Come smerdarsi e vivere contenti

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Il concetto di “smerdarsi” mi fu spiegato molti anni fa da un collega, Fabio, che lavorava con me nella New Economy.

Facevamo email marketing e io passavo le mie giornate a scrivere e impaginare (sul web) newsletter per i nostri clienti.

Mi facevo un culo bestiale, mentre una stronza che non sapeva neanche NAVIGARE sul web, ed era la STRATEGIST della nostra start up, riusciva a darmi la colpa dei piccoli incidenti di percorso che ti possono capitare se mandi una newsletter a cinquantamila persone alla volta, dopo essertela taggata da sola con un primitivo editor HTML.

La stronza era così abile da farsi passare SEMPRE come protagonista delle attività – fatte da me e dai mie colleghi – che andavano bene, ed era altrettanto abile a spostare la MERDA sulla scrivania di un altro, se per caso qualcosa era andato storto.

Fu appunto Fabio che mi spiegò che la stronza sapeva smerdarsi, ovvero sapeva come passare la merda a qualcun’altro, se per caso le finiva in mano una profumatissima cacca, di quelle che chiunque può produrre quando lavora.

Si possono fare errori – quando si lavora – tutti li fanno.

Ma saperli riconoscere e soprattutto riconoscerli come propri è il primo passo per riuscire a farne di meno.

Se la tua unica strategia è invece quella di smerdarti, alla fine il rischio è di finire seppellito sotto QUINTALI di merda. 

La stronza finta-strategist venne infatti licenziata, mentre io rimasi a scrivere le newsletter.

L’operativo – lo smanettone – alla fine si salva sempre, perché qualcuno le cose le deve fare.

Spostare invece sui tavoli degli altri le CACCHE è una strategia di breve periodo.

Ti può andare bene per un po’, ma poi alla fine non ce la fai più.

Se non provvedi infatti a eliminare la fonte di produzione coprofilica, non ti basteranno una dozzina di MOSE per impedire gli tsunami di merda in arrivo.

Ma a quanto pare – mentre l’onda di merda continua a crescere – nessuno fa nulla, se non appunto cercare scrivanie libere sulle quali appoggiare escrementi.

Credo che le cacche di Altan siano la più veritiera descrizione antropologica della nostra classe politica, da noi votata con amore.

Nei secoli fedeli (alla merda).

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Elogio dello smanettone

Sono una smanettona da quando mi ricordo di esistere. Non so scrivere codice, quello no, ma le cose mi piace FARLE.

Sul Pc, ma non solo.

Ero una bricoleuse e, anche quando lavoro, mi piace vedere il risultato delle mie azioni.

Detesto le riunioni, detesto le telefonate e detesto le intermediazioni inutili.

Si perde un sacco di tempo a cercare qualcuno che fa qualcosa al posto tuo e se non sei nell’azienda sbagliata, sul tuo tavolo dovrebbero arrivare compiti e lavori che sai eseguire DIRETTAMENTE TU.

Non importa se sei un architetto, un ingegnere, un programmatore, un contabile: devi saper fare bene il TUO lavoro.

Qualcuno è bravo a coordinare il lavoro degli altri, ma per saperlo fare, deve conoscere i contenuti tecnici dei lavori che sta delegando ancora meglio di quanto non li conoscano le persone che sta coordinando.

Ma sono tanti gli italiani come me, dico italiani, perché siamo storicamente un popolo di santi, navigatori e inventori.

E gli inventori sono per definizione degli smanettoni, e non dei manager, perché non esiste nessuno che abbia mai inventato qualcosa per interposta persona.

Devo dire che sul web ho conosciuto molte persone come me, tutti egualmente e eticamente smanettoni.

Sì, perché lo smanettone prova piacere nel  FARE e nel vedere i risultati del proprio lavoro.

E quindi ha in genere un approccio ETICO al lavoro, e cioè non sposta sulle altrui scrivanie le fatiche, i compiti e le responsabilità, pronto a prendersi il merito dei risultati se PER CASO le cose sono andate bene.

Lo smanettone è il migliore dei CAPI che si possano avere, perché sa che lavoro stai facendo, e sa qual è il tuo valore, e ti rispetta per quello che sai fare.

Inutile dire che gli ultimi giorni di MOSE e di Expo hanno dimostrato come l’Italia sia finita nelle mani dei manager e dei trafficoni, e che ormai le due parole siano l’una il sinonimo dell’altra.

Anche le aziende italiane – per lo meno quelle grandi – sono diventate il funerale degli smanettoni, che hanno perso la partita, vinta invece dai furbacchioni che non sanno fare NIENTE, se non infilarsi nel posto giusto al momento giusto.

Ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

I cantieri dell’Expo sono delle spianate vuote, mentre il MOSE sta facendo affondare l’Italia.

Scompariremo come Atlantide tra i flutti del mare.

Un destino che non ci meritiamo, perché siamo migliori di quelli che ci governano, ma per i quali, incredibilmente, continuano a votare.

Dedico il post a Wally Gualtiero Fin, ingegnere smanettone, che sul lavoro si è sempre sporcato le mani.

Import-export di miseria: i nuovi business della globalizzazione

La cosiddetta globalizzazione è stata possibile solo quando le frontiere sono diventate “porose”, e cioè hanno permesso alla manodopera di emigrare in paesi dove le retribuzione erano più alte.

Naturalmente, cinquant’anni fa, le ondate migratori erano più ridotte di quelle attuali, perché non esistevano gli aerei low-cost o gli autobus che ti portano in Italia dalla Moldavia per 100 euro.

Ottenere un passaporto, cinquanta anni fa,  era molto difficile.

Le frontiere erano più difficile da “bucare” e un borghese italiano non doveva confrontarsi quotidianamente con la miseria in arrivo da paesi lontani come l’Africa o l’Asia.

Adesso invece la miseria di importazione – quella che arriva sui barconi che sbarcano a Lamepdusa – è in mezzo a noi.

E’ bastato fare un giro sui Navigli oggi pomeriggio per vedere decine di giovani uomini cingalesi o africani che cercavano di vendere i soliti orecchini o che mendicavano senza neanche far finta di volerti vendere una rosa.

Facce depresse, dove è quasi impossibile veder spuntare un sorriso.

E noi, con i soldi in tasca per comprarci un gelato e un trancio di pizza, siamo infastiditi dal vedere quanto è miserabile chi ci cammina di fianco.

Poveracci senza terra che fino a qualche anno fa non sarebbero riusciti a arrivare in Italia, perché non esistevano i trafficanti di uomini, e perché le frontiere erano sigillate.

Ma l’accattonaggio è la parte “visibile” dell’immigrazione.

Quella invisibile è nel prezzo dei pomodori e delle altre verdure raccolte da chi accetta paghe da un paio di euro all’ora.

Abbiamo importato manodopera a basso costo e adesso importiamo anche miseria, l’altra faccia della globalizzazione.

Personalmente provo dolore quando vedo persone che abitano lontano dai loro paesi e che non sanno quando ci potranno tornare.

Provo dolore e non rabbia.

Mi vergogno invece molto del paffuto Matteo Salvini, a pranzo con Marine Le Pen.

Anche perché ormai le frontiere sono aperte.

E’ il capitalismo, bellezza.

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Da Gola Profonda al POV: il cinema porno diventa social

Non guardo i film pornografici, non mi piacciono.

Ma non voglio parlare del fatto che mi piaccia o meno il porno, ma del fatto che anche l’industria del porno è stata invasa e sopraffatta dai porno fai-da-te, in cui gli attori diventano produttori e autoriprendono le scene con una tecnica che si chiama POV: Private Point of View.

Vengono utilizzate delle videocamere portatili che devono riprendere la scena dal punto di vista dell’attore maschile.
Chi guarda il film, insomma, ha la sensazione di essere al posto dell’attore.

Quando poi le telecamere sono utilizzate dall’attore, che diventa anche operatore, il genere viene definito gonzo.

Nei gonzo non c’è più neanche la trama – un’attrice che fa finta di emozionarsi, eccetera – ma vengono riprese esclusivamente scene di sesso, slegate anche tra loro.

Sono stati fatti degli studi sui tempi medi di “visione” di un video pornografico, e pare che non superino i dieci minuti.

Perché sprecare tempo con la trama?

Insomma, sono finiti i tempi in cui i film pornografici venivano fruiti nei cinema “a luci rosse”, e dove le storie dovevano avevano una quasi-trama, come nella mega-produzione Gola Profonda che portò ai suoi produttori non so quanti soldi.

Oggi, chiunque può produrre un gonzo e metterlo online con l’aiuto di un amico che glielo monti.

Se poi l’attore-operatore sa anche usare i tool di editing, può confezionare un video da solo, in una mezza giornata.

La filiera che andava dal produttore al distributore si è praticamente annullata in meno di vent’anni.

L’accesso “facile” al web ha poi chiuso il cerchio: il video viene pubblicato in pochi secondi sulle piattaforme che distribuiscono film porno (e che fanno i soldi con la pubblicità, eccetera).

Aggiungasi l’ultimo fenomeno del porno on demand, con le signorine che fanno sesso online con i loro clienti, che hanno remotizzato anche la possibilità di un insuccesso.

La performance è stata annullata dal sesso remoto a pagamento, che viene consumato mentre la moglie sta ronfando tranquilla in camera sua, dopo che il marito le ha dato il bacio della buona notte (e poi ha aperto il pc).

Bisogna stare attenti anche con il sesso online, perché qualcuno è stato ricattato e ha dovuto pagare perché non venissero diffusi i suoi video, registrati senza avergli chiesto il consenso all’utilizzo dei dati.

Ho letto da qualche parte che ci sono 800.000 porno-lavoratrici del web, e che i signori che gestiscono i porno-server stanno facendo un sacco di soldi.

Bene, fatta la solita lunga premessa, la tesi che voglio sostenere è che anche il porno è diventato social, polverizzando l’industria che una volta produceva le pellicole e poi le cassette pornografiche.

Il porno 2.0 prevede non solo che attori e produttori coincidano, ma anche che si spenda pochissimo per produrre un video porno.

Con il risultato che il “discorso” – anche quello pornografico – si spezza e si frammenta, proprio come sui social network.

140 battute su Twitter.

10 minuti per un gonzo.

E’ il web, bellezza.

P.S. Ringrazio Poldo per la ricerca sulle fonti storiografiche.

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#2 Il lungo viaggio tra i topi negli scantinati degli editori italiani

Viola, comincerò con la più banale delle domande. Ti piace scrivere?

Se tutte le domande saranno così stupide, non andremo molto lontani…

Va bene, allora puoi dirmi perché lo fai? Insomma perché la sera stai davanti a un computer invece di passare in modo più divertente le tue serate?

Neanche questa domanda mi sembra molto brillante, ma ti risponderò lo stesso. Ho sempre pensato che la scrittura potesse diventare il mio secondo lavoro e che avrei potuto farci qualche soldo. Non sai mai quando non arriveranno i tempi grami e bisogna avere sempre un altro colpo in canna.

Cosa vorresti dire? Che scrivevi pensando di GUADAGNARE  dai tuoi libri?

Sì, certo. Mai pensato di scrivere capolavori. E’ da coglioni avere una buona opinione di sé. A Hitler piacevano i suoi quadri come a Mao piacevano le poesie che poi faceva leggere a un miliardo di cinesi. A me non piace quello che scrivo. Ma penso che sia meglio di certa roba che pubblicano adesso.

Viola, cosa c’entra Mao?

Ecco un suo verso: dimmi sei ti piace: “Soltanto uomini coraggiosi danno caccia alla tigre, ancor minore è la paura che i valorosi hanno dell’orso. Fiori di pruno per la gioia che il grande cielo sia innevato; rigide mosche congelate, e nessuno che se ne stupisca”

Hai ragione, fa schifo…

Hai capito cosa volevo dire? Scrivere sperando di guadagnarci due soldi è più dignitoso che non scrivere perché sei convinto di essere un genio!

Va bene, ma tu l’hai scritto da tutte le parti: nessuno ha mai voluto pubblicare quello che scrivevi! Forse erano porcate…

Allora… questa è la vera storia delle mie porcate. Quando ho scritto il primo libro, nel 2004, non esisteva ancora l’editoria digitale.
L’unica possibilità per chi aveva un libro nel cassetto – o un Goncourt in salamoia, per dirla con Céline ‒ era di trovare un editore cartaceo disposto a pubblicarlo.

E quindi?

Le strade che si aprivano di fronte a un volenteroso scrittore erano solo due: trovare un agente letterario che fosse disposto a contattare gli editori per proporre i suoi libri, oppure stamparne un discreto numero di copie in qualche rilegatoria dalle parti dell’Università Statale in Via Festa del Perdono – sono di Milano ‒ e poi mettersi in coda alle Poste per mandare i dattiloscritti agli editori, dopo aver trovato l’elenco degli indirizzi sul web.
Anche se sapevamo più o meno tutti – noi autori allo sbaraglio – che i manoscritti sarebbero probabilmente finiti in qualche sgabuzzino secondario, letti più probabilmente dai topi che non da occhi umani.

E tu che cosa avevi fatto?

Qualche manoscritto l’avevo imbustato e spedito anch’io, ma poi ero riuscita a contattare un agente letterario che aveva trovato il mio primo libro ben scritto e aveva accettato di rappresentarmi. Con esiti altrettanto letali di quelli dell’invio del manoscritto ai topi degli scantinati delle case editrici.

Bocciata, insomma…

Sì, l’agente aveva mandato il libro a qualche editore, ma quando erano arrivati i primi no, si era scoraggiato immediatamente. E mi aveva detto: “Perché non ne scrivi un altro?”.

E tu?

Ho continuato a provarci. Dal 2004 al 2010 ho scritto tre libri, tutti affidati all’agente in questione, e tutti sonoramente bocciati.

Tre libri bocciati con lo stesso agente? Sei masochista!

Mi sono detta un sacco di volte che il mio insistere con lo stesso agente – fallimentare ‒ era una forma di masochismo piuttosto idiota, anche perché l’agente in questione si scoraggiava più di me quando bocciavano uno dei mie libri, e quindi non mi comunicava messaggi del tipo: “Brava, vai avanti!”, ma mi diceva appunto: “Questo libro fa schifo, magari il prossimo sarà meglio!”.

Insomma, sei anni sbattuti nel cesso!

Non completamente… il risvolto positivo del mio perseverare con un agente così svalutante è stato il fatto che ho continuato a scrivere, e quindi alla fine di capolavori nel cassetto ne avevo addirittura tre. E nel frattempo era arrivata l’editoria digitale…

TO BE CONTINUED…

#1 Autointervista sul salto della quaglia: da Amazon alla Mondadori

Scrivere non è la cosa più importante del mondo e mi piace poco chi parla di sé e della propria scrittura.

Ma io purtroppo sono grafomane e anche un po’ timida.

Se devo dire qualcosa a qualcuno, preferisco mandargli un’email o un messaggio che non invece chiamarlo al telefono.

Scrivere mi tranquillizza anche perché mi permette di fare tutto da sola, senza dover tirare dentro qualcun’altro.

Bene, detto questo, farò una delle mie solite premesse prima di arrivare all’autointervista.

Quando, un mese fa, sono andata alla sede della Mondadori di Segrate per parlare del libro che uscirà con loro il 3 giugno, “Omicidi in pausa pranzo“, ho incontrato una vecchia amica che non vedevo da molti anni, Emanuela Canali.

Avevo conosciuta Emanuela quando lei era incinta, un venerdì sera di un bel po’ di tempo fa.

Aveva un premaman piuttosto elegante e rideva.

Non mi ricordo più di cosa ridesse, ma sono sicura che stesse ridendo.

Quando ci siamo riviste, ci siamo riconosciute subito e abbiamo cominciato a chiacchierare.

Anzi a ridacchiare, perché la nostra comunicazione è sempre stata impostata su una risata continua e di sottofondo, non priva di un discreto auto-cinismo che potrebbe sembrare strano a chi ci ascolta.

Né io né lei siamo troppo gentili con noi stesse, ma l’auto-crudeltà ha mantenuto i nostri canali auditivi liberi e intatti.

Ho la convinzione che chi si piace troppo, ascolta in genere solo se stesso e mai gli altri.

Diffido di chi parla troppo di sé, anche solo per lagnarsi delle proprie sciagure.

In lui – o lei – si nasconde sempre un egocentrico pronto ad assordarti senza il minimo rispetto per i casi tuoi.

Emanuela invece ascolta – eccome! – e quella sera mi ha accompagnato a casa in macchina, mentre pioveva come piove a Milano.

Le ho raccontato tutta la storia del mio passaggio da Amazon alla Mondadori.

Le ho raccontato che prima di diventare Viola Veloce ero stata una certa Nora O’Dublin, di cui esiste ancora una traccia su Facebook.

Le ho parlato di come l’avventura nel selfpublshing del mio precedente personaggio, la Nora di cui sopra, era andata male, mentre invece come Viola Veloce avevo avuto più successo.

Lei allora mi ha detto: “E se ti facessi un’intervista?“.

“Sì”, le ho risposto, “Mi sembra una buona idea“.

Ci siamo scritte un paio di volte e l’intervista ha cominciato a prendere forma.

Ma io sono solipsistica e grafomane.

Le mie risposte erano più lunghe di quanto avessi previsto. E andavo spesso fuori tema.

I miei testi, poi, erano, come sempre, pieni di parolacce.

Ho pensato: non posso tirare dentro Emanuela.

Non posso costringerla a tollerare il turpiloquio e le mie battutacce a sfondo coprofilico.

L’unica soluzione per uscirne vive era una sola.

Mi sarei autointervistata.

Con domande e risposte scritte da me.

Si parte subito….

Quanto vale il voto di un italiano? 80 euro (lordi) al mese

Stanno arrivando gli 80 euro promessi da Renzi a circa 10.000 di italiani che appartengono a una serie di categorie che non starò a elencare, anche perché vengono allargate e ristrette ogni giorno a seconda, temo, dei sondaggi elettorali.

Non sono pochi 80 euro al mese (non sono sempre 80, ma sono variabili a seconda della fascia di reddito), anche se mi chiedo se basteranno per comprare i voti degli indecisi e degli incazzati.

Non credo che chi ha votato per il Movimento a Cinque Stelle negli ultimi anni, cambierà idea per 80 euro al mese.

Non so se neppure l’orientamento politico di una persona possa essere valutato secondo criteri economici basati sugli sgravi fiscali in busta paga.

E poi anche Mubarak prometteva agli impiegati statali egiziani un aumento degli stipendi, ma non aveva capito che in Piazza Tahir non c’erano gli statali.

Non so se Renzi sia in grado di capire l’Italia e non so se Renzi prenderà UN SOLO VOTO da chi ha meno di trent’anni.

Ho il sospetto di no. Neanche uno. Con o senza bonus.

 

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Io, mamma di un futuro precario

Scusate se continuo con la serie dei post un po’ lacrimosi sui costi umani della crisi economica italiana.

Parlo di costi umani, perché il lavoro precario ha dei costi psicologici molto alti, visto che non consente di fare progetti basati su una continuità di reddito.

E’ difficile decidere di fare un figlio se non sai se domani avrai ancora un lavoro.

I lavoratori precari sono uno dei risultati della crisi, ma la precarizzazione del lavoro ha anche l’effetto di peggiorare ulteriormente la nostra situazione economica.

Se gli stipendi/compensi dei lavoratori sono bassi e saltuari, allora si abbassano anche i consumi interni. 

Le imprese che producono beni destinati al consumo interno – e non alle esportazioni – venderanno di meno, e quindi licenzieranno nuovi lavoratori.

Basta solo il buon senso per capire che stiamo andando verso una situazione dove il lavoro sarà sempre meno stabile e remunerato sempre di meno.

In parole povere, aumenterà il numero dei lavoratori pagati poco e male, mentre le categorie protette – con un contratto a tempo indeterminato – si estingueranno lentamente, fino a quando l’ultimo impiegato non sarà pensionato ed eliminato definitivamente dal mercato del lavoro.

Io sono quindi certamente la madre di un futuro precario, ovvero di un lavoratore che dovrà sbattersi tutta la vita per riuscire ad aggiudicarsi dei lavori a termine, alla fine dei quali, cioè, dovrà cercarsi un altro lavoro.

Ma ci sono già molte donne che hanno i figli che non sono riusciti a entrare nel mercato del lavoro garantito e protetto.
Figli che hanno forse già qualche difficoltà economica.
Figli che le madri (e i padri) devono aiutare quando ci sono periodi di vacche magre.

Tutti i genitori vorrebbero vedere i loro figli tranquilli, senza saperli preoccupati o, peggio, disperati.

Ogni genitore vorrebbe proteggere il proprio figlio fino a quando gli è possibile, ma c’è un punto oltre il quale la nostra protezione non può andare. Perché anche i genitori possono finire nella merda – le nostre pensioni faranno schifo – o semplicemente perché a un certo punto i genitori muoiono di vecchiaia.

Insomma, se penso al futuro di mio figlio, non sono per niente tranquilla.

Non so se mio figlio troverà un lavoro, non so come sarà il lavoro che troverà, e non so se mio figlio capirà che bisogna essere parchi e consumare poco per riuscire a sopravvivere nel mondo affollato che lo aspetta.

Nulla è più doloroso dello statuto di consumista frustrato, e spero che a Tommaso non passi mai per la testa che comprarsi una bella macchina possa dargli qualche tipo di soddisfazione.

So che già che Tommaso non potrà comprarsi la macchina in questione, ma soprattutto spero che non desideri quella macchina.

Spero che mio figlio, futuro precario, impari a campare di poco e non sia vittima di desideri idioti e consumisti.

E spero che guadagni abbastanza per mettere insieme pranzo e cena.

E parlo di pasta al burro, non di tagliata di manzo.

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Quando il ceto medio chiede l’elemosina

Leggo sempre con terrore gli articoli sui padri separati che vanno a mangiare alle mense della Caritas (e delle altre comunità) e osservo con molta attenzione le code di fronte alla parrocchie che distribuiscono i pacchi alimentari (pasta, olio, biscotti, eccetera).

Ci sono molti anziani, molti extracomunitari, e adesso anche qualche italiano che si guarda attorno con aria imbarazzata.

Tra l’altro, il servizio di distribuzione dei pacchi alimentari è stato interrotto – o gravemente ridotto, non riesco a capirlo dagli articolo sul web  – grazie a una legge europea che taglia il bilancio sociale agli stati “spreconi” come l’Italia.

Per farla breve, guardo le code delle signore col carrello davanti alle parrocchie perché ho paura di finirci anch’io.

Il ceto medio italiano oggi cammina su una lastra sottilissima che si può rompere da un momento all’altro.

Basta perdere il lavoro e non avere un genitore – anziano – dotato ancora di una pensione decente che ti aiuti.

Oggi i genitori pensionati danno ancora una mano ai figli perché le loro pensioni sono ancora abbastanza sostanziose (in molti casi).

Ma se non hai più la mamma e il papà che ti aiutano, e perdi il lavoro, finisci a fare la coda per i pacchi alimentari.

E sabato scorso, a Milano, verso l’una del pomeriggio, ho visto una signora che aveva tutta l’aria di provenire dal nuovo ceto medio impoverito e che cercava di vendere delle piante per strada per la festa della mamma.

Andavo di corsa e ho visto una tipa carina, vestita bene, con le scarpe della Nike, che tirava un carrellino ordinato con delle piantine di rosa mentre ne teneva delle altre in mano, dentro una specie di cestello, e cercava di venderle, dicendo: “Compratele, sono una mamma anch’io“.

Non mi sono fermata perché mi stava aspettando a casa mio figlio, ma anche perché ho avuto paura di parlarle.

Ho avuto paura di chiederle perché era finita lì con le piantine, in Viale Coni Zugna, a Milano, in un tranquillo pomeriggio di maggio, quando fino a poco tempo fa sarebbe andata anche lei a fare la spesa al mercato di Via Papiniano.

Era la prima volta che vedevo una donna italiana, gentile e ordinata, fare qualcosa di molto vicino a chiedere l’elemosina.

Oggi basta un colpo di sfortuna, e sei fuori strada. Nel giro di un paio di mesi finisci tutti i tuoi risparmi e non sai cosa fare.

Non siamo attrezzati, noi dell’ex-ceto medio, a fare i conti con la miseria nera che arriva in due mesi.

Non ce l’aspettiamo, non era prevista, e ci prende per l’appunto di sprovvista.

Bene, alle elezioni europee non voterò per NESSUNO dei partiti che sono stati al governo in questi ultimi vent’anni.

Si dividono egualmente la colpa di aver mandato una mamma a vendere le rose per strada, come in una delle tristissime favole dell’Ottocento.

Mi dispiace per il tono lamentoso e indignato, ma la lastra è sempre più sottile. 

Sono sempre di più quelli che possono scivolare fuori.

E quando saranno in tanti quelli che sono scivolati fuori, forse, allora, ci incazzeremo tutti…

 

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