Figlio maschio pre-adolescente: tra stalking e batticuore

Mio figlio Tommaso – anni dodici –  sta cominciando  a fare qualche volo fuori dal nido.
Prende da solo la metropolitana a Porta Genova per andare a rugby (che adesso non gli piace più).
Poi sale sul monopattino, che si porta dietro, e fa un chilometro e mezzo, lungo una strada non proprio frequentatissima, per arrivare al campo (che è dalle parti di Lambrate). Ritorna, sempre da solo, verso le nove di sera.

Insomma, non mi posso lamentare dei suoi primi voletti nel mondo, anche perché LUI non ha paura e mi sembra molto tranquillo.

Neanche io ho paura che lo rapiscano gli alieni né tanto meno una banda di pedofili, che preferiscono da sempre razzolare in paesi dove, se sparisce un bambino, non succede niente.
E’ tristissimo, ma verissimo: Cambogia, Vietnam, e altri paesi asiatici sono da sempre la meta preferita del turismo sessuale dei pedofili, perché i bordelli sono tollerati e alla luce del sole. Complice qualche mancia generosa data ai poliziotti locali.

Ma un ragazzino di dodici anni è pur sempre un po’ svagato, e fino a quando Tommaso non è arrivato a casa, sono un po’ in apprensione.

Cosa faccio, allora, se per caso è in ritardo di un quarto d’ora rispetto all’ora in cui dovrebbe tornare da rugby, più o meno verso le nove di sera?

Lo chiamo sul cellulare.

E lui risponde alle mie chiamate?

NO, NO, NO.

Il suo cellulare in genere è scarico, oppure l’ha infilato nella tasca di qualche borsa/cartella e quindi non non sente la suoneria.

E siccome è un maschio, e cioè mostra già tutte le doti di insensibilità e mancanza di attenzione per l’ALTRO che svilupperà poi pienamente da adulto, non pensa che sia il caso di avvisarmi se sta per arrivare con mezz’ora di ritardo.

Tommaso scompare dai radar, alle nove di sera, e se ne fotte.

Magari l’allenamento è durato un po’ di più, oppure gli succedono cose buffe, come per esempio perdere una scarpa.

Lui sa di essere in ritardo, ma non mi telefona per dirmelo.

Io allora comincio a chiamarlo sul cellulare, che in genere è spento.
Se invece il cellulare è acceso, lui non risponde.

In quel quarto d’ora di ritardo immagino che Tommaso sia stato rapito veramente dagli alieni oppure da una banda di criminali che lo porteranno per sempre via da me, o magari l’ha tirato sotto una macchina.

Mi chiedo quanto aspetterò prima di chiamare la Polizia per avvisare che mio figlio è scomparso.
A meno che non siano prima i poliziotti a chiamarmi per dire che Tommaso è in un Pronto Soccorso e devo correre da lui.

Non credo di essere “fuori media” con le mie ansie.
Forse i padri non le hanno o le hanno meno di una madre.

Una volta i padri avevano il compito di impedire che i figli – maschi – restassero incollati alle gonne della mamma, ed era loro compito difenderli dai tentativi di “trattenimento” compiuti dalle madri.

Non so se sia vero anche oggi. So solo che cerco di non trattenere mio figlio, anche se poi lo stalko inutilmente sul cellulare.

E rimango da sola col mio batticuore.

#Twitter I #love and #hate you by @veloceviola

Twitter è un social network che presenta livelli di difficoltà diversi – come i videogiochi che fa mio figlio – a seconda di come lo vuoi usare.

Puoi twittare delle semplici frasi testuali, ma puoi anche puoi aggiungere un hashtag, inserire una foto, usare i post in grafica, citare qualcuno, eccetera.

E puoi anche utilizzare un discreto numero di App che retwittano più volte lo stesso contenuto (così che i tuoi follower lo vedano anche se si collegano in momenti diversi da quello in cui l’hai postato per la prima volta), oppure che cancellano i following che non diventano tuoi follower, e così via.

Quello che devi decidere, però, è se vuoi usare Twitter per postare le tue fulminanti battute – che diventano per davvero virali, se sono per davvero buone – o se lo vuoi usare per citare contenuti che rimandano a qualcos’altro: un post che hai appena scritto su un blog, una foto, un libro che hai pubblicato su Amazon, eccetera.

Oppure – e qui secondo me si rischia moltissimo di annoiare il potenziale lettore – puoi twittare le tue conversazioni con gli amici.

In questo caso i twett diventano quelle cose incomprensibili che sembrano scritte da un extraterrestre, dove le parole quasi scompaiono per lasciare posto a hashtag, chioccioline, e link.

Bene, anche se uso Twitter nel modo più stupido e becero possibile – posto il link dei miei post sul blog – sono in grado di capire che i miei twett hanno una viralità prossima allo zero.

Su Twitter sono virali solo un paio di tipologie di tweet.

La prima è quella dei tweet con le foto e i selfie fatte da attori, cantanti, eccetera, perché li riprendono in momenti molto intimi e informali, e ti danno veramente l’impressione di poterli vedere come sono a casa loro.

Mi sono guardata anch’io tutte le foto postate da Ashton Kutcher quando stava con Demi Moore, perché appagavano la curiosità morbosa di una ex-lettrice di rotocalchi (guarita), che adesso può avere la sensazione di andare veramente alla stessa festa in cui va quel gran figo di Ashton, dato che guarda in diretta le foto pubblicate da lui.

Twitter è quindi un social potentissimo e viralissimo per chi è già molto visibile (di questa categoria non fanno parte solo gli attori, eccetera, ma anche personaggi nati sul web, ma che hanno un sito/blog molto conosciuto).

Ma per gli altri? Per i milioni di utenti ZERO che fanno fatica a mettere insieme un paio di centinaia di follower?

Bene, l’unica possibilità di diventare virale per un utente ZERO (categoria della quale faccio parte) è di buttarsi nella seconda tipologia di tweet che funziona, e cioè quella delle BATTUTE GENIALI E FOLGORANTI come quelle di Spinoza o di Casalegglo (che sta scomparendo).

Ma a nessun essere umano verrebbero più di un paio di battute buone al giorno, e il merito di Spinoza sta nel fatto di essere non solo un battutista, ma anche un uomo capace di selezionare le battute migliori della rete (che retwetta), mentre il finto Casaleggio era in realtà un “collettivo” composto da quattro persone (o forse qualcuna di più), che per qualche mese hanno fatto le migliori battute di satira politica di tutto il tweet made in Italy.

Insomma, Twitter è difficile, faticoso, e il “successo” (misurato in termini di follower) è alla portata di pochissimi.

Io di follower ne ho 217 e sono senza speranze.

Ma siccome ho una vita sola, e Twitter è veramente time-consuming, mi rassegno alla mia mediocre carriera di twittatrice.

Anche perché faccio meno fatica a scrivere un post prolisso e verboso come questo, che non a farmi venire in mente una di quelle battute che ammiravo e invidiavo del finto Casaleggio. Visto che persino loro si devono essere stufati.

#vadoadormire
#sonodisgrafica
#scusateirefusi

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Stanchezza digitale

No, non sono nata digitale, ma lo sono diventata.

Senza il web, io e Tommaso saremmo morti di fame, perché non avrei potuto fare la spesa online.

Senza il web, non sarei potuta andare in vacanza, perché avrei dovuto prendere chissà quanti giorni di ferie per prenotare treni, autobus, piazzole in campeggio.

L’elenco è lungo, lunghissimo, perché ho appena comprato a Tommaso delle pellicole per il suo cellulare su Amazon, poi  ho prenotato su Booking.com un albergo (devo andare da un dentista fuori Milano) che costerebbe 120 euro, ma grazie a non so quale sconto web, l’ho pagato solo 60.

Ho anche scoperto come fare per arrivare a Lovere (dove si trova il dentista), e ho salvato gli orari come PDF su Chrome e li ho quindi salvati su Google Drive per trovarmeli già pronti quando sarò in viaggio.

E poi ho aiutato Tommaso a fare le mappe logiche su Cmaps, un programma americano che devono usare i dislessici.

Durante il giorno, ho lavorato, e cioè sono stata svariate ore davanti a un PC.

Insomma, grazie al web – ma questa è l’acqua calda – possiamo molte più cose di una volta, e nel mio caso particolare, grazie al web ho potuto lavorare a tempo pieno (guadagnando un intero stipendio), senza aver bisogno di mantenere una moglie che si occupasse di dar mano alla casa, come diceva Pavese. E di pagare le bollette in Posta o andare in banca a ritirare un libretto degli assegni.

Una donna oggi può sopravvivere – grazie al web – anche con un impiego a tempo pieno, mentre invece, fino a pochi anni fa, un lavoro a tempo pieno sarebbe stato incompatibile con la vita “familiare”.

Vorrei solo dire una cosa: alla fine delle mie giornate sono stanca.

Forse perché non sono nata digitale, o forse perché faccio due vite al posto di una.

Ma sono stanca. Questo non lo posso negare.

La fine delle parole

Non so se in Italia si stia accelerando un corso che altrove ha passi più lenti, ma in questi giorni mi sembra di assistere alla fine delle parole.

Stanno scomparendo anche dai giornali.

Le ultime versioni online di Repubblica e Corriere – versioni “tablet” come le chiamano – portano le parole in secondo piano rispetto alle foto e ai video.

Insomma, le parole sono solo il commento alla galleria di immagini che l’utente è invogliato a vedere fino alla fine. E se le immagini gli sono piaciute, allora forse leggerà anche qualche riga di testo per capire a cosa si riferiscono.

Forse in Italia si sta anticipando un fenomeno che riguarderà anche il resto del mondo, quando le parole definitivamente saranno sostituite dalle immagini (ferme o in movimento).

Non so se la stampa straniera stia scivolando così velocemente verso questa china, o se invece il proceso sia più rallentato che da noi.

Il New York Times non ha ancora sbattuto via le parole, e resistono settimanali austeri come l’Economist, dove il lettore deve LEGGERE.

Noi italiani siamo ancora convinti di detenere la supremazia nel mondo dell’arte e delle lettere, ma Dante è morto da un bel po’ e i nostri maggiori architetti costruiscono all’estero.

Forse dovremmo rassegnarci al fatto che ormai siamo un paese allo sbando per quanto riguarda la produzione intellettuale e artistica.

Sì, so bene che le mie sembrano chiacchiere da treno, ma ormai i giornali cartacei sono scomparsi dai vagoni della metropolitana che prendo tutte le mattine, e stanno scomparendo anche i libri (di carta). Sostituiti, quest’ultimi, qualche volta da un e-reader, ma più spesso da uno smartphone.

Provo a sbirciare delle volte sugli schermi degli smartphone dei mie vicini in metropolitana, e mi sembra che nessuno legga un giornale online (che sugli smartphone non sono gratis), ma guardi le foto su Facebook pubblicate la sera prima dai suoi amici o faccia qualche gioco online.

Non so che cosa leggerà mio figlio tra vent’anni, visto che adesso legge solo Topolino e il Diario di una Schiappa, ma sono abbastanza sicura che userà un social network per tenersi informato su quello che fanno i suoi amici, che pubblicheranno delle foto corredate da brevi didascalie.

E solo molto raramente guarderà qualche altra foto sui giornali online, possibilmente di vulcani che eruttano, tsunami che spazzano i porti, e altri spettacolari “argomenti”.

Noi forse siamo gli ultimi – in Italia – che sappiamo scrivere un articolo di giornale o addirittura un libro. E forse siamo gli ultimi che lo leggeranno.

Mentre invece, nei paesi anglosassoni dove i “centri di eccellenza” – espressione orrenda – continuano a esistere, è probabile che il lettore-scrittore sopravviva un po’ di più.

Ma non tantissimo, secondo me.

Nuovi mestieri: il marketing del self-published

In questi giorni sto continuando a insistere con Wirton Arvel, perché cominci a offrire i suoi servizi nel mondo del self-publishing. Ho fatto questa proposta anche a Rita Carla Francesca Monticelli, perchè anche lei smanetta parecchio.

Wirton, per esempio, continua a pubblicare (nei forum di Facebook) dei trattati su Twitter incredibilmente interessanti e sta addirittura mettendo a punto una specie di App artigianale per fare girare i suoi post sui vari Social.

Ordunque, quello del pubblicitario è un mestiere onesto, come ho più volte sostenuto, perché la pubblicità consiste nel fare sapere che esiste un determinato prodotto, e quali sono le sue caratteristiche.

Naturalmente non è onesto dire che una merenda per bambini, piena di conservanti, fa bene alla salute perché gli hanno aggiunto un po’ di vitamine, ma in generale, senza pubblicità, nessuno riuscirebbe a vendere nulla.

Non si spiegherebbe perché i grandi marchi italiani della moda continuano a fare pubblicità, anche se sono conosciuti in tutto il mondo. Se Armani smettere di comprare spazi pubblicitari, nel giro di pochi mesi diventerebbe una boutique di Milano, conosciuta da pochi e affezionati cultori dello stile semplice e pulito di Armani.

Non voglio con questo sostenere che il mondo nel quale viviamo è bello e giusto, e che è cosa buona e doverosa spendere milioni di euro per convincere la gente a comprare una cintura, ma non possiamo tornare indietro ai tempi del baratto.

Anche sui Social si può fare ADV, come cerca di fare Wirton, e cioè cerca di trovare un modo per parlare in giro dei prodotti che lo interessano: i libri.

Ma avvisare i lettori della pubblicazione di un nuovo ebook non è facile.

Primo, perché ormai sul mercato digitale c’è una grossa concorrenza.

Secondo, perché sul mercato digitale, ci sono margini bassi, e quindi budget molto bassi da investire in ADV,

La potenza dei Social nasce proprio da qui: se a qualcuno piace il tuo prodotto, lo condividerà gratuitamente, di sua spontanea iniziativa.

E quindi il tuo piccolo investimento iniziale potrà “rendere” molto di più se viene veicolato da un social network, che non nel caso in cui tu compri una pagina di giornale o un cartellone pubblicitario.

Insomma, credo che uno dei mestieri futuri potrà essere quello del promoter di autori autopubblicati.

Non ci saranno grandi budget a disposizione, e chi farà il promoter dovrà essere un veloce e svelto smanettone, capace di inventarsi un marketing creativo e social.

Perché scrivere un libro e metterlo online su Amazon è forse la cosa più facile da fare.

Quella più difficile è come far sapere che l’hai pubblicato…

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Tutto vero

Ho chiesto a Claudia Peduzzi il permesso di pubblicare la sua recensione, che è gentile ma onesta, perché quello che scrive è tutto vero.

  1. Ho avuto una seria passione per Camera Cafè e ho passato intere serate a guardare le vecchie puntate con mio figlio sul PC.
  2. Il mio libro non è un giallo in senso tradizionale, perché la trama serve solo a raccontare che cosa succede in un normale ufficio italiano, e deluderei chi cerca la suspence.
  3. Sono stata a lungo negli humour di Amazon, che però si stanno risollevando solo recentemente (all’inizio negli humour c’erano i fumetti di Diabolik).

Ecco l’onesta recensione.

Ho conosciuto Viola Veloce come blogger e solo in un secondo tempo – dopo che mi ha inaspettatamente intervistato come “prototipo di lettore digitale” – ho letto il romanzo da cui origina il nome del blog: Omicidi in pausa pranzo.

Sarà che la scenografia degli “omicidi” mi ha ricordato quella di Camera Cafè, ma – dal momento che Viola afferma che non svelerà il suo vero nome almeno fino alla pensione (leggete il libro e capirete anche perché) – mi piace immaginarla con il volto, la voce e la verve di Debora Villa, che seguo tutte le mattine su Radio Montecarlo. Non so bene perché, ma le sento molto affini.

La veloce descrizione che l’autrice ha lasciato di sé sul blog, i titoli dei suoi due libri precedenti (Mamme Bailamme e Mariti in salsa web), e in generale tutto quello che racconta nei suoi pezzi mi ha ricordato anche il titolo di un film (che per altro non ho visto): “Ma come fa a far tutto”, la cui protagonista è un altro dei miei miti: Sarah Jessica Parker, alias Carry in Sex and the City.

La premessa può sembrare fuori luogo, invece serve a spiegare perché, a mio parere, Omicidi in pausa pranzo si trovi nella categoria Amazon sbagliata, rischiando quindi di non raggiungere il giusto target. Sono una lettrice onnivora, per cui non faccio molto caso alle categorie, ma capisco che un lettore appassionato esclusivamente di Gialli e thriller che compra Omicidi in pausa pranzo – trovandolo al 5° posto dietro a Lee Child (mio autore thriller preferito) e Patricia Cornwell – potrebbe sentirsi raggirato. Diverso sarebbe se trovasse il libro anche ai primi posti nella categoria humor.

Per amor di cronaca devo ammettere che, scorso velocemente i primi venti titoli della categoria su Amazon.it, capisco che l’autrice potrebbe risentirsi a stare lì in mezzo. Tuttavia una veloce occhiata alla stessa categoria su Amazon.uk mi ha risollevata. Non sono io ad essere in errore, è il lettore medio italiano che non sa distinguere tra humour e barzellette di infimo livello.

A mio parere la trama gialla è solo un pretesto e vedrei bene il racconto anche nel gruppo Società e scienze sociali. Viola è bravissima a identificare le diverse tipologie umane, come del resto fa quasi quotidianamente nel suo blog.

La protagonista Francesca, la sua famiglia, i suoi colleghi e superiori, ognuno impersona un “tipo”, qualcuno che anche noi possiamo facilmente identificare tra le nostre conoscenze. La prima vittima, ad esempio, è la classica impiegata “inutile, ma innocua e di buon animo”. Il suo sostituto dimostra che avere un collega che non fa niente non è il peggio che possa capitare. Infatti potrebbe “fare”, ma solo danni ed essere magari anche paranoico, permaloso e aggressivo.

Raggiungere posizioni lavorative senza merito non è inoltre prerogativa solo della categoria impiegati, anzi il problema diventa molto più grave ed evidente più si sale nella scala gerarchica. Qualche mela marcia nelle truppe non cambia il risultato, ma se al comando ci sono degli incapaci la guerra è persa in partenza.

Non lavorando in una grande azienda (vista la descrizione mi sento di affermare: per fortuna!) mi sono divertita di più con le tipologie famigliari: la figlia trentenne lasciata sull’altare dopo un fidanzamento decennale, la mamma disposta a mandarla agli speed-date pur di vederla accasata, la povera ragazza che arriva a pagare ai genitori una crociera (fingendo una vincita ad un concorso) pur di avere qualche giorno di tregua … I personaggi sono ovviamente caricaturali, ma perfettamente plausibili.

Viola ne resterà delusa, ma non è stato difficile individuare il colpevole. Non per questo ho perso il piacere della lettura. Come ho detto gli omicidi sono solo un pretesto per denunciare tante piccole e grandi incongruenze della nostra società, le nostre più o meno innocue manie, insomma un modo per sdrammatizzare. L’unico modo per vivere felici, infatti, è cercare di non prendersi troppo sul serio!

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Più scaramantica di una fattucchiera (ma la 100esima recensione era buona…)

Sono italiana dentro per quanto riguarda le questioni “magiche” e scaramantiche.

Ho il terrore dei gatti neri, e aspetto che passi qualcuno prima di me, se ne vedo uno che attraversa la strada.

Ho fatto anche dei brutti pensieri, lo confesso, su un gatto nero che adesso vive tra le macchine della mia via e attraversa la strada tutti i giorni quando torno a casa.

Mi sono immaginata di rapirlo e portarlo da qualche altra parte, perché non posso fermarmi tutti i giorni ad aspettare che passi qualcun’altro mentre torno a casa.

Sono purtroppo vittima delle credenze magiche italiche anche per quanto riguarda l’interpretazione dei presagi.

Interpreto tutto quello che mi succede in chiave predittiva.

Se la mattina perdo il tram per un soffio, mentre sto andando in ufficio, penso che sarà una brutta giornata, e così via.

So perfettamente di non essere SAVIA in tutto ciò, ma non posso farci nulla. E’ l’Italia, bellezza.

Potete quindi immaginare che cosa ho pensato questa mattina quando ho visto che su “Omicidi in pausa pranzo” era stata scritta la centesima recensione!

Ero in ufficio che smanettavo sul cellulare e ho pensato: “Se è la solita recensione a UNA stelletta in cui mi insultano per poi sparire nel nulla, andrà tutto malissimo! La mia carriera di onesta scrittrice self sarà stroncata per sempre da un simile e così orribile presagio”.

Ma invece no! Il gentile cristiano che mi aveva recensito mi aveva dato 5 stelle, e scritto qualcosa di molto carino.

Copio qui la recensione, perché è fausta e non infausta, ed è la centesima.

Ode a Bruce che non mi ha rovinato la giornata e la carriera, ma invece ha sentenziato: “Molto divertente, scritto bene, mai noioso nonostante si sia alle prese con la classica over 30 fissata (più gli altri che lei) con l’equazione 30 single=zitella!!!Fantastici i genitori di lei, al limite del surreale!!!“.

Bene, a questo punto invito tutti i miei Amazon bullies, come li chiamano i giornali americani a scatenarsi.

La 100esima recensione ha parlato: non scomparirò sommersa dalle recensioni schifose.

Sono salva…

La finta carriera dello yes-man

Pubblico, dopo sua cortese concessione, il commento di Emanuele Lai a un mio piccolo post sulle ultime ruote del carro, di cui sono una lodevole espressione.

Me la prendevo con gli yes-man, perché leccano il culo, inquinando gli ambienti lavorativi (e non solo), producendo sterili carriere per cooptazione.

Riporto il dotto commento di Emanuele, che sostiene che tali carriere siano di nessuna consistenza.

Lo yes-man è generalmente un vigliacco, e per esercitare il potere – quello vero – ci vuole un fegataccio che gli manca.

Credo che si possa fare carriera anche senza essere degli yes-man.

Certo non si può senza una certa spregiudicatezza e senza una notevole determinazione.

Bisogna anche mettere in conto di doversi fare dei nemici…per quanto si possa essere doppiogiochisti e ambigui, quelli te li fai comunque.

Serve anche una certa capacità di gestire lo stress, gli attacchi d’ansia e gli attacchi di panico.

Purtroppo gli psicofarmaci non bastano e le droghe sono addirittura controproducenti.

Si deve anche mettere in conto la gestione delle vendette.

Bisogna essere in grado di vivere le ritorsioni del nemico (inevitabili) come un aspetto normale della vita.

Grane di tipo legale, ostruzionismi vari, divieti, bocciatura di richieste.

Si deve sempre continuare, come se nulla fosse.

Giulio Cesare, di cui sono note solo le notevoli vittorie militari, fu un bravo avvocato, un politico spregiudicato ed un abilissimo corruttore.

Stava con chi, lì per lì, poteva essergli utile e già stava pensando a come voltargli le spalle.

Quando agli esordi della sua carriera politico-militare fu rapito dai pirati illirici durante una delle sue peregrinazioni da e per il medio oriente, mentre era già stata inviata la richiesta di riscatto, lui passò la prigionia scrivendo poesie che recitava ai suoi carcerieri e dicendo loro candidamente come li avrebbe in seguito catturati e uccisi.

Cosa che fece una volta in salvo.

Il primo imperatore romano, suo nipote e figlio adottivo per via testamentaria, Ottaviano, a differenza dello zio non era un temerario.

Non guidò personalmente le truppe in battaglia, non corse pericoli fisici in prima persona, ma si dimostrò un brillante stratega, un abile manipolatore ed un capace mediatore.

Aveva manie di grandezza tutt’altro che seconde a quelle di suo zio, ma modi assai più subdoli per soddisfarle.

In controtendenza rispetto al megalomane standard, non ebbe mai un rapporto sereno con le paure.

Aveva attacchi d’ansia, di panico, d’ira e perfino depressione.

Soffriva di pesanti ossessioni di tipo religioso, era molto timoroso degli dei di tutte le religioni.

Era molto scaramantico e dedito a rituali propiziatori, che lo potevano portare perfino a rinviare riunioni ed incontri anche molto importanti magari solo perchè il rito propiziatorio non era stato eseguito bene (oggi forse si direbbe che soffriva di disturbo ossessivo-compulsivo).

Come il suo genitore adottivo, fece uccidere molte persone, ma non ne uccise mai con le sue mani, perché era terrorizzato alla sola idea di farlo. 

Insomma, grandi corruttori, manipolatori, assassini e chi più ne ha più ne metta: mai però degli yes-man!

Quello no! Gli yes-man faranno anche meno fatica dei veri megalomani, ma è discutibile che le loro piccole posizioni (spesso fantocci di chi comanda veramente) possano definirsi “carriera”.

Sono attorucoli che recitano un ruolo anche modesto.

Chi li mette lì lo sa bene, solo loro fingono di non accorgersene, come in uno spettacolo tutto sommato nemmeno troppo brutto.

“Plaudite!!!…acta est fabula”[applaudite…la commedia è finita], disse lo stesso Ottaviano sul letto di morte.

Emanuele Lai dixit.

 

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Cara Pappy, me ne fregio!

Riporto integralmente il commento a UNA STELLA (appena beccata) di una che si firma Pappy, e che esordisce su Amazon (questa è la sua prima recensione) per parlare di me.

Ecco cosa scrive la cara Pappy, parlando di Omicidi in Pausa Pranzo: “L’ho acquistato attratta dal genere (mi piacciano i gialli) dal prezzo irrisorio e da diverse recensioni positive. Francamente a me non è piaciuto per nulla, l’ho finito a stento e subito rimosso dal Kindle.
La trama è inverosimile, i personaggi pure“.

Sono così turbata dalle parole di Pappy, così intimamente scossa, così demoralizzata, che le pubblico sul mio blog.

La coraggiosissima Pappy, che esordisce nel mondo delle recensioni su Amazon per non riapparire presumibilmente mai più, usa uno pseudonimo anche bruttino. Orsù, Pappy, fatti venire un po’ più di fantasia.

Le rispondo pubblicamente. Citandola. Per intero, come ho fatto.

Tanto so che è una (o uno) che legge il blog.

Ecco la risposta, che rubo a Petrolini, quando venne insignignito dal Duce con una patacca fascista: “Me ne fregio!“.

Se utenti falsi si prendono la briga di venirsela a prendere con me, allora vuol dire che sto andando benino!

E sono quindi onorata della stelletta su Amazon.

Comunque, cara Pappy, non me ne frega niente delle tue povere e tristi parole.

Continua pure così.

Tanto me ne sbatto. 

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Sono l’ultima ma serena ruota del carro

Credo di poter confessare serenamente di non avere ambizioni di tipo terreno.

Non ho mai perseguito obiettivi legati all’esercizio del potere, sia nella mia vita privata che in quella lavorativa.

Mi piace fare bene le cose, questo sì, ma detesto dare ordini o “gestire” le persone.

Questo ha fatto di me l’ultima ruota del carro – espressione super-trita, lo so – in qualsiasi contesto mi sia presentata.

Chiunque capisce immediatamente – in particolare nelle aziende in cui ho lavorato – che non sono ambiziosa.

Il fatto di non voler fare carriera non fa di me una persona di scarsa personalità, anzi, ho quasi sempre un’opinione su tutto, cosa che infastidisce molto chi nelle aziende il carrierino l’ha fatto.

La mancanza di ambizione mi consente infatti di poter dire quello che penso – inibito invece a chi vuole salire sia nelle aziende che nella scala sociale – perché per loro conta molto di più capire cosa pensano gli altri per cercare di ingraziarseli e farseli amici.

La consapevole e ultima ruota del carro è LIBERA di non leccare il culo a nessuno e può anche farsi dei nemici – perché ha detto quello che pensava – anche se però non si deve pentire della propria libertà (e lamentarsi di essere una sfigata).

Ecco, io sono orgogliosamente sfigata, e sputo in faccia a chi mi pare.

E’ bello, anzi bellissimo, togliersi tutti i giorni molti sassi dalle scarpe.

Lo consiglio vivamente a tutti.

Saremmo un paese più sano, più ricco, dove tutti cercano di fare bene il proprio lavoro e sono intellettualmente onesti.

Ma mi rendo conto che sto straparlando.