Lascio la politica italiana alla Domenica sportiva e alle chiromanti

Ogni tanto scrivevo anch’io le mie stupidate sulla politica italiana, ma adesso ci ho rinunciato.

Per una serie di motivi.

Il primo è che non mi piace il calcio: non l’ho mai capito né apprezzato.

Faccio quindi fatica a tradurre il fraseggio calcistico di Renzi in linguaggio politico.

Copio di seguito qualche sua vecchia dichiarazione, tratta da un articolo del Corriere della Sera che si intitolava: “Renzi vuole il patto alla tedesca”, nel quale il nostro dichiarava che:

  1. non voleva vincere la classifica cannonieri, altrimenti sarebbe partito da solo in contropiede,
  2. aveva passato «volentieri» il pallone a Enrico Letta, perché sperava che a vincere fosse la nazionale italiana,
  3. e concludeva: «Il governo in questi otto mesi ha sempre rinviato tutte le partite».

Bene, mi piacerebbe se le metafore calcistiche fossero abbandonate a favore di qualche altro spunto metaforico bisessuale, comprensibile sia dai maschi e dalle femmine.

Ma il problema dell’oscurità del discorso politico italiano deriva secondo me anche da un altro fattore: una volontaria nebulosità linguistica che ormai ha avvolto l’intero Parlamento e gli stessi giornali italiani.

I titoli degli articoli non sono esplicativi di nulla, ma rimandano a qualche battuta sottintesa – tra politici – che il cittadino comune non capisce.

Che cosa significa l’ingiunzione di Renzi a Letta, secondo la quale:  “Deve giocare a carte scoperte!“, pronunciata proprio oggi?

Insomma, a cosa stanno giocando?

Qual è la posta in palio? Di cosa si stanno minacciando, visto che fanno parte dello stesso partito politico?

E poi, che diavolo sta succedendo sulla riforma elettorale?

Perché Berlusconi e Renzi si sono messi d’accordo per fare una riforma che assomiglia – TROPPO! – a quella precedente?

Vogliono lanciarsi nell’ultima sfida all’OK Corrall, dove chi vince piglia tutto?

Stanno scegliendo le armi con cui si spareranno, dopo aver fatto l’accordo che chi vince, piglia tutto?

Allora non è partita di calcio, è una mano di poker!

Insomma, solo una chiromante – professionista – riuscirebbe a capire a che gioco stanno giocando i partiti italiani, e solo la Sibilla Cumana riuscirebbe a capire i titoli dei giornali in questi ultimi giorni.

Devo quindi chiedere nuovamente a Crozza di entrare in politica e candidarsi come ha fatto l’altro genovese.

Potrebbe scegliere uno dei personaggi che gli vengono meglio e interpretarlo durante la campagna elettorale.

Trovo molto riuscita l’interpretazione di Papa Francesco che porta il frigorifero sulla Salaria.

Se Crozza fondasse il “Partito della Chiesa dei Poveri Cristi” puntando sull’elettorato di centro-destra, potrebbe vincere le elezioni o l’eventuale spareggio.

Al programma politico ci pensiamo DOPO (se vince).

Lo slogan della campagna elettorale potrebbe essere qualcosa del tipo: “Libero frigorifero in libero stato“.

Tanto nessuno gli chiederebbe che cosa significa. Gli farebbero un bel TITOLONE e la chiuderebbero lì.

Che, cioè, tipo…

Quando preparo insieme a mio figlio Tommaso un’interrogazione e gli chiedo di provare a ripetere qualcosa, lui comincia in genere con “Che“, seguito spesso da “Cioè“, ma anche da “Tipo…“.

“Tipo…” lo scrivo con i puntini perché in genere è seguito da una lunga pausa che può restare allo stato di pausa, e cioè non portare a nessun’altra parola o frase. E’ solo il segnale di un discorso abortito in partenza.

Ecco, i ragazzi di dodici o tredici anni non sanno più fare un discorso con un capo e una coda, che segua il filo di un’argomentazione, che vada a concludere da qualche parte.

Il massimo che si può pretendere da un pre-adolescente è che impari a memoria un paio di concetti (compresi di parole per esprimerli) e poi li ripeta a macchinetta. In genere preceduti da almeno un “Che” e un paio di “Cioè”, che non stanno mai male.

La scuola, insomma, non insegna a parlare ma neanche a ragionare, perché il supporto migliore della memoria è il ragionamento.

Riesco  – cioè – a ricordare perché l’Impero Romano d’Occidente  è andato verso il declino, ma non mi ricordo la data del Sacco di Roma.

Nessuno, però, nelle scuole italiane, chiede ai ragazzi di imparare a ragionare.

Quello che gli si chiede è di imparare delle lezioni a memoria e – ma  solo durante le elementari – di esercitare qualche volta la loro fantasia, liberamente, in spregio a ogni convenzione sintattica o grammaticale.

Mio figlio infatti – durante le scuole elementari – non ha mai fatto un tema “banale” del genere: “Racconta le tue vacanze”, ma solo componimenti surrealisti come: “Mi sveglio e sono altro 10 centimetri“, oppure: “Mi sveglio e scopro di vivere nell’Antico Egitto“.

Tommaso scriveva delle paginate di pensieri ricorrenti e insensati, con qualche guizzo di fantasia, ogni tanto, ma senza l’ombra di un punto o una virgola.

Contava insomma la FANTASIA e la QUANTITÀ, e quando ho chiesto alla sua insegnante se non era il caso di insegnargli l’uso della punteggiatura, mi ha guardato come se fossi per l’appunto alta dieci centimetri e ha sibilato: “Tommaso da grande diventerà uno scrittore con tutta la fantasia che dimostra!”.

Bene, dopo neanche sei mesi, l’insegnante delle medie di Tommaso si è naturalmente lamentata della totale assenza di un fraseggio anche solo accennato nelle sue composizioni.

Ordunque, Tommaso è dislessico e non sempre i dislessici fanno dei gran bei temi, ma anche io sono sicuramente dislessica (ho i suoi stessi sintomi), ma so usare la punteggiatura.

So quando finisce una frase e quando comincia l’altra. E so raccontare quello che mi è successo quando sono andata in vacanza.

Mi ricordo anche benissimo che durante le vacanze di Natale – quando andavo alle scuole medie – non facevo i compiti, e mi ricordo benissimo che alle medie studiavamo ancora l’uso della punteggiatura, e non le figure retoriche e i canti della Divina Commedia.

Dalla scuola italiana di oggi uscirà forse qualche – raro e scarso* – geniale studente che finirà ad Oxford, mentre gli altri non riusciranno a scrivere la lettera di accompagnamento del curriculum che manderanno al McDonald’s.

In un paese che si stra deindustrializzando ma non si sta terziarizzando, il rischio appunto è che la scuola italiana finisca per formare i lavoranti di una catena americana di friggitorie.

Forse è il caso di capire perché.

*Copio un post di Paola, che aveva già detto come la pensava sull’argomento.

Sono giunta alla conclusione che i programmi scolastici sono ormai strutturati per il bambino tipo con le seguenti caratteristiche:

1) deve essere sveglio, attento e maturo per la sua età
2) non deve avere problemi famigliari
3) deve fare una scuola non a tempo pieno che gli permetta di fare sport
4) a casa deve poter contare su più di una figura adulta, di cultura medio alta, come aiuto per i compiti, in grado di completare ed ampliare i concetti passati velocemente in rassegna a scuola.
Il bambino così “dotato” può imparare molto.
Tutti gli altri avranno difficoltà, con conseguenti frustrazioni. Di questi, solo quelli “con carattere” possono avere ancora qualche speranza.

La scuola vuole fare molto, troppo, ma non ha i soldi, la formazione degli insegnanti ed i mezzi per offrire una formazione personalizzata che metta in evidenza le potenzialità di ognuno. Si struttura solo per insegnare ad un determinato “target”, quello più facile, e degli altri non gliene frega niente.

Intervista a RICHARD J. GALLOWAY

Richard200 RICHARD J. GALLOWAY è cresciuto vicino alle industrie del nord-est dell’Inghilterra in compagnia di Star Trek, Doctor Who e di molti romanzi fantasy.

RICHARD si è poi ribellato al destino disegnato per lui dalle scuole che aveva frequentato, secondo cui il lavoro in un’industria sarebbe stato la sua naturale vocazione.

Il suo insegnante era disperato:“Se non vuoi lavorare nelle acciaierie, dove vuoi lavorare?”

La sua risposta era sempre: “Non lo so.”

Il settore in cui sarebbe finito si concretizzò dieci anni dopo. Oggi Richard lavora nell’informatica.

Vive ancora nel nord-est dell’Inghilterra con la moglie, la famiglia, e un grosso gatto chiamato Beano.

L’ho intervistato al telefono insieme  a Rita Carla Francesca Monticelli.

Caro Richard, benvenuto nel mio blog. Iniziamo con una domanda classica: chi è veramente Richard J. Galloway?

Un estroverso showman con l’attitudine all’auto-promozione e la necessità di essere al centro dell’attenzione!

No, non potrei in nessun modo venire descritto in questo modo…

Ciò che possiedo in abbondanza è una quieta empatia, una fobia nei confronti delle storie non terminate a causa de “Lo Hobbit”, un’ossessione per il misterioso e improbabile mondo della fantasia, e un’urgenza di scrivere di tutto questo. Mi piace prendere un evento comune di tutti i giorni e fornirne una spiegazione alternativa e leggermente più strana del suo significato apparente. Il mio modo di descrivere questa operazione è “esporre l’illusione dell’ordinario”; è una sorta di psicosi paranoide letteraria. Se per caso vuoi sapere in che modo “Lo Hobbit” sia coinvolto in tutto questo, ho scritto un post su questo argomento sul mio blog. Purtroppo è disponibile solo in inglese.

amantarra

Amantarra” è il tuo primo libro ed è anche il primo di una trilogia, si profila quindi per te un lungo impegno per arrivare alla fine della serie. Come si scrive una serie di libri? Stai già scrivendo il secondo libro? Come si intitola? Hai già in mente un finale preciso o hai una rosa di opzioni tra cui scegliere oppure ancora non hai deciso?

Il titolo del secondo libro è “Saranythia” e sì, ho già iniziato a scriverlo. Ho solo una trama grezza del terzo libro, ma so dove e come finisce la serie. La trama del terzo libro verrà rimpolpata mentre scrivo il secondo.

Come scrivo una serie? La risposta più breve è che te lo dirò quando ho finito. La risposta più lunga è che “Amantarra” all’inizio era stato pensato come un libro singolo, ma poi alla fine non ho potuto resistere al desiderio di lasciare un collegamento con un’altra storia. Ho pensato che prima o poi ci sarei tornato, ma a quel tempo non avevo idee sulla trama. Avevo iniziato a lavorare a qualcosa di completamente diverso, quando mi sono reso conto che alcuni fili della trama stavano andando in parallelo con “Amantarra”, e improvvisamente avevo un’altra trama. Mi è subito parso chiaro che ci sarebbe stato anche un terzo libro. Perciò ho adattato alcuni dei personaggi del nuovo scritto e li ho cuciti nel tessuto del mondo di “Amantarra”.

I protagonisti di “Amantarra” comprendono sia adolescenti che adulti, si tratta di un libro adatto a tutte le età, ma come sappiamo quando si parla di fantascienza si tende a considerarla un genere apprezzato soprattutto dagli uomini. Questo è sicuramente vero in Italia. Pensi che il tuo libro possa piacere alle donne? Perché?

I miei correttori di bozze sono entrambi delle donne e a loro è piaciuto. Ma – mi pare quasi sentirti obiettare – non l’avrebbero detto in ogni caso? Forse, ma conoscendole, forse no. Mentre stavo scrivendo questa risposta, ho chiesto loro cosa avevano apprezzato del libro. Entrambe hanno risposto che si trattava degli elementi umoristici e di quelli romantici, ma è meglio non prenderle in parola. Ho avuto alcune recensioni molto positive su Amazon scritte da donne. Una di queste non considerava la fantascienza uno dei suoi generi preferiti. La storia del libro è basata sul principio che, agli occhi di culture primitive, tutte le tecnologie sufficientemente avanzate sembrano magia. E quindi la fantascienza viene avvolta e mostrata al lettore come se fosse magia. Mi limito soltanto a dare poche informazioni riguardo alla tecnologia che sta dietro di essa. Ciò dà alla storia un tocco fantasy.

Lascia che ti racconti un po’ di più sulla trama, potrebbe aiutarti a comprendere che tipo di lettore può attrarre.

Amantarra è la più giovane di due sorelle. Appartiene a una razza di esseri così evoluti che hanno abbandonato la loro forma fisica in un tempo del passato pari a circa la metà dell’esistenza dell’universo. Da immortali, vivono in una città costruita all’interno di una sfera che occupa una propria serie di dimensioni. Essi però stanno venendo spazzati via lentamente e in segreto da un nemico sconosciuto. Si tratta quindi della storia di come Amantarra combatte per la sopravvivenza della sua razza. Finora la descrizione è molto fantascientifica, ma la porto nel mondo del plausibile quando Amantarra, nonostante i suoi sforzi, involontariamente trasferisce questa battaglia sulla Terra. A questo punto nella trama sposto l’azione su un gruppo di spudorati adolescenti in una scuola negli anni ’70 in Inghilterra. Con lo humour che è tipico del nord dell’Inghilterra, è qui che la tecnologia avanzata di una razza di esseri immortali incontra i residenti di una città industriale. Uno di essi scopre che la morte non è così definitiva come pensava, infatti si rende conto di essere morto solo dopo che qualcuno glielo dice. C’è mistero, cambiamento e romanticismo per alcuni. Più di un solo tipo di magia nell’aria.

Uno dei personaggi principali si chiama John, e l’iniziale del tuo secondo nome è J. Scommetto che non è una coincidenza. Quali personaggi di “Amantarra” portano con sé una parte di te?

Sì, hai indovinato, il mio secondo nome è John, ma ci sono stati altri fattori che mi hanno spinto a prestare il mio nome a un personaggio. “Amantarra” è iniziato come una storia su un orologio d’argento che ho ricevuto da bambino. Il nome “J. Godbert” è inciso al suo interno, e mi sembrava una scelta ovvia quella di darlo a un personaggio. Avevo solo bisogno di qualcosa che cominciasse per “J”. Come hai giustamente sospettato, John Godbert era inizialmente basato sulla mia personalità. Dico inizialmente perché mentre scrivevo la terza versione del libro divenne ovvio che non potevo manipolare il personaggio nel modo che mi era necessario se immaginavo me stesso al suo posto. Sono molto bravo a osservare la natura umana, ma è proprio questo il problema: come osservare se stesso. Tutti i miei personaggi sono basati sulle idiosincrasie di persone che conosco o che ho conosciuto. Alcuni presentano tratti di più persone e altri di una soltanto. Io sono ancora parte di John, alcuni dei suoi processi mentali sono i miei, ma John è basato di più su un’altra persona, cui mi sono rifatto per il personaggio di Scott Briggs, che su di me. Trovo più semplice scrivere come burattinaio che come burattino. Detto ciò, la storia sentimentale tra John e Elleria è basata soltanto sull’inizio della relazione con mia moglie.

Uno delle cose che noterai del mio lavoro è che mi piacciono le protagoniste forti. Elleria in particolare è basata su una persona con la quale sono andato al college. Adesso lei gestisce il dipartimento IT di un grande istituto finanziario a Londra. La stessa Amantarra è più complessa ed è basata su più persone, ognuna delle quali ha una forte personalità.

Noi autori indipendenti nella vita facciamo per forza di cose anche un altro lavoro (in realtà anche la maggior parte degli autori pubblicati da editori) e ciò tende a rallentare le tempistiche di scrittura di un libro. Se poi si tratta del primo libro e non si è ancora esperti, ci può volere ancora di più. Quanto tempo è passato da quando hai scritto la prima scena di “Amantarra” alla sua pubblicazione? Cosa ti ha insegnato questo tipo di impegno?

Più a lungo di quanto tu possa immaginare. “Amantarra” è stato scritto tre volte. Inizialmente era intitolato “L’architetto”. Come la maggior parte dei tentativi di scrivere un romanzo, era una specie di saggio scolastico e in tutta onestà non era un granché. La seconda versione venne scritta come satira ed era ambientata principalmente sulla Terra. Questa è la versione che ho cercato di pubblicare tramite i metodi tradizionali e mi fu presto chiaro che la mia opera non veniva neppure letta da agenti e editori. Ci fu un altro fattore che mi spinse a decidere di scrivere una terza versione e si trattava di mio padre. La versione precedente era stata scritta tenendo lui in mente. Quando l’ha letta, gli sono piaciute le parti ambientate sulla Terra, ma ha smesso di leggere quando è arrivato alle parti fantascientifiche e fantasy. Sorprendentemente ciò fu più liberatorio che deludente. Noi tutti vorremmo avere l’approvazione dei nostri genitori, ma, quando ho capito che lui non l’avrebbe mai letto, mi sono sentito libero di fare come volevo. Perciò la terza versione venne scritta come fantascienza e rimossi gran parte dello humour, anche se non tutto.

Quindi, hai chiesto quanto tempo. Be’, dalla prima storia sull’orologio alla pubblicazione di “Amantarra” sono passati ben dieci anni. Certo, non stavo scrivendo tutto il tempo. Passavano mesi senza che nulla accadesse. Ma per quanto riguarda la terza versione, che è di 124 mila parole, ho iniziato a scrivere tutti i giorni e dall’inizio alla fine mi ci sono voluti quattordici mesi, un notevole miglioramento. Non sono sicuro se “impegno” sia la parola giusta. La scrittura per me è più una dipendenza. Mi sento irrequieto quando non scrivo, ma quando lo faccio spesso mi chiedo dove vada a finire il tempo.

Parte della storia di “Amantarra” è narrata in periodi diversi della storia umana: la preistoria, il XIX secolo, le guerre mondiali, fino ad arrivare agli anni ’70. Che tipo di ricerche hai fatto per scrivere queste scene?

Le scene ambientate negli anni ’70 sono state facili. Ero lì e sono quasi tutte basate su fatti reali. Per esempio, il gioco con le carte truccate per recuperare i soldi dai bulli della scuola è esistito veramente, sebbene le cose non siano andate altrettanto bene come nel libro. Le guerre mondiali sono basate su storie raccontate da mio padre e da mio nonno. Le ho rimpolpate con descrizioni prese da fotografie, televisione e fatti storici. Tutta la sottotrama riguardante l’elmetto tedesco della Prima Guerra Mondiale è stata creata da una sola fotografia. Allo stesso modo l’ambientazione del diciannovesimo secolo proviene da una sola fotografia. La preistoria è stata probabilmente la parte più facile. L’unica cosa che ho dovuto inserire sono stati i graffiti nelle caverne. Per il resto ho supposto che il comportamento umano non fosse poi molto cambiato e in base a ciò ho costruito una scena.

Ho visto le immagini di Valheel nella galleria del tuo sito italiano. Come ti è venuta in mente quel tipo di struttura?

È stato divertente creare Valheel. Avevo avuto l’idea che la razza di Amantarra esistesse in un’altra serie di dimensioni e che potessero esistere nel nostro universo solo come fantasmi. Ciò di cui avevo bisogno era un punto focale in modo da metterci un po’ di azione. Valheel è iniziata nella mia mente come una semplice città, in altre parole piatta, ma che fluttuava nel vuoto, quindi come potevo impostare i suoi confini? Ci ho messo una bolla intorno per separarla dal vuoto. Ciò si è evoluto nel mettere la città, ora separata in quattro zone, all’interno della bolla. Siccome la città era costruita di pura energia ed esisteva nella sua serie di dimensioni, poteva avere le sue regole relative alla gravità, l’atmosfera e cose simili. Questa breve descrizione dell’evoluzione di Valheel potrebbe far pensare che sia stata creata durante la notte. Non è così. Valheel si è evoluta lentamente. Una volta che ho avuto la città in mente, questa ha iniziato a condurre la trama, ma ha creato anche dei problemi. Così, per risolvere i problemi della trama, ho modellato l’intero ambiente in 3D. Le immagini sul mio sito web sono prese da quel modello.

Quando uscirà il seguito? Come si intitolerà? Verrà tradotto in italiano?

Ho imparato una lezione molto utile da Rita Carla Francesca Monticelli a proposito della pubblicazione di opere di grandi dimensioni. Dividerle in parti. Questo è ciò che intendo fare con “Saranythia”. Spero di completare la prima parte durante la pausa tra due contratti di lavoro.

E sì, senza dubbio verrà tradotta in italiano.

È un po’ presto per valutare l’esperienza di avere il tuo libro sul mercato italiano. Parliamo di come tu, da autore indipendente, sei arrivato a far tradurre “Amantarra” in italiano. Come hai conosciuto la traduttrice (nota: si tratta dell’autrice Rita Carla Francesca Monticelli)? Che effetto fa vedere il proprio libro in un’altra lingua?

Rita Carla Francesca Monticelli mi contattò su Twitter e mi chiese se avessi mai pensato di far tradurre il mio libro in italiano. Devo dire che non ci avevo proprio pensato, ma più lo facevo più mi convincevo che si trattasse di una buona idea. Una delle mie preoccupazioni era che gran parte del libro è molto inglese. I personaggi, lo humour e un sacco di ambientazioni sono basati su persone e luoghi nel nord-est dell’Inghilterra. Il nord-est non è come l’immagine internazionale con cappello a bombetta e ombrello sempre appresso che gli inglesi sembrano avere. È molto lontano da essa, ed ero preoccupato che “Amantarra” potesse fornire un’immagine inglese troppo strana per il mercato italiano. La gente del nord-est ha i piedi ben fissati a terra, non si danno delle arie, “airs and graces”, come diciamo noi. Questa è una tipica espressione inglese che si riferisce al comportarsi da falsi, per far credere alle altre persone di essere importanti e appartenere a una classe sociale più elevata. Poi io e la mia famiglia siamo andati in vacanza a Sorrento lo scorso anno per farci un’idea della mentalità italiana, e anche per abbronzarci. E ho scoperto che gli italiani, almeno quelli che abbiamo conosciuto, sono persone con i piedi per terra. Mi sono sentito a casa. Carla mi assicura che la fantascienza inglese è molto popolare in Italia, per esempio “Doctor Who”. Perciò sono fiducioso che la mia opera possa stare bene nel mercato italiano. Mi piace dire alle persone che il mio libro è stato tradotto in italiano, lo trovo entusiasmante, e queste ne rimangono impressionate. Sembra che debba stare attento a non darmi troppe arie.

 Quali sono i tuoi propositi per il 2014 come autore?

Sono determinato a completare “Saranythia”. Non sono sicuro se ci riuscirò, ma mi ci impegnerò. Inoltre sto collaborando con Rita Carla Francesca Monticelli nella pubblicazione del suo “Deserto rosso” in inglese (“Red Desert”). Era da un anno che non vedevo l’ora di leggere questo suo lavoro, e adesso sta finalmente accadendo.

Grazie per la tua gentilezza. È stato bello parlare con te!

È stato davvero un piacere anche per me, grazie per l’opportunità.

Il sito italiano di Richard J. Galloway è http://www.richardjgalloway.eu

Amantarra” è disponibile su Amazon, iTunes e Smashwords (presto anche su Kobo).

L’ottavo peccato capitale: il nervosismo del milanese

Non farò il tedioso elenco dei sette vizi/peccati capitali, però vorrei aggiungerne uno: il nervosismo.

Tipico dei milanesi.

Faccio qualche esempio.

Prendo la metropolitana più volte al giorno.

A Milano, chi non vuole correre giù per le scale mobili, si mette sulla destra.

La corsia di sinistra va lasciata libera.

In genere imbocco velocemente la corsia di sinistra, ma questa sera ero stanca e mi sono infilata in quella di destra.

Mi sono quasi saltati addosso un paio di pazzi che correvano a perdifiato, come in genere faccio io

Dopo di che, un ragazzo senza biglietto, quando ha visto i controllori che ci aspettavano fuori dalla scale mobili, ha cercato di scappare, imboccandole all’incontrario, e mi è caduto di fianco.

L’ho schivato per un pelo, urlando: “Ma ci vuoi ammazzare?!”, e sono arrivata a casa.

Tommaso era davanti al computer – con le cuffie – che giocava a Minecraft.

Mi ha salutato velocemente, senza quasi guardarmi in faccia.

Ho riempito di panni la lavatrice mentre il cellulare vibrava per le solite email che ci scambiamo tra 7 dico 7 condomini (le email sono anche decine al giorno).

Era la condomina più pazza di tutte che voleva sapere chi di noi ieri pomeriggio aveva avuto un SERVITORE che si era recato in cantina a buttare della carta bagnata nel contenitore della carta, perché il suo SERVITORE aveva trovato la carta in questione e se ne era grandemente lamentato.

La condomina in questione ci suggeriva quindi di istruire i nostri SERVITORI a  fare la raccolta differenziata, come lei ha istruito il suo (un povero Cristo con un nome straniero).

Le ho risposto che sono personalmente io a portare l’immondizia in cantina e non dispongo di SERVITÙ.

E poi l’ho presa per il culo, perché mi diverto a farla incazzare. E non sopporto le sue stronzate da milanese coi soldi.

Mi sono subito arrivate non so quante email di un altro condomino che mi diceva che sono sempre TESA.

Ho mandato a cacare anche lui, piuttosto malamente.

Il condomino che si lamenta della mia TENSIONE ha infatti la mania di ascoltare Frank Sinatra a un volume altissimo alle undici di sera, e si offende quando gli chiedo – a mezzanotte – di abbassare la sua cazzo di musica.

Bene, potrei andare avanti per non so quanto a raccontare le sgradevolezze della vita milanese, ma io credo che dipendano in gran parte dal fatto che a  Milano siamo in tanti, compressi in spazi piccoli, e serviti da una rete di mezzi pubblici che sta esplodendo, nonostante le fatiche di un buon sindaco.

Siamo troppi, chiusi dentro una brutta città, e chiusi dentro nelle nostre case, dalle quali ci insultiamo a colpi di email.

A Milano piove sempre, hanno tutti gli smartphone e se non rispondi a un’email entro un’ora, ti chiedono se sei morto.

Il nervosismo ci ucciderà.

Ma perché siamo fatti così?

Per un tot di motivi. Uno di questi è il residuo fiscale. La Lombardia è quella che ce l’ha più alto in Italia: quasi 6 mila euro procapite.

Il residuo fiscale è il frutto della differenza tra i circa 17 mila euro di tasse pagate per ogni abitante della Lombardia contro una spesa pubblica procapite ricevuta dallo Stato di 11mila euro.

In pratica, un cittadino lombardo riceve indietro dallo Stato circa il 60% di quanto paga.

Insomma, lavoriamo un po’ troppo: potremmo lavorare il 40% di meno.

Mai votato per la Lega – Salvini propose le carrozze della metro per immigrati! – ma sono un po’ federalista.

Lo ammetto.

L’impiegato come capro espiatorio

Lo so, scrivo sempre delle stesse cose: gli impiegati, le vittime, gli stronzi, i capri espiatori.

Però adesso proverò a costruire una teoria sui miei argomenti favoriti, che tenga conto delle teorie di René Girard, l’antropologo francese autore de “Il capro espiatorio”.

Girard sostiene che nei momenti di crisi vengono individuati dei capri espiatori verso i quali indirizzare la rabbia e la violenza che altrimenti esploderebbero con gravi conseguenze sociali.

Sul capro espiatorio vengono concentrati l’odio – e a volte anche la violenza – così da ricompattare il branco su un falso nemico comune.

I lupi del branco sbranano così SOLO il capro espiatorio, invece di sbranarsi vicendevolmente.

Se guardate con attenzione a quello che sta succedendo, si nota come venga tirato fuori un nuovo capro espiatorio ogni sei mesi. Anche il capro espiatorio, infatti, invecchia e bisogna rinfrescarlo di tanto in tanto.

Ne elenco po’:

  • clandestini e immigrati che portano via il lavoro ai nazionali,
  •  gli impiegati statali, che se la spassano facendo finta di avere l’influenza e non si meritano aumenti di stipendio perché sono dei mangia-a-ufo,
  • gli impiegati in generale (anche quelli privati), perché in ufficio non fanno niente e passano il tempo a navigare su Internet: sono “troppo” garantiti e sono spesso anche “vecchi” (basta avere 50 anni per esserlo),
  • gli insegnanti: sono troppi e rubano denaro pubblico,
  • i falsi invalidi che mandano a fondo l’INPS (che in realtà ha un attivo pauroso e ingiustificato, visto che non è un impresa),
  • gli operai della FIAT che fanno la pausa di 15 minuti invece di 10, ed è colpa loro se la FIAT vende solo la 500.

Sono sicura che i partiti e i politici “sanno quello che fanno” quando tirano fuori dal cappello il nuovo target su cui deviare la rabbia di chi magari sarà il target di domani.

Usano una tecnica raffinata ed efficace: identificano un’intera categoria con i suoi peggiori rappresentanti.

Faccio qualche esempio: tra i clandestini, ce n’è sicuramente qualcuno che spaccia droga. Ma molti lavorano lavorano in nero per gli italiani che non vogliono pagare le tasse. E quindi ci fanno un favore – a tutti noi – perché paghiamo meno i prodotti che contengono lavoro clandestino.

Altro esempio: tra gli impiegati statali ci sono certamente molti fannulloni, ma secondo le teorie di certi politici o giornalisti TUTTI gli statali sono dei fannulloni.

Ultimo esempio: tra gli invalidi ce ne sono di falsi (700.000, si dice, su 2.700.000), ma si sostiene che TUTTI gli invalidi mentono e bisogna eliminare TUTTE le pensioni di invalidità.

Il risultato dell’invenzione di sempre nuovi capri espiatori porta anche alla continua fermentazione dell’odio tra capri espiatori.

Gli impiegati privati odiano quelli pubblici.

Gli impiegati e gli operai detestano i falsi invalidi, che rubano le tasse pagate da loro, eccetera.

Il rischio quindi è di finire per odiare uno sfigato come te.

Ma che cosa possiamo fare per smetterla di odiarci tra sfigati?

Innanzi tutto, dobbiamo riconoscere che esistono impiegati realmente fannulloni, invalidi veramente falsi, immigrati davvero criminali, e così via.

E poi dobbiamo difendere tutti gli altri dalle accuse ingiuste che gli vengono rivolte, individuando invece i veri colpevoli del disastro in cui l’Italia è finita.

I colpevoli – quelli veri – sono gli evasori fiscali e tutti quelli che li proteggono.

Tra gli evasori fiscali ci metterei mafia-camorra-sacracoronaunita, e tra i santi protettori degli evasori ci metterei una grande parte dei partiti politici italiani.

L’elenco dei colpevoli VERI della nostra decadenza è molto lungo e variegato, e vi assicuro che di questo elenco non fanno parte gli impiegati o gli insegnanti che “rubano il posto ai giovani“.

Certo, è meglio essere un impiegato statale protetto dall’articolo 18, che non un precario trentenne con un contratto a progetto di un anno.

Personalmente, però, preferisco odiare camorristi ed evasori che non gli impiegati delle Poste.

Meglio andare d’accordo tra noi capri espiatori invece di scannarci tra poveri Cristi…

L’incompetenza del cafone

Il cafone, come il cretino, può essere descritto solo ricorrendo a qualche esempio comportamentale.

Proverò a spiegare cosa intendo per cafone.

Il cafone è in genere qualcuno con un’ottima e incrollabile opinione di sé, così profondamente radicata da non poterlo smuovere da una particolare forma di auto-ammirazione, che vorrebbe trasformare in aperta ammirazione anche da parte degli altri.

Il cafone, infatti, quando si trova faccia a faccia con un altro interlocutore, salta tutti i convenevoli – “Come stai?”, “Come va?”, “Dimmi qualcosa di te!” – ma parte dritto a parlarti di sé.

Credo che la forma di maleducazione suprema consista proprio nell’ignorare l’altro.

L’altro – l’interlocutore del cafone – esiste solo quando viene trasformato in uno specchio nel quale il cafone si può ammirare.

Il cafone, infatti, adora che gli si lecchi il culo, e non capisce se ha di fronte un manipolatore che il culo glielo lecca per fargli fare quello che vuole LUI. 

Il cafone può farsi fregare da qualcuno più furbo di lui, anche se tendenzialmente il cafone tende a raggiungere posizioni di potere, proprio perché è sufficientemente immorale da sfruttare il lavoro degli altri a proprio uso – per esempio in un’azienda – o magari attribuirselo direttamente: “Questo l’ho fatto io!”, quando l’avete fatto voi, poveri tapini educati.

Ma se ci dimentichiamo per un attimo delle aziende e della pubblica amministrazione, e riflettiamo sull’essenza stessa del cafone, la prima conclusione che dobbiamo trarre è che la cafonaggine si basa in genere su una discreta incompetenza tecnica.

Il cafone è così intento ad ammirarsi e a fottere gli altri, da non avere il tempo di coltivarsi.

In genere, infatti, il cafone è quasi sempre un incompetente, e può quindi fare una discreta carriera in un’organizzazione.

Ma il cafone diventa pericolosissimo se svolge professioni delicate come per esempio quella del medico.

Tutti medici sbruffoni che ho conosciuti erano generalmente degli incompetenti, mentre i medici migliori che ho conosciuti erano profondamente gentili e empatici con l’altro.

Ma tutte le persone che ho conosciuto e che erano brave a fare il loro lavoro sapevano ASCOLTARE chi avevano di fronte ed erano generalmente capaci di stabilire una relazione positiva con l’interlocutore.

Non si può imparare nulla di nuovo se si ritiene di sapere già tutto.

L’ascolto empatico è quindi alla base di ogni forma di auto-miglioramento.

Non vorrei sembrare la zia Pina, ma devo rilevare come oggi sia passato di moda essere gentili.

Evitate però di farvi mettere le mani addosso da un chirurgo che vi dice di essere il migliore nel suo campo.

Vi farà a pezzi e nasconderà il vostro cadavere in un cassonetto.

(A proposito, un cadavere va nell’UMIDO o nell’INDIFFERENZIATO, per tornare a un vecchio tema che mi è caro?)

Omicidi in pausa assemblea di condominio

Ho già in mente il seguito di “Omicidi in pausa pranzo”.

Il nuovo giallo sarà ambientato in un condominio e Francesca, la protagonista, si trasformerà da vittima a probabile serial killer.

Di un’altra condomina.

Che progetterà di uccidere in modo fantasioso e creativo.

Ma il punto è che ieri ho rischiato IO di lasciarci le penne.

In condominio.

Uno dei condomini – appassionato di ottone – ci ha infatti costretti a comprare delle lampade TERRIFICANTI di inizio secolo da mettere nella tromba delle scale.

E ieri sera ne hanno montata una di cristallo, ORRENDA E RICCIOLOSA, che sarebbe stata bene in una profumeria degli anni ’30 a Saint Tropez.

La suddetta lampada ha perso uno dei riccioli – che si è schiantato al suolo come una bomba – circa un secondo prima che io infilassi la mia capoccia sotto la MOSTRUOSITÀ’ VINTAGE.

Sono entrata nell’ingresso, ho fatto i pochi passi che mi separano dalle scale e ho sentito un boato.

Era il ricciolo che crollava a mezzo metro dalla mia testa.

Ordunque, mi dico, perché in un pulcioso condominio milanese nessuno ha il coraggio di opporsi alle lampade INUTILI  E PERICOLOSE scelte da un altrettanto inutile e pericolo condomino?

Per lo stesso motivo, dico io, per il quale stanno rifacendo una legge elettorale uguale al Porcellum.

Nel mio condominio, si è formato un CERCHIO MAGICO DI CONDOMINI che si fanno favori a vicenda, compresi quelli miserabili e meschini di lasciare al più cretino la scelta delle lampade da mettere nelle scale.

E nessuno dice nulla.

Anche io non mi sono opposta alla lampada che avrebbe potuto spaccarmi la testa per amore di QUIETO VIVERE.

Sono eticamente collusa perché non voglio passare le mie giornate a litigare.

E già litigo parecchio…

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Mi ripeto: la scuola italiana sta affondando

Ho un figlio, Tommaso, che va in seconda media.

Sta chiuso in casa da un mese e mezzo a preparare le verifiche di fine quadrimestre.

Studia su testi che sarebbero perfetti per un liceo, ma in certi casi persino per l’università.

C’è in particolare un’interrogazione che si trascina da più di un mese, perché l’insegnante ogni due settimane ne passa una casa in malattia.

Mi dispiace naturalmente per lei, ma mi dispiace anche per NOI DUE – io e Tommaso – che ristudiamo l’apparato scheletrico e quello tegumentoso (la pelle) da più di un mese.

Mio figlio è dislessico e ha poca memoria. Dopo due giorni che ha studiato il nome di ossa e ossicine del corpo umano, se le dimentica.

E quindi deve ricominciare da capo a studiare le ossa femorali.

Ma secondo me TUTTI i ragazzini ormai dimenticano TUTTO quello che studiano, sopratutto se gli argomenti non sono legati a qualche forma di concettualizzazione, ovvero non li costringano a ragionare, incidendo quindi strati corticali più profondi di quelli che vengono interessati quando si studia a memoria la struttura del bulbo pilifero o come diavolo si chiama.

I programmi delle scuole medie sono immensi e i libri di testo infinitamente lunghi e verbosi.

Gli argomenti del “programma” delle varie materie di susseguono a un ritmo velocissimo, e la mia impressione è che la memoria profonda di Tommaso non venga interessata dalle lunghe e penose nozioni mandate a memoria.

Se dovessi usare una metafora – o un’allegoria, non mi ricordo mai la differenza – direi che tutto quello che Tommaso studia scorre via veloce come l’acqua sulla pietra di un torrente. Non lascia nessun segno. La pietra non viene scalfita dall’acqua.

Ormai nessun insegnante rimane ferma sullo stesso argomento per più di una lezione o al massimo un paio.

E nella testa di Tommaso entrano solo poche nozioni – inutili – per volta.

Se Tommaso deve ricordarsi com’è strutturata la Divina Commedia, si dimentica l’Italia del Seicento, e se deve ricordarsi quali sono i settori produttivi, si dimenticherà del verbo essere in funzione ausiliare nei casi in cui forma un predicato verbale.

L’acqua scorre velocemente sulla pietra, per lasciare posto a nuove cascate di acqua, che scorrono via a loro volta.

Lasciando tutto uguale a prima.

 

Dieci buoni motivi per essere depressa

Tutte le mattine, quando mi sveglio, faccio l’elenco dei motivi per cui sono depressa.

Oggettivamente depressa. Per degli ottimi motivi, quindi.

Elenco i primi dieci che mi vengono in mente.

Poi farò – non so quando – l’esercizio inverso. E cercherò i dieci buoni motivi per essere felice.

Ma sono una che il bicchiere lo vede mezzo vuoto: cominciamo dalla depressione.

    • Soffro di una nevralgia del trigemino che va e che viene. Quando viene, tutto perde di senso. Prendo dei farmaci che un po’ mi aiutano, ma ci sono delle gran brutte giornate.
    • Mia madre sta male da un numero impreciso e ormai infinito di anni: la sento tutti i giorni, e tutti i giorni mi dà una cattiva notizia.
    • Mio figlio è dislessico. A scuola sopravvive malamente e le sue insegnanti non hanno mai avuto un moto di pietà o di comprensione per i suoi problemi. Anzi, gli parlavano male di me. Gli dicevano: “Quella pazza di tua madre pensa che sei dislessico!“. Anche se lui era certificato tale in tutti gli ospedali di Milano.
    • Ho sentimenti violentemente negativi verso la scuola in generale e le insegnanti di Tommaso in particolare. Reprimo a fatica la mia voglia di sangue e stalko le sue professoresse con delle email cortesi e sprezzanti. Ma il fatto di farle soffrire, non appaga la mia voglia di sangue.
    • Passo undici ore fuori casa, perché lavoro fuori Milano, e quando ritorno devo tirare fuori i panni dalla lavatrice e cucinare (che mi fa schifo).
    •  Dopo che abbiamo mangiato, invece di guardarmi un film, studio insieme a Tommaso le inutili materi sulle quali verrà interrogato il giorno dopo (e qui si ritorna al punto 4).
    • Dopo che abbiamo finito, lui fa dei giochi stupidi al computer, mentre io penso che da grande farà il mulattiere, ammesso che trovi un mulo disposto a farsi condurre da un asino (Tommaso a scuola non impara nulla, e qui si ritorna al punto 4).
    • A questo punto, mi schiaffo anch’io davanti al PC, mentre il vicino di casa spara la musica a palla e mette Frank Sinatra in loop (e lo messaggio per farglielo spegnere, perché altrimenti Tommaso non dorme).
    • Lui allora mi risponde che vuole denunciarmi ai carabinieri perché mi ha sentito urlare con Tommaso di endecasillabi incatenati (giovedì lo interrogano su Dante). Io provo allora nei suoi confronti gli stessi istinti omicidi che provo nei confronti delle insegnanti di mio figlio. Istinti che devo reprimere per non finire a San Vittore, fatto che mi provoca dei sussulti gastrici non indifferenti.
    • A questo punto prendo un Lansoprazolo, ma i vicini del piano di sopra attaccano – anche loro – con la musica e io sento di nuovo la voglia di sangue di cui al punto 4 e punto 9.

Ma siccome non voglio lasciare mio figlio al freddo al gelo mentre sconto trent’anni a San Vittore, ammazzo qualcuno in un libro.

OMICIDI IN PAUSA PRANZO.

Su Amazon, a 99 centesimi.

Che palle! Che pizza! Puntata numero 2

Sono andata a riguardare un vecchio post, scritto quasi un anno fa su una noiosa domenica pomeriggio.

Lo copio subito dopo aver velocemente descritto quella di oggi.

Tommaso ha passato il pomeriggio a giocare a Minecraft con un suo compagno di classe che sta dall’altra parte di Milano, sempre connessi via Skype.

Hanno costruito – insieme – case digitali,  e cercato – insieme – su Youtube una ricetta per fare la zuppa, anche questa digitale.

Hanno guardato contemporaneamente una specie di tutorial fatto da un ragazzino che spiegava quali ingredienti – digitali – usare per fare la zuppa.

Hanno quindi ininterrotto le loro ricerche due altri ragazzini – su Skype – e sono passati a un altro gioco dove tutti e quattro avevano l’account.

Quando ho preparato la cena, Tommaso ha detto ai suoi amici: “Alzo il volume (di Skype) se mi dovete dire qualcosa!”.

Noi due ci siamo messi a tavola, parlando sottovoce perché non ci sentissero i suoi amici.

Poi lui è tornato da loro e hanno ricominciato a confabulare.

Devo ammettere che tutte le volte che entro nella sua stanza, parlo sempre a voce bassa, perché ci sono almeno un altro paio di adolescenti connessi che ascoltano TUTTO quello che succede a casa nostra.

Vivo col terrore che qualcuno mi senta mentre gli dico qualcosa di sgradevole.

Ed ecco il post di un anno fa.

Temevo che Tommaso sparisse col branco.

L’ha fatto. Il branco digitale.

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Domenica pomeriggio col figlio undicenne.

Tommaso è ancora in quell’età di mezzo – né carne né pesce, tanto per non essere banali – in cui ti sei stufato di stare con i genitori, ma sei troppo piccolo per andare in giro da solo.  
Sì, all’oratorio un giretto da solo se lo fa, ma non gli va più manco quello.

Tommaso soffre di una noia consustanziale, da pre-adolescente moderno, e non sa neanche lui cosa vorrebbe fare.

Passo la domenica a proporgli tutto quello che immagino potrebbe piacergli, e che magari piacerebbe anche a me, ma lui risponde immancabilmente: “Che pizza!”, oppure: “Che palle!”.

 Io: “Vuoi andare al cinema?”
Tommaso: “Che palle, sempre la stessa roba!” (quale roba non si capisce, perché tutta l’industria cinematografica è diventata un immenso e indistinto bolo di noia).
Io: “Andiamo al planetario?”
Tommaso: “Che palle! Ancora?” (ci siamo andati un anno fa).
Io: “Allora chiama un amico!”
Tommaso, un po’ più interessato: “Chi? Chi chiamo?”
Faccio una proposta: “Chiama Tizio!”
Tommaso: “Tizio, che palle!”
Ci riprovo: “Chiama Caio!”
Tommaso, più convinto: “Sì, dai, lo chiamo!”
Gli passo il cellulare, così lui non consuma la sua ricarica. 

Fa il numero e parte una di quelle buffe conversazioni fra pre-asoloscenti che non hanno ancora imparato a dire: “Ciao come stai, come va, eccetera”.

Tommaso, parlando con Caio, parte subito con: “Ciao sei libero?”
Sento Caio che risponde a Tommaso: “No, sono con un mio amico”
Tommaso: “Va bene, ciao”.
E mette giù.
Mi guarda con l’aria schifata, come per dire: “La tua solita proposta di merda…”.
Ricominciamo.
Io: “Andiamo al parco?”
Tommaso: “Che pizza, sempre al parco…”.

 Lo so già: mi mancheranno i suoi “Che pizza!” quando non avrà più bisogno di me, e si farà gli affari suoi.

Mi godo i suoi ultimi sprazzi di noia, condivisa, prima che Tommaso sparisca per sempre, intruppato col branco alla scoperta del mondo.