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Invito a cena di un naturista (e altre storie)

Ecco, ho già raccontato che sono naturista, ovvero frequento da anni un campeggio croato federato con il temibile FKK tedesco – Freikörperkulturche, cultura del corpo libero – che detta le regole secondo cui bisogna vivere secondo natura.

Inutile dire che la prima regola è quella della nudità, praticata da tutti ad libitum, anche nelle situazioni che non ti aspetteresti. Per esempio un invito a cena da parte di un altro naturista che ho ricevuto l’ultima estate in cui sono andata nel solito campeggio croato. Una cena a due, cucinata all’aperto come fanno tutti su dei fornelletti elettrici appoggiati sopra un tavolino, perchè cucinare tra gli alberi è bellissimo.
Una cena quasi romantica, insomma, anche se nei campeggi non vi è nulla di privato, visto che la vita sociale si svolge all’aperto.

Fatta questa doverosa premessa, mi sono ugualmente vestita di tutto punto, come si farebbe in città, perchè mi sembrava brutto presentarmi NUDA per una cena. Ma presentarsi vestita in un campeggio naturista è stato invece un ERRORE DI GALATEO, perchè il mio ospite era ancora perfettamente nudo ma soprattutto assolutamente a suo agio in “costume adamitico“, come si diceva una volta, quando anche solo pronunciare la parola NUDO era considerato un po’ scandaloso.

E così, lo ammetto, mi sono sentita un po’ imbarazzata per la mia maglietta nera e gli orribili pantaloni a pinocchietto che mi piace mettermi d’estate. Ma spogliarsi lì, davanti a lui, sarebbe stato anche PEGGIO, con il risultato che abbiamo passato due ore a chiacchierare, io vestita come Pinocchio e lui invece elegantemente NUDO, mentre cercava di convincermi a sbevacchiare un rosé che si era portato dal Veneto.

D’altronde, stare vestiti nei campeggi naturisti (a meno che non arrivi una piccola glaciazione) pare sempre un po’ di CATTIVO GUSTO, anzi addirittura sospetto o persino sanzionato se stai facendo il bagno al mare. Esiste infatti il fenomeno dei voyer – detti altrimenti guardoni – che a volte battono i campi nudisti per andare a caccia di sordide emozioni. Il guardone (secondo la vulgata nudista) non si spoglia mai, perchè si vergogna della sua nudità, anche se sembra eccitarsi a quella degli altri.

Il vero naturista (maschio) non prova invece NULLA neanche di fronte alle slovene di trent’anni, meravigliose valchirie bionde senza un’oncia di cellulite che popolano ormai i campeggi croati. Alte, sode, con i capelli lunghi biondi, gli occhi azzurrissimi come la fata Turchina, non fanno né caldo né freddo al naturista temprato.

Ma la paura dei guardoni rimane, e una piccola schiera di guardie del campeggio battono le spiagge alla ricerca di adulti in costume da sbattere fuori. Motivo per cui fino si può assistere di sovente a questa scena: i guardiani della reception (completamente vestiti) girano per il campeggio su dei motorini così da controllare che nessuno faccia il bagno con il costume.
E se qualcuno osa avventurarsi nelle acqua croate con il costume (uomo o donna che sia), i guardiani del campeggio lanciano prima un avvertimento con il fischietto, al quale seguono una serie di gesti furiosi che significano: “Togliti il costume”.

Ho assistito anch’io a più volte a questa scena e devo dire che il suono del fischietto fa venire una certa paura, anche perchè i guardiani del campeggio fino a pochi anni fa erano tutti ex-militari (croati…) e non piaceva a nessuno l’idea di far incazzare quei giganti slavi dall’aria severa che ti dicevano che ti dovevi SPOGLIARE!  

Ricordo ancora un italiano di mezza età entrato in acqua in costume che era stato beccato dalla guardia. Il suono del fischietto la aveva trasformato in una statua di sale, tramortito da un attacco di terror panico. Si era subito abbassato il costume (per la paura istintiva del marcantonio in motorino) ed era rimasto così, bloccato in acqua, col costume mezzo tirato giù e le chiappe al vento, mentre tutti ci chiedevamo se la guardia croata l’avrebbe fucilato sul posto per la terribile infrazione al regolamento.

Ecco, potrei continuare con queste allegre storielle di un mondo à rebours, dove stare vestiti è di cattivo gusto. Ma le tengo da parte per OMICIDI IN CAMPEGGIO (naturista…), la prossima delle opere somme che scriverò.

Ce l’ho già tutta in testa…

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Benedetto sia lo smart working

Devo fare una premessa, prima di parlare dello smart woking. Ho sempre pensato che gli elettrodomestici – lavatrice e lavapiatti in primis – abbiamo avuto la funzione di LIBERARE manodopera femminile che, finalmente un po’ più LIBERA dalle faccende domestiche, poteva essere impiegata nelle fabbriche e negli uffici.

Prima degli elettrodomestici, le donne dovevano prestare il loro servizio in casa per crescere i figli, cucinare, pulire, eccetera. Ma dopo l’arrivo degli elettrodomestici, le donne hanno cominciato ad avere il DOPPIO LAVORO: in casa e in fabbrica o in ufficio.

Certo, lavare i panni non era più un affare di ore, quando bisognava strizzarli a mano dopo averli lasciati in ammollo con la lisciva, ma fare una lavatrice richiede ugualmente un certo ammontare di tempo, così come pulire la casa, eccetera.

Ecco, a tutte queste incombenze domestiche (che rimangono ancora in gran parte sulle donne), si sono aggiunte le OTTO ORE in ufficio o in fabbrica, e la vita delle donne si è ulteriormente complicata.

Io non sono affatto sicura che il lavoro femminile equivalga a una LIBERAZIONE: credo invece che sia lavoro remunerato male (le donne guadagnano meno degli uomini) e quindi sia possibile rubricarlo come una forma sottile di sfruttamento, rivendicato invece come emancipatorio.

Ma non solo, credo che lasciare i figli a casa più o meno da soli per così tante ore al giorno – spesso alle otto ore bisogna aggiungere i tempi del commuting – sia pura PAZZIA. Le donne che lavorano devono affidare i loro figli a qualcun altro, quando sono piccoli, e poi appena i figli possono stare da soli (magari anche solo dopo le scuole elementari), i ragazzini rimangono a casa da soli, senza cure e senza attenzioni.

Non è SANO lasciare da soli o in mano altrui i propri figli, non per così tante ore al giorno. I bambini non dovrebbero essere abbandonati così presto.
Lo ripeto: non è un segno di emancipazione lavorare otto al giorno e tornare a casa la sera troppo stanche per occuparsi ATTIVAMENTE del benessere dei pargoli, che magari sono stati ore davanti al computer, senza che nessuno gli dicesse di fare qualcosa di meglio.

Ecco, lo smart working (per chi ha potuto approfittarne) è benedetto, perchè i genitori (madri e padri) sono potuti restare di più con i loro figli. Hanno avuto il tempo di far loro da mangiare, andarli a prendere a scuola, chiacchierare con più tranquillità, guardandoli in faccia per capire come stavano e che cosa pensavano.

Non ho mai potuto andare a prendere a scuola mio figlio né quando era all’asilo, né tanto meno alle medie. Sono sempre stata undici ore al giorno fuori casa. Mi dispiace non aver potuto aspettare mio figlio davanti all’uscita della scuola insieme a chi non aveva il PRIVILEGIO (perchè non lo è…) di lavorare così tante ore lontano da casa.

I tempi tecnologici erano maturi ormai da molti anni: buone connessioni domestiche e laptop performanti. Lo smart working è arrivato GRAZIE al Covid, ma sarebbe dovuto arrivare anche prima. E adesso, spero, nessuno cerchi di tornare indietro a quando bisognava passare OTTO ORE in ufficio.

Le donne che invece non hanno la possibilità di lavorare da casa, dovrebbero avere uno sconto sull’orario di lavoro, perchè così avranno più tempo per occuparsi dei figli, saranno più serene e meno stanche.
In fondo, non c’è nulla di LIBERATORIO a passare tutta la giornata lontano dai figli. Ma proprio per niente.

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Italiani sempre al centro

Se tutto andrà come deve, Conte farà il TRIS, dando a Renzi la possibilità di intingere il suo musetto antipatico nei soldi del Recovery Fund.
Dopo di che, ci saranno un paio d’anni per prepararsi alle prossime elezioni dove tutti danno per scontato che i vincitori saranno quel duo raccogliticcio di Salvini e Meloni, che finalmente riusciranno a mettere le mani sulla Presidenza del Consiglio.

Ecco, io sono un’OTTIMISTA ma soprattutto ho una buona opinione dei miei concittadini, che sono fondamentalmente dei MODERATI di CENTRO. Gli italiani non vogliono una coppia di estremisti (Salvini e Meloni) al governo. Gli italiani non vorrebbero mai essere governati da radicali e massimalisti, ma si affidano più volentieri a chi occupa il centro dello schieramento politico.

Ma non solo, agli italiani piacciono i leader CENTRATI, ovvero equilibrati, gentili ed educati nei modi, senza nessuna di quelle sbavature emotive che abbiamo imparato a conoscere così bene in Renzi e Salvini.
I due infatti sembrano soffrire entrambi di narcisismo patologico (il loro nome e la loro faccia deve comparire ovunque), sono autoriferiti, nel senso che parametrano su loro stessi tutti gli avvenimenti della politica e non sembrano capaci di dividere la scena con i loro compagni di partito.

E’ evidente che per loro la politica è un affare personale. Agli elettori non può quindi che venire il dubbio: “Saranno capaci di pensare a me (che li ho votati…) nel caso in cui andassero al potere?”.
Sappiamo com’è andata a finire con Renzi che ha cercato di approfittare del suo mandato per modificare la costituzione e la legge elettorale, così da distribuire uno SPROPOSITATO premio di maggioranza alla coalizione che avesse raggiunto la maggioranza relativa. Se il suo piano avesse avuto successo, sarebbe stato difficile ritornare all’alternanza democratica dei partititi.
Ma quando siamo stati chiamati a votare sul referendum (che era un referendum su Renzi, come lui aveva messo in chiaro), tutti sanno come abbiamo votato…

Ma non solo, credo che gli italiani abbiano ancora una MEMORIA PROFONDA delle vicende dell’Impero Romano e sappiano quanto sia pericoloso un uomo al potere con un ego smisurato, capace persino di nominare senatore un cavallo. Abbiamo tutti – noi italiani – una speciale diffidenza per chi si pavoneggia troppo, soprattutto dopo aver perso una guerra mondiale grazie al pavone vestito di nero che si affacciava al balcone di Porta Venezia.

Quindi confido che al momento buono – quando si tratterà di votare di nuovo, tra un paio d’anni – nessuno si affiderà PER DAVVERO a chi non mostra moderazione ed equilibrio psichico.
Credo inoltre che se Giuseppe Conte decidesse di fondare un partito di centro, magari non solo con i dubbiosi/costruttori/europeisti/eccetera, ma anche con qualche faccia nuova, potrebbe avere un discreto successo. Penso quindi che si possa ragionevolmente escludere che una destra nervosa, piena di risentimenti, incazzosa e razzista possa PER DAVVERO andare al governo. Siamo un popolo di CENTRISTI, sarebbe sciocco dimenticarlo…

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Dieci punti di buon senso sull’immigrazione

UNO
Il primo punto di buon senso sull’immigrazione è che noi italiani siamo ancora considerati nel mondo come un popolo di emigranti (e quindi di immigrati). Dall’Italia se ne sono andate circa venti milioni di persone, spesso per fare lavori non esattamente nobili (minatori, per esempio), anche se adesso a fuggire sono i cosiddetti “cervelli”. Dall’Italia abbiamo esportato la Mafia e siamo tuttora in prima fila nelle organizzazioni criminali mondiali. Il nostro nome di italiani è stato incredibilmente RIPULITO negli ultimi anni con la moda, il design, il cibo, eccetera, ma è un fenomeno relativamente recente, non bisogna dimenticarlo.

DUE
Le correnti migratorie nascono quando c’è DOMANDA DI LAVORO. I lavoratori emigrano per OFFRIRE IL LORO LAVORO. Nessuno sarebbe così pazzo da emigrare in Burundi o nella Repubblica Democratica del Congo (PIL pro-capite annuo sotto gli 800 dollari). Se quindi in Italia arrivano degli emigranti, è perchè ci sono lavori che i cosiddetti NAZIONALI non vogliono più fare. Nessuna ragazza italiana di vent’anni con un profilo su Instagram può sognare di diventare una badante. Mentre una donna straniera con qualche figlio da mantenere (e magari da mandare a scuola) è disposta a chiudersi in casa per sei giorni alla settimana con un anziano. Ma gli immigrati vengono anche a fare lavori che piacciono ancora agli italiani: in questo secondo caso, il loro arrivo ha l’effetto di far scendere i nostri salari.

TRE
L’arrivo di nuova manodopera in settori in cui sono ancora impiegati gli italiani ha l’effetto di abbassare il COSTO DEL LAVORO. Se ci sono molti lavoratori disposti a fare lavori dove prima c’era scarsità di manodopera, ecco che TUTTI verranno pagati di meno, anche gli italiani che continuano a lavorare in quel settore. Faccio un esempio: se nell’agricoltura ci sono immigrati disposti a lavorare per 3 euro all’ora, allora anche gli italiani che prima guadagnavano di più lavorando la terra, vedranno il loro salario diminuire NOTEVOLMENTE. Oppure si verificherà un altro fenomeno: i loro salari NON CRESCERANNO. Se nell’industria ci sono MOLTI operai stranieri disposti a lavorare per salari contenuti, allora i salari resteranno bassi. I salari aumentano quando c’è scarsità di manodopera (qualsiasi sia il settore di riferimento), mentre invece diminuiscono (o restano stabili) se ci sono tanti lavoratori disposti a fare quel determinato lavoro.

QUATTRO
Chi ci guadagna allora dall’immigrazione? Sicuramente i DATORI DI LAVORO che spendono di meno per comprare lavoro. Se non ci fossero i lavoratori stranieri, dovrebbero pagare di più i nazionali, anche se però esistono ALCUNI LAVORI che nelle economie sviluppate nessuno vuole più fare. In questo caso, senza lavoratori stranieri, ci sarebbero interi settori scoperti (cura degli anziani, edilizia, agricoltura, eccetera).
Ma dall’immigrazione guadagnano anche i NAZIONALI (i cittadini del paese d’arrivo), perchè pagano di meno i prodotti dove c’è manodopera immigrata. Non si può invocare Salvini e pretendere di pagare cinque euro al chilo i pomodori Pachino. Senza migranti, forse costerebbero il doppio, ma soprattutto potrebbe non esserci nessuno che li raccoglie.

CINQUE
Chi ci perde dall’immigrazione? Sicuramente i lavoratori impiegati negli stessi settori dov’è arrivata la manodopera straniera. I loro salari sarebbero cresciuti di più senza la concorrenza degli immigrati, ma forse quei settori, senza lavoratori stranieri, avrebbero potuto andare in sofferenza, provocando una crisi economica. Ovvero, perchè le economie possano crescere, devono poter IMPORTARE manodopera. Gli Stati Uniti importano da sempre manodopera, lo fanno anche adesso: gli Stati Uniti sono pieni di giovani arrivati da altri paesi con forme di chiamate al lavoro NOMINALE (ti danno il visto prima di farti arrivare).

SEI
Perchè la forza lavoro immigrata costa di meno? Semplice: perchè gli immigrati accettano condizioni abitative e di vita peggiori degli italiani. Spesso, gli immigrati appena arrivati abitano in case troppo affollate, non si curano adeguatamente, non vanno certo in vacanza. Lo stesso valeva per gli italiani che andavano a lavorare in America: accettavano condizioni di vita peggiori di quelle di chi era arrivato prima di loro, e quindi accettavano salari più bassi.

SETTE
Vi è poi la questione dell’immigrazione clandestina: i migranti arrivano clandestinamente e vengono poi regolarizzati con sanatorie successive. Qualche paese (come gli Stati Uniti) utilizza il metodo delle QUOTE, ovvero importano legalmente forza lavoro per professioni dove vi è richiesta. Ma in genere gli immigrati arrivano lo stesso e vengono regolarizzati in un secondo momento, dopo che hanno trovato un lavoro, come succede da sempre in Italia. In questo caso, ad agire sono le FORZE BRUTE DELL’ECONOMIA: i migranti vanno dove si sparge la voce che c’è lavoro. Lo stato non ha la funzione regolatrice (dell’immigrazione) che dovrebbe avere.
Bisogna poi dire che nella fase in cui gli immigrati sono ancora clandestini, i loro datori di lavoro non pagano le tasse sul lavoro. E quindi RISPARMIANO perchè pagano di meno le loro prestazioni.

OTTO
Ci sono poi gli immigrati che delinquono e che vengono in genere confusi con i clandestini. Spesso gli immigrati che delinquono sono clandestini, ma le due cose non coincidono. Gli immigrati che delinquono possono avere datori di lavoro (delinquenti) italiani o stranieri. La malavita nigeriana gestisce per esempio lo SPACCIO MINUTO DI DROGA sul territorio, settore abbandonato dalla malavita italiana che si occupa dei GRANDI CARICHI DI DROGA in arrivo. Inutile dire che tutti vorremmo non vedere più gli spacciatori nigeriani nelle piazze italiane che controllano tra l’altro anche la tratta delle africane che si prostituiscono in Europa, altra tragedia alla quale bisogna porre fine. Ma non si può mettere sullo piano una badante che arriva dalla Moldavia con uno spacciatore nigeriano: sono due fenomeni diversi. E’ demagogico metterli sullo stesso piano.

NOVE
Fino ad adesso ho parlato di migrazioni economiche che sono aumentate di recente anche grazie al fatto che oggi è più facile VIAGGIARE E ATTRAVERSARE LE FRONTIERE. Alle migrazioni economiche bisogna aggiungere quelle derivate dalle guerre: la cosiddetta “crisi europea dei migranti”, cominciata nel 2014, ha portato nel nostro continenti milioni di migranti in arrivo anche da paesi in guerra, come la Siria.
Qui però bisogna fare una premessa: gli esseri umani condividono con gli animali l’attaccamento al territorio. Siamo anche noi noi animali territoriali TERRITORIALI, ovvero tendiamo istintivamente a difendere l’ambiente in cui viviamo dall’arrivo di altri che competono con noi per le stesse risorse: il cibo prodotto nelle nostre terre.
Nessun essere umano caldeggia l’arrivo di altri nel proprio territorio: siamo tutti istintivamente diffidenti verso gli stranieri per dei motivi ANTICHISSIMI: abbiamo paura che ci portino via il cibo (e una volta anche le donne…).

DIECI
Quello dei fenomeni migratori negli ultimi quindici anni è uno scenario complesso e drammatico, nel quale siamo stati catapultati molto in fretta. Sarà molto difficile fermare le nuovi correnti migratorie spinte dalla povertà e dalle guerre, tanto meno con il MURO PROPOSTO DA TRUMP. Un muro lungo qualche chilometro sul confine messicano è una goccia nel mare: FUMO NEGLI OCCHI di chi crede veramente che sia possibile fermare la storia con un muretto su un pezzettino di confine.
Tutte le forze politiche che basano le loro campagne sulla lotta all‘IMMIGRAZIONE fanno false promesse: non si possono cancellare i flussi di forza lavoro (servono alle imprese) e tanto meno quelli dei rifugiati (bisognerebbe far finire tutte le guerre). E’ quindi veramente MESCHINO usare la naturale diffidenza verso gli STRANIERI per prendere voti. E non è detto che porti per davvero alla vittoria (com’è successo con Trump). I giovani, come ho già scritto, sono meno diffidenti verso gli stranieri, perchè sono cresciuti in società multirazziali. Chissà quindi che alla fine non prevalga l’istinto alla moderazione e il desiderio di pace sociale, che sono valori niente affatto da disprezzare.



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I “troppo stronzi”: una categoria ancora tutta da studiare

La riflessione sugli stronzi – “Chi sono? Cosa vogliono? Perchè sono così stronzi? – accompagna da sempre il genere umano. Persino le religioni potrebbero essere spiegate come il tentativo di fornire una consolazione (ultraterrena) dagli stronzi. I cattivi andranno all’inferno, mentre i buoni (da morti) finiranno in paradiso.
Magre soddisfazioni, insomma, ma per chi proprio non ce la fa a difendersi dagli stronzi, sempre meglio di niente.

Ecco, ma chi sono veramente gli stronzi? Sono quelli che si fanno gli affari loro A SPESE di quelli degli altri. Per usare il quadrante di Cipolla, gli stronzi sono i BANDITI, ovvero quelli che danneggiano gli altri per trarne vantaggio.
Secondo Jhon Sutton che ha scritto “Il metodo antistronzi”, gli stronzi sono quelli che manifestano ripetuti comportamenti ostili e aggressivi, senza arrivare al contatto fisico (non menano, insomma).

Bisogna ammettere che anche se gli stronzi non sono simpatici a nessuno, molti hanno avuto successo. John Sutton citava come noto stronzo Steve Jobs, che pare fosse particolarmente aggressivo con i suoi dipendenti. Ma ci sono anche tanti (troppo) stronzi che fanno delle bruttissime fini.

Come per esempio Trump, ormai VITTIMA ACCERTATA della sua stronzaggine.
Non è forse da STRONZI istigare una folla di trumpiani, complottisti, neonazisti e fondamentalisti religiosi ad assaltare il Campidoglio? Mentre la famiglia Trump si godeva probabilmente lo spettacolo al coperto, come avevano fatto prima del comizio incriminato?
Lo spettacolo indecente dei RICCHI STRONZI CHE BALLAVANO mentre davano fuoco alle folle di squilibrati pronti a uccidersi (e uccidere, sicuramente) per scalare le mura del Campidoglio è particolarmente disturbante. Se la folla dei suoi supporter fosse riuscita a mettere le mani sui senatori o sulla speaker del Congresso, Nancy Pelosi, li avrebbero probabilmente linciati.

Se qualcuno dei senatori fosse morto, Trump sarebbe stato immediatamente arrestato. Mentre adesso repubblicani e democratici uniti stanno cercando il modo migliore di farlo fuori, in modo che non possa mai più essere eletto sia come Presidente, ma anche come senatore.

Cosa quindi ha ottenuto Trump dalla sua eccessiva stronzaggine? Di essere eliminato per sempre dalle cariche elettive americane e di rischiare quindi anche di finire in galera (si stava discutendo il PARDON per le sue vicende, che certo adesso gli verrà negato).

I TROPPO STRONZI alla fine danneggiano anche se stessi, finendo nel quadrante che Cipolla assegna agli stupidi: quelli che con il loro comportamento danneggiano sia gli altri che se stessi.

Sui motivi che spingono gli stupidi a comportarsi come tali ci sarebbe da discutere. Tra quelli collegati alla psicologia dei soggetti in questione, bisognerebbe senz’altro fare riferimento alle categorie dei DISTURBI DI PERSONALITA’.
Trump ha forse una mezza dozzina di disturbi di personalità: disturbo narcisistico, disturbo istrionico di personalità, disturbo bordeline, secondo alcuni giornali americani.

Ma non la tiro lunga: Trump, per qualche cazzo di motivo, ha rovinato anche se stesso con la sua immensa stronzaggine. Essere troppo stronzi non è mai un affare. Si combinano solo dei guai.


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Per un 2021 senza mansplaining

“Il racconto di un’ancella” di Margaret Atwood è un libro geniale da cui è stata tratta una serie meravigliosa.
A Gilead, l’America distopica in cui è ambientato il romanzo, le donne non hanno più il diritto di parola. Nel senso letterale, perchè le ancelle (a cui sono affidati i compiti riproduttivi per conto di una élite diventata sterile) possono parlare solo se interrogate. Vengono spesso imbavagliate per sottolineare il fatto che sono appunto state private della parola.

Orbene, quello della Atwood è un racconto distopico, ma in realtà le donne sono ancora spessissimo invitate a tacere. Il mansplaining del titolo si riferisce infatti a un fenomeno indicato con questo nome solo nel 2008 da un’americana, ma in realtà antico come l’uomo.

Il neologismo mansplaining significa qualcosa del tipo: “Spiegazioni degli uomini” e la la tipa che ha inventato la nuova parola si chiama Rebecca Solnit. La storia è questa. Rebecca, nel 2003, va a una festa a Los Angeles organizzata da un famoso pubblicitario.
Quando glielo presentano, lui le dice: “Ho saputo che hai scritto un paio di libri”.
Lei che ne aveva scritti sei, gli risponde: “Ne ho scritti parecchi, in realtà”.
Il pubblicitario allora le chiede di cosa parlano e Rebecca cita il titolo del suo ultimo libro sul fotografo Eadweard Muybridge. Poi comincia a parlargliene, ma a quel punto lui si ricorda che è effettivamente appena uscito un libro Muybridge e le chiede se lo conosce.

Rebecca si blocca per un attimo, perchè si domanda istintivamente se per caso non ci sia qualcun altro che ha scritto un libro sullo stesso argomento.
Lui allora approfitta della sua interruzione per cominciare a spiegarle pomposamente di cosa parla il libro su Muybridge, mentre un’amica di Rebecca che assiste alla conversazione capisce subito che in realtà sta parlando del libro scritto dalla Solnit.
La ragazza prova per ben tre volte a interrompere il pubblicitario, dicendogli: “L’ha scritto lei!”, ma lui va avanti col suo discorso. Fino a quando finalmente realizza di aver di fronte l’autrice del libro e tace, impallidendo dalla vergogna.

Da qui il termine mansplaining, varato nel 2008, quando la Solnit scrive un articolo per il Los Angeles Times – Men who explain things – in cui spiega che il pubblicitario aveva tra l’altro solo letto una recensione del suo libro sul New York Times Book Review, ma quando lui l’aveva interrotta: “Lei si era sentita invitata ad ascoltare in silenzio le sue spiegazioni”.

Secondo la Solnit, c’è un costante invito di sottofondo perchè le donne stiano in silenzio ad ascoltare gli uomini che spiegano qualcosa di cui magari sanno dieci volte di meno della loro interlocutrice. Sempre secondo la Solnit, la parola delle donne vale meno di quella degli uomini, e alle donne si crede di meno, anche quando subiscono abusi dai loro mariti e compagni (che poi magari le ammazzano…).

Ma io credo che l’invito al silenzio delle donne sia presente DA SEMPRE nelle due principali religioni (cristiana e mussulmana) e sia arrivato quasi intatto fino ai giorni nostri, perchè le donne SANNO benissimo che sono ancora gli uomini che si aspettano di parlare PRIMA di loro se le faccende discusse sono SERIE, mentre invece ai famosi vecchi pettegolezzi viene data via libera (nessun pettegolo, uomo o donna che sia, prende grandi decisioni).

Quando si parla di roba seria, si dà ancora per scontato che le donne debbano manifestare quelle qualità decantate nei romanzi dell’Ottocento: un ascolto deferente verso gli uomini, senza mai interromperli, anche se hanno di fronte qualcuno che ne sa meno di loro.

Una donna che interrompe un uomo che spiega viene percepita come inopportuna e maleducata, mentre invece gli uomini sono abituati a interrompersi e litigare tra loro (su questioni lavorative, per esempio) senza che nessuno li consideri imbarazzanti e indiscreti per il semplice fatto di contraddirsi a vicenda.

Certo, oggi ci sono un sacco di donne che hanno raggiunto posizioni rilevanti anche nelle professioni della cosiddetta area STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), ma sono sicura che hanno avuto tutte la grazia di infilarsi sinuose e gentili nelle organizzazioni in cui hanno fatto carriera.
Una donna che dimostrasse la stessa aggressività di un maschio sul posto di lavoro verrebbe probabilmente fermata SUBITO: non riuscirebbe neanche a fare il primo degli scalini della sua crescita professionale.
Le donne devono usare moltissimo il cervello per riuscire ad affermarsi, mantenendo sempre i caratteri esteriori della femminilità: sorridenti, accoglienti, senza mai sfidare apertamente i loro interlocutori maschili.

Ma le donne sono stufe di dover usare tutte queste accortezze per non allarmare gli uomini che da loro si aspettano prima di tutto l’ascolto incondizionato. Anzi, le donne sono stufe sia del mansplaining, ma anche del mantalking: gli uomini che parlano troppo. Da uno studio effettuato nel 2004 all’università di Harvard, è risultato che i ragazzi che seguivano i corsi intervenivano il 50% in più delle loro compagne, e avevano il 150% delle probabilità in più di intervenire tre o più volte delle ragazze.

Insomma, le donne non sono ancora così convinte che le loro PAROLE valgano tanto quelle degli uomini.
Ma io vorrei tranquillizzare le mie consorelle: interrompete le “Spiegazioni degli uomini” tutte le volte che potete. Probabilmente non è neanche la prima volta che vi stanno spiegando qualcosa, perchè chi parla troppo, finisce pure per ripetersi.
Parlate voi, invece, che avete di sicuro qualcosa da dire, sulla quale avete sicuramente riflettuto a lungo!

Buon 2021!

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Lettera a Stefanella, la mia odiatrice personale

Non capita a tutti di avere un hater – odiatore, anzi odiatrice nel mio caso – personale, visto che la mia è una donna.
“Triste privilegio, mi creda” avrebbe detto Flaiano, ma c’è una stronza che mi sta inseguendo su Amazon con un profilo falso e un bruttissimo nome di fantasia – Stefanella – e sta mettendo UNA stella a tutti i libri che ho appena pubblicato.

La mia odiatrice correda le sue MONOSTELLE con una serie di insulti ad personam (insinua persino che io non sia sana di mente) e invoca addirittura la possibilità di mettermi MENO DI UNA STELLA.
Scrive infatti: “Meno di una stella non si può, ma questo scritto è davvero pessimo”.

Nella sua ultima recensione titolata: “Pessimo libro” che si apre con il contrito dispiacere per non poter emettere giudizi ulteriormente negativi, scrive anche: “Questo terzo volume supera ogni limite al ribasso”. Frase il cui contenuto è forse un po’ oscuro (sembra quasi un termine borsistico), anche se non è difficile capire cosa la cara Stefanella voglia dire: “Peggio di così, non si può!”.

Ma anche se quello che scrivo è MERDA, la nostra Stefanella (che deve avere l’abbonamento a Kindle Unlimited) non si stanca di leggerla. Le sue MONOSTELLE infatti impazzano, anzi, tutte le volte dice qualcosa del tipo: “Basta, non voglio più leggere questa robaccia!”, ma poi compra anche il libro seguente e scrive: “L’ho letto solo per vedere com’era la serie nel suo complesso” e quindi conferma i suoi giudizi precedenti: “Libri bruttini e piuttosto stupidi”.

In realtà, perchè qualcuno non pensi che sia un hater, Stefanella aveva dato al primo libro della serie ben TRE stelle (bacio la mano), ma solo per non dare adito a sospetti: il suo giudizio è imparziale, prova ne sia che all’inizio mi aveva lasciato un piccolo spiraglio di speranza (“il primo libro era leggibile”, sempre secondo le sue parole), che poi però ha subito chiuso, con spirito magnanimo e imparziale: “Certamente, ho capito la tipologia di questa serie: pessima. Non credo che leggerò il quarto episodio”. E qui si chiude l’avventura del Signor Bonaventura.

BOCCIATA, SONO STATA BOCCIATA E PER SEMPRE! Senza nessuna possibilità di riprendermi, senza esami a settembre, senza nessuna chance anche postuma di redenzione.

Ecco, vorrei spiegare a Stefanella – che di sicuro mi segue sui social e legge tutto quello che scrivo- che la mia serie è basata sull’opera di un antropologo francese (René Girard) che ha studiato per tutta la vita il comportamento delle folle (“mob”, in inglese, da qui la parola mobbing, che vuol dire perseguitare).
Le folle hanno infatti la tendenza a perseguitare insieme un capro espiatorio che ha la funzione di compattarle (TUTTI perseguitano UNO SOLO) ma anche di consentire l’espressione dell’aggressività da parte dei singoli componenti della folla.

Il fatto di essere tutti insieme rende in un certo senso ANONIME le persecuzioni, perchè in realtà nessuno vuole fare vedere che la mano che lancia il sasso è la SUA.
E quello che adesso succede sui social (non su tutti, ma su molti) è che si può ODIARE senza svelare la propria identità. Si può quindi perseguitare qualcuno in forma anonima e VIGLIACCA, esattamente come succede quando una folla lapida un capro espiatorio. Le mani che lanciano le pietre sono sempre mani anonime, perchè nessuno avrebbe il coraggio di prendere da solo a sassate qualcuno, guardandolo pure negli occhi.

Manca solo un ultimo passaggio: come viene scelto un capro espiatorio? Beh, la prima condizione è che nessuno si alzi a difenderlo. Il capro espiatorio deve essere isolato, possibilmente da solo, ma soprattutto deve essere DIVERSO DAGLI ALTRI. Deve distinguersi dagli altri, perchè se è uguale al branco, non sarà facile stimolare l’aggressività nei suoi confronti.

Ecco quindi che sono diventati capri espiatori (attaccati da tutti) persone come Roberto Saviano e Selvaggia Lucarelli, che secondo me dicono delle cose di buon senso, ma quasi sempre in controtendenza.

Anche io, nel mio PICCOLISSIMO, sono percettibilmente diversa dal mainstream, se non altro per una certa sincerità che mi contraddistingue e perchè scrivo libretti strani che appartengono al genere dello Humour nero, che non è detto che piaccia a tutti, ma ha il suo piccolo seguito.

E qui ritorno alla mia odiatrice personale che ha trovato qualcuno contro cui lanciare la pietra (in forma anonima, naturalmente) e togliersi quella bella soddisfazione di poter scrivere che qualcuno è una MERDA senza dover dire che lo ha scritto lei (con nome e cognome).

Son soddisfazioni anche queste, MINUSCOLE, certo, non per niente l’hater di Crozza (Napalm 51) era uno sfigato che stava a casa con la mamma mentre postava le sue cazzate.

Ma in fondo, cara la mia Stefanella, devo in un certo senso ringraziarti, perchè se ho un hater, allora vuol dire che sto cominciando a farmi notare: se fossi una sfigata qualunque, come te, mi avresti sicuramente lasciato in pace.

MOLTI NEMICI, MOLTO ONORE. Lo diceva Mao Tse Tung che era un criminale, ma un criminale di successo.
Aveva vinto una guerra civile e di nemici se ne intendeva.
Se non hai nemici, non sei nessuno. E gli hater non sono nessuno.





 

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Vaccini e passaporti sanitari per tutti

Qualche anno fa, insieme a un designer che si chiama Matteo Morelli, avevo cercato di brevettare un bracciale BIOMETRICO che oggi sarebbe PERFETTO per il coronavirus…
Ma andiamo con ordine.

E’ la notizia di oggi: una serie di compagnie aeree l’hanno appena dichiarato. Non si potrà più salire sui loro aerei senza aver fatto un test per il Covid o addirittura (nel caso della australiana Quantas) il VACCINO (che vi piaccia o no).

Inutile dire che nessuno potrà presentarsi in aeroporto con la COPIA CARTACEA del risultato del test fatto nel laboratorio X o della vaccinazione eseguita nel centro vaccinale Y.

Con i certificati di CARTA, le compagnie aeree si pulirebbero il se**re.
E infatti i laboratori che faranno test e vaccini dovranno caricare i risultati su una app (quella più quotata si chiama Common Pass) che produrrà un bel codice QR verde sul vostro cellulare, che dovrete mostrare prima di imbarcarvi.

E se qualcuno dicesse: “Uffa, che palle, non voglio fare il test e tantomeno il vaccino!” potrebbe non salire mai più su un aereo, e forse presto neanche su un treno o, perchè no, su un bel tramvai a Milano.

C’è poco da protestare, perchè se si dovesse scoprire che dopo la seconda ondata, arriva anche la terza e poi magari la quarta, nessuno vorrà più sedersi in aereo, ma anche su un treno, di fianco a qualcuno che non sia SANO o presunto tale. Ovvero negativo al test del Covid oppure vaccinato.E qua arriva il bracciale BIOMETRICO

Come si fa ad avere la certezza che il cellulare che certifica la SANITA‘ di qualcuno appartenga veramente a chi lo sta usando? Anche qui si stanno scovando soluzioni ingegnose basate sul riconoscimento facciale.

Ma in realtà non ci sarebbe niente di meglio di un bel bracciale che certifichi in modalità BIOMETRICA (basata su caratteristiche biologiche inequivocabili) l’identità di chi lo sta indossando. Inutile dire: “Uffa, non ci capisco niente!”, perchè manca veramente poco a quando andremo tutti in giro con un bracciale che certifica non solo la nostra sanità ma soprattutto la nostra identità.

Sarà il modo più SICURO per dire: “Sì, sono proprio io, Mario Rossi, ho fatto il vaccino per il Covid-19 (e magari per il Covid-2020…) e posso salire su quell’aereo”.

Non è fantascienza, proprio no. Roba dietro l’angolo, credetemi.
A questo punto il problema non sarà se vi volete vaccinare o meno (lo faranno tutti quelli che vorranno ancora viaggiare), ma quello di CONTROLLARE chi controlla i nostri DATI.
Troppo complicato? Per voi, forse sì. Per LORO, no…

Tutti a lavorare con l’influenza!

L’anno scorso, in dicembre, mi è venuta una mega-influenza proprio il giorno in cui erano cominciate le vacanze di Natale. Avevo una tosse cavernosa, un raffreddore terribile e uno strano senso di dolore e oppressione ai polmoni.

Non avevo la febbre e sono andata dal mio medico di base perchè volevo che mi auscultasse i polmoni. Lui mi aveva detto che i polmoni erano “liberi”, ma mi aveva lo stesso prescritto sei giorni di antibiotico.

Ero tornata a casa dopo essere passata dalla farmacia e la sera stessa mi era venuta anche un po’ di febbre. Siccome avevo fatto il vaccino antinfluenzale, mi ero detta che forse avevo solo preso freddo e tutto sarebbe passato nel giro di un paio di giorni.

La faccio breve: non solo l’influenza non era passata, ma dopo dieci giorni mi sentivo sempre peggio. Non ero MAI uscita di casa, perchè avevo l’impressione che se avessi preso freddo, mi sarebbe venuto qualcosa di TERRIBILE.

Avevo quindi pensato con soddisfazione: “Meno male che mi sono ammalata durante le vacanze di Natale!”, perchè in era pre-Covid sarebbe stato molto difficile ottenere un certificato di malattia di due settimane per un’influenza.
In era pre-Covid, ero infatti andata moltissime volte a lavorare con un po’ di febbricola, dei raffreddori tremendi e delle tossi che mi squassavano, ma i medici di base (sempre in era pre-Covid) erano molto attenti a concedere giorni di malattia, con il risultato che tutti andavamo a lavorare anche con l’influenza, a meno che non si presentassero nel loro studio con la febbre alta, un forte mal di gola, eccetera.
In questo caso, i giorni di malattia che mi dava il mio medico erano in genere tre, passati i quali, se non stavo ancora bene, potevo ottenerne altri due.
In era pre-Covid, i mezzi pubblici di Milano erano quindi pieni di gente che starnutiva e tossiva, ma questa era considerata una condizione “normale”. Milano non si ferma, Milano va sempre a lavorare.

Ed ecco che l’anno scorso, quando erano finite le vacanze che avevo passato a tossire, ero subita tornata a lavorare, anche se mi sentivo uno straccio. Ma dopo poche ore passate in ufficio, stavo così male che avevo chiamato un taxi per tornare a casa. Tossivo ancora, mi girava la testa, mi sentivo debolissima.

Ero tornata dal mio medico per dirgli che stavo male e lui mi aveva dato i soliti tre giorni. Mi aveva prescritto di nuovo degli antibiotici, perchè tossivo ancora e cominciavo ad essere un po’ preoccupata.
Dopo tre giorni, stavo ancora male ed ero tornata dal medico che mi aveva questa volta prescritto del cortisone e dato ancora due giorni di malattia.

Passato il weekend, mi ero di nuovo ripresentata dal medico per dirgli che stavo ancora male e avevo un senso di “oppressione ai polmoni” (ho trovato una mia email scritta in quei giorni), ma lui mi aveva guardato con un’aria perplessa. I polmoni erano a posto. Stavo fingendo? Ero una lavativa che non voleva andare a lavorare?

Per farla breve, avevo ottenuto altri due giorni, passati i quali ero tornata in ufficio. Ma mi sentivo così debole e spaesata che mi ero detta: “Cosa succederà se continuo a stare male? Come farò a continuare a lavorare?”.

Ecco, sono riuscita lo stesso ad andare in ufficio, e nel giro di un mese, ho cominciato a sentirmi meglio, proprio quando cominciava (ufficialmente) l’epidemia di Covid.

Bene, io non so se ho avuto il Covid. Non ho fatto il test sierologico, anche perchè conosco persone che l’hanno sicuramente avuto e sono risultate negative.
Ma il problema non è questo: il problema è che PRIMA del Covid ammalarsi di influenza era considerato un po’ da cialtroni. Chi era veramente EROICO andava a lavorare con la febbre, mentre invece chi restava a casa con un certificato di malattia rilasciato da un medico un po’ riottoso, poteva ricevere la visita di un medico dell’INPS per controllare che il lavoratore (e il suo medico di base) non stessero entrambi mentendo.

PRIMA del Covid era normale tossire e starnutire sulla metropolitana, tant’è vero che io avevo sempre il raffreddore, perchè prendevo la metropolitana e quindi mi beccavo i virus di tutti (e contagiavo tutti con i miei…).

Adesso, DOPO il Covid, è addirittura proibito recarsi nell’ambulatorio del medico di base se hai i sintomi del Covid, che assomigliano peraltro a quelli dell’influenza. Oggi, a nessuno passerebbe più per la testa di prendere un mezzo pubblico se ha un po’ di febbre e il raffreddore, anche se non è ancora cominciata l’influenza stagionale, e quindi il bello deve ancora venire.

Ma a pensarci bene, sembrano STRANI i tempi i cui andavamo tutti a lavorare anche quando tossivamo come dei DOBERMANN. Sono passati solo pochi mesi, ma adesso tossire in pubblico verrebbe punito con la fucilazione, quando invece fino allo scorso marzo era considerata una virtù dei FORTI andare a lavorare con l’influenza.

Inutile dire che le epidemie si sviluppano nei luoghi affollati, siano essi grandi città o allevamenti intensivi di animali.
Ci voleva il Covid per farci capire che quando hai un virus respiratorio, è meglio stare a casa fino a quando non ti senti meglio. E dopo devi usare la mascherina sui mezzi pubblici e nei luoghi affollati.

Metto in chiaro che non sono una negazionista, anzi, riconosco che il Covid ci farà riflettere su come non sia più possibile viaggiare ammassati sui treni dei pendolari o sulle metropolitane dei cittadini.
Bisognava darsi una calmata e ce la siamo data…