Tecniche psicologiche (da non consigliare a nessuno) per convincere Tommaso a finire i compiti delle vacanze

Non  scriverò miei soliti romanzi.  Sarò breve, crudele, concisa.

Tommaso è chiuso in camera sua a finire i compiti delle vacanze.

Credo che oggi le mie urla siano state udite fino a Timbuctù.

Ormai non mi vergogno più: mancano 10 giorni a quando comincerà la scuola, e me ne sbatto di quello che diranno i vicini.

Ma quali tecniche psicologiche si possono (non) consigliare a una madre che voglia far capire a suo figlio/a che se non studierà, farà una fine bruttissima?

La prima delle tecniche – che (non) consiglio caldamente –  è quella di fare l’elemosina a tutti i neo-barboni con l’aria quasi rispettabile e bisbigliare sottovoce a Tommaso: “Chissà, magari, se avessero studiato, oggi non sarebbero lì a chiedere la carità…”.

Funziona?

Dopo che ho dato a mio figlio l’euro da infilare nel cappello del quarantenne semi-dignitoso che sta seduto ai bordi  di una strada, Tommaso fa i compiti?

Certo che no. Tommaso se ne sbatte dei compiti tanto quanto prima aver dato l’euro al disoccupato.

Allora passo al VERO terrorismo psicologico.

Comincio a parlargli della Cina e dei cinesi.

Gli spiego che i cinesi  sono tanti. Che hanno una gran voglia di lavorare. Che per loro non esistono sabato e domeniche e che presto saranno i padroni del mondo.

E quindi saranno loro i suoi prossimi datori di lavoro.

Faccio quindi a Tommaso l’elenco dei mestieri che potrà fare al soldo dei cinesi.

Il commesso, per esempio, in uno dei magazzini all’ingrosso di Via Paolo Sarpi, ammesso che i proprietari siano disposti ad assumerlo (purtroppo per lui, non è cinese come loro).

Oppure l’operaio nella fabbrica a Shenzhen dove fanno gli iPhone e dove c’è il più alto tasso di suicidi al mondo (per colpa, pare. degli straordinari).

O magari il cameriere in una pizzeria italiana a Pechino, dove lavorerà 12 ore al giorno per 7 giorni alla settimana, e dove il padrone sarà naturalmente cinese.

Tutte queste cose succederanno se Tommaso non finirà i compiti delle vacanze.

E cosa sta facendo Tommaso adesso?

Sta giocando a Dark Orbit sul suo computer.

Qualcuno ha qualche altro consiglio da darmi?

Dress code nel campeggio naturista: quando ti puoi vestire

I campeggi naturisti garantiti dal FKK – Freikörperkultur che significa Free Body Culture – sono soggetti a una serie di regole piuttosto severe sul come e quando è vietato vestirsi, applicate a volta con mano troppo pesante dal servizio di sorveglianza croato del campeggio.

Faccio una prima premessa: in Croazia, dopo la guerra civile, molti militari sono entrati nella Polizia.

In Istria non ho mai visto un mendicante o un ambulante che cercasse di vendere collanine sulle spiagge. I turisti, insomma, vengono protetti a mano armata, visto che sono la principale ricchezza della Croazia.

La seconda premessa è che gli ex-militari che non sono entrati nella Polizia, fanno spesso parte delle Security dei vari alberghi o resort.

Nel nostro campeggio si vedono infatti queste montagne muscolose che girano in motorino per controllare che non succeda niente di strano, ma anche per verificare che nessuno si faccia il bagno col costume.

Perché farsi il bagno col costume è vietatissimo dalla legge del FKK, che mira a proteggere i naturisti dai guardoni, i quali, se proprio vogliono guardare qualche sessantenne senza reggiseno, devono avere la buona grazia di togliersi le mutande anche loro.

La scena alla quale è facile assistere è quindi la seguente: stai prendendo il sole sulla spiaggia e senti un fischio fortissimo (i guardiani usano il fischietto).

Ti volti e vedi un sorvegliante croato alto un metro e novanta per cento chili di muscoli (vestito con un’uniforme beige) che urla: “Togliere costume, prego!”, e poi lo ripete anche in tedesco.

In genere il malcapitato beccato in spiaggia col costume fa una faccia terrorizzata (come se gli avessero detto che lo stanno rastrellando per fucilarlo nel boschetto dietro la reception),  e punta un dito verso se stesso, pronunciando il fatidico: “Io?!” (il costumato è quasi sempre italiano).

La guardia croata allora risponde: “Sì, togliere costume, prego!”.

A questo punto, lo choc è tale che ho visto dei poveracci – donne e uomini – spogliarsi addirittura in acqua, sfilandosi il costume con aria colpevole, mentre la guardia li teneva d’occhio per verificare che eseguissero l’ordine.

Trovavo la scena del fischietto così comica che – lo confesso! – quando lo sentivo suonare mi buttavo a vedere chi era stato sgridato dalla guardia, per non perdermi la scena della mutanda abbassata davanti a tutti (nessuno aveva il coraggio di non ubbidire all’ordine).

Ma poi, anche fra naturisti, ci sono state delle spaccature. Gli adolescenti, infatti, non si vogliono scostumare, e quest’anno non ho mai visto la scena del fischietto.

Qualche bene informato sosteneva che fosse stata promanata la legge ufficiosa che fino a sedici anni puoi tenere il costume in spiaggia, con l’obiettivo di non perdere i clienti tedeschi muniti di figli riottosi al naturismo,  costretti (come Tommaso) a seguire i genitori nel pallosissimo campeggio naturista, dove non c’è niente da fare e soprattutto niente da comprare.

Vicino al campetto di pallavolo era infatti possibile vedere delle ciurme di ragazzini in costume che non si muovevano dalla loro postazione e avevano tutti l’aria di essere pronti a fucilare chi invece andava in giro con le palle e le tette al vento.

Ma torniamo al galateo nudista.

Se quindi in teoria è proibito stare in spiaggia col costume, è invece obbligatorio entrare vestiti in reception o nei due supermercatini del campeggio.

Fatto, quest’ultimo, inviso al naturista PURO, che non vorrebbe MAI vestirsi per tutta la durata della permanenza nel campo nudista.

La scena a cui si poteva assistere era quindi la seguente: il naturista che doveva andare in reception, arrivava nudo fino alla porta, e poi, siccome il naturista in questione in genere è tedesco e segue alla lettera tutte le regole del luogo in cui si trova, si arrotolava rabbiosamente sui fianchi un asciugamano e entrava in reception con l’aria di pensare: “Che barbare regole in questo posto!”.

Paola, una vicina di camper che teneva d’occhio un forum di naturisti del nostro campeggio (traducendo diligentemente tutti i post in tedesco con Google Translator con il solo obiettivo di farsi qualche risata), era riuscita infatti a scoprire che un gruppo di naturisti NUDI E PURI germanici aveva scritto una lettera alla Direzione del campeggio per lamentarsi del fatto che quest’anno c’era in giro TROPPA GENTE VESTITA. I naturisti in questione gridavano allo scandalo e chiedevano quindi “MENO MUTANDE PER TUTTI”.

Adesso però la smetto, perché in fondo sono una purista anch’io. Anche se però preferisco il total nude look, alla maglietta portata sulle palle al vento.

Considerata politically correct quando tira un po’ di venticello. E ci sono almeno sei gradi sotto zero.

In questo caso era facile riconoscermi: in pantaloni e giacca a vento chiusa fino al collo, chiacchieravo col vicino di roulotte che aveva una felpetta indossata su una canottierina scura. Solo sulla canottierina…

Come NON comprare una roulotte usata di sesta mano

C’è sempre qualcosa di intimamente razzista quando si parla di qualcuno riducendolo alla sua origine etnica o al paese in cui è nato.

Orribile sentirsi definire: “un italiano”, così com’è orribile bollare qualcuno semplicemente come: “slavo”.

Ma solamente andare a messa di domenica è politically correct e quindi mi prenderò qualche libertà nell’esposizione dei fatti relativi all’acquisto della mia roulotte di sesta mano da uno slavo.

Dopo aver fatto un paio di premesse per scusarmi di quanto scriverò.

Allora: nella scena che preferisco dei Blues Brothers, John Belushi cerca di comprare le donne dei vicini di tavolo, facendo probabilmente finta di essere slavo.

Chiede: “Quanto costa bambina? Quanto costano tue donne?” e conclude con: “Compro tutte tue bambine!”.

Belushi era di origini albanesi e forse stava imitando qualche accento sentito nel quartiere (di albanesi) dov’era cresciuto.

Insomma, gli slavi non hanno storicamente la fama dei benefattori, anche se, tra loro, le brave e le cattive persone sono probabilmente distribuite (statisticamente) come nelle altre popolazioni.

C’è solo un piccolo dettaglio che li distingue dalle altre popolazioni: i maschi slavi sono spesso delle montagne di muscoli (tatuati) e non vorresti trovartene un paio contro una sera in cui hai bevuto un troppo e c’è una rissa al bar dove hai alzato troppo il gomito.

Scendendo ancora più nel dettaglio, non vorresti trovarti contro un ex-militare croato che ha combattuto a Vukovar (dove durante la guerra civile il sangue scendeva dai rubinetti al posto dell’acqua), e che ti sta vendendo una roulotte usata CHE FA SCHIFO a un prezzo ASSURDO.

Finite quindi le necessarie premesse, posso raccontare tutto dall’inizio.

Frequento da molto tempo un campeggio naturista croato – dove appunto si va in giro tutti nudi – dotato di una serie di bungalow costruiti durante gli anni del comunismo.

I bungalow che, fino al 2009, costavano 45 euro per due (la mezza pensione), erano improvvisamente raddoppiati fino a toccare l’irraggiungibile vetta dei 90 euro al giorno nel 2010.

Impossibile quindi tornare in vacanza in Croazia.

Mi viene allora un colpo di genio: comprare una roulotte usata!

Telefono alla reception del campeggio naturista e parlo con uno degli impiegati.

Gli chiedo se conosce qualcuno che potrebbe vendermi una roulotte.

Lui risponde immanente: “Certo, c’è un amico di cui mi fido. Si chiama Dragan. Ha fatto il soldato con me. E’ di Vukovar”.

E mi da il suo numero.

Lo chiamo.

Dragan risponde, ma parla male l’italiano.

Dice, con lo stesso tono di Beluschi: “Io vendere te bella roulotte tutta legno!”.

Gli chiedo: “Ma è veramente di legno? Ha gli interni di legno?”.

Dragan risponde: “Certo, TUTTA LEGNO!”.

Chiedo: “C’è anche l’acqua in roulotte?”.

E lui, serissimo, come se l’avessi offeso: “Acqua sì!”.

Insisto: “E il bagno, c’è il bagno?”.

Lui allora ammette: “No, bagno no c’è”.

“E quanto costa?”, domando.

Lui spara: “1200 euro! Prezzo buono!”.

Allora domando: “Ma di che anno è?”.

Silenzio.

Chiedo ancora: “Di che anno è?”.

Dragan a questo punto risponde: “1980, più o meno…”.

Ho cominciato a ridere come una pazza.

Non ho detto nulla, ho solo riso.

Anche Dragan ha cominciato a ridere, e poi ha concesso: “Solo mille euro, faccio sconto!”.

Bene, affare fatto.

Un mese dopo, io e Tommaso partiamo per le vacanze. In treno (non guido la macchina) fino a Trieste, dove prendiamo un autobus che ci porta in Croazia.

Tommaso mi chiede per tutto il viaggio come sarà questa famosa roulotte TUTTO LEGNO, e siccome io sono di un fottuto ottimismo, lo tranquillizzo: “Vedrai, sarà molto carina…”.

Poi, verso le tre, arriviamo (in autobus) nel paesino dove Dragan ci sta aspettando.

Il mio obiettivo è di farmi portare la roulotte di Dragan in campeggio e non pagare neanche una notte nei bungalow, anche perché i bungalow sono tutti prenotati, e quindi, anche volendo pagare i 90 euro per una sola notte, non ci sarebbe posto.

Ma Dragan non si vede. Non c’è nessuno. Io e Tommaso ci sediamo su un muretto ad aspettarlo.

Verrà? O ci lascerà marcire da soli in un paese sconosciuto della compagna croata?

Dopo un quarto d’ora vediamo arrivare un SUV.

E’ lui. Si ferma davanti a noi e scende a salutarci.

Io e Tommaso rimaniamo col sedere incollato sul muretto.

Dragan non sorride, ma ghigna.

Sfoggia un metro e novanta di muscolatura in vera pietra croata, ed è tatuato fino ai denti.

Non fai fatica a immaginartelo che ammazza un serbo a coltellate, dopo un corpo a corpo in cui si sono presi a testate.

Mi dice, senza troppi complimenti: “Sali su macchina!”.

Io e Tommaso saliamo.

Dopo cinque minuti di strada, arriviamo in una specie di campo abbandonato, dove c’è un cane lupo legato alla catena che abbia  e una vecchissima roulotte abbandonata in un angolo, sotto un albero.

Ci accoglie una donna bionda, che prova quasi a sorridere.

Dragan ci fa scendere e io, tanto per dire qualcosa, domando: “E’ tua moglie?”.

E lui risponde: “No, questa no è mia dona”.

Allora indico il cane: “Ma questo cane è tuo, invece!”.

E lui: “Questo no è mio cane! Quelli miei cani!”.

E indica con un dito una gabbia poco vicina dove sono pigiati due molossoidi da cento chili l’uno, così feroci da sembrare incrociati con i leoni del Colosseo (che mangiavano i cristiani).

I due molossi ringhiano come belve affamate.

Mi guardo intorno: non ho via di fuga. Ma soprattutto non ho un posto dove dormire di notte.

Chiedo a Dragan: “Posso vedere dentro la roulotte?”.

Lui allora risponde: “Sì, ma prima pulire!”.

Fa un gesto alla bionda che sale e porta fuori dei sacchi a pelo puzzolenti.

Dragan dice: “Dormito cugino in roulotte!”.

Io e Tommaso entriamo a dare un’occhiata, ma scappiamo fuori immediatamente, vinti dalla sporcizia e dalla puzza di chiuso.

Riesco a dire: “No, non la voglio! Brutta roulotte, brutta! Non ne hai un’altra?”.

Dragan e la bionda confabulano per un minuto, e poi mi indicano un’altra roulotte seminascosta dietro una casa lì vicino.

Sembra ancora più schifosa di quella appena vista.

Ma Tommaso mi tira per una manica: “Diamo un’occhiata, mamma…”.

Andiamo a vedere il rudere.

L’interno sembra polverizzato: ci sono ancora le tracce delle mantovane a fiorellini che pendolano sbilenche dalle finestre, e tutto è coperto da una polvere biancastra che sa di malato.

Un formicaio si è già mangiato metà parete della cucina, e sento Dragan che dice: “Questa roulotte molto bela: 1400 euro!”.

Tommaso mi guarda nelle palle degli occhi: “Prendiamo l’altra!”.

Scendiamo dal rudere e torniamo verso la roulotte TUTTA LEGNO.

Dico a Dragan: “Questo no legno!” (gli interni sono di formica color legno).

Lui allora urla: “No, questo LEGNO!”.

Tommaso insiste: “Compriamola e andiamocene!”.

Io però 1000 euro per quella merda non glieli do.

Mi faccio ammazzare, ma non glieli do.

Butto lì: “La compro, ma solo per 700 euro!”.

Che è pur sempre un prezzo assurdo per quello schifo.

Allora Dragan parla cinque minuti furiosamente con la sua amica bionda e dice: “Torna domani per risposta. Oggi no so!”.

“Cosa vuol dire: torna domani?”, gli chiedo.

Ma lui è furioso: “Torna domani: oggi no so!”.

Tommaso mi guarda: “Mamma, compriamola e basta!”.

Io allora rilancio: “800 euro OGGI va bene?”.

Dragan parla in croato per altri cinque minuti con la bionda e poi emette la sentenza: “Ok, tu dare me 800 euro oggi e roulotte tutta legno tua!”.

E fu così che sono diventata l’onorabile proprietaria di una roulotte in formica del 1981 dove ancora trascorro le mie confortevoli e ricche vacanze naturiste.

Ancora sul campeggio naturista (e sulla cacca dei tedeschi)

Continuo sul tema del campeggio dei morti viventi (nudi), evitando una trattazione organica – tipo filosofia del naturismo, di cui peraltro non so nulla – e limitandomi invece a raccontare qualche sintomatico episodio su come sia bello vivere nudi in un campeggio dove circa l’80% dei campeggiatori sono tedeschi di età compresa tra i 50  e gli 80 anni (più qualche rado nipotino troppo biondo).

 I SOGNI PREMONITORI

Non ho mai pensato che da grande sarei diventata naturista, ma ricordo di aver sognato spesso di aggirarmi nuda per le strade senza provare nessun imbarazzo.

Non avevo mai sognato, però, di aggirarmi vestita in un campo naturista e di vergognarmi mortalmente dei miei vestiti. Fatto, invece, realmente accaduto.

 LA SERA DELL’ARRIVO

Siamo arrivati, io e Tommaso, al campeggio naturista in un’afosa serata di agosto.

La nostra disgustosa roulotte usata – di sesta mano – era stata malamente posteggiata nella piazzola dall’ex-soldato croato che la custodisce durante l’inverno nel suo rimessaggio.

Ho aperto la porta – scoprendo che era piena di ragni – e ho preso l’aggeggio che serve per fissare a terra i piedini della roulotte.

Ma non riuscivo a usarlo.

Troppo stanca.

Ho chiesto aiuto ai vicini.

Si sono avvicinati due signori sugli ottant’anni – completamente nudi – che hanno gentilmente cominciato ad armeggiare con l’attrezzo per fissare i piedi della roulotte.

Sono andata a prendere la bolla, frugando in un cassetto pieno anche lui di ragnatele.

Poi ho cominciato ad armeggiare anch’io intorno ai piedini da ancorare a terra, ancora vestita.

Dopo cinque minuti, mi sono vergognata. Di essere vestita.

Io ero in pantaloni e maglietta, mentre i miei aiutanti trafficavano alacri e biotti con la bolla e lo svitapiedini in mano.

Allora sono salita sulla roulotte, ho chiuso la porta, mi sono pudicamente spogliata e sono scesa.

Ero finalmente a mio agio: nuda come tutti gli altri.

Tommaso mi ha guardato di sbieco, schifato.

“Sei già nuda…”, ha bisbigliato.

E non si è tolto costume e maglietta per una settimana.

 LO STUFATO DEI TEDESCHI

Ho cominciato a frequentare il campeggio nudista quando Tommaso aveva sei anni.
Allora anche Tommaso girava tranquillamente senza costume e guardava abbacinato, ma non schifato, le straniere – anzianotte – da cento chili a testa che si trascinavano a fatica tra le roulotte e la spiaggia.

I naturisti non sono sempre salutisti, anzi quasi mai, e l’Europa del Nord produce enormi quantità di signore e signori nella categoria “grandi obesi”, che trincano birra e mangiano stufato di maiale anche quando ci sono quaranta gradi.

D’altronde, senza birra, non puoi digerire lo stufato di maiale che i tedeschi – sono soprattutto loro – cucinano tutte le sere dentro un enorme padellone: l’unico utensile da cucina di cui sono dotati, secondo quanto  sostiene un nostro vicino di roulotte (italiano).

Dentro lo stufato finiscono in genere pezzi di maiale, cipolle, pomodori e peperoni.

Verso le sei di sera (quando ci sono ancora quaranta gradi), i tedeschi si mettono a tavola e versano mestolate fumanti di quella schifezza nei loro piatti, della quale si sente aleggiare un terribile odore in tutto il campeggio.

Quello stesso odore – solo un po’ più acre – lo senti aleggiare di nuovo nei cessi comuni di mattina, quando tutti vanno a fare la cacca.

E così la sera, quando senti l’odore dello stufato, il pappone con le cipolle ti fa ancora più schifo, perché ti ricorda l’odore delle cacche che fanno i tedeschi la mattina.

Stufati innaffiati da abbondanti dosi di birra che vengono restituiti alla terra in un enorme rito collettivo che inizia alle otto del mattino, quando tutti si dirigono baldanzosi verso i cessi comuni. Aperti sia sopra che sotto.
E dove si produce il blend di cui ho giù spiegato la speciale miscela che lo compone, anche se adesso devo aggiungere l’ultimo tocco.

 LA SCOREGGIA DA STUFATO

Il naturista non si vergogna di scoreggiare.

Anzi, una coppia di tedeschi, nostri vicini di roulotte, andavano sempre al cesso insieme quando dovevano fare la cacca, producendosi in favolosi concertini accompagnati da sonore risate che ci lasciavano – a noi italiani – di stucco.

Li sentivamo ridere e scoreggiare di gusto, mentre ci lavavamo i denti a pochi metri di distanza.

D’altronde non puoi aspettarti una serena e silenziosa evacuazione se la sera prima il tedesco in questione ha mangiato un chilo di stufato con le cipolle e ha bevuto due litri di birra.

E loro – i vicini di roulotte germanici – erano probabilmente abituati a scoreggiare in compagnia e ci avevano preso gusto.

Noi italiani, invece, un po’ di meno.
La scoreggia tedesca non ci provocava le irrefrenabili crisi di riso che colpivano invece la coppietta in questione,  mentre noi, ammutoliti e sconcertati, li ascoltavamo con lo spazzolino in mano.

ADESSO BASTA!

Ho sempre trovato divertenti i racconti sulla cacca, ma capisco che non piacciano a tutti.
Tutte le volte che tornavo infatti sull’argomento – durante la vacanza – gli amici italiani mi zittivano: “Ma la smetti con ‘sta storia della cacca dei tedeschi?!”.

Va bene, la smetto anche qui.

P.S. Il Governo non è ancora caduto, ma la Borsa sì.

E la Corea del Nord si è ufficialmente complimentata con il nostro paese per il Porcellum, definendolo la migliore legge elettorale mai approvata prima in un paese occidentale.

Ce la invidiano, ha detto il loro ambasciatore. Presto la adotteranno anche loro nelle prime elezioni “libere” della loro storia.

Poi ha dato una pacca sulla spalla a Calderoli  e gli ha chiesto dove compra i pantaloni verdi così chic che indossava durante il colloquio.

Lui allora se li è tolti e li ha offerti in dono all’ambasciatore.

Che li accettati con deferenza e poi ha bisbigliato a in coreano al suo aiutante: “La legge elettorale ci piace molto, ma i pantaloni verdi fanno cagare…”.

Il campeggio dei morti viventi (nudi)

Lo confesso: sono naturista. Una volta si diceva nudista, adesso pare volgare e si usa il termine naturista.

Il significato non cambia: si va in giro nudi. Ma non pensate ai campeggi naturisti come al Paradiso della bellezza e delle tette al vento.

No, i campeggi naturisti certificati dal FKK, massima autorità naturista tedesca, sono tranquilli come un camposanto.

Silenziosi, puliti, ordinati, senza una foglia fuori posto.

Quello dove vado io è in Croazia.

Età media del campeggiatore: 70 anni.

Il naturismo infatti è passato di moda e chi frequenta questo genere di campeggi è spesso un naturista maturo, che ha cominciato a fare naturismo negli anni ’70 e non ha mai smesso. Oppure è il figlio del maturo naturista, che adesso va in vacanza con i genitori e si porta dietro dei buonissimi e tranquillissimi bambini.

Bambini tutti rigorosamente nordici e biondi.

Scordate quindi ogni allegria o voi che entrate.

Il campeggio naturista è austero, sottoposto a una serie di regole severe (se ti beccano con una macchina fotografica ti ammazzano), regole rispetto alle quali vige il controllo sociale da parte di tutti gli altri naturisti. Che non tollerano deviazioni dal regolamento (dettagliatissimo) sullo stile da camposanto prescritto per i campeggi nudisti.

Rispetto a un campeggio “tessile” (con i costumi), quello naturista è quindi MOLTO, MOLTO più tranquillo.

Ti fai delle grasse dormite e l’effetto finale è una specie di RESET cerebrale, dovuto appunto alla quiete da cimitero che regna nell’allegro campeggio, dove il naturista maturo si aggira in silenzio, di soppiatto, sempre nudo, anche durante i fortunali.

La scorsa settimana c’è stato infatti uno spaventoso temporale, con un tuono che ci ha svegliato tutti alle cinque del mattino.

Ebbene, due naturisti si aggiravano NUDI a quell’ora, sotto i lampi ma soprattutto sotto gli occhi sconvolti di noi italiani.

Sì, perché noi italiani siamo DIVERSI  da loro, e siamo considerati una minoranza etnica, disordinata e rumorosa, che nessun nordico vorrebbe come vicino di piazzola (o di stalag).

NOI URLIAMO, non ci parliamo sottovoce come fanno gli altri.

Siamo capaci di gridare qualcosa a qualcuno che sta lontano venti metri da noi, mentre invece il nordico naturista bisbiglia a chi è seduto vicino a lui per non dare fastidio a nessuno.

Noi tiriamo allegri scappellotti ai nostri infanti che poi strillano come delle sirene, mentre la famigliola tedesca è quieta e silente.

Noi mangiamo alle due del pomeriggio, nell’ora in cui si dovrebbe fare silenzio, e tiriamo il pranzo fino alle quattro, quando invece loro cominciamo ad affettare le cipolle per lo stufato di carne che preparano per la cena.

Noi ceniamo alle nove di sera, sempre almeno in dieci, quando loro si stanno già preparando per infilarsi in roulotte e addormentarsi mai più tardi delle dieci.

Insomma, il naturista italiano, caciarone e disordinato, è molto mal tollerato.

Una mia amica, infatti,  non ce l’ha fatta più, e quest’anno non è venuta, dopo che l’anno scorso eravamo state trattate come terroriste da rinchiudere in un carcere speciale.

Io invece me ne sbatto degli sguardi di disapprovazione che accolgono l’arrivo della mia orribile roulotte comprata usata e tenuta in un rimessaggio croato, dalla quale riemerge ogni anno in condizioni sempre peggiori di quello precedente.

Anzi, “me ne fregio”, come diceva Petrolini, e quando questa’anno, Branka, la nostra vicina slovena di roulotte, mi ha lasciato sul tavolo il regolamento del campeggio in cui aveva sottolineato che dalle due alle quattro bisognava stare zitti, l’ho stracciato in mille pezzettini.

Poi ho aspettato che andasse a dormire e gliel’ho schiaffato a pezzi sul suo tavolo, al quale mi ero avvicinata con la levità del Gatto Silvestro.

Il giorno dopo, Branka è partita e Tommaso ne ha approfittato per tirare uno scaracchio nella sua piazzola, scaracchio che ho trovato LIBERATORIO.

Quello di Tommaso è invece un capitolo a parte, che meriterebbe una trattazione tutta sua, perché il giovane pre-adolescente non si è MAI tolto il costume (e la maglietta) durante la vacanza, e non ha mai smesso di lamentarsi del fatto che io andassi in giro con le tette al vento.

Ma tratterò meglio l’argomento la prossima settimana, quando il Governo Letta sarà caduto, il PD si sarà estinto e noi andremo a votare (per chi?) con una legge elettorale che la Corea del Nord ci invidia.

Vacanze al risparmio

Saluto gli ultimi due lettori rimasti ancora attivi sul web, perché domani parto alla volta di una roulotte preistorica in Croazia, armata di una valigia piena di buste di risotti della Knorr.

Mi ritengo ancora fortunata, perché c’è chi le vacanze le salterà del tutto.

Se qualcuno, però, vedesse la roulotte, non mi troverebbe così fortunata.

Ha 35 anni di vita e presto tirerà le cuoia.

Anzi, no, se è sopravvissuta fin’ora, dev’essere di una tempra fortissima.

La lascerò in eredità a Tommaso, mio figlio, che forse non si potrà permettersi neanche il risotto della Knorr.

Ma solo pane e acqua, come le galline.

Iddio ci liberi da QUESTA CLASSE POLITICA, prima che l’italia scompaia come Atlantide tra i flutti del mare.

Il CEO di Treblinka

Ho assistito ieri sera all’ultima performance del grande leader (senza passaporto) che si piangeva addosso, piacendosi anche molto.

Con la lacrima sul viso, parlava di sé come di un perseguitato, un uomo che nella vita ha solo e MOLTO sofferto.

Qualcuno potrebbe anche credergli, perché Berlusconi non è una carogna o uno che tratta male i suoi “collaboratori”, come ama definirli (per non sminuirli troppo).

Berlusconi, insomma, non pratica la stronzaggine che Robert Sutton definisce nel suo libro come : “La manifestazione prolungata di comportamenti ostili di natura verbale o non verbale”.

No, Il Berlusca non tratta male le persone, ma ha dato vita, in tutti questi anni, a un fenomeno che chiamerei “Berlusconismo”, caratterizzato dal fatto che il leader è onnipotente e sa cosa fare per il bene della nazione (o di qualcun altro). E non tollera contestazioni di ALCUN tipo.

Berlusconi si è infatti circondato di ruffiani e famigli che in questi ultimi anni gli hanno sempre dato ragione – sempre – e ha allontanato da sé gli intellettuali della prima ora che erano (più o meno sinceramente) convinti che Il Berlusca avrebbe fatto veramente la rivoluzione liberale.

Ieri sera, infatti, i famigli facevano compatti tutti la stessa dichiarazione: “Ha pagato nove miliardi di tasse e ne ha evase solo sei milioni!”, come se l’evasione fosse ammissibile se non supera (in percentuale) il 5% di quanto bisogna pagare allo Stato.

Ma per arrivare finalmente al titolo del post, quello che sostengo è che Berlusconi non sarebbe diventato il capo di un campo di concentramento durante il nazismo – non lo credo un uomo capace di una cattiveria “personalizzata”- ma i suoi epigoni sì, sarebbero disposti a tutto pur di diventare i “leader” soli e illuminati al comando di qualcosa.

Per epigoni non intendo i militanti del PDL o di Forza Italia (che Silvio vuole rifondare) o di quelle ridicole Legioni di Silvio, ma intendo tutti quelli che in questi anni hanno respirato quest’aria da “Grande Leader” che non ammette contestazioni o anche solo un onesto contraddittorio da parte dell’interlocutore.

Parlo di quelli che non ascoltano nessuno ma sono convinti di essere “assertivi” (senza sapere cosa significa la parola), e cioè dicono: “”Si fa quello che dico io, perché ho ragione io!”.

Ridicoli figuri che sarebbero stati degli abili ed efficaci CEO di un campo di concentramento, in cambio della villetta (a Treblinka), di un po’ di servitù e dellla convinzione di essere potenti e rispettati.

Ritengo quindi che il Berlusconismo abbia rovinato l’Italia proprio perché ha creato questa culturetta dell’uomo forte, culturetta che ci porterà a picco tutti quanti.

Nessuno dissente più, nessuno dice CHIARAMENTE quello che pensa, perché siamo stati abituati a stare zitti e a portare rispetto al Grande Capo (nella politica, in azienda, nella nostra vita sociale).

Ma è assolutamente diseconomico abolire il dissenso: il risultato sono SEMPRE  i campi di concentramento. E la fame, le guerre, la povertà, le sconfitte.

Le nazioni libere sono quelle più ricche: la ricchezza è proporzionale al tasso di democrazia presente in un paese (ci sono degli studi che lo dimostrano).

Poca democrazia = povertà.

E il Berlusconismo – illiberale e presuntuoso – ci farà diventare poveri, molto poveri.

Poveri noi e poveri i nostri i figli.

Due parole su Fabri Fibra

Dunque, Fabri Fibra è l’idolo di mio figlio. Idolo suona banale, ma rende l’idea.

Tommaso impara le sue canzoni a memoria e guarda quei video zarrissimi in cui Fabri fa vedere i tatuaggi.

Ma il problema non è questo.

Il problema è che il mio vicino di casa – un venticinquenne che abita di fronte alle nostre finestre – adora anche lui  Fabri Fibra e sente le sue canzoni a un volume mostruoso.

Negli ultimi giorni lo sentivo cantare e urlare: “PUTTANA!”  a tutte le ore del giorno e della notte, mentre seguiva una base musicale un po’ rappata.

Non avevo capito che era Fabri Fibra e oggi ho chiesto a un collega se conosceva per caso una canzone italiana il cui refrain fosse “NON FARE LA PUTTANA”!

Lui l’ha beccata subito: era di Fabri Fibra.

Sono stata cretina a non mettere la frase “Non fare la puttana” su Google e fare “Cerca”.

Dunque, la situazione è questa: vivo di fronte a uno che sente venti volte al giorno quella canzone, e quindi urla “PUTTANA” almeno cento volte al giorno.

Adesso sto scrivendo questa parola sul blog e mio figlio di sicuro comincerà a cantare anche lui “NON FARE LA PUTTANA!”, pensando che un musicista della levatura di Fabri Fibra è un gigante musicale della modernità e soprattutto gli stanno molto bene i pantaloni verde acido da rapper lombardo.

Io invece ho la sensazione sempre più VIOLENTA che il crollo sia vicino.

I barbari stanno arrivando – sono forse già dentro di noi – e ci invaderanno – forse dall’interno – trasformando il nostro mondo in qualcosa di molto vicino a Idiocracy, il film di para-fantascienza di Mike Judge.

Da vedere. Sono una fan del Presidente degli Stati Uniti, Camacho. Ex-attore porno, campione di wrestling e Presidente di un paese dove si beve solo una bibita verde con gli elettroliti. Che piacerebbe a Fabri Fibra.

Avremmo evitato l’Olocausto, se gli organizzatori fossero stati italiani

Regalo tutte le volte che posso una copia delle “Benevole”, il romanzo di Littell  sull'”organizzazione” dell’Olocausto.

Un libro geniale sulle tecniche – piscotiche – di sterminio messe a punto dai nazisti, che si rivelarono così efficacemente pericolose proprio perché sostenute da una rigida organizzazione.

Eichmann compilava le liste di chi doveva salire sui treni usando i dati di un censimento fatto nel ’39 con le Hollerith Machine (schede perforate), messe a punto dalla Branch tedesca dell’IBM.

Ebbene: io ho la CERTEZZA che se un tale compito fosse toccato agli italiani, sui quei treni non saremmo riusciti a far salire neanche un cane.

Letteralmente.

Ma non perché siamo buoni – ce lo riconosceva persino Hannah Arendt nella “Banalità del male” – ma perché siamo disorganizzati.

Adesso faccio un salto logico e temporale per dimostrare la mia asserzione.

Ieri mattina, ore 9.

Partenza del figlio scout per le VDB (vacanze di branco).

Destinazione ignota fino a una settimana prima, quando i genitori scoprono che la casa dove saranno ospiti è a 1.400 metri di altezza e ad almeno due e ore e mezza di macchina da Milano.

Noi andremo a riprenderli dopo una settimana e faremo con loro una grigliata. Poi ritorneremo a Milano (ognuno con la sua macchina).

Allora, ricominciamo.

9 del mattino. I ragazzi salgono sull’autobus e noi mamme facciamo due chiacchiere con l’autista.

Scopriamo che per non trovare traffico  (la domenica successiva) dovremmo partire alle sei – consiglia l’autista – o al massimo alle sette.

Ci guardiamo nelle palle degli occhi – noi mamme – mentre salutiamo l’allegra brigata che parte per le VDB.

Comincia a serpeggiare il dubbio – espressione trita ma adatta al contesto – che il viaggio di andata e ritorno potrebbe superare le cinque, sei ore di macchina.

Io sbotto: “Non andiamo a riprenderli! Non muore nessuno se non facciamo la grigliata!”.

Qualche mamma prova a darmi ragione: “Sì, paghiamo la differenza e tornano in autobus!”.

Interviene un papà, più sentimentale: “No, non possiamo non andare, glielo abbiamo promesso!”.

Un’altra mamma gli dà ragione e butta lì la proposta: “E se andassimo in treno fino a Brescia e poi noleggiassimo un autobus? Così evitiamo gli ingorghi sulla Milano Laghi!”.

La proposta piace, piace molto.

Contattiamo subito l’autotrasportatore dei nostri Lupetti per farci fare un preventivo.

Un gruppo di mamme si reca quindi in un bar lì vicino per mettere a punto il piano del viaggio “treno + autobus collettivo”.

Mandiamo l’email  (dal bar) usando addirittura Siri.

Una mamma compila su una busta l’elenco dei possibili partecipanti.

Facciamo qualche telefonata: siamo 30!

Ce l’abbiamo fatta! Partiamo col bus!

Ci salutiamo soddisfatte: siamo delle PERFETTE organizzatrici!

Ma passano poche ore e scopriamo che l’autobus non arriva fino alla casa scout, perché negli ultimi dieci chilometri la strada non è percorribile.

L’autista che ci doveva portare nel paesino confessa che “sono venuti altri mezzi” a prendere i nostri ragazzi per portarli a destinazione.

Una mamma manda quindi un’email dicendo che non possiamo noleggiare l’autobus da 30, ma ce ne vogliono due piccoli, altrimenti gli ultimi dieci chilometri ce li dobbiamo fare a piedi.

Un’altra mamma – IMPAVIDA – tenta addirittura di fare una lista (per email) dei possibili passeggeri dell’autobus – uno o due, non si sa quanti – che arriveranno alla casa scout.

Nel frattempo, continuano ad arrivarmi email di persone che rispondono: “Sì, che bello, verrò in autobus”, mentre altri dicono: “No, grazie, vado in macchina!”.

La lista non viene compilata da nessuno e rimane, come si suol dire, LETTERA MORTA.

Ma io sono fiduciosa: alla fine ce la faremo ad arrivare alla casa scout, probabilmente ognuno per conto suo, ognuno sulla propria macchinetta, magari aggregandoci a piccoli gruppi.

Adesso torno finalmente alla premessa iniziale. Credete veramente che saremmo stati capaci di fare il censimento – su schede perforate – della popolazione di origine ebraica residente nei territori del Terzo Reich, nel caso in cui l’Italia ne avesse fatto parte?

Credete veramente che saremmo riusciti a compilare le liste di Eichmann?

No, impossibile.

Ma non solo perché non siamo così cattivi – la Arendt aveva ragione – ma anche perché non ne saremmo stati capaci (anche se abbiamo fatto lo stesso le leggi razziali).

“Always Look on the Bright Side of Life”, come cantavano i Monthy Pyton.

Mi consenta: sono prima di Carrisi

Sono cresciuta sotto l’egida del “Chi si loda s’imbroda”, e penso anche adesso che l’understatement sia una cosa di buon gusto che aiuta a vivere meglio.

M penso anche che sia uno di quei principi – “Non farti notare troppo!” – imposti da genitori onesti e severi, che poi ti tengono al palo tutta la vita.

L’unico scherzo dadaista consentito – dalla mia severa educazione basata sulla repressione dell’egocentrismo bieco e volgare che poi è anche quello ti fa fare carriera – è stato di scalare le (misere) classifiche degli ebook italiani con i miei 130 euro di budget pubblicitario.

Forse adesso sono anche qualcosa di più di 130, perché ho fatto un’altra campagnuccia sul romanzo twittato (che non si caga nessuno).

Ma in un Italia familistica e borghese, dove le relazioni contano più delle performace, non è una cattiva soddisfazione dare una pugnalatina alle spalle a uno degli autori più pompati dal marketing librario.

Sono (ancora) prima di Carrisi, in una classifica fatta di poche centinaia di copie di ebook venduti, che però è solo una pallida ombra di quanto succederà in futuro, quando le generazioni digitali saranno diventate grandi e, se mai leggeranno qualcosa, sarà solo in formato digitale (probabilmente crackato).

La parola che dice più spesso Tommaso è infatti “crackare” e il suo sogno sarebbe quello di crackare tutto.

Copiare un file è molto facile, e il prezzo per scaricarne legalmente uno è quello della fatica che NON fai ad andartelo a cercare su emule.

Libri e musica si possono copiare, come i film, e i loro prezzi scenderanno.

Ecco perché l’autopubblicato, che costa poco, può vendere più copie di un romanzo che invece costa 10 euro e che probabilmente trovi in PDF su non so quanti siti peer to peer.

Non so come andrà a finire, e non so se vedrò come andrà finire, ma credo che i tempi saranno veloci (per far scendere i prezzi e buttare fuori chi costa troppo).

Forse ha ragione Lessig, il creatore di Common Creative, quando dice che in futuro il copyright non verrà più pagato “direttamente”.

Diventerà una tassa che tutti pagheremo allo stato per scaricare liberamente tutti file digitali presenti sulla rete.

I detentori dei diritti dei file che sono stati scaricati MOLTO riceveranno quindi dallo stato delle Royalty maggiori di quelli che sono stati scaricati POCO.

Pensare che si possa diventare immensamente ricchi con il copyright è un pensiero vecchio e cattivo che CHIUNQUE  si dovrebbe togliere dalla testa.

Mancano pochi secondi alla fine del mondo (come dice il mio amato FINTO CASALEGGLO su twitter).