Dio bono, quanti siamo!

Autopubblicarsi non è più così complicato, e il mondo degli ebook self published è affollatissimo.

Devo dire che il titolo tradisce subito l’autore appena sbarcato sul web. Titolo che contiene SEMPRE un aggettivo, in genere riferito a un colore (quasi sempre il vermiglio, che suona molto chic).

Però è da snob fare troppe distinzioni, perché faccio parte anch’io dell’eletta schiera.

Siamo tanti – noi autopubblicati – e presto tutti quelli che hanno un diploma di scuola superiore avranno il loro bel libretto pubblicato su qualche sito.
Libri scritti neanche poi così male: nessuno che sbagli il congiuntivo, il livello è più che decente.

Ma ormai siamo così TANTI che nessuno sa più come distinguere la merda dalla cioccolata.

Il colore è lo stesso – marrone scuro – e l’ebook non ha odore, per sua natura.
Bisogna quindi infilare il naso in tutti quanti, e leggerne almeno qualche pagina.

Poi i nasi fini percepiranno il buon odore della cioccolata svizzera, e quelli meno fini trangugeranno senza pensieri delle belle bicchierate di merda.

La mia unica preoccupazione è la seguente: non è vero che i libri online siano senza costo per l’ambiente.
I file degli ebook girano su dei server alimentati da energia più o meno green.
Presto, per garantire ai sei miliardi e rotti di essere umani di pubblicare un libro a testa, dovremo coprire la terra di Data Center dedicati agli ebook con l’aggettivo VERMIGLIO nel titolo.

E quando gli autori saranno morti, i loro ebook continueranno a girare sui server di Amazon, insieme a quelli dei loro figli.

Scompariranno le terre da pascolo e ci nutriremo di solfati liofilizzati per potere dedicare tutte le energie del pianeta all’alimentazione dei server dedicati agli ebook autopubblicati.

Sono pessimista? No, sono solo realista. Faccio parte anch’io della famiglia.

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La Signora Biancofiore non è una marchettara

C’è Twitter scatenato, giustamente, sulla lunga quantità di cose ridicole e stupide che la Biancofore si è lasciata scappare con un giornalista di Repubblica, Francesco Bei, che probabilmente sta ancora ridendo.
Neanche lui si aspettava che la Biancofiore rispondesse così sul GayPride.

E al prossimo Gay Pride a Roma che farà?
“Se mi invitano ci andrò. Ma non mi metterò a ballare seminuda sui carri”.

La casalinga di Voghera – Arbasino ti amo – era un gran signora, e non si sarebbe mai fatta scappare delle volgarità del genere.

Ma la Biancofiore ha subito risposto su Twitter, con il twett che copio di seguito:
“marchettara o marchettaro sarei te, tutta la tua famiglia, discendenti ascendenti e tutti i collaterali. Siete il polo della maleducazione”.

Robetta fina, insomma.

Aridatece la casalinga di Voghera.

La crudeltà dei social network

Non ho la minima intenzione di fare come quelle vecchie zie alle quali racconti che forse hai un cancro al seno, e loro ti dicono: “Sapessi che male mi fanno i calli!”.

No, le minacce a Laura Boldrini sono una cosa seria, e sulla rete possono nascere fenomeni di stalking collettivo sui quali si dovrebbero interrogare sociologi, antropologi e storici, oltre che i membri della Polizia Postale.

Mai comunque augurerei a nessuno il Great FireWall cinese, che vede impegnato qualche milione di cinesi in operazioni di spionaggio via web degli altri milioni di cinesi che cercano invece di usare liberamente il web.

Per tenere controllo tutto quello che succede sulla rete – veramente tanta, tanta roba – sono  infatti necessari veri e propri apparati di polizia informatica che possono permettersi solo ricchi regimi autoritari come appunto quello cinese.

Ma se qualcuno minaccia via web una donna di strangolarla dopo magari averla violentata, beh, secondo me bisognerebbe trovare il modo di applicare subito la legge che prevedere una bella denuncia, e la chiusura IMMEDIATA dell’account sul social network dove la minaccia è stata postata.

I neonazisti/razzisti/antisemiti non dovrebbero essere in grado di postare su siti pubblici  le loro schifose minacce alle donne di sinistra.

Ma veniamo ai mie calli (sono io la zia).

Ho appena pubblicato un libretto su Amazon e sono stata un pochino linciata anch’io, soprattutto per via di qualche refuso che mi era scappato.

C’è stato in particolare un signore che me ne ha dette di tutte i colori, bollandomi come una cattiva esordiente che doveva ripresentarsi a settembre, con un nuovo libro da essere giudicato (sempre da lui).

Bene. Confesso che mi hanno offerto (in anni passati) di tenere delle rubrichette di critica letteraria, sempre rifiutate per un innato pudore a parlare male degli altri.

Mentre invece sui social network si parla male di tutto e di tutti.  La crudeltà e la violenza dei giudizi sembra il tratto principale del postatore medio. A volte anch’io mi ritrovo  a fare battute tremende su Twitter, coperta da un nome che forse non è il mio.

Non tutti, però, sono così cattivi.

Un gentile signore ha postato su Amazon un commento gentile al mio ebook che riporto integralmente qui sotto (dopo avergli chiesto il permesso).

Si può dire quel che si pensa, senza ferire a morte.

Grazie, Marcello Ghironda.  You’re very kind and fair.

Sorprendente!

Sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla lettura di questo ebook.
L’autrice riesce a scrivere un romanzo “italiano” dove, per una volta, i nomi italiani dei protagonisti non danno fastidio (come mi accade coi personaggi delle fiction nostrane), lo stesso fastidio che provo per i nomi inglesi dei protagonisti di altri autori italiani che preferiscono scrivere storie che accadono “altrove” (Faletti, per dirne uno a mio avviso molto sopravvalutato).
Questo si deve all’ambientazione dello scritto, decisamente “nazionale”, dove è facile riconoscersi, e dove tutti i personaggi si muovono perfettamente a loro agio.
In questo senso ho trovato le “digressioni” dalla tematica “gialla” molto più godibili dello svolgimento investigativo della storia, in quanto descrivono con arguzia molte situazioni ben conosciute ma raramente così ben usate.
Avrei voluto dare 4 stelle, ma dopo aver letto le altre recensioni (secondo me troppo “punitive”) ne do 5 per bilanciare un pochino.
Ovviamente 5 stelle relative al genere e non in termini assoluti…
A me il libro è apparso anche ben scritto, e gli errori segnalati dagli altri recensori non mi hanno dato un fastidio tale da rendere sgradevole la lettura.

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In pensione dopo la morte

Sono un’impiegata già provata dal governo Monti, e non posso che tremare di paura di fronte al miscuglio destrorso-populista appena messo in piedi.

Di sicuro il Berlusca ci darà indietro qualche spicciolo, nei primi famosi cento giorni, poi faranno le solite cose.

Aumento della benzina, qualche ritocchino all’Irpef, un’altra zampata ai soldi delle regioni, un bell’assegno alla Sicilia  – grazie Alfano! –  e innalzamento dell’età pensionabile.

Adesso siano arrivati ai 69 anni, ma si prevede che con la prossima legislatura il lavoratore VIVO non possa più andare in pensione. La pensione verrà garantita solo ai malati terminali con certificato medico che garantisca la morte (prevista) entro le tre settimane dalla data del certificato.

L’eventuale sopravvivenza del lavoratore PENSIONATO verrebbe punita con il licenziamento del lavoratore in questione.

Moriremo tutti (di vecchiaia) davanti al PC, in ufficio, mentre stiamo inoltrando un’email.

E’ la sempiterna legge del Menga. Chi l’ha in culo, se lo tenga.

L’ultimo sarà un editore

Sono una buona lettrice, credo di avere un naso che sente i profumi più sottili, fatti di virgole messe al posto giusto.

Scribacchio con approssimazione della roba media, che non ho mai preteso di far passare per un capolavoro.

Detesto le scritture pesanti, grondanti aggettivi, avverbi, consecutive barocche e ingarbugliate.

Dovendo scrivere della merda, il consiglio che mi sentirei di poter dare è che sia per lo meno leggibile.

Trovo quindi bizzaro il fatto che oggi vengano pubblicate tonnellate di libri leziosi e leccati, EVIDENTEMENTE destinati al macero.
Sì, magari il critico che ti fa una marchetta lo trovi sempre, se sei un editore rinomato.
Ma non vendi 10.000 copie di roba indigesta e autoriferita, scritta da narcisi che hanno un amico che fa l’editor.

Lo dico senza invidia, chi se ne fotte. Mica faccio la scrittrice. Io lavoro.
Non camperò mai dei miei libretti, quello no, mai.

Però sono orgogliosa di poter dire che non scrivo merda leziosa, e non ho quella patetica passione per le descrizione degli ambienti che tanto affascinano gli scrittori che si ritengono tali.

Abiti bianchi decorati con merletti sottili e trasparenti come la luce, indossati da bambine che si chiamano Albertina oppure Orsolina,  e che passeggiano insieme alla zia nei corridoi freschi e ombrosi della vecchia casa avita.
La zia presto rivelerà all’Albertina ormai diventata adulta i tremendi segreti familiari: un incesto, molto probabilmente, commesso dal capofamiglia nobile e ricco, e tenuto nascosto a tutti, a cominciare dalla povera Albertina che di quell’incesto è il frutto meraviglioso e maledetto.  Ella morrà, infatti, per un tragico ma provvido incidente – probabilmente affogata – così da portarsi nella tomba la macchia scritta col sangue dei conti De Marinis.

Ecco, di questo genere di roba, scritta quasi sempre dalle donne, sono pieni gli scaffali.

Delle mie modeste, leggiadre e consapevoli porcate, invece,  sono pieni i Kindle.

Ma l’ultimo ad accorgersene sarà un editore.

Ci metto i c.

Video omicida

Girato al Fuori Salone di Milano, in Via Tortona. Dio bono, che bella giornata! Sembrava una festa all’aria aperta, Milano splendeva.

Accatatevelo gratis!

Sono l’autrice di una lunga serie di insuccessi letterari, che culmineranno con la mia ultima e inutile fatica: “Omicidi in pausa pranzo”.

Non so più neanch’io di cosa parla il libro, perché l’ho corretto e riletto troppe volte.  Per 5 giorni sarà gratis su Amazon. Pigliatevelo qui.

Comunque, se proprio qualcuno me lo dovesse chiedere,  “Omicidi in pausa pranzo” è nato dall’irresistibile impulso di strangolare la mia dirimpettaia di scrivania, che mi fissava per circa otto ore al giorno, senza lavorare o fare nient’altro che non fosse guardarmi.

L’ho fatta strangolare dall’assassino alla prima riga: non potevo aspettare una riga di più.

Poi, quando (nella realtà) l’hanno spostato d’ufficio, al suo posto è arrivato uno stronzo che non faceva un cazzo neanche lui, teneva sempre la veneziana tirata giù – vivevamo al buio, come una una famiglia di ratti –  e mi trattava malissimo.

Aveva fatto causa all’azienda per diventare dirigente e l’aveva persa. Per sua fortuna, come diceva sempre un collega, perché l’avrebbero licenziato un minuto dopo.

Ho fatto strangolare subito anche lui dall’assassino:  era l’unico modo perché IO potessi sopravvivere, al buio, con la veneziana tirata giù e la finestra oscurata.

E poi (sempre nella realtà), avevo un capo vigliacco che non tollerava la mia “proattività” e mi teneva chiusa delle ore nel suo ufficio a farmi dei predicozzi fumosi sulla “natura impulsiva” che avrei fatto meglio a tenere sotto controllo.

Ho dovuto far strangolare anche lui dal mio venerato assassino…

Insomma, credo che il libro sia stato l’acting out di un’impiegata che aveva un sogno, impossibile ma sincero: uccidere il capo e i colleghi antipatici.

E io a quel sogno ho dato corpo, forma e speranza.

Ma vi avviso: “Omicidi in pausa pranzo” è veramente politically incorrect.

E non ci sono scene di sesso. Né soft, né hard.

C’è nessuno laggiù?

L’affollamento su Internet è tale da farmi credere che TUTTI si sentano inascoltati, io per prima.

Postiamo tutti qualche miliardo di aforismi di cattiva qualità su Twitter, nella speranza di essere retwittati, o magari segnalati come twett preferito da qualcuno. Postiamo su Facebook foto di gatti a gogò, sperando in qualche Mi piace, e poi torniamo ossessivamente sulla foto del gatto per vedere se qualcuno ha fatto il Mi piace.

Postiamo articoletti scritti in fretta, e male, sui blog aggrattisse di WordPress, e guardiamo le statistiche per vedere quanti hanno letto l’ultima stronzatina.

La risposta è: NESSUNO.

Non c’è nessuno laggiù che ascolti le nostri voci stonate e solitarie.

In morte digitale di un’amica

Un’amica è morta, poco tempo fa. Fumava troppo e non ce l’ha fatta.
L’abbiamo seguita su Facebook, mentre faceva la chemio.
Prima stava benino, sorrideva, era solo un po’ gonfia per il cortisone.

Le piaceva l’idea di non andare a lavorare. Era un’impiegata, come me.
Avere il cancro le permetteva di non andare in ufficio, e la cosa la rendeva contenta.
Anzi felicissima. Ci sono delle foto in cui sorride, durante la chemio, allegra come Dio solo sa cosa.

Poi le cellule sono impazzite. Lei stava sempre peggio e ha messo di postare su Facebook. Era un brutto segno, ho pensato, se non postava più niente su Facebook.
Poi le sue amiche hanno cominciato a postare loro delle foto nel suo Diario, con i foularoni per coprire i capelli che non c’erano più.

E poi, alla fine, se n’è andata. Cazzo, com’era simpatica. Chi la conoscerà mai più una così simpatica. Lucida e geniale fino all’ultimo secondo. Difficile lasciare andare chi è morto vivo.

Ma le sue amiche non ce l’hanno fatta. Non potevano credere che la Cri non rispondesse più alle email, non postasse su Facebook,  non facesse i +1 ai loro post.

E si sono messe a farlo loro, al posto suo. Tutti i giorni c’è qualcuno che passa sul suo Diario, e le lascia un saluto, o posta una foto dove c’è lei, bellissima, dieci anni fa. Qualcuno ha scritto: “Teniamolo vivo questo posto!”. Il Diario su Facebook. Il suo cimitero digitale, dove la Cri continua a vivere, digitalmente, bella come una volta, e dove puoi ancora leggere i suoi vecchi post, vedere le foto di quando stava bene e sorrideva a tutti, parlava con tutti, rispondeva a tutti.

Come si fa a morire, oggi, quando ti lasci dietro una traccia digitale che continuerà a girare su qualche server in America fino a chissà quando? Come si fa a non rispondere più a chi ti lascia un saluto sul Diario? Come si fa?

Morire è diventato più difficile. Siamo entrati nell’infinito internettiano.  Incidiamo la nostra storia su qualche computer che ci fa sembrare sempre vivi, sorridenti. Non siamo mai morti, eppure siamo già morti.

Bioy Casares l’aveva capito, nell’Invenzione di Morel. Aveva già capito tutto.

La congiura delle mamme

Tommaso fa la prima media.
E’ il sesto anno della mia vita che passo i weekend chiusa in casa a fare i compiti insieme a lui.

20 operazioni tutte le domeniche pomeriggio – alle elementari – anche se Tommaso è discalculico: capisce la matematica, ma non sa fare i calcoli. Anche adesso, di domenica, facciamo le espressioni, studiamo storia e un’altra tonnellata di roba che Tommaso si dimenticherà nel giro di poche ore (una volta preso il 6 nell’interrogazione).

Ho provato, quando mio figlio era alle elementari, di convincere le maestre a lasciarli senza compiti – i bambini, ma anche noi mamme – per almeno un weekend al mese.

Niente da fare: le maestre hanno detto che no, i compiti erano necessari. I bambini non si potevano fermare MAI.  Neanche durante le vacanze di Natale, quelle di Pasqua e quelle al mare.

Noi mamme italiane a correre dietro ai pargoli per fargli fare i compiti, mentre i bambini tedeschi, olandesi, nordici insomma, erano belli tranquilli. Niente compiti. Anzi, come mi spiegò un papà sloveno, compagno di campeggio, se i bambini fanno i compiti a casa, è perché non hanno imparato niente a scuola!

Bene: ho in mente un piano. Tutte le mamme d’Italia un giorno si vendicheranno del tempo passato a perseguitare i loro figli per fargli fare i compiti.

Daremo noi, le mamme, i compiti  a casa alle insegnanti: qualche bel tema, tre o quattro capitoli di storia, i settori produttivi di tutte le Regioni d’Italia, e poi le interrogheremo noi. Il 15 agosto! Il 26 dicembre! Il 4 gennaio!

E le bocceremo, Dio sa che le bocceremo!
Sarà bello, bellissimo.