di pubblicare le mie opere. Gli scrittori vogliono farsi leggere dagli altri. Forse per un ultimo istinto sociale che anima tutti noi esseri umani: esistiamo perchè qualcun’altro riconosce la nostra esistenza.

Chi sta chiuso in casa a masturbare una tastiera, vorrebbe che gli altri – anche se in modo assolutamente indiretto – si accorgessero di lui, senza peraltro modificare la qualità indiretta di quella relazione.

Forse quello dello scrittore sociopatico è un luogo comune, ma io diffido da sempre di chi frequenta cene, feste, salotti. Costui o costei, se sono scrittori, potrebbero scrivere MALE. Non si può essere versati nelle relazioni sociali e poi scrivere capolavori.
Guardate l’unica intervista fatta da Céline e pubblicata su YouTube se ve ne serviva la prova: Céline è incapace persino di interloquire con l’intervistatore. Sembra che parli a se stesso, imbarazzato dal fatto che qualcuno lo stia ascoltando.

Certo, Francis Scott Fitzgerald alle feste ci andava, ma quando si trattava di scrivere, si chiudeva in casa pure lui. Né vale però la regola contraria: se sei sociopatico e scrivi, allora scrivi capolavori. Non c’è nessuna relazione causale tra le due cose. Si può essere timidi e introversi e scrivere MERDA.

Ecco, io che sono sociopatica, scrivo roba abbastanza media, e siccome mi reputo una buona lettrice, cresciuta leggendo i grandi scrittori, so perfettamente di non aver mai scritto chissà che. Appartengo alla categoria degli UMORISTI: mi piace far ridere (o sorridere) le persone, raccontando piccole cose, vere o inventate, senza mai arrampicarmi sulle vette di certe scritture dotte e magniloquenti, scambiate in genere per letteratura alta, uscite in realtà dalla penna di burini che se la tirano (e qui sarebbe bello fare qualche nome, ma lasciamo perdere).

Sono nemica degli aggettivi, scrivo come mangio, e cerco di non perdermi il lettore per strada rompendogli il cazzo con il racconto minuzioso dei miei sentimenti più INTIMI, come quella sera in cui ero VERAMENTE un po’ giù, non so neanche io il perchè, e vedevo il mondo offuscato da qualche metafora di cattivo gusto sulla notte dell’anima nera come grafite, eccetera.

Ho fatto questa lunga e necessaria premessa per confessare che quindici anni fa mandavo anch’io – come tutti gli scrittori che dir si voglia – i miei manoscritti alle case editrici, sapendo peraltro che sarebbero finiti nella spazzatura.

Chi spedisce un manoscritto a una casa editrice riesce persino a intravedere il momento in cui le sue preziose fotocopie saranno gettate in un cassonetto insieme a quelle dei suoi confratelli. Ma l’idea di finire in una fossa comune – in compagnia, peraltro, non da sola – non mi spaventava. Volevo a tutti i costi che qualcuno LEGGESSE quello che scrivevo.

E quindi anch’io imbustavo e affrancavo, vinta dal riflesso condizionato: “Chissà che alla fine qualcuno non pubblichi il mio manoscritto…”.
Beh, nessuna casa editrice prese in considerazione i miei libretti. Feci un profondo buco nell’acqua, profondo come quei laghi alpini che vanno giù a perpendicolo per quaranta metri, anche se non te l’aspetti.
SPLASH! STUMP! BLOOP!
Era impossibile risalire alla superficie: meglio risparmiare in carta e francobolli. Smisi quindi di fotocopiare – nei soliti negozi davanti alla Statale di Milano – le mie operette.

Scrissi allora a qualche agente, ma l’unica che mi rispose e si offrì di rappresentarmi, scomparì velocemente nel nulla dopo aver tentato di piazzare un paio delle mie operette. Una delle particolarità degli agenti letterari è infatti proprio questa: siccome hanno paura di dire un bel NO chiaro e tondo a un autore che poi magari potrebbe farcela con un altro agente, preferiscono SPARIRE senza più dirgli NULLA, cosicché l’autore possa conservare la residua speranza di una sua risposta e magari non si cerchi un altro agente.

Non mi cercai un altro agente, ma feci un tentativo con un amico (editore) a cui diedi il manoscritto di uno dei miei libretti, ma lui me lo restituì dicendo: “Ridevo da solo mentre leggevo il tuo scritto, mentre mia moglie mi chiedeva perchè ridessi così tanto. Peccato che il tuo libro non sia adatto alla pubblicazione”.

Ma io VOLEVO far ridere! Mica facile strappare un mezzo sorriso alle persone: gli umoristi non crescono sugli alberi come i cachi, che basta scuotere la pianta e cadono giù. Sono MERCE RARA: bisognerebbe trattarli con un po’ di attenzione. Esistono GRANDI umoristi come David Sedaris (un genio letterario, per carità), che campano dei loro libri (è rarissimo che chi scrive campi delle sue opere letterarie, questo bisogna dirselo tutti i giorni), e non bisognerebbe sputare in faccia a chi sa tirar fuori anche solo una mezza risata da una penna.

Ma tant’è: ormai dovevo accettare la SPORCA verità. Mi avevano cagato in testa TUTTI quelli a cui mi ero rivolta, e cominciavo a non poterne più del guano che mi colava lungo la faccia, come la cera delle candele che una volta si infilavano nei fiaschi vuoti di Chianti al ristorante. La questua era finita: non avrei mai più proposto a nessuno di dare anche solo un’occhiata alle mie operette.

Il fato però aveva congiurato a mio favore: erano appena arrivati Amazon e il selfpublishing. Si era cioè compiuto un altro passo della rivoluzione digitale ancora in corso, questa volta nel campo dell’editoria. Adesso, anche l’ultimo degli sfigati che nella vita aveva scritto solo una poesia all’anno, nel giorno della festa della mamma, poteva autopubblicarle su Amazon, libero di scegliere titolo e copertina. Magari una bella rossa accompagnata da un titolo eccitante come: “Viva la festa della mamma“. L’elegante volumetto digitale avrebbe potuto tranquillamente essere prefato dalla maestra delle elementari dell’autore, che si compiaceva di aver avuto quell’allievo così costante che per tutta la vita aveva scritto solo una poesia all’anno, nel giorno appunto della festa della mamma.

Insomma, era nato un pluralismo editoriale dove c’era posto per tutti, belli e brutti, bravi e meno bravi, geni incompresi e indomabili brocchi. E così, in una sola serata, dopo aver dato un’occhiata a come funzionava Amazon, avevo deciso di autopubblicarmi, usando un ridicolo nome di penna, Viola Veloce, facile da ricordare, e con le copertine fatte da un grafico che pagavo cinquanta euro al pezzo.
Il simpatico ragazzo abitava a Milano ed ero persino andata un pomeriggio a casa sua per consegnargli la minuscola sommetta che gli dovevo per le tre copertine che mi aveva confezionato.
Mi affacciavo così con piglio da imprenditrice un po’ stracciona nel mondo fino ad allora dominato da case editrici che avrebbero continuato volentieri a buttare nel cassonetto le opere degli ex-bocciati, al secolo diventati self-publisher.

Ebbene, su Amazon gli affari andarono meglio. I miei lettori erano ben consapevoli di non trovarsi di fronte ad Alessandro Manzoni, né io pretendevo di aver scritto la Divina Commedia. Riuscii a vendere in pochi mesi più di 15.000 copie dei miei ebook, e fui contatta da due editori che un anno prima avevano buttato nella monnezza i miei manoscritti. GASP! Mi volevano pubblicare! Rimontai così dalle bassezze dei cassonetti all’altezza delle librerie. Dopo pochi mesi, uscì infatti con Mondadori uno dei libretti: “Omicidi in pausa pranzo”.

Il libro vendicchiò decentemente in Italia, senza strafare, e andò meglio in Francia, pubblicato da una piccola ed elegante casa editrice. Sempre “Omicidi in pausa pranzo” fu felicemente rappresentato in teatro, con un testo che posso dichiarare con orgoglio era allegramente scopiazzato dal mio libro (in barba a qualsiasi principio del diritto d’autore), e rivendicato invece come opera di genio (si fa per dire) da una delle protagoniste della commedia.

Ecco, la domanda retorica che adesso dovrei pormi è la seguente: ero forse diventata una scrittrice laureata, per citare Montale? No, manco per il cazzo. Quelli che pensano che mettere il naso (in qualità di libro pubblicato) in una libreria possa essere il passo definitivo verso la pubblicazione PERENNE delle proprie opere si sbagliano di grosso.

Tanto per cominciare, se il primo libro è un FLOP e vende poco (diciamo sotto le 2.000 copie), nessuno pubblicherà mai il secondo. Non c’è bisogno di uno statistico o di una chiromante per prevedere che in media un autore tende a vendere più o meno sempre lo stesso numero di copie. È questo il semplice algoritmo che usano librai e editori per fare previsioni di vendita. Verificano quante copie ha venduto il PRIMO libro di un autore, e calcolano che il SECONDO venderà più o meno le stesse copie. Punto.
Certo, ci sono eccezioni a questa regola. Ogni tanto qualche autore rimonta lentamente dai primi timidi risultati, e poi magari al terzo libro ESPLODE nelle vendite.

Ma se il primo libro è andato PROPRIO male (ci sono libri pubblicati da grandi editori che hanno venduto 300 copie), quell’autore è BRUCIATO PER SEMPRE. Nessuno, neanche il Club di Topolino (dovesse riaprire le iscrizioni), gli pubblicherà anche solo una riga.

Quindi, se il primo libro va male, l’autore appena battezzato come tale riceve immediatamente anche l’estrema unzione. I librai impacchettano le copie invendute e le rispediscono immediatamente al distributore (anche nel giro di quindici giorni). E l’autore in questione è già morto, finito. L’unica cosa che gli rimane di quei quindici giorni passati in libreria sono le copie invendute di quell’unica pubblicazione, di cui comprerà qualche cassa dall’editore con lo sconto al 70% per regalarle agli amici, a Natale, Pasqua, eccetera, finché non andrà sottoterra e qualcuno non gli metterà una copia del libro anche nella bara (si usa farlo, terribile).
Amen e così sia.

A questo punto, un autore onesto con se stesso si dovrebbe chiedere perchè il suo libro è andato male. Ha forse scritto una SCHIFEZZA oppure la casa editrice non l’ha PROMOSSO? E qui viene il bello. Le case editrici non promuovono seriamente nessuno, tanto meno un esordiente, a meno che non abbiano pagato TANTISSIMO i diritti. Nel senso che se danno 100.000 euro d’anticipo (o anche 20.000) per un libro, poi fanno tutto quello che possono per venderlo. Prendono un ufficio stampa, dove magari qualcuno legge per davvero il libro e riesce a far pubblicare qualche mezzo articolo. Oppure coinvolgono i soliti influencer che fanno qualche post carino o recensiscono il libro generosamente, e poi magari spendono due soldi in qualche bella campagna online con tanto ADV che alla fine ti accorgi per davvero che è uscito il libro di qualcuno.

Se invece l’anticipo è di 2.000 euro, o anche ZERO, allora la casa editrice si può permettere di stampare poche copie, fare un paio di post distratti sui canali social, vedere come va e poi, se il libro va male, ritirarlo in fretta dal mercato e mandare al macero le mille copie rimaste sul groppone (e magari tenerne un paio nel cassetto, se non vuole mettere l’autore fuori catalogo).

Ecco, un tale comportamento potrebbe sembrare poco “economico”, ovvero privo di una razionale propensione a un investimento ragionato. La verità è che ci sono molti editori che teorizzano proprio un comportamento randomico come quello descritto: “Provo a pubblicare un po’ di tutto, e poi vediamo se c’è qualche libro che va!“.

La teoria che sottintende un tale comportamento è la seguente: “I libri vanno da soli“, una delle frasi preferite dagli editori. Ovvero, se un libro è BUONO, non c’è neanche bisogno di fare tutto ‘sto marketing. Il libro prima o poi comincerà a vendere “da solo“, e a questo punto gli editori faranno finalmente un po’ di promozione per il libro che ha dimostrato di saper camminare con le sue gambe. E se il libro dovesse continuare ad andare bene, allora gli editori potrebbero fare altri ulteriori investimenti su quell’autore e magari pagargli un anticipo molto importante per un suo secondo libro.

In realtà, il fenomeno del “libro che va da solo” esiste per davvero. Il fenomeno in questione non è altro che un effetto del famoso “passaparola“, ovvero il fatto che i lettori si consigliano il libro l’un l’altro, quando gli è piaciuto molto, e quindi l’onda delle vendite parte come un’onda lenta, perchè procede esattamente con le stesse modalità dei contagi virali. All’inizio i lettori sono pochi e “contagiano” pochi altri lettori, quando poi il numero di lettori cresce, allora aumentano esponenzialmente anche i contagi (le vendite), e alla fine le vendite del libro montano fino a raggiungere l’onda alta dell’epidemia conclamata. Il fenomeno del passaparola (che in genere avviene tra persone che si conoscono) adesso è naturalmente amplificato dai social, le recensioni positive, eccetera, che coinvolgono utenti che hanno solo relazioni “digitali”.

Il caso più famoso (e meritato) di un “libro andato da solo” è quello di “Gomorra” di Roberto Saviano. Ne furono stampate solo 5.000 copie, ma il libro era così bello che i lettori se lo consigliavano e se lo regalavano tra di loro, e alla fine il libro “partì da solo”, per usare il linguaggio degli editori. “Gomorra” ha meritato il successo che ha avuto, credo sia uno dei libri migliori scritti in Italia negli ultimi anni.

Ma dobbiamo essere onesti sulla storia dei “libri che vanno da soli“. In realtà, gli editori fanno delle attività di promozione, ma le concentrano appunto intorno a pochi autori per i quali hanno sborsato diritti salati.
I “libri che vanno da soli” sono invece libri per i quali era stato pagato un anticipo minuscolo (e quindi non è stata fatta alcuna promozione), ma che sono andati benissimo lo stesso, nonostante nessuno nella casa editrice si fosse accorto di avere tra le mani un best seller. Sto parlando dei cosiddetti best seller “di qualità“, che esplodono perchè sono ottimi libri.

Esistono poi altri casi di libri che “in teoria” dovrebbero andare da soli e sono quelli scritti da autori famosi o che hanno sviluppato un loro pubblico su altri media – dalla televisione a YouTube – e si suppone che siano in grado di attirare lettori senza bisogno che la casa editrice faccia investimenti su di loro. Si pubblicano così libri – libroidi, secondo la definizione di Gian Arturo Ferrari, e cioè pseudolibri – che dovrebbero andare sulle loro gambe. A volte i libroidi ce la fanno, altre volte sono così miserabili (scritti da qualche povero ghostwriter) che non ce la fanno neanche ad alzarsi in piedi e fare due poveri passettini.

La verità è che spesso neanche gli editori sanno bene cosa stanno pubblicando, ma questo non va a loro onore. Il mestiere dell’editore dovrebbe essere proprio quello di saper scegliere i POCHI libri buoni che vale la pena pubblicare. Penso per esempio al catalogo ETERNO di Adelphi, dove nessun libro esce MAI da un catalogo destinato a durare PER SEMPRE. Mentre invece gli editori che preferiscono la tecnica del “vedere come va” devono mandare periodicamente al macero anche i loro cataloghi

Insomma, per concludere, quando un libro va male, l’autore pensa che la colpa sia della casa editrice (che non ha fatto promozione), mentre invece l’editore si convince che se quel libro non è riuscito ad andare “con le sue gambe”, in realtà valeva poco. Oppure che la colpa è stata dell’autore che non è stato in grado di accompagnarlo fuori dalle librerie autopromuovendosi sui social o sugli altri media. E l’unico errore che l’editore ha fatto è stato appunto quello di pubblicare un libro modesto scritto da un autore ancora più modesto.
E qui si chiude l’avventura in libreria dell’autore in questione: nessuno lo pubblicherà mai più.

Torno subito al mio caso, perchè adesso sarà più facile capire la mia posizione. Con Mondadori ho venduto 5.000 copie cartacee e 3.500 ebook, nonostante la quasi totale assenza di una campagna promozionale.
5.000 copie sono abbastanza perchè venga pubblicato un secondo libro, ma non abbastanza per meritare degli investimenti promozionali per la nuova pubblicazione. Un limbo pericolosissimo, più vicino all’inferno che al paradiso. Basta infatti un minuscolo passo falso per scivolare sotto le 2.000 copie e finire dritta in un dirupo.

Sono stata infatti molto vicina a pubblicare il seguito di “Omicidi in pausa pranzo” con un editore che si sarebbe messo anche lui alla finestra a guardare se il “libro andava da solo”.
Sapevo che se il libro non fosse andato bene, sarei finita al secondo piano del Libraccio, tra i libri scontati al 50%, dopo neanche un paio di mesi, e da lì non mi sarei schiodata MAI più.
Ma non solo, l’editore mi avrebbe anche detto che se finivo al Libraccio, era perchè me lo MERITAVO: i “libri vanno da soli” e il mio non era andato. E mi avrebbe quindi comminato l’estrema unzione.
CHIUSO L’ARGOMENTO.

Ecco, non credo che gli editori abbiamo torto a fare questo tipo di ragionamenti, perchè il loro obiettivo è di sopravvivere e sono quindi continuamente alla ricerca di nuovi “prodotti” da proporre ai loro consumatori. E se un prodotto non “va”, passano a quello successivo senza farsi troppi scrupoli. Il ragionamento fila.

Il problema ce l’hanno invece gli autori che (come nel mio caso) firmano dei contratti in cui non solo cedono la prelazione sulle loro opere future per un tempo infinito ma non riescono neanche a risollevarsi dal loop “siccome vendi poco, per te spendo poco“.
Il rischio di finire BRUCIATI è elevatissimo, per non dire SICURO.

Per carità, non voglio con questo sostenere che la pubblicità è l’anima del commercio, anche di quello librario, e quindi che si vendono solo i libri che sono stati promossi. E quindi gli insuccessi dipendono sempre dall’assenza di investimenti. Al contrario, ci sono editori che hanno perso un sacco di soldi perchè hanno INUTILMENTE promosso dei BRUTTI LIBRI.
I libri illeggibili (e ce ne sono tantissimi) non escono dalle librerie neanche se li spingi fuori con la forza. Molti dei libri che non hanno successo sono per davvero libri brutti.

Ma senza investimenti in advertising, che significa appunto “avvisare le persone dell’esistenza di un prodotto“, non si va lontano, tranne che per quei rarissimi e sublimi casi editoriali che succedono appunto una volta ogni cinque anni.

Ecco, diciamo che la mia carriera nelle librerie si è chiusa proprio perchè sono finita anch’io tra quegli autori per cui nessuno si prende il rischio di investire (nel frattempo ho scritti altri libri). Né io mi sono voluta prendere il rischio di essere pubblicata MALE, magari dopo aver firmato un contratto in cui cedevo il diritto di prelazione sulle mie opere future per dieci anni, fatto che dà all’editore un immenso potere sull’autore, anche nel caso in cui i suoi libri vadano bene.

Certo, gli agenti letterari ti proteggono dai cattivi contratti, ma sono veramente pochi quelli che hanno un reale potere di trattativa con gli editori e riescono a spuntare buoni anticipi e investimenti pubblicitari decenti, soprattutto in questi periodi grami.
E poi anche i grandi agenti usano lo stesso algoritmo dell’editore: se il primo libro ha venduto 5.000 copie, ne venderà 5.000 anche il secondo, e quindi il loro guadagno sarà molto modesto. Insomma, un autore che ha vendicchiato non è di nessuna attrattiva per un agente, soprattutto perchè sono pochissimi gli agenti disposti a LANCIARE nuovi autori.

Per carità, il mio post non vuole essere un elenco di LAGNE. Come forse si potrà intuire, sono più interessata a sfruttare i diritti commerciali delle mie opere che non a comprarne un paio di casse col 70% di sconto e tenerle da parte per il momento fatidico in cui finirò in una bara.

Arrivo quindi alla fatidica conclusione: ritornerò su Amazon con i nuovi episodi della mia serie OMICIDI scritti in questi anni e ambientati in CONDOMINIO, in ORATORIO e a SCUOLA. Li pubblicherò in versione ebook e cartacea, e se all’inizio non li comprerà nessuno, resteranno online fino a quando non sarò riuscita a far partire il fenomeno del passaparola (che in passato aveva funzionato) e non avrò fatto del buon advertising, usato a larghe mani per promuovere la versione su Amazon di “Omicidi in pausa pranzo”.

Insomma, quando sarò online avrò tutto il tempo per aggiustare il tiro nel caso di una partenza lenta, mentre invece dalle librerie esci SUBITO se il libro non si muove. E potrò continuare a vendere i miei libri per i prossimi dieci anni, anche se dovessi venderne dieci copie al mese, senza che nessuno mi depenni dal catalogo per liberare i magazzini dalle tonnellate di copie invendute.

La mia scommessa ECONOMICA (disciplina studiata all’università) è che i libri autopubblicati possano sopravvivere online anche nel LUNGO PERIODO senza il bisogno di fare performance strepitose, le uniche che ti consentono di diventare un’edizione tascabile e resistere qualche tempo (guadagnando) nelle librerie. Credo quindi che nel lungo periodo un libro autopubblicato sui canali online (dove si possono acquistare anche le copie cartacee) possa avere risultati economici incredibilmente migliori (se non fa schifo, questo è chiaro) di un libro pubblicato senza grande convinzione da una casa editrice tradizionale.

Ecco, sto per lanciarmi sul mercato sottostante a 2,99 euro per gli ebook, e 9,99 per il cartaceo. Prezzi da offerte speciali per i salami del contadino e il grana padano. Ma ho sempre tenuto i prezzi bassi: preferisco non sfidare la sorte.
Meglio dieci anni da pecora (su Amazon) che non un paio di settimane da capretta (in libreria).
Chi vivrà, vedrà.

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Elogio dell’anarco-italiano (che dopo il Covid sta anche cercando di redimersi)

Bisogna dire la verità: non siamo un popolo che ama ubbidire. Gli italiani sono dei ribelli: non ci piacciono le regole e ci dà fastidio se qualcuno entra nelle nostre vite quotidiane con troppe normative e divieti che ci mandano subito in bestia.

Però adesso, con il Covid, stiamo facendo tutti un immenso sforzo nazionale per seguire – alla lettera – quello che il governo centrale e quelli locali ci chiedono di fare, con tanto di cartellonistica e segnalazioni.

“Non sederti lì!”

“Per uscire dalla metropolitana passa di là e non di qua!”

“Non usare gli armadietti pubblici della piscina comunale!”

“Segui i percorsi guidati per entrare e uscire dagli ospedali!”

Insomma, l’Italia è diventata all’improvviso un paese dove non puoi più fare quello che ti pare, ma devi capire se sei entrato dalla porta giusta per rinnovare la carta di identità in comune o fare gli esami del sangue in ospedale.

Ci stiamo provando tutti a fare i bravi, ma anch’io faccio fatica ad adattarmi alla nuova regolamentazione, anzi spesso non la capisco, tanto è lontano dalla mia natura ubbidire a regole o imposizioni.

Perché noi italiani siamo anarchici, non ci fidiamo di nessuno e tanto meno dello stato, vorremmo fare solo quello che pare a noi, forse perchè siamo stati dominati da potenze straniere fino alla recentissima Unità di Italia, nel 1861.

Eravamo abituati a disprezzare gli stranieri che ci governavano, come del resto loro disprezzavano noi.

Non mi ricordo più chi lo abbia detto (forse il solito Barbero), ma la generale mancanza di autostima che affligge gli italiani è il risultato del fatto che (dopo tanti anni di dominazioni) abbiamo assunto dentro di noi il “punto di vista” degli stranieri che ci governavano e probabilmente ci disprezzavano anche un po’.

Con questo non voglio assolutamente unirmi alle campagne di marketing nazionaliste di Salvini sulle mozzarelle ITALIANE, i panzerotti ITALIANI, l’olio buono pugliese ITALIANO, e via discorrendo.

Trovo abbastanza ridicolo appellarsi a un inesistente orgoglio italiano per lisciare la nostra malconcia identità nazionale, usando l’OLIO D’OLIVA per tirarci su di morale, e magari spingerci a votare LEGA che è un PARTITO ITALIANO COME LA MOZZARELLA PUGLIESE.

Detesto il sovranismo e cioè l’idea che una nazione possa essere meglio di tutte le altre, e voglio al contrario fare un atto di stima verso l’anarco-italiano che diffida sempre un po’ di chi lo governa, e che non dovrebbe mai smettere di farlo.

Quando tutta l’Italia si è fidata – volente o nolente – di Mussolini, siamo finiti in guerra e (di fatto) l’abbiamo persa. Il conformismo non porta da nessuna parte. Purtroppo, noi italiani riusciamo a fare contemporaneamente la parte dei manipolatori ossequiosi (come eravamo con i nostri dominatori) e quella dei ribelli anarchici che diffidano di qualsivoglia regolamento (anche quello su dove bisogna sedersi in metropolitana).

E io dico: evviva la diffidenza, evviva le critiche, evviva le ribellioni implicite o esplicite, perchè le nazioni che mettevano al primo posto l’UBBIDIENZA alle regole hanno combinato GROSSI GUAI, vedasi il nazismo e i campi di concentramento.

Certo, noi italiani siamo stati fascisti, ma non saremmo mai riusciti a mettere in piedi un progetto di sterminio di massa, perchè ci saremmo ribellati: troppo anarchici per ubbidire agli ordini di uno psicopatico.

Anche in Italia ci sono stati dei campi di concentramento e transito verso la Germania (35, neanche pochi) e siamo colpevoli ANCHE NOI per avere collaborato attivamente con i nazisti.

Ma alla fine, lo diceva anche Hannah Arendt, ne “La banalità del male“, gli italiani sono per davvero “brava gente” e sono stati tantissimi quelli che hanno dato protezione agli ebrei (nelle loro case), disubbidendo agli ordini di Hitler e di Mussolini, che invece avrebbero voluto la consegna alle forze dell’ordine di tutti gli ebrei italiani, nonché dei Rom, degli omosessuali, dei Testimoni di Geova e dei dissidenti politici.

Gli italiani sono un grande popolo quando si rifiutano di ubbidire alle regole e seguire l’ordine prestabilito.

Da dove viene la nostra IMMENSA CREATIVITÀ se non dalla nostra capacità di mettere tutto e tutti in discussione? La nostra libertà di pensiero ha prodotto esseri umani come Galileo che nulla hanno a che vedere con una come Giorgia Meloni che propone un’idea dell’Italia a livello di quella della MOZZARELLA di Salvini.

Ecco, la mozzarella la mangiamo volentieri anche noi, ma l’Italia di cui vale la pena di parlare è quella che si conforma a fatica a chi la governa, ma poi produce geni e creativi, nonché industrie meccaniche che esportano le loro macchine in tutto il mondo.

E appena gli italiani sentono il profumo di qualcuno che prova a COMANDARE, sono i primi a buttarlo giù. Vedasi la fine di RENZI e quella che sta facendo SALVINI, dopo il tentato golpe dell’anno scorso al Papeete. Il tentativo buonista delle MOZZARELLE è patetico.

Insomma, essere degli anarco-italiani ha anche i suoi lati positivi, che meritano assolutamente di essere coltivati.

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Il tedesco (nudo) dopo la tempesta

Ho deciso che metterò la parola “nudo” nei titoli di tutti i miei post, non solo perchè farò le vacanze in un campeggio naturista (dove tutti stanno nudi), ma anche perchè la parola “nudo” evoca di per sé qualcosa di buffo e quindi mi piace: “Nudi, nudi, nudi!“.

Racconterò allora la scena a cui si assiste nei campeggi naturisti croati, dopo le tempeste (la citazione banalissima ma d’obbligo è sempre quella di Leopardi). E i tedeschi girano nudi lo stesso.

Le tempeste croate – bisogna proprio chiamarle così – sono infatti terribilmente violente, accompagnate da venti fortissimi che possono sradicare gli alberi. Immaginatevi cosa possono fare a una tenda o una roulotte.

Le tempeste croate fanno volare via i gazebo, i tendalini e tutte le tensostrutture da campeggio che vengono fissate a terra con ganci e corde.

Quando finalmente la tempesta si quieta, i campeggiatori escono dalle roulotte per valutare se ci sono stati dei danni, e fissare meglio i ganci e le corde che magari si sono smollati.

E qua si vede la differenza di tempra tra noi italiani e i tedeschi.

Gli italiani emergono infatti dalle loro roulotte con le “scarpe da pioggia“, ovvero scarponcini da trekking o scarpe con la suola pesante, vestiti di tutto punto (perchè magari nel frattempo la temperatura è arrivata 17 gradi), con pantaloni lunghi e giacche a vento leggere.

Le mamme italiane pronunciano quindi la fatidica frase, rivolte ai figli: “Non ti bagnare le scarpe!“, come ho urlato anch’io al mio per circa diciotto anni. Non lo faccio più solo perchè non lo vedo quasi mai, ma se potessi glielo direi ancora.

A questo punto, i maschi italiani (anche loro in giacca a vento) si occupano di verificare la tenuta dei ganci, stando bene attenti a non bagnarsi le scarpe (se tua madre te lo dice tutti i giorni per quindici anni, alla fine l’impulso a non bagnarsi le scarpe diventa un riflesso condizionato, come insegnato da Pavlov).

Cosa fanno invece i campeggiatori tedeschi? Magari di una certa età, perchè nei campi nudisti croati non ci vanno le supermodel ma i pensionati della ex-DDR?

Escono NUDI, con le ciabatte da spiaggia, e si aggirano veloci intorno ai loro gazebo, trafficando con i ganci e mettendo liberamente i piedi nelle pozzanghere, tanto sono in ciabatte, chi se frega se si bagnano delle ciabatte di plastica.

Li ho visti con i miei occhi: una coppietta arzilla di crucchi che picconavano giù i ganci del gazebo, NUDI, con 17 gradi di temperatura, mentre noi italiani tenevamo i figli al guinzaglio perchè non si bagnassero le scarpe.

Immagino che poi i due anziani campeggiatori (nudi) si siano fatti un bagno RINFRESCANTE, tra le onde alte due metri, mentre noi italiani cercavamo di ingozzare di tè caldo le creature – “Su, bevi, dai bevi!” – terrorizzati del fatto che si potessero ammalare: “Hai 37,3! Te l’avevo detto di non bagnarti le scarpe!”.

Ecco, me lo sono chiesta un sacco di volte: tedeschi si è o si diventa? Ma potrei dire anche norvegesi, lapponi, svedesi. Insomma, i popoli del Nord hanno una tempra migliore della nostra (sono più forti, hanno fisici fortissimi), oppure le mamme tedesche sono meglio di quelle italiane? Meno ansiose, meno rompicazzo, meno assillanti e quindi disposte a mettere a prova l’apparato immunitario dei loro figli? Che a furia di bagnarsi le scarpe, non si ammalano più?

Basterebbe non pronunciare MAI le solite frasi: “Non sudare! Non bagnarti! Non correre! Non fare il bagno dopo che hai mangiato!“, eccetera, per crescere dei figli sani e forti?

E bisognerebbe non provargli mai la febbre, non svenire se danno un colpo di tosse, far finta di niente, insomma? E così la razza italica diventerebbe più sana e più forte?

O forse noi donne italiane sappiamo di avere dei figli debolucci, che vanno protetti, tenuti al caldo e soprattutto con i capelli asciutti dopo che hanno fatto il bagno?

Quante sono le madri italiane che urlano ai figli (dopo che hanno fatto il bagno al mare): “Hai i capelli bagnati!“, come se fosse colpa loro il fatto che il mare sia per sua natura bagnato e chi lo frequenta viene definito “bagnante“?

Ecco, io sono favorevole alla seconda ipotesi – mamme italiane über alles – perchè secondo me i figli vanno PROTETTI dalle intemperie e dalle malattie, sempre e comunque.

E non aggiungo altro, visti i tempi che stiamo vivendo…

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Tranquilli, è solo tenero usignolo…

So perfettamente cos’è un doppio senso e non v’è dubbio che l’usignolo del titolo alluda a ben altro.

Ma anche il Boccaccio usava i doppi sensi: chi non lo fa? Sto citando infatti la novella dell’usignolo, in cui Caterina viene sorpresa con Ricciardo: “Vieni a vedere che tua figliuola è stata sì vaga dell’usignuolo, che ella l’ha preso e tienlosi in mano”.

La scena del Boccaccio è stata ripresa nel film di Pasolini del 1971 – il Decameron – dove il cosiddetto usignolo (dormiente) di Ricciardo era stato inquadrato a lungo e teneramente, al punto da spingere lo spettatore a provare gli stessi sentimenti di Caterina verso il famoso usignolo.

Tenerezza e affetto: amore, insomma, per l’usignolo di Ricciardo. Senza neanche una punta di pornografia, ovvero di parcellizzata e ossessiva attenzione per il membro maschile: eretto, potente, sempre in posa, così come viene sempre raffigurato dall’orribile industria della pornografia, sempre più ubiqua grazie alla diffusione online.

Pornografia che detesto, sia ben chiaro, e che secondo me bisognerebbe vietare, punire, cancellare, perchè ormai non ci sono più barriere all’accesso di contenuti pornografici da parte di un bambino di dieci anni munito di uno smarthphone.

Ecco, si chiederà l’eventuale lettore, ma dove vorrà andare a parare questa tipa che fa battute del c***o sull’usignolo e poi cita Boccaccio e quindi se la prende con l’industria del porno online?

La risposta è semplice, liscia come l’acqua. Voglio andare a parare sul naturismo, di cui sono una fervente sostenitrice (nonché praticante, ammettiamolo).

Nei campeggi naturisti (dove sto per recarmi) gli usignoli sono liberamente esposti alla vista di tutti e perdono quel carattere minaccioso di quando si presentano turgidi e ritti come nei film/video porno.

Cosa c’è di più innocente e riposante della vista degli usignoli dei signori di settant’anni (età media del naturista odierno) che si fanno un bagnetto anche loro nelle fresche acque croate?

Insomma, “Sinite parvulos venire ad me“, come dice Gesù (Marco 10, 14) ai suoi discepoli: “Lasciate che i fanciulli vengano a me!“.

Ovvero, portate pure i vostri figli in un campo naturista, che non c’è nulla di più sano e meno perversi che stare nudi, tutti insieme, in un bel campeggio dove la mattina, prima di uscire dalla roulotte, è di buon gusto spogliarsi (togliersi il pigiama) e quindi salutare con un bel “Guten morgen” il vicino di roulotte tedesco, rigorosamente già nudo pure lui.

Parto venerdì per la Croazia.
STAY TUNED.

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Mamma, sei già nuda!

Se qualcuno pensa che possa esserci qualcosa di sbagliato – perverso – in questa frase, si sbaglia.

L’ha pronunciata mio figlio in un campeggio naturista (nudista, come si diceva una volta) croato, di cui sono stata per anni una fedele cliente.

Avevo una roulotte schifosa, di cui ho conservato qualche immagine, come l’angolo cucina di cui sopra, nella quale mi accomodavo (parola grossa) ogni anno in agosto.

Ecco, a me piaceva un casino andare in quel campeggio pieno di tedeschi e altri popoli del Nord Europa dove tutti stavano nudi, dalla mattina alla sera, anche quando pioveva di brutto, senza che a nessuno gliene sbattesse niente di quello che pensavano gli altri.

Belli, brutti, ricchi, poveri, magri, grassi, vecchi (quasi sempre), giovani (quasi mai) eravamo tutti uguali, nudi di fronte a Dio, come se fossimo già arrivati in un girone del Paradiso, accolti da San Pietro in persona, ormai ammessi a una qualche forma di vita superiore, dove non era più necessario fare nulla per godersi l’eternità, tanto meno vestirsi.

Ecco, questo è quello che pensavo: in un campeggio naturista ci si sente liberi di essere come si è, anche se metto subito in chiaro che nei campeggi del FKK – un movimento tedesco che predica il rapporto diretto con la natura, proprio corpo compreso – non si fa sesso con i vicini di tenda o di roulotte.

Al contrario, i campeggi del FKK sono luoghi serissimi e silenziosissimi dove tutti praticavano già in tempi non sospetti il distanziamento sociale: i naturisti mantengono sempre una discreta distanza l’uno dall’altro, proprio perchè deve essere chiaro che non siamo in un bordello di Berlino (ce ne sono per tutti gusti, anche quelli dove si sta tutti nudi).

Beh, insomma, tutta questa premessa per dire che mio figlio, qualche anno fa, aveva pronunciato quella frase: “Mamma, sei già nuda!“, senza che mi sia dovuta beccare una denuncia.

Ecco qual era il contesto. Eravamo appena arrivati dall’Italia, dopo un viaggio infinito, e dovevamo passare la nostra prima notte nella mia schifosa roulotte preistorica, comprata di sesta mano in un rimessaggio croato di roulotte.

Ma la roulotte ballava: i supporti laterali che la tengono dritta non erano stati fissati bene, e quando si entrava, sembrava di stare sulla tolda del Titanic, mentre rollava negli ultimi secondi prima dell’affondamento.

Preoccupata dall’idea di doverci passare la notte dentro – a ogni passo la roulotte si inclinava da una parte o dall’altra, in modo preoccupante – avevo chiesto aiuto, urlando al vento (in inglese): “C’è qualcuno che mi può dare una mano?“.

Ero stravolta, ancora completamente vestita, e con una specie di cric in mano che non sapevo usare e serviva per sistemare meglio quegli agganci laterali che servivano a tenere la roulotte diritta.

Qualcuno aveva sentito il mio grido di dolore, perchè erano comparsi all’improvviso due gentilissimi uomini anziani (verso gli ottanta, come minimo), completamente nudi, che mi avevano preso il cric dalle mani e si erano messi a trafficare intorno alla roulotte.

Alza di qua, abbassa di là, e nel giro di cinque minuti la situazione aveva effettivamente cominciato a migliorare.

I due anziani signori (uno era addirittura sudafricano, ricordo) mi avevano detto: “Provi ad entrare nella roulotte, magari adesso è più stabile!“.

Ero salita sulla roulotte: in effetti la situazione era migliorata, ma non ancora abbastanza da passarci la notte.

Mi ero affacciata alla porta del rudere per chiedere ai due gentili di signori di continuare a lavorare col cric.

Loro avevano risposto qualcosa del tipo: “Sì, va bene!”, e poi si erano rimessi ad armeggiare intorno alla roulotte, anche se avevo capito che non erano proprio in formissima.

Quando si chinavano, sibilavano come un mantice per riprendere la forza e rialzarsi. Insomma, due veri gentleman che forse stavo anche per accoppare, vista la fatica che costava armeggiare con un cric anch’esso archeologico, cosparso di spore tetaniche.

Ed erano NUDI, perchè eravamo in un campeggio naturista, mentre io, la loro assassina, ero perfettamente vestita. CHE SCHIFO, avevo pensato, io sono vestita e quei due poveri cristiani che sto ammazzando sono NUDI, com’è giusto che sia in un campeggio naturista!

Allora, vinta da un empatico spirito cristiano e naturista, mi ero pudicamente spogliata nella roulotte, attenta a che non mi vedesse nessuno mentre compivo quel gesto DOVUTO alle mie vittime, e poi mi ero affacciata, completamente nuda, sulla porta della roulotte.

Così, con nonchalance, come se fino a pochi secondi prima non fossi stata completamente vestita.

Era stato in quel momento che mio figlio (allora tredicenne, credo) aveva pronunciato schifato la frase: “Mamma, sei già nuda!“.

Perché l’ultimo posto al mondo in cui vorrebbe andare un ragazzino di tredici anni è un cazzo di campeggio nudista pieno di tedeschi che fanno il bagno anche quando c’è un uragano e mangiano stufato di manzo e patate alle cinque del pomeriggio.

Naturalmente me n’ero sbattuta delle rimostranze di mio figlio, che peraltro non si era tolto il costume per tutta l’estate, per poi rifiutarsi IN MODO FERMO E DEFINITIVO di tornare in quel meraviglioso campeggio dove mi sembrava di stare in Paradiso.

Bene, adesso mio figlio ha compiuto diciotto anni e vuole passare l’estate a Milano da solo, senza di me. Io non glielo posso impedire ma soprattutto non ho più la responsabilità legale di doverlo accudire.

E così tornerò finalmente – senza mio figlio – in quell’adorato campeggio croato (fa anche rima).

STAY TUNED.

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Mangi la mozzarella? Allora voti Lega

Non per fare i raffinati, ma lo stile comunicativo di Salvini sta toccando livelli così bassi che mi aspetto da un momento all’altro di vederlo scoreggiare su Tik Tok e ruttare su Twitter.

Ormai i contenuti – idee, proposte, visioni della politica – sono scomparsi a favore della maldestra imitazione di Salvini dell’italiano medio.

E cosa fa l’italiano medio? Mangia la mozzarella italiana, sottolineato varie volte durante uno degli ultimi video girati in Puglia, e se per caso qualcuno cerca di offrirgli della mozzarella americana (esiste per davvero, non scherzo), l’italiano medio si gira sdegnato dall’altra parte e dice: “No, io non mangio mozzarella americana, IO MANGIO SOLO QUELLA ITALIANA!”.

Il cittadino italiano medio, indignato dalla volgare profferta di cibo di importazione, aggiungerebbe quindi: “Io mangio panzerotti pugliesi e uso solo olio buono, frutti di una terra che tutto il mondo ci invidia. E quindi voto per la Lega!”.

Ecco, è forse quell’ultimo passaggio logico poco chiaro – se mangio italiano, poi voto per Salvini – che ci stupisce.

Ma che vor dì?

Siamo così cretini da farci conquistare da messaggi che sembrerebbero semplicistici a un CRETINO?

Persino Alberto Sordi era sublime nel prendere se stesso (e tutta l’Italia) per il culo, quando interpretava i suoi italiani vigliacchi e leccaculo.

Adesso, invece, Salvini sembra un Alberto Sordi che si prende sul serio, mentre interpreta questa nuova versione buonista e gastronomica del suo personaggio, che forse lui crede piacerà agli italiani perchè lo trovano simpatico, alla mano, uguale a loro, sempre in maglietta, presto con una canotta smanicata, mentre beve a canna una bella bottiglia di Lambrusco (rigorosamente italiano).

Tirar fuori parole come populismo sarebbe improprio, perchè quello di Salvini è solo un nuovo tipo di marketing elettorale, di livello BASICO, sia chiaro, che lo ha portato a deviare dagli immigrati e i campi Rom – troppo NEGATIVI, avranno detto i suoi spin doctor – a messaggi più POSITIVI: mozzarelle appena fatte, panzerotti, olio pugliese, eccetera.

C’è stato infatti un effetto Covid anche sulla comunicazione dei politici: in tempi così grami, nessuno vuole sentire parlare di guai. Le persone non hanno la minima intenzione, in pieno luglio, di affrontare toni aspri, invettive, ingiurie.

E poi, grazie al Covid, non sembra più bello prendersela con chi sta male.

C’è troppa gente che sta male, muore, si ammala, per aver voglia di vedere un politico che inveisce contro dei migranti mezzi morti di fame, trasportati a peso giù dalle barche.

Non sto prendendo una posizione politica sull’immigrazione – l’argomento è troppo complesso per riderci sopra – ma sto dicendo che gli IMMIGRATI SONO PASSATI DI MODA.

Troppi guai, troppo dolore per andare a caccia di voti con le immagini dei barconi che affondano.

Ed ecco allora che l’Onorevole Salvini ha dato l’avvio a un’estate fresca e leggera come una bella insalata italiana con i pomodorini Pachino e tanto sano olio pugliese.

Se poi l’onorevole dovesse passare dalla Toscana e farsi un bel piatto di fagioli cannellini italiani, potrebbe forse produrre – su Tik Tok, magari – quei favolosi rumori corporali – SBROT! – che fanno ridere tutti, grandi e piccini.

Il messaggio sarebbe chiarissimo: “Mangio fagioli italiani, scoreggio e quindi voto Lega!”.

Il coronavirus viaggia in Business

Il Coronavirus chiamato COVID 19 è la riedizione di un virus del 2003, la SARS, scoperto da un virologo italiano, Carlo Urbani, che morì di una polmonite provocata dal virus, esattamente com’è successo allo scopritore cinese del COVID 19, il dottor Li Wenliang.

Sia la SARS che il COVID sono coronavirus – prendono il loro nome dalla forma a corona dei virus – e sono “saltati” dagli animali agli uomini in due diversi Wet Market cinesi, chiamati così perchè vengono vendute merci deperibili: sostanzialmente generi alimentari. Nei Wet Market si possono comprare animali vivi che vengono uccisi dopo essere stati venduti. Il cliente sceglie il pollo che preferisce, e il venditore lo macella sul posto. I virus degli animali dei mercati possono quindi facilmente “saltare” all’uomo. Il termine tecnico è “spillover“, e cioè salto da una specie all’altra, perchè i virus in questione arrivano da altre specie viventi. In particolare, i coronovirus vengono da zibetti,  pipistrelli e  serpenti, vere e proprie delicatessen  vendute nei Wet Market cinesi, in cui lo zibetto viene macellato direttamente al mercato, dopo l’acquisto da parte del gourmand che se lo vuole sbafare.

Gli animali che verranno venduti vivono quindi in modalità promiscua – tra loro, ma anche con l’uomo – all’interno dei Wet Market. I coronavirus – SARS e COVID – che per pipistrelli, zibetti e serpenti non sono agenti patogeni (e cioè non li fanno ammalare), “saltano” verso l’uomo proprio perchè nei mercati gli animali sono vivi (così come i loro virus), e non invece morti e confezionati come nei nostri supermercati. Aggiungasi che nessuno di noi comprerebbe serpenti, zibetti o dozzine di pipistrelli, anche nel caso in cui fossero regolarmente confezionati sotto vuoto spinto e presentati nel bancone del Fresco dell’Esselunga.

Ma non voglio questionare di argomenti di cui non so nulla (leggo i giornali, come tutti). La domanda che mi sono fatta invece è un’altra. Come ha potuto il COVID 19 arrivare così in fretta in Italia, più in particolare in Lombardia, ma anche nel resto del mondo, visto che il virus sta mietendo vite dappertutto?

Il martire cinese, il dottor Li Wenliang, ha scoperto il COVID 19 nel dicembre del 2019, e oggi contiamo già 113.000 morti nel mondo, a distanza di due mesi. Nel 2013 – 2014, la SARS ha ucciso 814 persone (in tutto il mondo), e poi è stata fermata da una serie di misure preventive (l’incubazione era più veloce del COVID e il paziente veniva subito identificato), ma anche e soprattutto dal CALDO, ovvero dalla bella stagione.

Il COVID 19 invece è partito da un Wet Market cinese nel dicembre del 2019 e sta VELOCEMENTE facendo delle stragi. Come mai?

Ordunque, credo che il motivo sia di facile individuazione. Il virus ha comodamente viaggiato in Business Class (ma anche in Economica…) dalla Cina verso il resto del MONDO.

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La Cina produce quasi tutto quello che usiamo, dai cellulari fino alle scarpe, dai computer fino alle pentole, ma produce anche farmaci, reagenti per l’industria chimica e farmaceutica, fertilizzanti, eccetera. L’elenco è infinito, così come sono infinite le aziende che si approvvigionano in Cina e mandano in Cina le loro persone per definire con le aziende cinesi le condizioni delle forniture. Ma anche le aziende cinesi fanno acquisti dall’Occidente, e anche i business man cinesi vengono in Occidente per trattare i loro acquisti.

L’economia mondiale oggi è globalizzata, nel senso che le catene produttive possono coinvolgere più di un paese (alcuni come assemblatori altri come fornitori di componenti produttivi), anche se molti  prodotti vengono integralmente assemblati in Cina.

I voli che collegavano la Cina al mondo nel 2003 erano una percentuale minuscola rispetto a quelli che la collegano adesso, e la SARS venne fermata nel giro di pochi mesi. Oggi invece il virus è già sbarcato comodamente in decine di paesi, soprattutto in quelli che avevano relazioni industriali con la Cina o dove erano presenti nuclei di residenti di origine cinese che avevano fatto un viaggio nella Madrepatria.

E adesso il virus è tra noi, globalizzato come le nostre economie, dove nessun paese può sperare di uscire vivo da una recessione che è sempre globale per definizione (vista l’interdipendenza tra le economie).

Speriamo nella primavera e in una bell’estate bollente, magari con quaranta gradi: con il caldo il virus si dovrebbe indebolire. Così passeremo dall’emergenza sanitaria a quella climatica. Sempre globali, sia chiaro.

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Il coronavirus all’italiana

Non ho alcun titolo per intervenire nel dibattito attuale sul coronavirus, ma abito a Milano, da poco dichiarata Zona Rossa.

Molto difficile capire cosa voglia dire VIVERE MA SOPRATTUTTO LAVORARE in una Zona Rossa, perchè l’unica cosa CHIARA del decreto legislativo dell’8 marzo 2020 è che la Lombardia non si ferma. Si continua a lavorare: si va ancora in ufficio, in fabbrica e le merci devono essere trasportate. Ci si può infatti muovere anche da un comune all’altro della Zona Rossa, dimostrando di doverlo fare per COMPROVATI MOTIVI LAVORATIVI. La Assolombarda lo ha messo in chiaro: il decreto non sta chiedendo alle aziende di fermare le loro attività.  

Tutti devono continuare a lavorare, e nel caso in cui siano costretti – per andare a lavorare – a prendere un treno (o un autobus) per recarsi in un comune diverso da quello della residenza, allora ecco che dovrebbero mostrare un documento che attesti la comprovata necessità dello spostamento: IL LAVORO.

Non si sa bene chi passerà nelle carrozze dei treni a chiedere di visionare i permessi di lavoro – forse l’Esercito, chissà… – e non riesco a immaginare le aziende italiane che mettono nero su bianco che il lavoratore in questione sta SFIDANDO un’epidemia per andare a lavorare (con il rischio che poi il lavoratore lo trascini in tribunale se si ammala per davvero).

Immagino quindi che il Decreto produrrà un altro BEL CASINO ALL’ITALIANA, in cui i poveri pendolari potrebbero anche farsi sbattere giù da un treno perchè non muniti del permesso in questione.

In compenso, però, virologi e politici non fanno che insistere sulle responsabilità PRIVATE dei cittadini che sfidano il virus quando compiono il gravissimo atto di USCIRE  DI CASA. Si badi bene che si può uscire di casa per andare a lavorare, ma  a quanto pare non per altri  motivi. Bar e ristoranti rimangono aperti, fino alle 18, per carità, ma chi ci va, mette a rischio la propria vita e quella degli altri. Perché non chiuderli, allora? Per non metterli nella difficile posizione di perdere il LAVORO. Anche se i clienti che ci vanno sono dei potenziali assassini.

Bene, si potrebbe continuare per settimane, ma adesso passo alla solita lista puntata, che così la chiudo in fretta.

  1. In Cina, nelle loro Zone Rosse, sono state chiuse le AZIENDE e quindi è stato detto ai cittadini (o sudditi che dir si voglia) di stare CHIUSI IN CASA. Inutile dire che a Whuan hanno chiuso anche i bar e i ristoranti e qualsiasi luogo dove non si vendesse del cibo da cucinare una volta tornati a casa. La Cina sta subendo delle terribili perdite economiche, ma sta fermando un virus della cui nascita è comunque responsabile. Il sacrificio chiesto ai cittadini era comunque doveroso, visto che la SARS – COVID 19 è Made In China.
  2. In Italia, nelle Zone Rosse, si continua a lavorare: anche i dipendenti della Regione Lombardia (se non hanno figli o patologie croniche) devono uscire di casa per andare a lavorare. Ma sono moltissime le aziende non attrezzate per lo smart working che stanno chiedendo ai loro impiegati di andare in ufficio. Certo, le aziende manifatturiere non possono fare smart working, ma tutte le aziende che possono, dovrebbero attrezzarsi per passare a una modalità SMART ogni volta che ve ne sarà la necessità.
  3. A Milano non si trovano più le mascherine. Non ho capito se i milanesi non se le mettono perchè non vogliono, o perchè non le trovano. Bisognerebbe far arrivare a Milano e nelle Zone Rosse le MASCHERINE almeno per quelli che dovranno andare a lavorare col lasciapassare.
  4. Ci sono paesi, come la Corea del Sud, che si erano preparati a un’epidemia e che hanno messo in piedi delle modalità SEMPLIFICATE per eseguire il test.

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Ne hanno già fatti 150.000. Basta andare con la propria macchina in uno dei punti in cui i test vengono eseguiti e attendere. Non so dopo quanto tempo viene comunicato l’esito, ma poter eseguire così tanti test, permette di scoprire subito se il paziente è infetto e deve essere isolato e curato. Senza il bisogno di mettere in quarantena intere città.

Concludo: non voglio fare la parte della solita italiana che si lamenta di tutto e di tutti, soprattutto degli altri italiani. Per carità, abbiamo medici eccezionali per abilità e capacità di sopportare la fatica. E siamo loro debitori della nostra sopravvivenza finora. Ma il nuovo Decreto si limiterà solo a complicare la vita di chi deve continuare a lavorare, senza riuscire a fermare il virus.

Basterà un’altra settimana per sapere se il Decreto ha funzionato. I bollettini della Protezione Civile sono alle 18.00, tutti i giorni. Chi vivrà, vedrà.

 

 

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10 consigli a chi vuol fare il CAPO

Non si può negare che le istituzioni sociali si basino su rapporti di tipo gerarchico. Certo, la BASE di tali rapporti deve essere sana, ovvero basata sul merito e non su privilegi castali.

Ma non voglio farla lunga, voglio solo dare qualche buon consiglio a chi desidera fare il CAPO (parola brutta, ma efficace). Io non ci ho mai provato, ma capisco che a qualcuno piaccia l’idea. Ecco i miei consigli per non cadere male (più stai in alto, e più la caduta può essere brutta e rovinosa). Do per scontato che si parli di strutture meritocratiche, e non di Corea del Nord.

  1. Non esistono CAPI-MANAGER, ma solo CAPI-TECNICI-MOLTO-BRAVI. I manager sono morti, dopo che Steve Jobs è tornato alla Apple, dalla quale era stato scacciato da un manager generalista. Se volete fare il capo, diventate molto BRAVI a fare qualcosa. Il potere arriverà dopo, quando sarete diventati più bravi degli altri.
  2.  Un capo deve saper fare il lavoro che fanno i suoi collaboratori. E lo deve fare MEGLIO. Se siete il PRIMARIO di un ospedale, dovete operare meglio di tutti.  Solo così vi verrà riconosciuta la vostra autorità. Se c’è qualcuno SOTTO di voi che sa fare meglio il vostro lavoro di voi, lui diventerà il vostro capo.
  3. I capi sono tali quando i loro collaboratori riconoscono la loro bravura. Se un capo la la STIMA dei suoi collaboratori, allora è veramente un capo. Se invece, appena esce dalla porta, partono gli sfottò, bene, allora siamo in Corea del Nord.
  4. I capi devono essere stimati ed essere intellettualmente onesti. Devono riconoscere ai loro collaboratori le loro qualità e devono PORTARE AVANTI i collaboratori che sono molto bravi e hanno voglia di lavorare duro. Non devono avere paura della bravura dei loro collaboratori, anzi la devono incoraggiare, promuovere, stimolare.
  5. I capi non devono mai appropriarsi del lavoro degli altri. Non valgono i copia-incolla del lavoro dei “subordinati”. Bisogna sempre dire: “Ho un bravissimo collaboratore che ha fatto un bellissimo lavoro. Eccolo qui!”. Nessuno potrebbe stimare un LADRUNCOLO di idee altrui.
  6. I capi non devono mai fare gli STRONZI. La cattiveria ha un brutto karma: la gente si ricorda degli stronzi e li aspetta al varco. Un capo stronzo si farà molti nemici, che parleranno in giro male di lui, fino a quando qualcuno non dirà: “Togliamoci quello stronzo dai coglioni!”. E – BUM! – lo faranno fuori.
  7. I capi devono sorridere, dire sempre quello che pensano, e lavorare a stretto contatto con i collaboratori. Se un capo dice quello che pensa – anche brutalmente – a qualcuno con il quale lavora, gomito a gomito, nessuno si potrà lamentare della sua brutalità. Dirà solo che è stato SINCERO.
  8. Un capo ha torto e ragione, esattamente come tutti gli altri. Con un’unica differenza: un bravo capo ammette di avere TORTO. Il cretino non lo ammette mai. Ma tutti riconoscono un cretino, no?
  9. Un capo sa che i suoi collaboratori hanno bisogno di essere compresi, stimati, stimolati, ma anche lasciati LIBERI. Un bravo capo è affettuoso e lascia che i suoi collaboratori siano liberi di organizzare il loro lavoro. Non gli sta col FIATO SUL COLLO, non gli corregge le virgole.
  10. Un bravo capo desidera essere RIMPIANTO quando se ne andrà (se cambierà azienda). Non vuole che i suoi collaboratori stappino bottiglie di champagne quando se ne va. Un capo vuole lasciare un buon ricordo, e non far sentire l’ultimo schiocco della frusta. Se è veramente un capo.