Ricette al volo per mariti di mogli che lavorano

La stessa amica del toast.

Mi racconta: “Ho fatto il toast alla bambina, e poi mio marito è tornato dal tennis e ha detto che aveva fame”.

Lei allora gli risponde: “Fatti il toast!”.

Poi commette un grave errore strategico. Esce dalla cucina.

Lui mette nel tostapane il toast con la sottiletta, ma senza il prosciutto.

La sottiletta cola nel tostapane, sfrigolando sulle serpentine.

Lei allora torna in cucina: “Cos’hai fatto?”.

Lui: “Il toast!”.

Lei controlla, scoprendo che manca il prosciutto e il formaggio ha invaso il tostapane.

Si indigna: “Ma perché non hai messo il prosciutto'”.

Lui, angelico: “Tesoro, non lo metti MAI neanche tu…”.

Lei, mentre sta pulendo il tostapane: “Non è vero, io lo metto il prosciutto!”.

Lui, innocente: “No tesoro, non lo mettete né tu, né MIA MADRE!”.

Lei commenta: “Mi sarei suicidata…”.

Io concludo: “Non lo fare, la bambina morirebbe di fame!”.

Morale Zen: meglio un toast (col prosciutto) che la morte d’inedia.

Ricette al volo per mamme che lavorano

Riporto fedelmente una conversazione con una collega.

Io: “Cos’hai fatto da mangiare ieri sera a tua figlia (di anni due)?”.

Lei, tutta seria: “Le lasagne!”.

Io: “Ma le avevi fatte tu le lasagne?” (un po’ insospettita: le lasagne non sono un piatto veloce, per una mamma che torna alle sette dal lavoro).

Lei, con un sorriso: “No, le aveva fatte la Coop…”.

Io: “Ok, adesso capisco… e cos’altro cucini alla bambina?”.

Lei: “Due sere fa le ho fatto un tost. Le ho detto che era un piatto speciale!”.

Io: “E c’è cascata la piccina?'”.

Lei: “No, ha detto che era un panino, però l’ha mangiato lo stesso”.

Io: “Mica stupida, allora. E poi cos’altro le cucini?”.

Lei: “Senti, questa è una ricetta deliziosa: taglio una mela a fette, la metto in un piatto con sopra la ricotta e un po’ di miele, a strati. Ottima!”.

Io: “Buono come dolce, semplice!”.

Lei: “Ma non è un dolce, è il secondo: c’è il formaggio!”.

Io: “Secondo me è un dolce!”.

Lei, convinta: “Ti giuro che è un secondo!”.

Morale: questa cuoca sopraffina, cultrice della lasagna della Coop, aveva un blog di cucina.

Prima di diventare MADRE.

Adesso le do io una ricetta.

Metti a cuocere la pasta. Prendi il pesto dell’Esselunga, lo schiaffi nel microonde con un po’ di salsa di pomodoro, e poi lo butti sulla pasta cotta, amalgamandolo con una bella grattata di parmigiano.

Piace molto a mio figlio. Gliela faccio tutte le sere da circa due anni.

Ed è ancora vivo. Solo il colorito sta diventando strano. Tommaso adesso è verdognolo. Anzi verde pesto.

Due omicidi al prezzo di uno

Ci sono molte cose apprezzabili dell’editoria digitale.

Per esempio, puoi cambiare il prezzo con due clic.

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Per una settimana, forse DUE, se l’offerta funziona, sarà possibile comprare due Omicidi (in pausa pranzo) al prezzo di uno.

Scendo a 0,99 euro. Ci guadagna solo Amazon.

E il fortunato lettore che lo compra.

Faccio ridere i polli?

Sì, anche le galline, secondo me.

Ecco il link all’ebook in offerta: “OMICIDI IN PAUSA PRANZO

Con un euro non vi danno neanche una pallina di gelato al limone.

Mamma, mi fai internet illimitato?

Qualsiasi cosa chieda a mio figlio, di questi tempi, ottengo in risposta una domanda: “Mamma, mi fai internet illimitato?”.

Gli chiedo: “Com’è andata oggi a scuola?”.

E lui mi risponde: “Mi fai internet illimitato?”.

Tommaso ha già uno smartphone, come tutti suoi compagni di classe,  con 1 Giga di internet.

Ma vive nel terrore di finirlo. Lo centellina: a casa si connette subito al wifi, e risparmia i secondi di navigazione.

Gli ho chiesto: “Ma che ci fai con l’abbonamento illimitato?”.

Risposta serissima: “Uso il cellulare come router quando sono in classe e dobbiamo fare le ricerche su internet”, perché Tommaso ha un computer che porta in classe.

Domanda: “Cosa fanno i tuoi compagni che non hanno il computer?”.

Risposta: “Fanno le ricerche sul cellulare!”.

E poi di nuovo: “Mi fai internet illimitato?”.

No, non cederò. Non credo neanche che ci siano insegnanti che chiedono ai ragazzi di fare “le ricerche su internet” in classe –  sul cellulare – anche se quella delle ricerche su internet sta diventando una moda pericolosa.

I ragazzi ormai sono convinti che in rete esista una specie di cervello collettivo, al quale basta connettersi con una connessione appunto illimitata.

Il cervello di internet è lì, a portata di clic, e ne diventi partecipe nel momento in cui scarichi due dati sulla Lombardia da Wikipedia.

I nostri figli sono convinti che i loro cervellini giovani e in erba pulsino all’unisono col grande cervello della rete: basta potersi liberamente abbeverare alle grandi conoscenze deposte sulla rete di server che oggi connette qualche miliardo di esseri umani.

Non so più chi diceva che questa generazione sta usufruendo dei risultati raggiunti da quella precedente. Molto del codice sul quale gira la rete è stato scritto da signori che hanno una certa età.
Tim BernersLee ha sessant’anni, è lui che ha inventato il World Wide Web.

Mio figlio, invece, non imparerà a scrivere una riga di codice se pensa che internet significhi connettersi a Wikipedia, mentre in contemporanea gioca a Ninja Fruit sull’iPad.

Questi ragazzi sono utilizzatori PASSIVI del web, e non lo sanno.

Hanno pochi desideri, sono un po’ mollacchioni.

C’è una sola che vogliono: “internet illimitato”.

Il Liga s’è smesciato, ma è sempre incollanato

Ligabue, nuovo look e nuovi appuntamenti

Il Liga ce l’ha fatta!

Qualcuno gli deve aver detto: “Perché non cambi parrucchiere?”.

E quello nuovo ha fatto il miracolo: gli ha tagliato le meche, l’ha convinto!

Poi però non ha resistito: collare al collo e giacca coi brillucchi.

Un po’ di pelo in vista che non guasta mai.

Chiù pelu per tutti.

Getting pink

Nuovo libretto rosa in arrivo, non un granché, come sempre,  ma scendo ancora di prezzo: 0,99 euro!

Meno di così, si muore.

Vorrei solo stancamente ribadire che il web è difficile.

Non solo devi saper smanettare un minimo per pubblicare un ebook e farti un mezzo sito, ma devi anche diventare “social”, e cioè devi essere commentato e recensito dai lettori, che non sono buoni e ammansiti come i marchettari che lavorano per l’editoria cartacea.

Avete mai visto il critico di una qualche testata nazionale scrivere: “Ma che razza di porcata è mai questa?!”.

No, se ti pubblica un editore tradizionale, il suo ufficio stampa riuscirà a farsi fare qualche pezzettino sui giornali in cui si parla bene – o benino – di te.

Poi, i libri di carta “stampata” verranno esposti nelle librerie – in posizioni più o meno buone, a seconda del tuo “peso” editoriale – e se non ne vendi mezza, non lo saprà mai nessuno. Oggi le copie invendute le mandano al macero direttamente, mentre una volta finivano nei Remainders.
Non c’è più neanche più il rischio di trovare il tuo libro su qualche scaffale secondario di un Remainders: hanno chiuso anche quelli. E da molto tempo. Adesso ci sono quelli digitali: ma suona più figo essere un Remainders online, che non “fisico”.

Insomma, si può essere un fallitissimo scrittore cartaceo, senza che lo sappia nessuno. O quasi.

Se invece scrivi una mezza schifezza, e la pubblichi su web – e basta – il lettore/critico social te ne dirà di tutti i colori.

E i suoi commenti su Amazon rimarranno scolpiti per sempre sui server americani di Jeff Bezos.

Insomma,  dura vita quella dell’autopubblicato.

Abbiate pietà di me.

Mamma, mi compri una maglietta della Nike (per la foto di classe)?

Sabato scorso mio figlio mi ha chiesto con un candore commovente: “Mamma, mi compri una maglietta della Nike per la foto di classe?'”.

Il mio sguardo di risposta doveva essere così sconvolto che ha subito aggiunto: “Anche della Adidas, se quella della Nike costa troppo!”.

Gli sono praticamente svenuta tra le braccia.

Ho pensato: “Quanta fatica sprecata per fargli capire che le marche sono il diavolo, e i Prodotti Blu della Decathlon l’acqua santa!”.

Sì, perché ho sempre cercato di spiegare a Tommaso che quando si pagano 100 euro per un paio di scarpe della Nike, ne diamo dieci alle fabbriche  che le hanno prodotte in Cina, un altro po’ alla casa madre americana, e almeno 50 a chi segue il marketing della Nike, testimonial inclusi.

Abbiamo dedicato intere serate ai minuti di odio per la parola “marketing”, che significa farsi prendere per gonzi dai signori della pubblicità.

Molto meglio i prodotti blu della Decathlon, era quindi la mia tesi: costano meno e sono uguali a quelli di marca, ma senza il nome della marca scritta sopra.

Risultato: Tommaso non esce di casa se non indossa un paio di scarpe della Nike che gli ho comprato a 35 euro, un anno fa, in saldo, e che ormai sono sfiancate e puzzolenti, ma sempre meglio di quelle smarchiate da 15 euro (nuove) che giacciono nella scatola sotto l’armadio di camera sua.

Ma la maglietta della Nike no, quella no, ho urlato: “Vuoi spendere tutti quei soldi per una MAGLIETTA?”.

Mio fratello che passava di lì, ha rincarato la dose: “Perché non ti fai pagare anche tu per fargli pubblicità?”.

E poi ha aggiunto: “Fatti una maglietta con sopra scritto: SPAZIO IN VENDITA. Così almeno sarebbe più divertente!”.

Messo di fronte a un muro ideologico e invalicabile, Tommaso ha accettato la maglietta da 4,90 che sono comunque corsa a comprargli da HM, perché  volevo aiutarlo a sentirsi un po’ figo nella foto di classe.

Morale della favola: non se Tommaso da grande riuscirà mai a guadagnare abbastanza per fare in testimonial involontario delle grandi marche americane globalizzate, ma di sicuro gli piacerebbe farlo.

Il mio inutile berciare non serve a nulla. Tommaso è esattamente uguale ai suoi coetanei. Che sono tutti proni e pronti ad accettare qualsivoglia diktat pubblicitario.  Compreso cose del tipo: “Mettiti una stringa rossa e una blu”.

Il preadolescente gregario che dorme nella stanza di fianco alla mia vuole solo essere UGUALE a tutti gli altri.

Ma forse ero così anch’io.

Il rumore del cretino

Gli aggettivi parlano. Raccontano. Descrivono il sostantivo al quale li accompagniamo.

Faccio un esempio.

Mai sentito qualcuno usare espressioni come:  “Un silenzioso cretino”, oppure: “Un cretino taciturno”?

No, secondo me no.

Mentre invece sentite come suonano familiari espressioni come: “Un cretino rumoroso”?, oppure: “Un cretino logorroico”?

Perché il problema VERO è che il cretino fa rumore.

Non sta mai zitto. E’ quello che ti interrompe mentre parli, non ti fa finire un discorso, e vuole sempre dire cosa pensa LUI di quello che stai cercando di dirgli tu, senza neanche tentare di capire di cosa stai disquisendo.

Il cretino parla sempre a voce alta, più alta di quella di chiunque altro e, se appena capisce che tu stai provando a conversare con lui, ovvero gli chiedi di mettersi in una posizione di ascolto reciproco, è disposto a cambiare argomento pur di non scendere al tuo livello, ovvero pur di non ascoltarti.

E siccome i cretini sono la maggioranza, il risultato è che viviamo assordati dal loro rumore.
Sommersi dal peso delle loro voci discordi e stonate, perché i cretini non vanno mai d’accordo tra di loro.

Il cretino è solipsistico e egocentrico, non da mai ragione a nessuno,  ha una funzione di impedimento e barriera, ed è incapace di stringere alleanze.

E io tutte le sere ho mal di testa. Mi sembra di avere passato la giornata a prendere colpi: mille spilli che mi hanno trafitto il cervello stanco e esaurito da riunioni e scambi di email confusi e chiassosi.

Ognuno dice quello che pensa: è giusto esprimere se stessi. Ed è volgare e comune pensare la stessa cosa pensata da qualcun altro. Le opinioni valgono qualcosa se sono UNICHE. E cioè diverse da quelle degli altri.

Il cretino infatti ha una caratteristica: non è mai uguale a un altro cretino. Fatto che lo metterebbe in una posizione di svantaggio competitivo, perché sarebbe capace di dire: “Sono d’accordo con te”. Riducendo il chiasso di fondo e l’immenso potere dei cretini.

Mi hanno ridotto al silenzio. Non parlo più. Scrivo la sera da sola. Ascolto il silenzio dei tasti del computer.

Dosi omeopatiche di idiozia quotidiana

Oggi sono stata alla recita di fine anno della scuola di mio figlio.

Lui non fa parte del gruppo teatrale, ed è rimasto fuori dalla palestra a tirar calci alla palla, mentre io assistevo a un musical liberamente ispirato al Grande e Potente Oz di Sam Raimi (forse nessuno dei bambini conosceva il libro di Frank Baum, ma non importa).

Una ventina di ragazzine tra gli undici e i dodici anni, tutte truccate e pitturate, saltellavano sul palco mentre cantavano il Gangnam style e altra roba del genere.

Tutte molto belle, tutte già molto precoci nelle mosse femminili e negli ancheggiamenti sexy, tutte molto figlie di Canale 5, ma anche di X Factor, e cioè della Rai.

Non voglio fare la parte della Nonna Abelarda che tuona contro il rossetto, ma le dose omeopatiche di idiozia televisiva ammannita ogni giorno ai nostri figli hanno effetti perduranti e sconvolgenti.

La sessuazione precoce delle adolescenti, che devono già essere sexy a dodici anni  e devono portarsi come dote il ballo e il bel canto karoeistico, sta mandando in vacca più di una generazione.

I social network stanno facendo il resto, perché oggi le ragazzine sono scatenate su Facebook e passano interi pomeriggi con le amiche a truccarsi e imbellettarsi per la foto del profilo, dove dimostrano in media quattro o cinque anni in più di quelli che hanno.

Le compagne di classe di mio figlio si riprendono tra di loro in video casalinghi e maldestri, che poi picchiano in rete con un paio di clic.

Si piacciono molto, o forse non si piacciono per niente, come capita agli adolescenti, e riempiono il vuoto con il rossetto e le foto con i rayban.

Che ne sarà di loro, povere care? Troveranno un lavoro? Impareranno a scrivere l’email con cui accompagnare il CV da mandare al McDonald’s, dal quale sono scomparsi gli stranieri, e in cui ormai  lavorano solo italianissimi ragazzi?

Sì, adesso faccio per davvero la Nonna Abelarda: i nostri figli capiranno che studiare (invece di ballare il Gangnam Style) potrà strapparli dalla cassa di una paninoteca?

Non lo so.

Mio figlio vuole fare lavori in cui si “guadagna molto”, per comparsi l’iPhone 6, quando uscirà.

E per guadagnare molto, bisogna inventare un nuovo ballo e fare sei milioni di clic su Youtube.

Gli stiamo somministrando granuli omeopatici di idiozia quotidiana, che li avvelenano lentamente.

Ho paura.

Io, madre di figlio prepensionato undicenne

Scrivo le mie porcatine di sera, invece di guardare la Tv.

Prima faccio lavatrici, cucino, pulisco la cucina e cerco di stimolare mio figlio ad avere una conversazione con me, o quanto meno a prodursi in un veloce scambio di opinioni sui fatti del giorno (la scuola, nel suo caso).

Bene, ricevo in genere risposte ingrugnite da preadolescente, che non mi turbano,  se non fosse per l’abbinamento delle risposte in questione alla vita da pensionato che conduce il ragazzo.

Tommaso torna a casa da scuola alle sei, perché fa il tempo pieno, si mette DA SOLO il pigiama, e poi si sdraia sul letto, davanti al computer.
Guarda sul Pc le Tv digitali, dopo che ho distrutto la nostra televisione in un accesso di rabbia, a colpi di spazzola (per i capelli).

Tommaso non vuole fare nulla: aiutarmi a cucinare, parlare con me, spazzolare i gatti.
Niente, guarda in silenzio dei manga giapponesi, colmo di odio per la madre.

La cosa mi irrita, e comincia a irritare anche i vicini perché urlo come un animale per cercare di stanarlo dal suo letto peloso, che condivide con uno dei gatti, sempre sdraiato vicino a lui.

Non so cosa sia successo: era un bambino simpatico.

Viziato troppo? Pappa sempre pronta? Mai nessuna richiesta di prestazione? Neanche quelle minime che si fanno ai bambini?

Il problema è questo: la mamma che lavora si sente una merda, torna a casa la sera alle sette e fa TUTTO quello che può per accontentare il frugolotto. Che a undici anni diventa uno smidollato, privo di reazioni vitali.

Nessuno ha mai chiesto niente a Tommaso, neanche di mettere nel cesto della biancheria i suoi calzini puzzolenti.

Le tate che si sono occupate di lui – in realtà erano tati – hanno sempre fatto in modo che lui non si preoccupasse di nulla: servito e riverito.

Mai sgridato una volta, perché comunque non faceva NULLA di male. Nel senso letterale.  Non facendo NULLA, non poteva sbagliare.

E adesso c’è uno smidollato a letto, nella stanza di fianco, in pigiama, che guarda dei manga giapponesi.

Mentre io mi dispero in silenzio (davanti al Pc).

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