Altra roba da buttare: i regali di compleanno a mio figlio

Tommaso ha dodici anni.

E’ nato negli anni terribili in cui i nostri figli sono diventati il target preferito dei signori del marketing.

Ai signori del marketing piacciono molto i bambini.

Per due motivi fondamentali.

IL PRIMO: noi siamo disposti a spendere un sacco di soldi per i NOSTRI FIGLI.

IL SECONDO: i nostri figli saranno i consumatori di DOMANI, e bisogna allenarli a SPENDERE.

Devono imparare molto in fretta a provare dei piccoli piaceri quando comprano cose inutili.

Un ragazzo di dodici anni è già un consumatore fatto e finito, e Tommaso SBATTE VIA tutti i soldi che gli regalano amici e parenti.

Ma non voglio pontificare sul consumismo giovanile, voglio parlare di quello senile, di noi genitori.

Voglio parlare delle camere da letto dei nostri figli, ingombre delle cose inutili che gli abbiamo regalato noi adulti.

Oggetti vari e disparati che bisogna buttare via – continuamente, incessantemente – se vuoi che tuo figlio abbia ancora un po’ di spazio per dormire e fare i compiti sul tavolo della sua cameretta.

Quando Tommaso è nato, non mi aspettavo che la nostra casa si sarebbe riempita delle sue SUE COSE.

E’ stato un processo graduale.

I primi giochi glieli ho comprati io.

Mi ricordo una volta che gli portai a casa un trattore con il rimorchio (a pedali).

Lui lo vide e impazzì dalla gioia.

Il trattore venne usato per un paio di settimane e poi si ruppe.

Finì in cantina insieme a un vecchio triciclo.

Poi cominciarono ad arrivare montagne di altri regali, sempre più grossi, sempre più facili da rompere e che sempre più spesso finivano in cantina anche loro.

Poi ci fu la prima vera festa di compleanno, che organizzai insieme alle mamme di un paio dei compagni di classe dell’asilo dove andava Tommaso.

Avevamo deciso di portare tutti i bambini ai Gonfiabili vicino a San Siro.

Dopo il taglio delle torte, una mamma, più esperta di me, preparò tre seggiole e urlò: “Poggiate qui i vostri regali, per favore!“.

Sulla seggiola di Tommaso si accumularono 20 pacchetti!

Mi ricordo di aver guardato la pira di regali che cresceva e di aver pensato: “Adesso gli do fuoco! Dove mai li metterò?”.

Poi, la stessa mamma esperta urlò: “E’ vietato aprire i regali! I pacchi vanno scartati a casa!“.

Ritornai indietro con la montagna di regali dentro un paio di sacchi, e Tommaso ci mise due giorni interi per finire di scartarli.

Il consiglio della mamma era di buon senso, perché mi ritrovai con montagne di carta e fiocchetti che invadevano la casa, mentre Tommaso scartava i regali e li guardava distrattamente, con la stessa noia di un emiro del Qatar che passa in rassegna le sue Rolls-Royces.

Da quel giorno, ho cercato di combattere contro i regali.

Mi sono battuta perché le mamme si organizzassero in gruppi per fare solo un paio di regali alle feste di compleanno di Tommaso (invece dei venti di prammatica), ma non sono riuscita a impedire che la stanza di Tommaso si riempisse di COSE INUTILI.

E così, almeno una volta all’anno, aspetto che lui non ci sia, e poi infilo dentro a dei sacchi di plastica tutto quello che gli hanno regalato e lui non usa più (e che spesso non ha neanche mai usato).

Cerco di fare dei sacchi intelligenti (plastica e carta), ma molte delle cose che butto via sono INCLASSIFICABILI: né carta, né plastica, ma neanche degne dell’indifferenziato, perché hanno magari qualche parte meccanica in acciaio (e qui ritorno sul tema del post precedente).

L’INCLASSIFICABILE va quindi a finire dentro un sacchetto “separato” che porto in cantina.

Non a marcire, come raccontava Anna della sua amica lussemburghese che si rifiutava di fare la raccolta differenziata e nascondeva il pattume in garage per portarlo di notte nei cassonetti delle zone più periferiche della città.

No, in quel sacchetto non c’è nulla che possa marcire. In genere ci finiscono i telecomandi dei giochi elettronici, più i giochi elettronici in questione.

Quei sacchetti resteranno in cantina fino a quando non li porterò in una RICLICLERIA, luogo mitologico che non ho mai visitato e dove forse c’è qualcuno che sa come disfarsi di tutti i vecchi giochi rotti di Tommaso.

Ma qualcuno è mai stato in una ricicleria?

Esistono veramente?

Sono piene di cittadini responsabili che chiedono in quale bidone buttare i regali di compleanno?

E se smettessimo di fare tutti questi regali ai nostri figli e a quelli delle amiche?

(Ma io sono la prima a continuare a peccare…)

Montagne di roba da buttare. Ma dove?

Ho passato la giornata a mettere a posto la casa.

Mettere a posto oggi significa solamente una cosa: buttare via.

La mia casa si riempie di roba inutile in meno di una settimana.

Se non butto via nulla per una settimana, vengo sommersa da:

  1. quotidiani e riviste,
  2. avvisi della scuola di Tommaso (che vanno letti, firmati, riportati a scuola, e poi ritornano a casa),
  3. bottigliette di plastica delle bibite che mio figlio beve di nascosto e si dimentica nella cartella,
  4. volantini che mi danno per strada,
  5. montagne di posta inutile che arriva nella cassetta delle lettere,
  6. elettrodomestici che si  sono rotti,
  7. pattume generico prodotto quando cucini,
  8. eccetera, eccetera.

Ma dove butti tutta questa roba?

Come la differenzi per beccare il sacchetto giusto?

Plastica, carta, umido sono facili da individuare.

Ma ci sono oggetti che dovrebbero finire in una ricicleria (i vecchi elettrodomestici).

E ci sono altre cose che non ho mai capito dove vanno messe.

E io ho paura. Paura di sbagliare.

A Milano ci sono gli ispettori del Comune che vanno a rovistare con dei guantoni dentro i rifiuti condominiali: un paio di miei amici li hanno visti per davvero.

Se hai fatto un errore, e hai lasciato una traccia, ti arrivano multe anche da duecento euro.

Per esempio, lo sapevate che gli scontrini non vanno messi nel bidone della carta, perché  sono fatti di una carta speciale, che FORSE va nell’indifferenziata?

Ma sono tante le domande che mi pongo quando devo buttare via oggetti non chiaramente identificabili.

Mi sono persino scaricata una App del comune di Milano che funziona così: tu digiti il nome della cosa che devi buttare, e la App di dice dove la devi buttare.

Ma ci sono oggetti che non compaiono nella App (ho persino paura a dire quali sono).

Allora, quando li butto nell’indifferenziata, sto molto attenta a non infilare nel sacchetto qualcosa che potrebbe portare alla mia identificazione.

E poi, bisogna pulire i contenitori di plastica prima di buttarli.

Sono arrivata a mettere in lavapiatti tutti barattolini di Yogurt, che vengono infilati nel sacchetto della plastica freschi di bucato.

Le lattine della pappa dei gatti le lucido invece col Sidol, dopo averle lavate: vengono benissimo, brillano come i pomelli di ottone del nostro condominio.

Il senso civico può rovinarti la vita, lo so.

Anche perché ieri, Bindo, il mio amico che sa TUTTO, mi ha spiegato che esiste una nuova generazione di macchine che riescono a identificare il TIPO di rifiuto che hai buttato nel sacco dell’INDIFFERENZIATO.

Forse noi siamo i martiri della PRIMA fase della raccolta differenziata.

Forse.

O forse ci costringeranno a compraci delle macchine per il compostaggio da mettere sul terrazzo.

Dedicherò tutto il mio tempo libero a compostare l’UMIDO.

Dio non voglia che succeda veramente così.

A ripetizione di Torrent

Ho deciso di mandare Tommaso a ripetizione di matematica. Tommaso è discalculico e ritenevo che avesse bisogno di un po’ di sostegno “personalizzato”.

Il giovane ingegnere che l’ha preso in cura non è riuscito a resistere per più di un paio di lezioni, e poi ha scaricato da Torrent una serie di programmi da installare sul suo PC.

Gli ha quindi spiegato che su Torrent ci sono dei meravigliosi giochi elettronici, e da allora Tommaso tiene acceso il PC tutta la notte per scaricare quello che gli avevo negato negli ultimi anni.

Viviamo con il Wi-fi sempre acceso, perché il giovin pulzello ha finalmente trovato il paese dei balocchi (elettronici).

Anche i miei tentativi di distoglierlo dal PC infilandolo d’ufficio in una squadra di rugby, si sono arenati su una mano slogata mentre giocava a pallavolo a scuola.

E’ la seconda volta che si fa male a scuola mentre gioca in cortile, e ieri sera siamo finiti per la seconda volta (in sei mesi) al Pronto Soccorso del Gaetano Pini.

La prima volta avevamo assistito allibiti – tutti e due – alla scena di un padre che sgridava il figlio dodicenne con gli occhiali e la faccia da secchione, che si teneva un braccio in mano e piagnucolava dal dolore.

Il padre gli dava del cretino con una veemenza quasi divertente: “Solo un idiota si può mettere in porta con gli occhiali! Sei un cretino! Adesso basta, non ne posso più! Sei un idiota…”.

Avevo trovato la scena un po’ disgustosa – in fondo il bambino si era fatto male – ma ieri sera la stessa scena l’ho fatta io.

Abbiamo aspettato quattro ore e per quattro ore gli ho dato del cretino.

Non avevo voglia di trovarmelo un’altra volta ingessato, perché è il più imbranato del gruppo e e non ha ancora capito che quando si gioca a palla bisogna GUARDARE  quello che succede, ed essere un po’ più reattivi.

Tommaso ha cercato un paio di volte di difendersi: “Ma che colpa ne ho io?”, e poi è tornato sul suo argomento preferito.

Mi ha chiesto: “Mi dai una paghetta di cinque euro alla settimana?'”.

Gli ho risposto: “Te la do solo se non ti ingessano”.

Ma l’hanno ingessato, e la paghetta è stata rimandata a data da destinarsi.

E adesso Tommaso è nell’altra camera, con la mano ingessata che smanetta su Torrent.

Sul quale l’ho mandato a ripetizione.

Dove sbaglio?

Mi sembrava che quella delle ripetizioni fosse una buona idea…

Vintage post: la mattina dell’impiegata

Quando ho cominciato a bloggare non mi leggeva nessuno.
Adesso mi leggono in pochi.
E oggi ho fatto i lavori pesanti (lavatrici, eccetera).
E non ho voglia di scrivere.
Propongo un Vintage Post: vecchi post che non ha letto NESSUNO.
Se a qualcuno va di leggerlo….
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Ecco la mia vita. Così cominciano TUTTE  le mie giornate…

 6:45
Sveglia. Buio, molto buio. Riscaldamento autonomo spento per risparmiare. Diciotto gradi al massimo.
Radiosveglia impostata su Radio Maria. Così DEVO alzarmi per spegnerla.Il concetto di “poltrire a letto ascoltando Radio Maria” non è ancora   stato inventato.

 6:48
Colpo di reni! Fuori dal letto e sotto la doccia! Qui la storia comincia a migliorare. Bello stare al caldo: mi insapono tutta per benino, testa sotto l’acqua calda,  poi capisco che sto facendo tardi….

7:00
Secondo colpo di reni! DEVO uscire dalla doccia se voglio svegliare mio figlio. Mi infilo l’accappatoio e cerco il fon nel casino dell’armadietto del bagno.

7:15
Vestita e asciugata, accendo il riscaldamento e entro nella stanza dello studente di prima media che ronfa puzzolente sotto il piumone. Non si lava da almeno cinque giorni e l’ultima moda è dormire con le calze. Puzzolentissime anche loro.
Prima ci provo gentile: “Tommaso, sono le sette e un quarto…”. Lui fa finta di niente, anzi si copre la testa col piumone, come per dire: “Non vedi che sto dormendo: cosa vuoi da me?”.
Ci riprovo gentilmente per l’ultima volta: “Sono le sette e un quarto, su, alzati…”. Lui allora mi tira un calcio – secco, netto, bruto – col piede calzato nel pedalino fetido. Gli strappo il piumone di dosso, urlando: “Vieni fuori da lì, esci, sei un verme, sei un verme!”.

7:16
Inizia la rissa. Lui, il pre-adoloscente, cerca di riprendersi il piumone, e io scappo fuori dalla stanza, tenendo in mano il piumone. Non voglio che ci sentano urlare i vicini del piano di sotto, che si sono lamentati, perché  hanno un bambino piccolo che dorme nella camera sotto quella di Tommaso e si sveglia tutte le volte che litighiamo. Il pre-adolescente esce allora dalla camera da letto, inseguendo il piumone. Lo lancio sul divano – il piumone – mentre il pre-adoloscente grugnente-puzzolente ci si infila sotto.

7:18
Tiro fuori il latte dal frigo, lo verso in un piatto assieme al Nesqueek e ai cornflakes, poi, con un colpo secco, gli strappo via il piumone. Ricomincio a urlare: “Mangia, adesso, mangia! È tardi, farai tardi!”.
Tengo il piumone in mano, come la cappa di un torero, per spingerlo verso il tavolo, proprio di fronte al divano. Tommaso allora si siede e, come premio, gli rimetto il piumone sulle spalle.
Il pre-adoloscente comincia a mangiare facendo il rumore di un branco di maiali al trogolo. Mastica a bocca aperta e succhia il latte dal cucchiaio. Lo fa apposta a mangiare così, perché sa che non lo sopporto.
A questo punto mi ributto in camera sua: raccolgo libri, quaderni, penne, matite sparse e infilo tutto dentro la cartella. Poi comincia la caccia al tesoro dei pezzi del computer persi in giro per la casa. Tommaso è dislessico e deve portarsi a scuola il computer, di cui semina caricatore, mouse, pile per il mouse, eccetera, in tutta la casa.
Raccolgo i vestiti sporchi e li porto nella cesta del bagno, poi torno in camera a prendere quelli puliti e glieli porto in sala.

 7:30
Il verme è di nuovo sotto il piumone, sul divano della sala. Ricomincia il corpo a corpo per riuscire a portaglielo via. Ci riesco: ho afferrato il piumone e gli ho messo in mano i vestiti. Seguono dieci minuti di grida miste, inframmezzate da: ”Vestiti!” e “Lavati i denti”. Il bambino del piano di sotto si sveglia del tutto, nel caso in cui non l’avesse ancora fatto.

 7:45
Siamo davanti alla porta di casa. Lui sostiene che IO abbia dimenticato di mettere qualcosa nella sua maledetta cartella. Non vuole uscire, resiste: “Hai messo il diario il cartella? Hai firmato l’avviso? E il mouse, hai trovato il mouse?”.
Urlo: ”Fuori, vai fuori di qui!”.
Tommaso esce. Chiudo la porta. Lo sento scendere le scale con la cartella che rimbalza su ogni singolo gradino. È un inutile dispetto da pre-adolescente,  lo so, ma così sveglia fino all’ultimo condomino. Amen. Non lo posso ammazzare.

 7:46
Faccio finalmente colazione io. Alle nove devo essere in ufficio. Ho trenta minuti per spararmi fuori di casa, e altri quarantacinque per arrivare a destinazione. Tracanno il Nescafé con l’acqua scaldata nel forno a microonde….

To be continued…

L’infinito a portata di internet

Prima che nascesse la Rete, quando pensavo all’infinito, pensavo ai vuoti e bui spazi siderali.

Associavo l’idea dell’infinito a quella del vuoto.

Adesso, invece, quando penso all’infinito, penso a internet.

Penso ai milioni di pagine web che sono lì per essere lette, che mi chiamano, che invocano la mia attenzione, mentre io arranco dietro alle poche cose che riesco a leggere o fare sul web.

Se insegui un post che ti è piaciuto, puoi arrivare lontanissimo e scoprire terre inesplorate (ma solo per te, bada bene), dove qualcuno vive e racconta cose interessantissime.

Allora vuoi sapere tutto di LUI o di LEI, e cominci a girargli attorno per vedere quali sono i suoi amici, i libri che ha letto, la musica che ascolta.

Pensi: mi piacerebbe conoscere questa persona così interessante. Voglio leggere tutto quello che scrive o scriverà in futuro. Voglio vedere tutti i video o i film che ha fatto, se è un regista, oppure le fotografie, se è un fotografo, o non so cos’altro, se è qualcos’altro.

Basta solo avere un po’ di tempo, e riuscirò a vedere, leggere, scoprire tutto quello che mi interessa delle persone che mi piacciono…

Credo che il mio senso di spaesamento e PAURA di fronte a internet nasca proprio dalla certezza che internet sia oggi una delle proxy più spaventose dell’infinito.

Chi mai vorrebbe nuotare in mezzo all’Oceano Atlantico, tra le onde alte dieci metri, a migliaia di chilometri dalla riva più vicina?

Non è più riposante farsi il bagno sempre nella stessa caletta, dove vai da quindici anni,  insieme agli stessi quindici amici?

La vertigine che mi dà internet assomiglia al senso di spaesamento che proverei a percorrere strade sconosciute che corrono fino alla linea dell’orizzonte, senza intravederne la fine.

Sai solo che la strada continua, ma non sai dove porta, né quanto è lunga.

Il paesaggio intorno è bellissimo, ma ti fanno già male i piedi.

Sei molto stanco, ma vorresti continuare a camminare. Non riesci a fermarti, anche se capisci che non ce la fai più.

In questo ridicolo post finto-poetico, mi accorgo di aver descritto la sindrome di dipendenza della quale soffro ormai da molto tempo.

Il tempo che passo sul web non è mai abbastanza.

Vorrei smettere di dormire e di mangiare per continuare a camminare su quella strada e scoprire dove mi porta.

Ma adesso vado a letto, prima di svenire sulla tastiera.

Amato figlio mio (che sei un marziano)

Tommaso è chiuso nella sua stanza insieme a un compagno di classe, e ha appeso alla sua porta una di quelle targhette degli alberghi che dicono: “Non disturbare”.

Non posso entrare, ma li sento.

Stanno facendo un videogioco sul computer. Si sono collegati su Skype a un terzo ragazzino che gioca con loro e commenta le varie mosse dalla finestrella di Skype che i due tengono aperta in basso, su un lato dello schermo.

Per accompagnare la serata di sciambola (giocare in tre allo stesso videogioco), si sono fatti i pop corn al microonde, e poi Tommaso ha scovato in cucina due contenitori di plastica che assomigliano ai bicchieroni del cinema, dove ha versato i pop corn.

Io ho cucinato delle schifezze semisane, e gli ho fatto un litro di frullato, che hanno bevuto più o meno volentieri.

Non posso dire che sono contenta di saperli chiusi in camera a giocare in tre (di cui uno su Skype)  a un videogioco.

Ma non posso neanche sperare che passino la serata impegnati in una sfida a scacchi all’ultimo sangue (e quello su skype cosa farebbe?).

Naturalmente ho insegnato a Tommaso come si gioca a scacchi, ed è stato anche costretto a seguire un corso organizzato dall’Accademia degli scacchi.

Secondo me gli sarà utile imparare a ragionare come uno scacchista, ma a Tommaso degli scacchi, in realtà, non gliene sbatte una beata mazza.

Ai nostri figli MASCHI piacciono SOLO  i videogiochi e, se giocano a carte, usano SOLO quelle di Yu-Gi-Oh!, che costano un botto ma li costringono a imparare a fare i calcoli a mente (per sommare la “potenza” delle varie carte).

Insomma, i nostri figli sono dei MARZIANI rispetto a noi che disponevamo di due soli supporti ludici: la palla e le carte (anche quelle romagnole…).

L’unico gioco tecnologico in circolazione era l’Allegro Chirurgo: si illuminava l’organo che rimuovevi con la pinzetta. Punto.

Posso confessare che non ho dei bei ricordi dei pomeriggi passati all’oratorio a giocare a palla prigioniera con le suore?

Posso dire che odiavo giocare a carte fino allo sfinimento, perché c’era sempre qualche ragazzino che invece ADORAVA la Scala Quaranta o il Tresette col Morto e voleva sempre la rivincita?

Posso URLARE che le nostre infanzie sono state noiose come la morte, perché eravamo già inurbati, chiusi in casa, senza giardini, senza cortili, e avevamo come unico passatempo le carte romagnole?

Posso GRIDARE  che giocare a briscola per tutta l’estate (con i tuoi fratelli) era di una NOIA FUNESTA E MORTALE?!

E poi, io avevo per lo meno dei fratelli (mi ricordo una volta che per cambiare gioco li feci inginocchiare in sala e li costrinsi a recitare delle Ave Marie), mentre quella di adesso è una generazione di figli unici.

Le donne che lavorano ci pensano tre volte prima di fare il secondo pargolone e i nostri figli sono spesso da soli.

Il computer gli fa compagnia e vedono gli amici su Skype.

Triste, tristissimo, ma non me la sento di dire che questi poveri ragazzi sono peggio di noi.

Certo, quando noi eravamo annoiati, prendevamo un libro e leggevamo.

Loro, no, non si annoiano mai, e non leggono mai.

I videogiochi sono stati pensati per creare dei meccanismi di dipendenza e ogni volta che decido di far spegnere il computer a Tommaso, mi devo impegnare in lotte discretamente faticose.

Ma non me la sento di spegnere TUTTO e mettergli in mano un mazzo di carte romagnole (le odio ancora!) e sfidarlo a Scopone.

Oggi i ragazzi, quando si vedono, giocano insieme con dei GIOCHI ELETTRONICI.

Non si può tornare indietro, anche se mi chiedo cosa ci sia nel futuro dei nostri figli marziani.

Passività intellettuale e  dipendenza dal mondo digitale?

Oppure diventeranno una generazione di smanettoni – poco colti – capaci di interagire col nuovo mondo produttivo, che sarà necessariamente tutto digitalizzato?

Non lo so, forse leggere Joyce serviva per davvero a qualcosa.

Ma è inutile piangere sul latte versato.

La sfiga ai tempi dei social network

Voglio sostenere una tesi ardita: con i social network è finita la sfiga.

Tranqui, adesso argomento.

Dunque, io non sono nata digitale, ma lo sono diventata in età adulta (sono androidiana, se vogliamo proprio dirla tutta).

Ricordo benissimo i tempi in cui c’era solo il telefono, se volevi parlare con qualcuno.

Ricordo benissimo anche la gioia di quando mi comprai una segreteria telefonica, perché non volevo perdere quelle poche telefonate che ricevevo.

E se volevi conoscere qualcuno di nuovo, dovevi sperare che ti invitassero a una festa o a una cena, e poi dovevi aspettare che LUI (o anche lei), ti chiedesse il numero del telefono di casa.

Forse qualcuno si ricorda gli annunci che dicevano: TELEFONARE ORE PASTI.

Mi ricordo il batticuore di quando suonava il telefono: sarebbe stato LUI?

E l’angoscia di quando arrivavi a casa, sentivi suonare il telefono, correvi dentro, sperando che fosse LUI, e poi non riuscivi a rispondere in tempo. E non sapevi chi ti aveva chiamato.

Eravamo quindi tutti un po’ SFIGATI.

Conoscevamo poche persone, conoscerne di nuove era molto difficile, e anche l’invito per una festa arrivava per telefono, e se ti perdevi la telefonata, ti perdevi l’invito.

Mi ricordo che c’erano dei periodi in cui avevo l’impressione che nessuno mi volesse, perché era molto difficile mettere in moto degli ingranaggi sociali dove tu venivi riconosciuto come parte di un gruppo, e quindi ritenuta degna di un invito.

La società pre-social network era in realtà composta da clan, dove le persone si riunivano perché si assomigliavano (stessa città, stessa scuola, stesso reddito, stesso ceto sociale).

E se non ti davi da fare, rimanevi fuori dal clan. E ti sentivi uno SFIGATO.

Ma oggi chi si sente più sfigato?

Con i social network, sotto la cui categoria rubrico non solo i soliti Facebook e Twitter, ma anche i forum, i blog, eccetera, è molto facile incontrare persone – VERE – che hanno i tuoi gusti e le tue passioni, con le quali costruisci delle relazioni – VERE – basate su pensieri comuni e scambi REALI di opinioni su argomenti che ti interessano.

Io non credo che la socializzazione su internet sia solo virtuale, anzi, ci sono molti gruppi che nascono su internet e poi si incontrano, si conoscono, organizzare gite, discussioni, serate insieme.

Potrei fare milioni di esempi: dalle camminate in montagne, alle cene a casa di qualcuno che mette il proprio desco a disposizione, ai gruppi di auto-aiuto di donne e uomini che hanno qualche strana e rara malattia in comune e riescono a mettersi in contatto tra di loro  per aiutarsi e scambiarsi aiuti e consigli.

Tutto questo è FANTASTICO!

Non sono più una sfigata, no, e non lo è più nessuno che riesca a stabilire delle relazioni con persone che gli assomigliano, che hanno le sue passioni o i suoi problemi.

C’è solo un’UNICA e GRANDE  controindicazione all’esplosione sociale ANTISFIGA compiuta grazie alla rete: le persone che vorrei incontrare e conoscere sono TANTE e so che non riuscirò a vederle tutte.

Vorrei andare a Verona a passare un week-end con Salvo e la sua compagna, che non ho mai visto, ma ci siamo scritti tante email e ci siamo parlati al telefono.

Vorrei rivedere Marcello, perché fa delle fantastiche battute.

Vorrei rivedere anche Lollo, che conoscevo di persona, ma poi ho letto quello che scriveva sul web, e ho pensato: “Ehi, ma fa ridere sul serio!”.

Insomma, vorrei avere 1000 vite per incontrare e parlare con tutti quelli che ho conosciuto sul web o conosciuto MEGLIO sul web, scoprendo anche lati insospettabili di loro, perché quando si scrive, si è diversi da quando si parla.

E oggi, i social network, sono fatti ancora di PAROLE.

PAROLE SCRITTE.

Certo, sui social network ci sono anche le foto e anche i video.

Ma io amo molto le parole – amo anche i video e le foto – ma trovo ancora molto belle le parole.

Evviva quindi chi usa le parole!

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Lasciate ogni speranza o voi che vi autopubblicate!

Non fidatevi del titolo del post.

Io difendo il self publishing e vi spiegherò perché.

Ma quella di autopubblicarsi è una strada senza ritorno (e vi spiegherò cosa voglio dire).

Parto dall’inizio della storia.

Abito a Milano.

Conosco un po’ il mondo dell’editoria (quella di “carta”), e qualche anno fa ho pubblicato un libro con un editore, usando il mio vero nome.

Il libro è andato malissimo, e sto facendo causa per la seconda volta all’editore.

Mi sto battendo da quasi dieci anni per riprendermi i diritti di un libro che oggi venderebbe due copie (su Amazon), se me lo auto-ripubblicassi.

Ma non tollero l’idea di essere finita – per sbaglio – in una casa editrice di destra, che pubblica ancora delle sonore schifezze.

Detesto vedere il mio – vero – nome associato a quello della casa editrice in questione, ed è per questo che vado in Tribunale.

Ci sono stata la prima volta dieci anni fa. Mi volevo riprendere i diritti del libro e volevo che tutte le copie stampate fossero distrutte, mandate al macero.

Il giudice mi ha fatto firmare una bizzarra transazione: se avessi restituito l’anticipo ricevuto dalla casa editrice, sarei rientrata in possesso dei diritti di pubblicazione (che avevo ceduto per vent’anni), ma le copie in magazzino sarebbero rimaste alla casa editrice. Che poteva continuare a venderle dove e come credeva.

Ho firmato.

Non avevo previsto che la casa editrice si sarebbe tenuta per dieci anni in magazzino le duemila copie invendute, e le avrebbe sparate dieci anni dopo su tutti i bookstore digitali del mondo.

Pensavo che le mie duemila copie invendute sarebbero finite in qualche polveroso Reminders e sarebbero quindi sparite PER SEMPRE dal mondo REALE.

Ma non è successo così.

Le  copie sono in vendita su una ventina di bookstore, e il mio amico del cuore, che fa l’avvocato, mi ha REGALATO una citazione in Tribunale.

Chiederemo alla casa editrice in questione di ritirare le copie dalla vendita.

Ometto le motivazioni legali, ma basta il buon senso per capire che se la casa editrice non detiene più i diritti del mio libro, non può continuare a venderlo per i prossimi cento anni (solo per farmi un dispetto), e senza mai essersi degnata di mandarmi un rendiconto sulle vendite, DICO UNO,  da quando il libro è arrivato in libreria.

Ecco, forse sono stata particolarmente tonta o sfortunata, ma i piccoli editori vanno presi con le pinze.

Voi gli cedete i diritti del vostro libro per vent’anni, e loro magari ne stampano 500 copie e non vi dicono neanche in quali libreria sono finite.

In genere hanno un ufficio stampa che non vale nulla, e riusciranno a farvi avere solo un paio di articoli sulla Gazzetta di Brembate di Sopra, scritti da un’allieva della quinta elementare che ha vinto il primo premio per la poesia delle scuole di Brembate di Sopra e di Sotto,e  che definisce il vostro libro “un moderno capolavoro della prosa contemporanea”.

Ma, per favore, non pensate che pubblicare un libro con le major dell’editoria italiana significhi avere un successo garantito.

No, gli uffici stampa delle case editrici – anche di quelle enormi – scelgono di puntare TUTTO su un paio di titoli all’anno, e se non siete tra quelli, baciatevi i gomiti se arrivate alle duemila copie.

E se il libro va male – cioè non lo compra nessuno – i librai lo rimandano al mittente (l’editore) a stretto giro di posta per non trovarsi gli scaffali pieni di ROBA che non va.

Il punto è proprio questo. I libri stampati diventano ROBA da vendere.

E se la ROBA è invendibile, la si butta.

Ma anche VOI scrittori verrete buttati via insieme a lei, perché la casa editrice ritirerà il libro dal catalogo e vi chiederà se volete comprarvi 500 copie con lo sconto (meglio di niente, pensano gli editori: almeno ci paghiamo un po’ di spese).

Voi ve le comprerete, e le metterete in cantina, per tirarle fuori tutti i Natali e regalarle ai vostri annoiatissimi parenti, che vi troveranno PATETICI col vostro vecchio libretto in mano.

Poi, il giorno del vostro funerale, qualcuno metterà il libro nella bara (l’ho visto fare), e il vostro incompreso capolavoro scenderà nella terra oscura, per sempre, insieme al defunto e incompreso autore.

Mi pare che non sia più necessario spiegare perché Amazon o qualsivoglia editore digitale sia meglio.

Faccio lo stesso un velocissimo elenco:

  1. restate proprietari dei diritti,
  2. non vi costa nulla pubblicarlo e potete modificare titolo, testi, copertina, tutte le volte che volete,
  3. se siete dei geni autodidatti del marketing, potreste venderne anche qualche migliaio di copie, o anche molto di più se il libro è carino e sapete cosa fare per promuoverlo,
  4. potete mettere in vendita anche l’edizione cartacea, se qualcuno dei vostri amici non si volesse comprare un ereader,
  5. non dovrete mangiare la merda che vi viene in genere fatta trangugiare a palate da un editore che non è riuscito a vendere neanche mille copie del vostro capolavoro.

L’unica controindicazione all’autopubblicazione è l’impossibilità di tornare indietro verso l’editoria tradizionale.

Nessun editore pubblica un autopubblicato a meno che non abbia venduto un milione di copie.

In Italia c’è una sola eccezione: Newton Compton. Ogni tanto Raffaele Avanzini pesca laicamente un autore dal web, ma Avanzini non ha la distribuzione (le librerie), e quindi viaggia più leggero di chi ha librerie, case editrici, testate giornalistiche, eccetera, che stanno andando tutte insieme in picchiata verso il sicuro fallimento.

Il motivo per cui gli editori non amano gli autopubblicati è molto semplice: gli intasiamo il canale online.

Lo riempiamo con i nostri ebook, impaginati da noi smanettoni che teniamo il prezzo basso per venderne di più (siamo singoli imprenditori, in genere con un altro lavoro, e quindi non dobbiamo tenere in piedi un’impresa con i nostri guadagni).

Gli editori tradizionali preferirebbero che noi SELF ci scannassimo in quei tremendi concorsi letterari che durano anni e si concludono con la vittoria di UNO SOLO, che vince appunto il diritto a finire in libreria con le solite tremila copie (e si ricomincia come sopra).

Intanto, tutti quelli che hanno partecipato al concorso, hanno ceduto all’editore i diritti di pubblicazione per qualche anno, e stanno fuori dal giro (dei bookstore).

Se si spargesse la voce che Rizzoli e Mondadori pubblicano i libri più venduti dai SELF su Amazon, tutti si butterebbero a pubblicare sui bookstore nella speranza di farsi notare dagli editor delle collane.

Ma loro se ne stanno zittini a guardarci. Non ci amano, believe me.

Io rivendico il diritto di impiastare Amazon con tutto quello che voglio.

Poi, anche su Amazon, ci sarebbe un lungo discorso da fare.

Il primo del quale sull’annosa questione delle critiche false a cinque stelle. Sono troppe.

Ma su questo ho già pontificato.

Buonanotte.

Basta con i Rosa loffi come una scoreggia!

Scusate se mi esprimo con tale veemenza, ma non riesco a capire come diavolo sia possibile che i Rosa che vendono di più siano ancora quelle tremende schifezze in cui lei è una sfigata che  sposa il Principe Azzurro, oggi nella moderna versione di Amministratore Delegato.

Non so quale sia il meccanismo psichico che spinge ancora le lettrici ad acquistare questo genere di Rosa, adesso condito anche da qualche bella frustata (l’Amministratore Delegato usa la frusta, cosa che in fondo le piace).

Scusatemi, ma io mi rifiuto di scrivere di donne che corrono dietro a qualche maschio col reddito superiore al loro, mettendo in scena un passato antropologico dal quale credo che le donne si dovrebbero liberare.

Noi femmine, di fronte alla capanna, che prepariamo il pane, mentre LUI, il cacciatore, porta a casa proteine animali.

Oggi, le proteine animali le compriamo all’Esselunga – tutti, uomini e donne – e io rivendico la possibilità di scrivere dei Rosa in cui la donna non sia un’oca che vuole sposare uno che guadagna più di lei e sia possibilmente proprietario di loft a Londra, Parigi e New York.

Oggi siamo tutti nella stessa merda e sarebbe carino poter scrivere dei Rosa leggeri, un po’ meno stereotipati, dove LUI e LEI sono delle persone NORMALI  che pensano delle cose NORMALI.

Anche perché, se nella realtà il tuo capo tira fuori la frusta, chiami la Polizia.

Ma poi I ROSA NORMALI non te li compra nessuno (sto parlando del mio, naturalmente).

Qualcuno sa il perché?

Dio bono, quanto mi rode.

Il porno spiegato ai bambini

Sto citando “La televisione spiegata al popolo” di Achille Campanile, il libro preferito di Aldo Grasso.

L’ho letto anch’io e amo quel titolo meraviglioso di un libro tanto leggero quanto intelligente.

Prendo in prestito quel titolo, allora, perché continuo a leggere articoli su come limitare l’uso del web da parte dei bambini, e soprattutto su come tenerli lontani dalla pornografia, che oggi è veramente a portata di clic.

Mi irritano ugualmente gli stucchevoli consigli degli esperti, che peraltro dicono sempre le stesse cose:

  1. di usare un parental filter per impedire al pargolo che vada a finire su siti sconvenienti,
  2. di sorvegliare il pargolo mentre naviga sul web, facendo in modo che il computer si trovi in un’area aperta, a voi visibile, così da poter lanciare un occhio su quello che sta facendo.

Anche applicando alla lettera i consigli degli esperti – per un po’ l’ho fatto – non si può comunque impedire a tuo figlio di andare a casa di qualche amichetto/a, dove tutte queste precauzioni invece non vengono prese.

Se poi un compagno dice a tutta la classe di digitare “Youporn” su Google, allora la frittata è fatta.

E così, di punto in bianco, dovrete spiegare a vostro figlio (e magari non solo a lui) che cos’è un film (o un video autoprodotto) porno.

E gli esperti, con tutti i loro fastidiosi consigli per tenere il web sotto controllo, non vi saranno di grande aiuto.

Perché ormai il il bambino il pornetto se l’è visto.

E voi dovrete dirgli QUALCOSA, non potrete far finta di niente.

Ma non saprete COSA dirgli, perché negli articoli sui parental filter non si prevedeva che voi avreste fallito la mission impossible di tenere lontano vostro figlio dalla pornografia fino alla notte prima del matrimonio.

Ma torniamo indietro alla quinta elementare, anno in cui si svolgono i fatti che vi vado a raccontare.

In una bella mattina di ottobre, passo a prendere la compagna di classe con la quale allora Tommaso andava a scuola.

Facciamo due passi e la bambina mi dice: “Ma è vero che prima di fare l’amore bisogna ciucciare il pisello dei maschi?”.

Ricordo di aver sentito un brivido gelido scendere lungo la schiena e di averle chiesto che cosa aveva detto ESATTAMENTE, perché di sicuro IO avevo capito male.

La bambina mi ripeté la stessa domanda, mentre Tommaso ridacchiava.

Il brivido gelido era giustificato.

NON C’ERANO DUBBI: i due avevano visto un video porno.

Gli feci immediatamente confessare TUTTA LA VERITA’: quando avevano visto la schifezza (il pomeriggio precedente, di nascosto da tutti, sul computer di casa dell’amichetta), come si chiamava il sito in questione, e chi gli aveva consigliato di vedere la schifezza (un altro compagno di classe, un po’ più svegliotto di loro due).

Poi, dopo averli accompagnati a scuola, chiamai la madre della bambina per raccontarle cos’era successo.

Non me ne sbatteva niente del fatto che lei non avesse il parental filter, perché sono cose che possono succedere a chiunque, ma pensavo che fosse il caso che spiegasse alla figlia che cos’è un fil porno.

La mia amica rimase a dir poco colpita da quanto era avvenuto e so che l’argomento fu affrontato  immediatamente.

Poi feci la posta fuori da scuola alla madre del bambino che aveva consigliato il sito in questione ai due giovani pargoli.

Ricordo molto bene la reazione della mamma del pupo: mi svenne praticamente tra le braccia quando le spiegai cos’era successo, mentre il piccolo porno advisor negava tutto, dando la colpa a un altro: “Me l’ha detto Tizio di andare su Youporn!”.

Poi arrivò il turno di Tommaso.

La presi alla larga, annunciando che il porno advisor non sarebbe mai entrato a casa nostra, e che lui doveva sempre raccontarmi che cosa guardava quando navigava su Internet.

E poi mi bloccai.

Perché non sapevo cosa dirgli sui film porno.

Non sapevo spiegargli perché sono così brutti e perché è meglio non guardarli.

Allora sono andata anch’io su Youporn, visto che non sono mai stata una frequentatrice del genere porcellone.

Era la prima volta che vedevo quella roba – non sto scherzando, io non mi vergogno di niente – e ho capito che l’unica cosa sensata che potevo dire a Tommaso era che il porno è FALSO.

E che i film porno  non c’entrano niente con il sesso e con l’amore, e che tutto quello che si fa nei film porno è fondamentalmente INVENTATO.

E che le donne VERE non sono così ridicolmente sottomesse.

Nei film porno, le donne fanno cose INVENTATE dagli uomini (ma inventare è già un complimento: ripetere è il verbo giusto, perché i porno sono tutti uguali).

Ho spiegato a Tommaso tutto questo, e poi l’ho chiusa lì, sapendo che tra un po’, quando avrà quindici anni, ritornerà di sua sponte su quei siti, ma prima spero di avergli potuto spiegare qualcos’altro.

E cioè che su Youporn non c’è proprio niente di vero.

Quelli di Youporn non sono video casalinghi fatti da coppie caldamente esibizioniste

Sono solo filmini scadenti fatti da qualche porcaccione che si è comprato una webcam e ha pagato una prostituta per dar corpo alle sue fantasie, in genere noiosissime: uno stantuffamento potente e continuato, con lo stile e la sensualità di un martello pneumatico.

Su Youporn è tutto assolutamente falso, perché una donna con con dei figli, una vita piena d’amore e degli amici, NON METTE LA FACCIA in un video porno (anche se fatto in casa).

Quelle povere ragazze costrette a far finta di godere di quei tristi stantuffamenti sono prostitute travestite da donne normali.

E sulla prostituzione ho la stessa posizione del governo svedese, danese e norvegese: deve essere proibita.

Proibita completamente, senza case chiuse, quartieri a luci rosse, partire IVA e tasse da pagare.

Ma come si fa a proibire la prostituzione?

Punendo i clienti, non la prostituta.

Si chiama “Modello Svedese”.

Ma di questo parlerò in un prossimo post.

Vi faccio solo notare che senza prostitute, non ci sarebbero più film porno.

Nessuno dovrebbe più spiegare a un bambino che un film porno è solo una tristissima bugia.

E scomparirebbero finalmente anche gli articoli sui parental filter.

E quelli che li scrivono.