Per un 2021 senza mansplaining

“Il racconto di un’ancella” di Margaret Atwood è un libro geniale da cui è stata tratta una serie meravigliosa.
A Gilead, l’America distopica in cui è ambientato il romanzo, le donne non hanno più il diritto di parola. Nel senso letterale, perchè le ancelle (a cui sono affidati i compiti riproduttivi per conto di una élite diventata sterile) possono parlare solo se interrogate. Vengono spesso imbavagliate per sottolineare il fatto che sono appunto state private della parola.

Orbene, quello della Atwood è un racconto distopico, ma in realtà le donne sono ancora spessissimo invitate a tacere. Il mansplaining del titolo si riferisce infatti a un fenomeno indicato con questo nome solo nel 2008 da un’americana, ma in realtà antico come l’uomo.

Il neologismo mansplaining significa qualcosa del tipo: “Spiegazioni degli uomini” e la la tipa che ha inventato la nuova parola si chiama Rebecca Solnit. La storia è questa. Rebecca, nel 2003, va a una festa a Los Angeles organizzata da un famoso pubblicitario.
Quando glielo presentano, lui le dice: “Ho saputo che hai scritto un paio di libri”.
Lei che ne aveva scritti sei, gli risponde: “Ne ho scritti parecchi, in realtà”.
Il pubblicitario allora le chiede di cosa parlano e Rebecca cita il titolo del suo ultimo libro sul fotografo Eadweard Muybridge. Poi comincia a parlargliene, ma a quel punto lui si ricorda che è effettivamente appena uscito un libro Muybridge e le chiede se lo conosce.

Rebecca si blocca per un attimo, perchè si domanda istintivamente se per caso non ci sia qualcun altro che ha scritto un libro sullo stesso argomento.
Lui allora approfitta della sua interruzione per cominciare a spiegarle pomposamente di cosa parla il libro su Muybridge, mentre un’amica di Rebecca che assiste alla conversazione capisce subito che in realtà sta parlando del libro scritto dalla Solnit.
La ragazza prova per ben tre volte a interrompere il pubblicitario, dicendogli: “L’ha scritto lei!”, ma lui va avanti col suo discorso. Fino a quando finalmente realizza di aver di fronte l’autrice del libro e tace, impallidendo dalla vergogna.

Da qui il termine mansplaining, varato nel 2008, quando la Solnit scrive un articolo per il Los Angeles Times – Men who explain things – in cui spiega che il pubblicitario aveva tra l’altro solo letto una recensione del suo libro sul New York Times Book Review, ma quando lui l’aveva interrotta: “Lei si era sentita invitata ad ascoltare in silenzio le sue spiegazioni”.

Secondo la Solnit, c’è un costante invito di sottofondo perchè le donne stiano in silenzio ad ascoltare gli uomini che spiegano qualcosa di cui magari sanno dieci volte di meno della loro interlocutrice. Sempre secondo la Solnit, la parola delle donne vale meno di quella degli uomini, e alle donne si crede di meno, anche quando subiscono abusi dai loro mariti e compagni (che poi magari le ammazzano…).

Ma io credo che l’invito al silenzio delle donne sia presente DA SEMPRE nelle due principali religioni (cristiana e mussulmana) e sia arrivato quasi intatto fino ai giorni nostri, perchè le donne SANNO benissimo che sono ancora gli uomini che si aspettano di parlare PRIMA di loro se le faccende discusse sono SERIE, mentre invece ai famosi vecchi pettegolezzi viene data via libera (nessun pettegolo, uomo o donna che sia, prende grandi decisioni).

Quando si parla di roba seria, si dà ancora per scontato che le donne debbano manifestare quelle qualità decantate nei romanzi dell’Ottocento: un ascolto deferente verso gli uomini, senza mai interromperli, anche se hanno di fronte qualcuno che ne sa meno di loro.

Una donna che interrompe un uomo che spiega viene percepita come inopportuna e maleducata, mentre invece gli uomini sono abituati a interrompersi e litigare tra loro (su questioni lavorative, per esempio) senza che nessuno li consideri imbarazzanti e indiscreti per il semplice fatto di contraddirsi a vicenda.

Certo, oggi ci sono un sacco di donne che hanno raggiunto posizioni rilevanti anche nelle professioni della cosiddetta area STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), ma sono sicura che hanno avuto tutte la grazia di infilarsi sinuose e gentili nelle organizzazioni in cui hanno fatto carriera.
Una donna che dimostrasse la stessa aggressività di un maschio sul posto di lavoro verrebbe probabilmente fermata SUBITO: non riuscirebbe neanche a fare il primo degli scalini della sua crescita professionale.
Le donne devono usare moltissimo il cervello per riuscire ad affermarsi, mantenendo sempre i caratteri esteriori della femminilità: sorridenti, accoglienti, senza mai sfidare apertamente i loro interlocutori maschili.

Ma le donne sono stufe di dover usare tutte queste accortezze per non allarmare gli uomini che da loro si aspettano prima di tutto l’ascolto incondizionato. Anzi, le donne sono stufe sia del mansplaining, ma anche del mantalking: gli uomini che parlano troppo. Da uno studio effettuato nel 2004 all’università di Harvard, è risultato che i ragazzi che seguivano i corsi intervenivano il 50% in più delle loro compagne, e avevano il 150% delle probabilità in più di intervenire tre o più volte delle ragazze.

Insomma, le donne non sono ancora così convinte che le loro PAROLE valgano tanto quelle degli uomini.
Ma io vorrei tranquillizzare le mie consorelle: interrompete le “Spiegazioni degli uomini” tutte le volte che potete. Probabilmente non è neanche la prima volta che vi stanno spiegando qualcosa, perchè chi parla troppo, finisce pure per ripetersi.
Parlate voi, invece, che avete di sicuro qualcosa da dire, sulla quale avete sicuramente riflettuto a lungo!

Buon 2021!

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Lettera a Stefanella, la mia odiatrice personale

Non capita a tutti di avere un hater – odiatore, anzi odiatrice nel mio caso – personale, visto che la mia è una donna.
“Triste privilegio, mi creda” avrebbe detto Flaiano, ma c’è una stronza che mi sta inseguendo su Amazon con un profilo falso e un bruttissimo nome di fantasia – Stefanella – e sta mettendo UNA stella a tutti i libri che ho appena pubblicato.

La mia odiatrice correda le sue MONOSTELLE con una serie di insulti ad personam (insinua persino che io non sia sana di mente) e invoca addirittura la possibilità di mettermi MENO DI UNA STELLA.
Scrive infatti: “Meno di una stella non si può, ma questo scritto è davvero pessimo”.

Nella sua ultima recensione titolata: “Pessimo libro” che si apre con il contrito dispiacere per non poter emettere giudizi ulteriormente negativi, scrive anche: “Questo terzo volume supera ogni limite al ribasso”. Frase il cui contenuto è forse un po’ oscuro (sembra quasi un termine borsistico), anche se non è difficile capire cosa la cara Stefanella voglia dire: “Peggio di così, non si può!”.

Ma anche se quello che scrivo è MERDA, la nostra Stefanella (che deve avere l’abbonamento a Kindle Unlimited) non si stanca di leggerla. Le sue MONOSTELLE infatti impazzano, anzi, tutte le volte dice qualcosa del tipo: “Basta, non voglio più leggere questa robaccia!”, ma poi compra anche il libro seguente e scrive: “L’ho letto solo per vedere com’era la serie nel suo complesso” e quindi conferma i suoi giudizi precedenti: “Libri bruttini e piuttosto stupidi”.

In realtà, perchè qualcuno non pensi che sia un hater, Stefanella aveva dato al primo libro della serie ben TRE stelle (bacio la mano), ma solo per non dare adito a sospetti: il suo giudizio è imparziale, prova ne sia che all’inizio mi aveva lasciato un piccolo spiraglio di speranza (“il primo libro era leggibile”, sempre secondo le sue parole), che poi però ha subito chiuso, con spirito magnanimo e imparziale: “Certamente, ho capito la tipologia di questa serie: pessima. Non credo che leggerò il quarto episodio”. E qui si chiude l’avventura del Signor Bonaventura.

BOCCIATA, SONO STATA BOCCIATA E PER SEMPRE! Senza nessuna possibilità di riprendermi, senza esami a settembre, senza nessuna chance anche postuma di redenzione.

Ecco, vorrei spiegare a Stefanella – che di sicuro mi segue sui social e legge tutto quello che scrivo- che la mia serie è basata sull’opera di un antropologo francese (René Girard) che ha studiato per tutta la vita il comportamento delle folle (“mob”, in inglese, da qui la parola mobbing, che vuol dire perseguitare).
Le folle hanno infatti la tendenza a perseguitare insieme un capro espiatorio che ha la funzione di compattarle (TUTTI perseguitano UNO SOLO) ma anche di consentire l’espressione dell’aggressività da parte dei singoli componenti della folla.

Il fatto di essere tutti insieme rende in un certo senso ANONIME le persecuzioni, perchè in realtà nessuno vuole fare vedere che la mano che lancia il sasso è la SUA.
E quello che adesso succede sui social (non su tutti, ma su molti) è che si può ODIARE senza svelare la propria identità. Si può quindi perseguitare qualcuno in forma anonima e VIGLIACCA, esattamente come succede quando una folla lapida un capro espiatorio. Le mani che lanciano le pietre sono sempre mani anonime, perchè nessuno avrebbe il coraggio di prendere da solo a sassate qualcuno, guardandolo pure negli occhi.

Manca solo un ultimo passaggio: come viene scelto un capro espiatorio? Beh, la prima condizione è che nessuno si alzi a difenderlo. Il capro espiatorio deve essere isolato, possibilmente da solo, ma soprattutto deve essere DIVERSO DAGLI ALTRI. Deve distinguersi dagli altri, perchè se è uguale al branco, non sarà facile stimolare l’aggressività nei suoi confronti.

Ecco quindi che sono diventati capri espiatori (attaccati da tutti) persone come Roberto Saviano e Selvaggia Lucarelli, che secondo me dicono delle cose di buon senso, ma quasi sempre in controtendenza.

Anche io, nel mio PICCOLISSIMO, sono percettibilmente diversa dal mainstream, se non altro per una certa sincerità che mi contraddistingue e perchè scrivo libretti strani che appartengono al genere dello Humour nero, che non è detto che piaccia a tutti, ma ha il suo piccolo seguito.

E qui ritorno alla mia odiatrice personale che ha trovato qualcuno contro cui lanciare la pietra (in forma anonima, naturalmente) e togliersi quella bella soddisfazione di poter scrivere che qualcuno è una MERDA senza dover dire che lo ha scritto lei (con nome e cognome).

Son soddisfazioni anche queste, MINUSCOLE, certo, non per niente l’hater di Crozza (Napalm 51) era uno sfigato che stava a casa con la mamma mentre postava le sue cazzate.

Ma in fondo, cara la mia Stefanella, devo in un certo senso ringraziarti, perchè se ho un hater, allora vuol dire che sto cominciando a farmi notare: se fossi una sfigata qualunque, come te, mi avresti sicuramente lasciato in pace.

MOLTI NEMICI, MOLTO ONORE. Lo diceva Mao Tse Tung che era un criminale, ma un criminale di successo.
Aveva vinto una guerra civile e di nemici se ne intendeva.
Se non hai nemici, non sei nessuno. E gli hater non sono nessuno.





 

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Vaccini e passaporti sanitari per tutti

Qualche anno fa, insieme a un designer che si chiama Matteo Morelli, avevo cercato di brevettare un bracciale BIOMETRICO che oggi sarebbe PERFETTO per il coronavirus…
Ma andiamo con ordine.

E’ la notizia di oggi: una serie di compagnie aeree l’hanno appena dichiarato. Non si potrà più salire sui loro aerei senza aver fatto un test per il Covid o addirittura (nel caso della australiana Quantas) il VACCINO (che vi piaccia o no).

Inutile dire che nessuno potrà presentarsi in aeroporto con la COPIA CARTACEA del risultato del test fatto nel laboratorio X o della vaccinazione eseguita nel centro vaccinale Y.

Con i certificati di CARTA, le compagnie aeree si pulirebbero il se**re.
E infatti i laboratori che faranno test e vaccini dovranno caricare i risultati su una app (quella più quotata si chiama Common Pass) che produrrà un bel codice QR verde sul vostro cellulare, che dovrete mostrare prima di imbarcarvi.

E se qualcuno dicesse: “Uffa, che palle, non voglio fare il test e tantomeno il vaccino!” potrebbe non salire mai più su un aereo, e forse presto neanche su un treno o, perchè no, su un bel tramvai a Milano.

C’è poco da protestare, perchè se si dovesse scoprire che dopo la seconda ondata, arriva anche la terza e poi magari la quarta, nessuno vorrà più sedersi in aereo, ma anche su un treno, di fianco a qualcuno che non sia SANO o presunto tale. Ovvero negativo al test del Covid oppure vaccinato.E qua arriva il bracciale BIOMETRICO

Come si fa ad avere la certezza che il cellulare che certifica la SANITA‘ di qualcuno appartenga veramente a chi lo sta usando? Anche qui si stanno scovando soluzioni ingegnose basate sul riconoscimento facciale.

Ma in realtà non ci sarebbe niente di meglio di un bel bracciale che certifichi in modalità BIOMETRICA (basata su caratteristiche biologiche inequivocabili) l’identità di chi lo sta indossando. Inutile dire: “Uffa, non ci capisco niente!”, perchè manca veramente poco a quando andremo tutti in giro con un bracciale che certifica non solo la nostra sanità ma soprattutto la nostra identità.

Sarà il modo più SICURO per dire: “Sì, sono proprio io, Mario Rossi, ho fatto il vaccino per il Covid-19 (e magari per il Covid-2020…) e posso salire su quell’aereo”.

Non è fantascienza, proprio no. Roba dietro l’angolo, credetemi.
A questo punto il problema non sarà se vi volete vaccinare o meno (lo faranno tutti quelli che vorranno ancora viaggiare), ma quello di CONTROLLARE chi controlla i nostri DATI.
Troppo complicato? Per voi, forse sì. Per LORO, no…

Tutti a lavorare con l’influenza!

L’anno scorso, in dicembre, mi è venuta una mega-influenza proprio il giorno in cui erano cominciate le vacanze di Natale. Avevo una tosse cavernosa, un raffreddore terribile e uno strano senso di dolore e oppressione ai polmoni.

Non avevo la febbre e sono andata dal mio medico di base perchè volevo che mi auscultasse i polmoni. Lui mi aveva detto che i polmoni erano “liberi”, ma mi aveva lo stesso prescritto sei giorni di antibiotico.

Ero tornata a casa dopo essere passata dalla farmacia e la sera stessa mi era venuta anche un po’ di febbre. Siccome avevo fatto il vaccino antinfluenzale, mi ero detta che forse avevo solo preso freddo e tutto sarebbe passato nel giro di un paio di giorni.

La faccio breve: non solo l’influenza non era passata, ma dopo dieci giorni mi sentivo sempre peggio. Non ero MAI uscita di casa, perchè avevo l’impressione che se avessi preso freddo, mi sarebbe venuto qualcosa di TERRIBILE.

Avevo quindi pensato con soddisfazione: “Meno male che mi sono ammalata durante le vacanze di Natale!”, perchè in era pre-Covid sarebbe stato molto difficile ottenere un certificato di malattia di due settimane per un’influenza.
In era pre-Covid, ero infatti andata moltissime volte a lavorare con un po’ di febbricola, dei raffreddori tremendi e delle tossi che mi squassavano, ma i medici di base (sempre in era pre-Covid) erano molto attenti a concedere giorni di malattia, con il risultato che tutti andavamo a lavorare anche con l’influenza, a meno che non si presentassero nel loro studio con la febbre alta, un forte mal di gola, eccetera.
In questo caso, i giorni di malattia che mi dava il mio medico erano in genere tre, passati i quali, se non stavo ancora bene, potevo ottenerne altri due.
In era pre-Covid, i mezzi pubblici di Milano erano quindi pieni di gente che starnutiva e tossiva, ma questa era considerata una condizione “normale”. Milano non si ferma, Milano va sempre a lavorare.

Ed ecco che l’anno scorso, quando erano finite le vacanze che avevo passato a tossire, ero subita tornata a lavorare, anche se mi sentivo uno straccio. Ma dopo poche ore passate in ufficio, stavo così male che avevo chiamato un taxi per tornare a casa. Tossivo ancora, mi girava la testa, mi sentivo debolissima.

Ero tornata dal mio medico per dirgli che stavo male e lui mi aveva dato i soliti tre giorni. Mi aveva prescritto di nuovo degli antibiotici, perchè tossivo ancora e cominciavo ad essere un po’ preoccupata.
Dopo tre giorni, stavo ancora male ed ero tornata dal medico che mi aveva questa volta prescritto del cortisone e dato ancora due giorni di malattia.

Passato il weekend, mi ero di nuovo ripresentata dal medico per dirgli che stavo ancora male e avevo un senso di “oppressione ai polmoni” (ho trovato una mia email scritta in quei giorni), ma lui mi aveva guardato con un’aria perplessa. I polmoni erano a posto. Stavo fingendo? Ero una lavativa che non voleva andare a lavorare?

Per farla breve, avevo ottenuto altri due giorni, passati i quali ero tornata in ufficio. Ma mi sentivo così debole e spaesata che mi ero detta: “Cosa succederà se continuo a stare male? Come farò a continuare a lavorare?”.

Ecco, sono riuscita lo stesso ad andare in ufficio, e nel giro di un mese, ho cominciato a sentirmi meglio, proprio quando cominciava (ufficialmente) l’epidemia di Covid.

Bene, io non so se ho avuto il Covid. Non ho fatto il test sierologico, anche perchè conosco persone che l’hanno sicuramente avuto e sono risultate negative.
Ma il problema non è questo: il problema è che PRIMA del Covid ammalarsi di influenza era considerato un po’ da cialtroni. Chi era veramente EROICO andava a lavorare con la febbre, mentre invece chi restava a casa con un certificato di malattia rilasciato da un medico un po’ riottoso, poteva ricevere la visita di un medico dell’INPS per controllare che il lavoratore (e il suo medico di base) non stessero entrambi mentendo.

PRIMA del Covid era normale tossire e starnutire sulla metropolitana, tant’è vero che io avevo sempre il raffreddore, perchè prendevo la metropolitana e quindi mi beccavo i virus di tutti (e contagiavo tutti con i miei…).

Adesso, DOPO il Covid, è addirittura proibito recarsi nell’ambulatorio del medico di base se hai i sintomi del Covid, che assomigliano peraltro a quelli dell’influenza. Oggi, a nessuno passerebbe più per la testa di prendere un mezzo pubblico se ha un po’ di febbre e il raffreddore, anche se non è ancora cominciata l’influenza stagionale, e quindi il bello deve ancora venire.

Ma a pensarci bene, sembrano STRANI i tempi i cui andavamo tutti a lavorare anche quando tossivamo come dei DOBERMANN. Sono passati solo pochi mesi, ma adesso tossire in pubblico verrebbe punito con la fucilazione, quando invece fino allo scorso marzo era considerata una virtù dei FORTI andare a lavorare con l’influenza.

Inutile dire che le epidemie si sviluppano nei luoghi affollati, siano essi grandi città o allevamenti intensivi di animali.
Ci voleva il Covid per farci capire che quando hai un virus respiratorio, è meglio stare a casa fino a quando non ti senti meglio. E dopo devi usare la mascherina sui mezzi pubblici e nei luoghi affollati.

Metto in chiaro che non sono una negazionista, anzi, riconosco che il Covid ci farà riflettere su come non sia più possibile viaggiare ammassati sui treni dei pendolari o sulle metropolitane dei cittadini.
Bisognava darsi una calmata e ce la siamo data…



La professoressa EZIA BISUNTI

Nel mio libretto OMICIDI A SCUOLA mi sono inventata la professoressa EZIA BISUNTI che riassume in unico personaggio (che farà una brutta fine😜) tutte le insegnanti che ho DOVUTO incontrare lungo l’irto cammino di un figlio DISLESSICO nella scuola dell’obbligo e in quella superiore.

Il problema era proprio questo: appena mio figlio prendeva un paio di brutti voti in una materia, le insegnanti mi CONVOCAVANO per un incontro, in genere a orari come le 10.20, le 11.15 e consimilia, costringendomi a prendere MEZZA GIORNATA DI FERIE.

Andavo all’incontro e ascoltavo le loro rimostranze: l’alunno ha fatto male il compito di CHIMICA, l’alunno ha sbagliato gli esercizi di FISICA, l’alunno ha sbagliato il compito sui TEMPI DEI VERBI, eccetera. Come se il profitto scolastico di mio figlio dipendesse da ME e non dai suoi insegnanti…

Ma non voglio entrare in polemica, mi limiterò a elencare solo qualcuno dei motivi più BIZZARRI per i quali ho ricevuto una convocazione dalle varie EZIE BISUNTI incontrate durante la carriera scolastica di mio figlio.

1. “Il ragazzo non sa disegnare a mano libera“. Convocazione ricevuta in prima media da una BISUNTI che insegnava Storia dell’Arte. Sapevo di non essere la madre di Giotto, ma non avevo mai pensato di suicidarmi perchè mio figlio non avrebbe dipinto la Cappella degli Scrovegni.

2. “Il ragazzo va male in Matematica, ma è di buon’umore anche se prende brutti voti“. Convocazione ricevuta da una BISUNTI al liceo che si lamentava del fatto che mio figlio non tentasse il suicidio in suo onore.

3. “Il ragazzo ride durante una visita al museo“, ancora un’altra BISUNTI che li avrebbe fatti marciare in fila per due nei cortili di Palazzo Reale.

4. “Il ragazzo non ricorda le declinazioni irregolari latine“, ricevuta da una BISUNTI che non si voleva rassegnare al fatto che i dislessici non hanno memoria a breve, e quindi RAGIONANO, ma non RICORDANO.

5. “Il ragazzo si rifiuta di stare in primo banco“, dopo un tentativo di ribellione del poverino che aveva tentato di guadagnare l’ultimo banco e stare alla larga dalla BISUNTI di turno.

Ecco, io sono figlia di un’insegnante di Matematica, ma mia madre non era una BISUNTI. Mai convocato un genitore, era amatissima dai suoi alunni. Anch’io ho amato tantissimo la mia professoressa di Italiano del liceo. Andavo a trovarla, le portavo i fiori, le regalavo dei libri.

Le BISUNTI fanno male alla scuola. Ma sono sempre di più. Be’, mi fermo qui, dai, ho già detto troppo…

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Dieci consigli ai creativi

Bisogna dire TUTTA LA CRUDA verità. Prima della nascita del WEB, chi voleva essere creativo doveva trovare un MEDIA dove esprimersi (un giornale, la televisione, i cinema), e poi in molti casi doveva trovare un PRODUTTORE (chiamiamolo così), ovvero qualcuno disposto a finanziare la creazione delle sue OPERE. Piuttosto complicato, insomma.

Con il WEB, molti dei problemi di cui sopra sono stati risolti, perchè tutti possono PUBBLICARE in rete le proprie opere di creatività: libri, articoli, video, film, serie web, eccetera. Ma tutti possono anche vendere direttamente le loro opere: quadri, disegni, abiti, gioielli e così via. Sono quindi aumentati i CREATIVI che possono vendere le loro opere e presto nasceranno anche nuove forme di espressione della creatività individuale che possa esprimersi sul WEB. Pensiamo a tutti i concerti in streaming realizzati durante il lockdown. Spero che un giorno la mia amica Tina Venturi riesca anche a fare del BUON TEATRO in streaming, se c’è una che ce la può fare, è proprio lei.

Anche la CREATIVITA‘ si è espansa come concetto. Non solo è entrata di prepotenza nelle CUCINE (pensiamo agli chef, oggi riconosciuti come CREATIVI per eccellenza), ma anche in campi che prima erano considerati MINORI. Ci sono dei siti come ETSY che vendono SOLO prodotti della creatività. Oggi saper fare bene il MIELE è considerato un’opera della creatività, ma gli esempi potrebbero essere infiniti.

Diamo quindi per scontato che il numero e la varietà dei creativi è molto aumentato. Che CONSIGLI mi sento di dare a qualcuno che si sta lanciando in un’opera CREATIVA, che significa di fatto opera NUOVA, ovvero DIVERSA da tutte quelle che l’hanno preceduta?
Eccoli qui!


UNO. SCEGLITI UN MAESTRO (ANCHE DUE)
Tutti i grandi creativi hanno imparato il mestiere da qualcun altro che sapeva fare benissimo quello che volevano fare anche loro, senza il bisogno di averlo conosciuto: i maestri possono essere vissuti anche secoli prima.
Il gusto si affila proprio quando si sceglie un maestro dal quale apprendere (all’inizio per imitazione) la sua tecnica.
Bisogna studiare molto bene le opere di chi all’inizio imiteremo, perchè si impara per imitazione. Non ci sono altre possibilità.


DUE. COME MAESTRO SCEGLITI UN GENIO
Ecco, inutile imitare qualcuno che secondo noi non è granché, perchè sappiamo di non poter aspirare alla GRANDEZZA dei geni.
No! Bisogna avere rispetto e ammirazione per i geni, anche se noi siamo solo dei modestissimi epigoni.
Io per esempio ho scelto Céline come maestro, anche se scrivo delle mezze vaccate. Ma leggerlo mi ha aiutato a far volare un po’ più in alto la penna, che rimane lo stesso (abbastanza) rasoterra.

TRE. DIMENTICA TUTTO QUELLO CHE HAI IMPARATO
Il mio non è un invito alla crassa ignoranza, ma quando si è davanti all’ardua impresa di inventare qualcosa di NUOVO, bisogna avere il coraggio di non pensare a quello che hanno fatto gli ALTRI, neanche se sono i nostri maestri. Dobbiamo conoscere le opere di chi fa cose simili alle nostre, naturalmente, ma i loro lavori ci devono influenzare a un livello che deve diventare inconsapevole. Ovvero, se leggiamo i libri di un grande scrittore, la sua opera modificherà il nostro GUSTO, ma quando scriveremo il nostro libro, dovremo dimenticarci dei suoi, per seguire la NOSTRA strada.


QUATTRO. ACCETTA LA MODESTIA DEL TUO INGEGNO
Se dovessi utilizzare con me stessa lo stesso metro di giudizio che uso quando valuto uno scrittore, allora mi sarei già buttata una ventina di volte dal Duomo di Milano. Ammiro il grandissimo talento, ma so di esserne dotata in maniera limitata. Vado quindi avanti per il mio SENTIERINO senza la pretesa di cambiare le sorti della letteratura.
Si può essere dei bravi attori comici, per esempio, senza raggiungere le vette di Paolo Poli, ma c’è posto per tutti, anche per voi.


CINQUE. NON ASCOLTARE I CONSIGLI DEGLI ALTRI
Lo disse proprio Paolo Poli a un amico che non c’è più, Luigi Rigoni, che faceva l’attore e gli era andato a chiedere (in camerino) se aveva consigli da dargli. E lui aveva risposto: “Non ascoltare mai i consigli!”.
La creatività nasce dal fatto che si segue il proprio istinto, a volte anche in maniera irragionevole: andiamo verso LUOGHI sconosciuti, SENZA NESSUN’ALTRA GUIDA CHE NOI STESSI.
Lasciate perdere gli amici, il marito, la fidanzata e anche il MAESTRO: fate solo quello che volte VOI!


SEI. SUPERATE I PRIMI ORRBILI TEMPI
Le cose nuove, in genere, all’inizio non piacciono a nessuno. Se siete veramente creativi, e quindi avete innovato, ce li avrete tutti CONTRO.
Il gusto si modifica lentamente e gli adulti sono un po’ come i bambini: non amano i sapori nuovi. La bellezza di mangiare tutti i giorni la stessa minestrina è per molti impagabile. Costoro mangeranno ancora la minestrina, per tutta la vita, mentre poco a poco gli altri impareranno a gustare le vostre nuove ricette, dove i sapori sono mescolati in maniera nuova ed eclatante.


SETTE. STATE LONTANI DAL BRANCO
Fa parte della natura del branco assalire chi è diverso da loro. Se avete fatto veramente qualcosa di nuovo, allora ve li troverete tutti addosso.
CHE SCHIFEZZA HAI MAI FATTO?” vi diranno tutti in coro, proprio perchè voi siete fuori dal coro.
“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, lo diceva Dante, che ha scritto in esilio il poema più bello mai scritto da un italiano. Se Dante fosse stato anche solamente interessato alle plausi e le lodi dei suoi contemporanei, non avrebbe scritto la Divina Commedia.


OTTO. MOLTI NEMICI, MOLTO ONORE
Lo ha detto Mao, un tiranno comunista, ma con una storia PERSONALE di grande successo (ha vinto una guerra civile). Non è detto che una moltitudine di stroncature sia per forza un fatto negativo. Significa che comunque qualcuno si sta accorgendo di voi. E se le stroncature sono tante, allora sono in tanti ad accorgersi di voi. Se avete molti nemici, vuol dire che vi state muovendo MOLTISSIMO. Altrimenti nessuno si occuperebbe di voi.
Andate avanti, non fermatevi.


NOVE. FATEVI IL CULO, ANCHE PER ANNI
Nessun progetto creativo resiste al peggiore dei suoi nemici: la stanchezza, la mancanza di volontà, il pessimismo che vi taglia le gambe.
Dovete continuare a farvi il culo anche quando vi sembra che vada tutto male, nessuno vi supporta e credete di aver sbagliato tutto.
Chi si scoraggia, perde la partita. Chi gioca fino all’ultimo tempo, potrebbe anche vincere. MAI ABBASSARE LA GUARDIA, MAI. Soprattutto con voi stessi.


DIECI. LA SCONFITTA È LA NOIA, NON L’INSUCCESSO
Non a tutti è concesso il successo (nelle infinite misure in cui si presenta il successo), ma non c’è nulla di più gratificante che mettere alla prova la propria creatività e vivere una vita piena di tentativi, insuccessi, cadute, svolazzi, ricadute, eccetera, ma sempre sotto il segno della RICERCA, invece che della NOIA della ripetizione.
Conosco amici che sono stati CREATIVI nel crescere due figli gemelli con un disturbo nello spettro autistico. E oggi hanno figli empatici e affettuosi.
Insomma, l’unico insuccesso è quello di non provare MAI a fare qualcosa di diverso. Altrimenti saremmo ancora tutti nelle caverne a conciare con i denti le pelli dei cervi.
Meglio darsi una MOSSA, su.








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Fascistissimo me

Metto in chiaro che le mie sono chiacchiere da bar, senza nessuna pretesa, fatte da una che va a lezione di trucco da Diego Dalla Palma.
Questo non mi impedisce di esercitare i miei diritti di cittadina – parola poco usata nel nostro paese – per dire che in Italia siamo ancora un po’ fascisti.

Vado subito a argomentare. Ordunque, il fascismo è un’invenzione politica italiana, come la pizza e gli spaghetti alla chitarra. Una dittatura non particolarmente sanguinaria e crudele come quella della Germania nazista, ma ugualmente perniciosa. A conti fatti, l’Italia è uscita dal fascismo distrutta (in senso letterale) dalle conseguenze della guerra e da vent’anni di controllo TOTALE sulle coscienze e le vite dei sudditi italiani.

Per vent’anni, è stato impedito a chiunque di esprimere liberamente le proprie opinioni, su qualsiasi argomento, a meno che non prevedessero le lodi sperticate dei reggenti locali oltre che del reggente nazionale, Benito Mussolini, che tra i suoi vari difetti aveva i modi e la postura di un BUFFONE.

Prendete un ragazzo di dodici anni e fategli vedere il video della dichiarazione di guerra proclamata da Mussolini contro Francia e Gran Bretagna. SI METTERÀ A RIDERE! Tutte quelle mossette ridicole, la parodia della postura da uomo forte, con le spalle aperte e le dita infilate nella cintura, e quello sporgere prognatico del mento da uomo durissimo che non ha paura a nascondere la sua protervia.

RIDICOLO!

Oggi Mussolini ci sembra un cattivo oratore, di cattivo gusto, capace solo di fare la parodia di se stesso, quando invece quell’uomo così ridicolo ci ha buttato nello sconforto di una guerra ingiusta, costata agli italiani LACRIME E SANGUE, oltre che molti anni di povertà.

E adesso arrivo al dunque: qual è l’eredità sciagurata di quel periodo storico, ancora molto mal digerito, visto che in Italia è mancata la volontà di svolgere una CRITICA ACUTA sul proprio passato, come è stato fatto invece in Germania?

Beh, siamo ancora un po’ fascisti. In un’eccezione particolare, e cioè della PAURA a esprimere LIBERAMENTE le proprie opinioni, senza PAURA DI NIENTE E DI NESSUNO.

Nel nostro paese c’è una RETICENZA a esprimere le nostre idee (in generale, non solo quelle politiche) che deriva dal fatto che siamo stati DOMINATI (fino al 1861) da potenze europee che ci hanno sempre considerato SUDDITI di qualità inferiore ai loro CITTADINI (francesi, per esempio).
Gli italiani hanno nel loro DNA la consapevolezza di essere PEGGIO dei francesi, degli austriaci e degli altri europei che ci trattavano da DOMINATI e ci prendevano a LEGNATE se solo provavamo a dirci ITALIANI.

Tutte le campagne ANTIEUROPEE hanno successo in Italia proprio perchè pescano nei nostri ricordi profondi, di quando eravamo dominati.

In Italia non c’è stata la Rivoluzione Francese, ma l’unificazione è avvenuta grazie a un disperato come Garibaldi partito da solo, con qualche bergamasco coraggioso, per poi subito sottomettersi a un re piemontese.

Insomma, siamo abituati da sempre a non alzare troppo la testa: è pericoloso. A questa sciagura storica dobbiamo aggiungere che dopo sessant’anni dall’Unità d’Italia siamo finiti nelle mani di un BUFFONE come Mussolini che faceva bere l’olio di ricino a chi non si comportava come un SUDDITO IMBELLE E LECCACULO.

Gli italiani che nel ventennio fascista pensavano che Mussolini era un buffone dovevano essere TANTISSIMI, ma avevano paura anche solo di pensarlo.

Ecco, io credo che siamo ancora un po’ fascisti perchè abbiamo introiettato la PAURA DELL’OLIO DI RICINO, una paura che arrivava da lontano, ma che è stata ribadita dagli anni terribili in cui anche i bambini avevano capito che non dovevano dire quello che pensavano, ma che invece era pericoloso mettersi a ridere se quel pagliaccio sporgeva il mento in fuori mentre parlava.

Siamo gli eredi di una pericolosa dittatura da operetta, in cui il capocomico distribuiva PURGHE a chi non rideva delle sue battute.

Ecco, non tutto il male vien per nuocere, direbbe una di sessant’anni come me, perchè io sono SICURA che gli italiani abbiano imparato MOLTO dalla loro storia. Certo, non siamo un popolo di coraggiosi opinionisti e stiamo bene attenti a non dire MAI chiaramente quello che pensiamo, ma sentiamo subito nell’aria il PROFUMO del buffone, ovvero dell’uomo MEDIOCRE che cerca di proporsi come CONDUTTORE ASSOLUTO, come se noi italiani volessimo per davvero l’UOMO FORTE.

NESSUNO in Italia vuole l’UOMO FORTE, anche se nessuno lo dirà così chiaramente. Gli uomini politici italiani che hanno tentato quella strada (faccio un paio di nomi: Renzi e Salvini) non possono sopravvivere. Salvini sta perdendo consensi, non li riuscirà a recuperare.

“Il re è nudo” non lo griderà mai nessuno così chiaramente, ma ormai a pensarlo siamo in tanti. Ci ricordiamo benissimo di quell’ometto a Porta Venezia e dei guai che ha combinato.









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Perché noi milanesi siamo così str*onzi?

Non è una domanda retorica, perchè in genere per le domande retoriche è sempre pronta una risposta retorica. Ma non ho una risposta pronta.

Il punto è che i milanesi non sono simpatici, mi ci metto anch’io tra i non simpatici, perchè un milanese gentile o caloroso verrebbe immediatamente rifiutato come un corpo estraneo dalla massa dei milanesi antipatici. E quindi a Milano DEVI essere un po’ antipatico per sopravvivere.

Faccio un esempio pratico: vado da sempre a nuotare alla piscina Solari e mi sono abituata a non salutare chi nuota nella mia corsia. Siamo in costume a qualche centimetro di distanza, e poi magari facciamo la doccia insieme, ma è VIETATO guardarsi in faccia, sorridersi o scambiare due parole. Non è COOL. Un milanese cool si fa gli affari suoi e non cerca di attaccare bottone con nessuno.

Le cose che non sono cool a Milano sono tantissime. Chiedere un limone in prestito ai vicini, per esempio, ma anche semplicemente salutare dei vicini di casa che non conosci. Meglio abbassare la testa quando li vedi per le scale.
Vietato anche parlare con la gente che incontri per caso sui mezzi pubblici (a me piacerebbe tantissimo), mentre invece a Roma chiacchieravo sempre alle fermate degli autobus con le signore che incontravo.

A Milano è difficile conoscere persone nuove, perchè le cerchie di amici si formano pronto presto (alle scuole superiori o all’università per chi la frequenta) e poi proseguono imperterrite tutta la vita. Ci si frequenta fino alla fine del mondo, fino a quando non finisci in una bara, e gli amici che hai visto per cinquant’anni il sabato sera vengono tutti insieme al tuo funerale.

A Milano non è cool invitare persone (maschi e femmine) che non conosci bene a prendere un aperitivo o uscire a cena, perchè tutti si direbbero: “Ma com’è invadente questa qui! Cosa mai vorrà da me?“. Anche se non tu non vuoi assolutamente niente, ma solo fare quattro chiacchiere con qualcuno di nuovo.

A Milano devi tenere pronto il pedigree comprensivo della scuola o dell’università che hai frequentato, nonché delle persone che hai conosciuto sul lavoro, così che sia subito possibile partire alla caccia delle conoscenze comuni. Non è difficile arrivare nel giro di pochi minuti a stabilire quali sono gli amici a solo un paio di gradi di separazione che possano cementare una nuova conoscenza. Se si scopre che io e te siamo tutti e due amici di Tizio e Caio, allora possiamo anche essere amici tra noi.

A Milano sei uno sfigato se non vai via durante i weekend e nei ponti comandati dei milanesi. I veri milanesi non stanno MAI a Milano durante i weekend, soprattutto in estate, a partire da giugno. I milanesi non stanno a Milano neanche un giorno d’agosto: ORRORE! I milanesi hanno sempre un papà e una mamma che si sono comprati la casa al mare o in montagna nei favolosi anni del boom economico e adesso ci vanno loro, alla faccia di chi la casa non ce l’ha.

Beh, potrei continuare, perchè Milano è una città ricca e seleziona i milanesi in base al censo, l’istruzione, eccetera, in un sistema di CASTE rigidissimo, degno dell’India, dove non ci si pone neanche il dubbio se un bramino possa frequentare (o sposare) qualcuno di una casta inferiore.
A Milano non si salta da una casta all’altra. Impossibile, verresti subito individuato e fatto neanche entrare dalla porta.

Ecco perchè non siamo simpatici. Siamo un po’ str*onzi.



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I soliti dieci consigli per superare il blocco dello scrittore

Visto che TUTTI danno i loro consigli su come superare il blocco dello scrittore, tanto vale che mi ci metta anch’io.
Sono stata incagliata per un bel numero di anni, poi ho messo a punto la TECNICA (per libri di narrativa) che vado a illustrare.
Ordunque, la prima domanda che si deve porre lo scrittore potenziale che non riesce a scrivere è la seguente: ho veramente qualcosa da dire?
Parto subito con il decalogo per vincere il BLOCCO che colpisce (più volte nella vita) tutti quelli che scrivono e si incagliano sulla pagina bianca (o non vanno oltre la pagina trenta).


UNO. CI VUOLE UN’IDEA FORTE.
Prima di cominciare a scrivere qualsiasi cosa, bisogna essere sicuri che il vostro libro parta da una buonissima idea, riassumibile in venti parole. Esempio: “Edipo si innamora senza saperlo di sua madre Giocasta, con la quale ha due figli. Quando Giocasta lo scopre, si uccide”.
Se manca il lampo narrativo sul quale costruire una storia, allora vi mancherà la bussola da usare per orientarvi durante la costruzione della trama. Vi perderete in mille piccoli rivoli che non portano al mare.


DUE. SCRIVETE LA TRAMA DI TUTTI I CAPITOLI.
Prima di scrivere anche solo una riga del vostro libro, dovete preparare la sinossi di ogni singolo capitolo di cui si comporrà. Per ogni capitolo, dovreste scrivere dalle 7.000 alle 10.000 battute che riassumano tutti gli eventi di quel singolo capitolo. Non dovete scrivere BENE mentre fate il riassunto, va benissimo una scrittura veloce che vi aiuti poi a capire se la trama sta per davvero in piedi.
Verificate che la trama stia in piedi, e non abbiate paura di riscriverla e aggiustarla.


TRE. COSTRUITE DELLE GRIGLIE DOVE INSERIRE I PERSONAGGI.
Mentre scrivete la trama, vi accorgerete che i vostri personaggi prendono forma. Preparate allora delle griglie dove inserirli.
Sono AMICI, VICINI DI CASA, FRATELLI, COLLEGHI, PARENTI, eccetera del protagonista?
Mettete ogni singolo personaggio nella griglia di riferimento e controllate che ognuno abbia un nome e un cognome diverso dagli altri. Per esempio, se avete appena inventato un Marco, non mettetegli subito di fianco un Mauro. Il lettore farà casino e non capirà di chi state parlando.


QUATTRO. VISUALIZZATE BENE LA FACCIA DI OGNI PERSONAGGIO.
Quando “userete” i vostri personaggi, dovete “vederli”. Dovete sapere che faccia faranno e quindi come reagiranno nelle diverse situazioni. Anche qui io uso una tecnica: ogni singolo personaggio è quasi sempre ispirato a persone reali, che poi faccio muovere come voglio.
Il trucco di usare la faccia e la personalità di chi conoscete vi aiuta molto, perchè vi aiuta a prevedere come reagiranno davanti alle situazioni in cui li porrete.
Se invece un personaggio è completamente inventato, inventatevi anche la sua faccia. E ricordatevela quando scrivete.
Potete arricchire la griglia dei personaggi con le descrizioni che li riguardano. Potete anche scrivere la storia dei personaggi prima che entrassero nella vostra storia: insomma sappiate tutto di loro, per farli muovere con comodità bel vostro libro.


CINQUE. DIVIDETE IN SOTTOCAPITOLI OGNI SINGOLO CAPITOLO DELLA TRAMA.
Dopo avere scritto la sinossi di tutti i capitoli e aver preparato la griglia dei personaggi, aspettate ancora a mettervi a scrivere.
Prendete la sinossi del primo capitolo e “esplodetela” in sottocapitoli. Ovvero scrivete il riassunto di quello che succederà in tutto quel capitolo, dividendolo in blocchi temporali. Prima di tutto, dovete scegliere il giorno e l’anno in cui inizia il vostro romanzo. E poi a partire da quel giorno, riscrivete la trama più dettagliata del vostro capitolo, indicando sempre in quale giorno succede una certa cosa. Se per caso un capitolo è ambientato in una sola giornate, allora usate le ORE della giornata per dividerlo in sottocapitolo.
In realtà non faccio questa operazione per tutti i capitoli prima di mettermi a scrivere, ma la faccio prima di scrivere OGNI SINGOLO CAPITOLO.


SEI. DECIDETE QUANTE BATTUTE VOLETE SCRIVERE.
Bene, a questo punto decidete quante battute volete scrivere. 400.000 per otto capitoli? perfetto, allora ogni capitolo dovrà essere lungo 50.000 battute. E se avete diviso il primo capitolo in otto sottocapitoli, per ogni sottocapitolo dovrete scrivere 6.500 battute.


SETTE. A QUESTO PUNTO POTETE COMINCIARE A SCRIVERE.
Bene, a questo punto non avrete più la pagina bianca di fronte a voi (che vi BLOCCA), ma avrete il primo sottocapitolo del primo capitolo, e saprete come si chiamano i vostri personaggi e che faccia hanno. Dovrete semplicemente scrivere 6.500 battute per raccontare quel pezzettino della storia che avete così efficacemente riassunto in un file che terrete aperto sotto quello sul quale dovrete cominciare a scrivere.
Sfido chiunque a non scrivere 6.500 battute su un argomento già molto ben definito in precedenza.


OTTO. NON ASPETTATE L’ISPIRAZIONE, PERCHÉ NON ESISTE.
Nessuno è in grado di scrivere un intero libro sotto il benefico influsso dell’ispirazione, ovvero di uno stato estatico che lo guidi in modo automatico e divino lungo l’irto cammino della narrazione.
No, si scrive solo perchè LO SI VUOLE, nonostante il fatto che sia faticoso, noioso e niente affatto divertente.
Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli” scriveva l’Alfieri che si faceva legare alla sedia dal servo Elia per scrivere i suoi drammi (forse anche per non correre dalla sua amata, sposata pure con un altro).
Chi aspetta l’ispirazione, non andrà da nessuna parte, credetemi.


NOVE. E QUI ARRIVA ANCHE L’INCONSCIO.
Bene, una volta che vi siete legati alla sedia e sapete esattamente che cosa dovete scrivere, allora dovete fare in modo che si metta in moto anche l’inconscio. Per usare il linguaggio psicanalitico, io credo che la scrittura sia un AGITO, ovvero un moto prodotto dal nostro inconscio che si trasforma in ATTO prima ancora che sia stato PENSATO.
Per dirla facile, la scrittura è UN’AZIONE che non deve essere pensata troppo PRIMA di essere agita (SCRITTA).
Mentre scrivo, sono SOTTO L’INFLUSSO di forze psichiche che non controllo ma che mi guidano inconsciamente verso la CREAZIONE di insiemi di parole che sono completamente nuovi, inediti anche a me, proprio perchè attingono a una parte sconosciuta della mia vita intrapsichica che si esprime secondo modalità nuove, e cioè appunto CREATIVE.


DIECI. RASSEGNATEVI A NON PIACERVI.
Nessuno scrittore degno di questo nome, rileggendo le proprie opere (o operine, come nel mio caso) dirà: “Ehi, ma chi ha scritto questo capolavoro?”.
Virgilio chiede nel suo testamento di bruciare l’Eneide, nel caso muoia prima di finirlo. E se oggi possiamo leggere l’Eneide, è solo perchè il suo mestamento non fu rispettato.
Ecco, io DETESTO VIVAMENTE quello che scrivo. Secondo me a ragione, perchè so che la mia penna veleggia su collinette dalle quali non riuscirà mai a balzare il volo verso le sublimi catene alpine della letteratura.
Ma RASSEGNARSI A ESSERE CHI SIAMO è un passo fondamentale per avventurarsi sulla pagina scritta.
Altrimenti non riusciremmo neanche a scrivere la PRIMA RIGA.





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