Flaiano e la merda

Ennio Flaiano ha scritto pensieri profondissimi sulla merda.

Cito quelli più famosi.

Se ammetterai che la merda in fondo non è cattiva, dovrai mangiarne due volte al giorno“.

E poi: 

A: “Sinceramente, le piace la merda?”

B: “Ogni tanto, per cambiare”.

A: “Errore. Bisogna mangiarla sempre. Ogni tanto, disgusta”.

C: “Venite, la merda è in tavola”.

Di fronte a Flaiano ci possiamo solo inchinare, ma anche lui avrebbe apprezzato la serena banalità di una frase come: “L’attualità del messaggio di Flaiano sulla merda”.

Ma cosa voleva dirci l’autore con quelle belle e semplici frasi?

Provo a interpretarlo.

Intanto, se mangi la merda sei un leccaculo.

Domanda: si può essere leccaculi per un giorno solo e il giorno dopo no?

No, il leccaculo è sempre un leccaculo.

La merda la mangia tutti i giorni, perché se ti abitui al sapore, non ti disgusta neanche più.

Bene, ogni giorno ci vengono servite tonnellate di merda.

Il profumo della merda si sente subito.

Esala da tutti quelli che ti chiedono incondizionata ammirazione o obbedienza (se c’è di mezzo una qualche gerarchia) e se ne sbattono del fatto che tu li stimi o meno.

A costoro non interessa quello che pensi e non gli interessa la tua stima.

Vogliono solo vederti prostrato a leccargli il culo, perché è dalla semplice UMILIAZIONE dell’altro che traggono giovamento.

Un giovamento momentaneo e poco duraturo, perché non c’è nulla come la stima di un altro – VERA E PROFONDA – che ti cura e ti rassicura.

Una leccata di culo ti fa sentire un po’ di calduccio per un secondo – all’altezza del buco del culo – poi ti torna la rabbia e l’incazzatura.

Guardate bene quelli a cui piace farselo leccare: vi sembrano contenti?

Profondamente soddisfatti? In pace con la vita?

Avete mai sentito espressioni: “Felice come Nerone” o “Soddisfatto come Caligola“?

Tranquilli, anche i “leccati di culo” dormono male.

E alla fine, possono anche fare delle gran brutte fini.

Dorme meglio, credetemi, chi ha l’alito fresco.

I nostri figli pantofolai

Oggi l’amico del cuore di Tommaso è riuscito a convincere suo padre a portarli tutti e due all’Ikea.

La scusa era banale ma efficace: volevano vedere le decorazioni natalizie dell’Ikea, che a Natale diventa “bellissima”.

Il padre, masochista, ci è cascato, e alle dieci sono partiti alla volta di Carugate.

Alle dodici e mezza erano già tornati con il bottino dentro un paio di sacchetti.

In realtà, il piano diabolico consisteva nell’usare le decorazioni natalizie come scusa per farsi portare all’Ikea e comprare una specie di plaid nero, tipo sacco a pelo, dove ci si infila completamente, dotato di una specie di cappuccio.

Tommaso è tornato a casa, si è rapidamente svestito, si è messo il pigiama, e si è infilato nel sacco nero con il cellulare in mano.

Poi ha infilato dentro anche la testa, ha chiuso il sacco completamente, e si è lanciato a smanettare sul cellulare.

Sgombro il campo da qualsiasi dubbio: mio figlio non è un  hikikomori, come non è lo è il suo diabolico complice.

Ma tutti e due fanno parte di questa generazioni di pre-adolescenti pantofolai che desiderano solo una cosa: stare chiusi in casa e socializzare su internet, attraverso i giochi online che ormai sono diventati social anche loro.

Tommaso passerebbe infatti  tutto il suo tempo perso in non so quale galassia internettiana, in cui si trasforma in un’astronave che chatta e parla su skype con le altre astronavi-preadolescenti-pantofolai.

E così, quando oggi l’ho visto mettersi in pigiama  all’una di sabato pomeriggio per nascondersi nel sacco nero, mi sono naturalmente messa a strillare come un’aquila e  Tommaso, dopo cinque minuti, si è rivestito.

Non voglio fare il tema sulle mie vacanze, ma proseguo solo per dire che dopo il pranzo con la famiglia dell’altro sciagurato, ho portato (di forza) i due ragazzotti alla Fiera di Senigallia, dove abbiamo velocemente ammirato svariate collezioni di cilum vendute da fricchettoni archeologici, e poi siamo tornati a casa.

Tommaso si è infilato subito nel sacco e adesso vi giace arrotolato dentro – sul divano – con suo sommo piacere.

Ma perché ho generato un figlio in pigiama?

Forse perché sono anch’io una milanese imbruttita, come quelli descritti sulla pagina di Facebook?

Tommaso frequenta da sempre  scuole a tempo pieno, dalle quali esce per essere infilato in qualche palestra o corso extrascolatico al quale l’ho costretto in tutti questi anni, per poi essere condotto a casa dove lo aspettano i compiti da fare/finire.

I nostri figli sono cresciuti con l’agenda “piena” come la nostra – espressione da milanese imbruttito – e sognano di chiudersi in un sacco nero.

Dove il tempo si ferma.

E dove non devono studiare, fare i compiti o allenarsi per chissà quale diavolo di sport.

In realtà non so neanch’io perché sia andata a finire così.

I fattori sono tanti, tra cui quello che gli americani chiamano overparenting.

Stiamo addosso a questi ragazzi e gli riempiamo così tanto la vita, fino a quando loro diventano PASSIVI e SVACCATI, in  reazione alle nostre pressioni/aspirazioni.

Una volta invece c’era la noia.
Non c’era niente da fare.
I pomeriggi degli studenti erano tutti uguali.

Mi ricordo che noi andavamo a casa di una compagna che aveva un solo disco di Neil Young.

Ascoltavamo solo quello. Anche dieci volte in un pomeriggio.

Anche per cinquanta pomeriggi di seguito.

Però eravamo meno svaccati di loro.

Oppure sono io che sono invecchiata e non riesco più a capire mio figlio.

Come fecero mia madre e mio padre con me….

Banalità miste sull’italiano medio

Detesto come ognuno di voi le banalità da treno sugli “italiani”, intesi come un unico coacervo di pecore alle quali attribuire una serie generica e indifferenziata di difetti.

Però i difetti ce li abbiamo, noi italiani.

E stanno peggiorando.

Credo che il NOSTRO difetto peggiore sia la mancanza di una volontà attiva nel sostenere con forza opinione diverse e contrarie da quelle ritenute dominanti.

Opinioni dominanti sia a livello politico – oggi impera il partitone unico che mette TUTTI D’ACCORDO – ma anche nelle aziende e in tutti gli altri consessi sociali.

Noto quanto sia disperante intervenire persino in un consiglio di classe per chiedere agli insegnanti qualche delucidazione sui programmi che verranno seguiti: viene trattato come un DISSIDENTE.

A scuola COMANDANO  gli insegnanti, come nelle aziende COMANDANO  i capi, come nel Sud Italia COMANDANO le varie cosche e coschette (di cui peraltro nessuno parla più).

L’italiano medio cerca di capire chi COMANDA nella specifica situazione in cui si trova, e cerca di non dissentire e non dargli troppo fastidio.

Credo che questa innegabile caratteristica antropologica derivi da anni di invasioni straniere – e lotte tra poteri locali – che si sono succedute, fino a quando non è stato creato uno staterello nazionale.

Siamo stati abituati a ubbidire a sovrani stranieri (o signorotti locali), in cambio di un po’ di calorie: “Che sia Franza o si Spagna, purché si magna“.

Il nostro cinismo è cresciuto all’ombra della paura. Paura di farti accoppare se provavi a dissentire.

Dove invece è nato prima uno stato nazionale – con un corpo di leggi – sono potuti nascere anche i cittadini, difesi dallo stato dai soprusi dei prepotenti e dei violenti.

Noi italiani, invece, siamo abituati a fare la pace col nemico per non farci accoppare.

E’ da questa lunga abitudine al silenzio che deriva la tolleranza alle ultime porcate nazionali, a cominciare da una legge elettorale che impedisce ai cittadini di scegliere i loro candidati all’interno delle liste elettorali.

I partiti sanno in quali circoscrizioni prendono più voti e sono in grado di eleggere un candidato.

In quei collegi, ci piazzano quindi il candidato da eleggere, come la Brambilla, quella dei canili, per intenderci, con i capelli tinti di rosso.

E intanto andiamo a fondo, così, senza un lamento.

Gli unici a lamentarsi – in modo spesso un po’ confuso – sono stati quelli del Movimento a 5 Stelle, di cui però ho perso le tracce.

Certamente la stampa li ignora e nessun giornale vuole portare voti a Grillo alle prossime elezioni europee, ma anche loro sembrano entrati nell’oscurità.

Chi ci salverà dalle tenebre della deindustrializzazione non è ancora dato da sapere.

L’indignazione deve diventar un sentimento nazionale e i morti della Sardegna dovrebbero farci indignare tutti un po’ di più.

Ma ormai i granuli omeopatici di indifferenza, assunti da tutti in dosi quotidiane e giornaliere, ci hanno trasformato in un popolo di begli addormentati.

Spero solo che un peggioramento della crisi economica non ci porti a destra, come succede da sempre nella storia recente.

In Grecia, Alba Dorata – fascistissimi – sta andando forte, e non vorrei che dopo il Governetto Letta sia addirittura possibile peggiorare.

Al peggio non c’è mai fine, direbbe un italiano medio.

Il diluvio in Sardegna era previsto: parola della Protezione civile!

Anche un bambino sa che quando arriva un ciclone bisogna chiudersi in casa, e magari nascondersi in una botola sotto il pavimento come nel Mago di Oz.

Se poi arriva un tifone, accompagnato dalle piogge, allora bisogna stare chiusi in casa e magari salire al secondo piano.

E le autorità hanno il dovere di avvisare i cittadini che sta per arrivare un ciclone o un tifone, e devono chiudere le scuole e gli uffici e invitare TUTTI a stare chiusi in casa.

Nei paesi civili si fa così: quando c’è un tifone in arrivo, vengono chiuse scuole, uffici e negozi, e i cittadini vengono invitati a chiudersi in casa.

Chi esce, lo fa a suo rischio pericolo, ma si può almeno dire che era stato avvisato.

Che cosa succede invece quando in Italia c’è una tempesta in arrivo?

Niente, non si fa niente.

Forse parte qualche giro di email tra i meteorologi e la Protezione civile, che però non hanno nessuna conseguenza.

Se non quella di poter dire: “Io l’avevo detto!“.

Il nostro utilissimo ministro dell’ambiente, Franco Orlandi, ha infatti dichiarato che: “In base alla classificazione dei livelli di criticità, le previsioni del maltempo erano ritenute dagli esperti, di massimo rischio, comprendenti l’esondazione dei corsi d’acqua e fenomeni di rigurgito dei sistemi di smaltimento, associati a inondazioni”.

E poi ha aggiunto che: “I possibili effetti associati a tale evento prevedono possibili perdite di vite umane e danni alle persone, oltre che allagamenti e danni a locali interrati”.

L’allarme era stato quindi lanciato – MA A CHI? –  e l’utilissimo capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, se l’è presa con quelli che fanno “affermazioni che lasciano il tempo che trovano” – ha detto proprio così – ma anche con i “biscazzieri del web“, che l’accusano di aver fatto poco o nulla, se non presentarsi con la solita tuta da ginnastica coi distintivi che pare adatta in caso di alluvioni.

Gabrielli conclude quindi dicendo che: “Se qualcuno per avere qualche clic in più va farneticando, come ho visto in queste ore, poi se ne assumerà la responsabilità nelle sedi competenti, e su questo non intendo fare sconti a nessuno, tanto meno ai biscazzieri del web”.

Se quindi l’alluvione in Sardegna provoca 16 morti, la colpa è di Twitter.

Di una tale e profonda verità, rendiamo grazie al capo della Protezione Civile italiana, alla quale chiederei di stare almeno ZITTO quando succedono tragedie come questa.

Il Concilio di Trento versus Italia-Nigeria

Domani Tommaso ha la verifica di storia.

Sarà la ventesima verifica dall’inizio dell’anno scolastico e questa sera ho passato due ore a studiare insieme a lui il Concilio di Trento, mentre Tommaso correva ogni tanto al computer per dare un’occhiata ai risultati della partita Italia-Nigeria.

Non so chi fosse più annoiato dei due: lui che voleva guardare la partita o sua madre che non voleva ristudiare il Concilio di Trento.

Ma da quando Tommaso ha cominciato le medie, siamo precipitati – tutti e due – nel buco nero delle verifiche che vengono effettuate quasi con regolarità bisettimanale, e che credo mettano a KO tutte le famiglie italiana con un figlio nella scuola media dell’obbligo.

La mole dei programmi è tale, e la numerosità delle suddette verifiche altrettanto immensa, da costringere i genitori di figli NON geniali a passare insieme a loro intere serate sui nuovi libri-macedonia di testo, dove vengono malamente mescolate – cito ad esempio quelli di italiano – l’esposizione delle regole grammaticali con esercizi, letture varie e adesso finti testi Invalsi sui quali il ragazzino si deve impratichire per non far fare all’insegnante la figura della cretina, quando tutta la classe verrà sottoposta al test alla fine dell’anno.

Il risultato è che i ragazzi, di fronte alla  QUANTITÀ’ di pagine che si trovano a dover studiare, spesso si perdono, e il genitore diventa una specie di Virgilio che li guida attraverso i libri, cercando di discernere – con il colpo d’occhio dell’adulto – quello che è utile sapere da quanto è invece assolutamente superfluo.

Spesso, però, il nostro buon senso vacilla di fronte alle novità didattiche che prevedono, sempre nel campo della grammatica italiana, il fatto che l’aggettivo numerale oggi venga declinato in non so quante versioni (credo che siano sei o sette, compreso l’aggettivo numerale moltiplicativo o qualcosa del genere).

Tommaso, che ancora vacilla nel riconoscere il soggetto, si trova quindi di fronte alla necessità di memorizzare insulse nozioni come quella dell’aggettivo numerale moltiplicativo.

Ma nel suo povero cervello non c’è posto per tutto, e se entra l’aggettivo moltiplicativo, esce il Concilio di Trento.

Mentre noi genitori vacilliamo sotto il peso delle serate passare a infilargli nel gozzo come a un’anatra da fegato qualche nozione appiccicaticcia sulla verifica del giorno dopo, che sarà dimenticata già all’intervallo.

A cosa serva il nostro sacrificio per aiutarli a prepararsi alle due verifiche settimanali, me lo chiedo tutti i giorni.

Serve di sicuro alle case editrici scolastiche che ci costringono a comprare ogni anno una ventina di chili di libri, quando invece una volta i libri di scuola erano asciutti e essenziali. E il tasso di asinità era sicuramente più contenuto di quello attuale.

I genitori erano più felici e si potevano permettere di guardare un film, una volta ogni tanto, mentre i ragazzi imparavano le nozioni di base che ti ricordi per tutta la vita.

Come sia stato possibile arrivare a questo strano risultato di super studio e suprema ignoranza è un altro italico mistero, di cui gli storici dovranno darcene conto fra qualche decennio.

Ammesso che i figli dei nostri figli sappiano ancora leggere e scrivere…

Tu, donna, lavorerai con dolore (e farai anche la lavatrice)

Non ho ottant’anni ma neanche ventisette.

Diciamo che sono nata quando le donne era tutte, o quasi, casalinghe.

Allora le scuole non erano a tempo pieno e i figli tornavano a casa a mangiare, dopo il suono dell’ultima campanella.
In genere verso le dodici e mezza, i bambini delle elementari, e all’una e un quarto gli studenti delle medie.

Anche i mariti pranzavano a casa.
I buoni ticket non erano ancora stati inventati e solamente nelle aziende – grandi e grandissime – c’era la mensa.
I mariti che non ce la facevano a tornare per pranzo, partivano con la schiscetta preparata dalla moglie la sera prima: primo, secondo, contorno.

Le donne coniugate con prole erano piuttosto indaffarate, anche perché i figli di pomeriggio stavano a casa.
Le poverette avevano solo il mattino per mettere i panni in lavatrice, stirare, fare la spesa, pulire la casa e battere i tappeti.

Quanti oggi sanno cos’è un battitappeto? Quanti ne hanno mai visto uno?
Era una specie di racchetta di vimini, con cui si battevano i tappeti appesi fuori dai balconi.

Mi ricordo il rumore: un BUM! BUM! BUM! che non ho mai più sentito.

Se ti affacciavi alla finestra, potevi vedere la casalinga sbattitrice che menava il tappeto a colpi ben ritmati e regolari, quasi con un filo di rabbia, direi.

Poi tutto è cambiato.

Sono arrivati gli elettrodomestici, l’aspirapolvere, il Bimbi, il forno a microonde, e noi siamo andate a lavorare.

Mai più il rumore del battitappeto. I figli infilati nelle scuole a tempo pieno, nutriti con le lasagne della Milano Ristorazione.

I mariti, quando ci sono, al bar col ticket. Anche noi col ticket, oppure in mensa, a mezzogiorno.

Ma la sera, come Cenerentola – Bibbidi bobbidi bu! – torniamo ancora casalinghe.

Elettrodomesticizzate.

Il surgelato di Picard  viene estratto dal freezer e infilato nel microonde, la lavapiatti fatta partire con un paio di clic, la lavatrice svuotata direttamente sullo stendino, mentre il figlio ti chiede se gli dai la password dell’iPad, che hai cambiato un’ora prima sperando che la smetta di rincoglionirsi sul Fruit Ninja.

Insomma, il tempo che mi rimane, quando arrivo a casa di sera, è così poco da aver deciso di investire una quota considerevole di uno degli ultimi stipendi in uno di quei forni nucleari che fanno tutto: microondano, scaldano, grigliano, crispano.
Me ne aveva parlato per tutta l’estate una mia amica, che traduce le ricette ( da fare col forno in questione) in minuti .

Tre per fare la frittata, quattro per le cotolette, cinque per la crostata, venti per il pollo arrosto.

No, non punto a sostenere chele donne devono smettere di lavorare e comprarsi di nuovo il battitappeto.

Voglio solo dire che la rivoluzione degli elettrodomestici – alla quale ho avuto il tempo di assistere – ha reso disponibile forza lavoro femminile a basso costo, così come quella industriale aveva favorito la migrazione dei contadini inglesi dalle campagne, inurbati nella suburra di Londra e costretti a lavorare – per salari bassissimi – dieci ore al giorno nelle fabbriche tessili e meccaniche.

E noi femmine moderne, pagate meno dei maschi, ormai ugualmente qualificate, ci scambiamo consigli su come fare più in fretta i lavori di casa.

Quando fu inventato lo Swiffer, me ne parlò subito una collega (ingegnere informatico).

Lo corsi a comprare.

Entusiasta! Ero entusiasta!

Non dovevo più neanche accendere l’aspirapolvere. Passavo per tutta la casa quel meraviglioso straccetto elettrostatico che raccoglieva la polvere.

Feci festa grande anche quando fu inventato lo spolverino dello Swiffer, il Duster, mentre mia madre aveva ancora quello con le piume di gallina.

E adesso, la sera, appena ho cinque minuti, mi picchio davanti a Youtube, dove altre femmine, moderne e tecnologiche come me, dispensano consigli su come fare il ragù in sei minuti o il Pan di Spagna in dieci.

Consiglio la serie di “Aiutanti in cucina”, ma non mi dispiace neanche il canale di Elisa Bertolini (come il lievito), che parla con un puro accento toscano, mentre qualcuno la riprende che tramanda digitalmente la tradizione dei “Coccini di salsiccia e fagioli” da fare al microonde.

In MENO DI dieci minuti.

P.S. Se qualcuno volesse leggere un Rosa moderno, ambientato ai tempi delle lavatrici e non degli aviatori di Liala (ma senza le frustate di Mister Grey, vi avviso), potete comodamente cliccare qui, dove per meno di un euro, scaricherete “Mariti in salsa web“.

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Omicidi in pausa assemblea (di condominio)

Il seguito del mio romanzetto ambientato in un ufficio – “Omicidi in pausa pranzo” – sarà ambientato in un condominio, come ho già scribacchiato in giro.

Che cos’hanno in comune l’ufficio e il condominio?

Molto semplice: non puoi scegliere i colleghi, come non puoi scegliere i condomini.

Bisogna allora affidarsi al caso, che raramente è benigno.

Molti anni fa avevo partecipato a una riunione di condominio, giurando a me stessa che sarebbe l’ultima.

Mi aveva invitato una coppia di ragazzi appena sposati, gentilissimi e urbanissimi, proprietari del monolocale di fianco al mio.

Ero andata all’assemblea perché i due simpatici ragazzi avevano insistito molto: la mia partecipazione era un atto di civiltà dovuta all’umano consesso degli altri condomini.

Ma dopo circa cinque minuti dall’inizio dell’assemblea, mentre l’amministratore esponeva i risultati economici della sua gestione, si era alzato un signore dalle prime file, aveva battuto un pugno sul tavolo dell’amministratore – un segno convenzionale, credo – e aveva cominciato a urlare.

TUTTI  GLI ALTRI CONDOMINI lo avevano seguito nelle urla, dando inizio al sabba satanico che doveva essere il vero obiettivo della riunione.

Anche la gentile coppia di vicini si era alzata e aveva preso parte – molto attivamente – alla rissa, insultando un’altra fazione di condomini contro la quale si erano probabilmente coalizzati, e incitandomi a seguirli nella mega-rissa.

Ma io mi ero rapidamente eclissata dal rito catartico-italiano, meditando di chiedere la cittadinanza norvegese.

E fu così che non partecipai a una riunione di condominio per molti anni, fino a quando non avvenne la sciagura: comprai una casetta in un condominio piccolo, piccolo, dove tutte le spese venivano divise per sei – il numero di condomini – e dove quindi le mie tasche venivano pericolosamente intaccate se l’amministratore decideva di dare duemila euro all’anno a suo cugino per la manutenzione ordinaria, e dovevo cambiare io la lampadina da 5 watt dell’ingresso se si rompeva.

La scelta di entrare nell’agone condominiale è stata quindi dettata dalla pura necessità, così come venne dettata dalla pura necessità la mia duplice battaglia contro BEN DUE amministratori, che ho portato alle dimissioni con una serie di mosse spericolate.

Le spese di condominio sono infatti una delle maggiori di causa di “sofferenza” – come scrivono gli economisti – delle famiglie italiane, e non volevo che NEANCHE UN EURO DI PIÙ del dovuto finisse nelle tasche del predetto cugino dell’amministratore (che non cambiava neanche le lampadine).

Ho provato la gioia di vedere un amministratore che si dimetteva in diretta durante una riunione a casa mia (avevo minacciato di chiamare la Guardia di Finanza), riunione durante la quale ci hanno sentito urlare fino a Lugano (abito a Milano).

Quando l’amministratore sessantenne col solito figlio catatonico che prendeva appunti si è alzato per gridare: “Io mi dimetto!”, ho avuto paura che morisse d’infarto A CASA MIA, e di dover chiamare il Pronto Soccorso cardiologico.

Tutto si è risolto per il meglio quando abbiamo finalmente eletto un amministratore giovane e onesto che non ha cugini primi che fanno manutenzione.

Mi rendo conto che questo post sembri un po’ da vecchia babbiona, ma posso dire che per riuscire a uscire indenne dalle assemblee di condominio ho consumato litri di Valium, e spesso ero così intontita dai calmanti che mi chiedevo dove trovassi le forze per difendere i miei  soldi dai voraci predatori.

Confesso che quando ho saputo che era morto uno dei due amministratori licenziati, non ho provato dolore – come diceva il Faber – e sto lavorando da anni sulla sinossi del seguito di “Omicidi in pausa pranzo“, ambientato in un rissoso condominio italiano, dove una delle – mie – vicine di casa morirà.

Ma non sono pericolosa – nella vita reale – e non ho mai ucciso nessuno.

Lo faccio solo nei libri.

E lo faccio nei libri per evitare di farlo nella realtà.

Manuale di autodifesa (personale) per capri espiatori

Credo che la mia vita sia cambiata dopo aver letto “Il capro espiatorio” di Renè Girard.

Non la faccio lunga, ma Girard sostiene che i capri espiatori vengono linciati collettivamente dalle folle di aggressori per riportare la pace nel gruppo sociale.

Dopo un bel linciaggio, il gruppo sta meglio, perché ha scaricato tutta la sua aggressività sul poveraccio che ha massacrato.
Poveraccio ritenuto generalmente colpevole di aver combinato dei guai.

Il massacro viene infatti sempre giustificato dalle colpe del capro espiatorio, che si merita di essere massacrato.

Ma non voglio continuare a straparlare di un genio come Girard, preferisco tornare agli argomenti che mi sono cari, tra cui l’odiato condominio.

Nei condomini si creano in genere le condizioni perché un gruppo di condomini massacri la vita a qualcun altro, così come negli uffici spesso viene scelto un capro espiatorio al quale dare le colpe degli eventuali fallimenti (altrui).

Il meccanismo è sempre lo stesso: il gruppo si coalizza contro qualcuno che viene ritenuto COLPEVOLE  di qualche malefatta, e a volte nascono fenomeni di mobbing neanche voluti dall’azienda, ma messi in opera da qualche capetto secondario o da gruppi di colleghi particolarmente malefici.

Ma come viene scelto il capro espiatorio?

La risposta è già la soluzione del problema.

Spesso il capro espiatorio è una brava persona, poco aggressiva, non collegata a un gruppo “forte” di persone disposte a difenderla, ed è quindi un BERSAGLIO FACILE.

Nelle scuole, questo fenomeno viene chiamato BULLISMO, e se notate non capita mai che venga preso di mira il ragazzino più bello della classe e che magari è un campione di rugby.

Verrà scelto quello più timido, oppure quello che si fa gli affari suoi e non appartiene a nessun gruppetto, e che ci rimane male se lo prendono in giro,  così da dare qualche soddisfazione alla banda di CRETINI che lo prendono in giro.

Ho letto di tutto e di più su questo argomento, perché per un lungo numero di anni sono stata il capro espiatorio di tutti i posti in cui finivo, a cominciare naturalmente dal condominio.

Vi racconterò come sono guarita, e come tutti possono guarire, anche se ho costeggiato il burrone del licenziamento (molti anni fa) e anche se nutro ancora (labili)  sentimenti omicidi nei confronti di una mia vicina di casa.

Sarà infatti costei la protagonista del seguito – se mai lo scriverò – di “Omicidi in pausa pranzo”, e vi posso giurare sulla testa di mio figlio che quella stronza morirà (ma solo nel libro),  perché la strega cattiva muore anche nelle favole e per lei non è prevista nessuna possibile redenzione.

Però adesso vengo al metodo di autodifesa.

PRIMO PUNTO

Convincetevi di essere INNOCENTI.
Voi non vi meritate il mobbing o le carognate dei vicini o delle persone con le quali siete stati gentili.
Loro vi prendono di mira perché siete buoni. Gli stronzi si tengono alla larga dagli altri stronzi, credetemi.

SECONDO PUNTO

MORDETE con decisione e cattiveria tutti quelli che provano a rompervi i coglioni.
Tirate fuori il Dobermann che dorme in ognuno di voi e lasciatelo andare.
Liberate la RABBIA: non siate né cortesi né gentili con gli stronzi.
Trattateli come delle merde. Ridetegli in faccia. Prendeteli per il culo.
Divertitevi a vedere le loro facce stupite, quando scopriranno che anche voi sapete mordere.

TERZO PUNTO

Dopo aver preso a morsi lo stronzo, non potete passare la vita in uno stato di belligeranza permanente.
Ma scoprirete che neanche lo stronzo ha voglia di essere morso di nuovo, e quindi diventerà più gentile.
A questo punto, potrete scegliere tra una finta-pace tattica (in cui tornerete ad essere gentili, facendo capire che siete pronti a mordere di nuovo) oppure potete trasformarvi in uno di quei bastardini che fanno vedere i denti a tutti i cani che passano per evitare di essere attaccati di nuovo.

CONCLUSIONI
Applico il mio metodo da qualche anno, con ottimi risultati.
Parlo però solo di autodifesa personale, perché il metodo non funziona quando i persecutori sono tanti e molto organizzati.

Mi chiedo però come sia possibile che nessuno si sia ancora inventato un metodo per difendersi dalla manica di stronzi che ci sta mandando a picco. Spero che qualcuno lo trovi prima che l’Italia scompaia come Atlantide tra i flussi del mare…

P.S. Odio i libri di self help, ma sui tre principi ho studiato e lavorato per anni. Scusate per il tono all’americana.
P.S.S. Se lo stronzo che vi perseguita non può essere preso a morsi, allora stringete i denti e aspettate.
Prima o poi lo farà fuori qualcun altro, più titolato di voi. Gli stronzi si fanno molti nemici, che li aspettano con una clava in mano dietro a una porta.
P.S.S.S. Leggete il “Metodo antistronzi” di Robert Sutton.

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Come uno scrittore fallito può approfittare della rivoluzione digitale

A scuola studiamo la rivoluzione industriale, anche se nessuno ci dice che non è stata molto divertente.

I contadini erano costretti a lasciare le loro cascine comunitarie per andare a vivere in malsane case di città, dove i bambini venivano appesi dentro a stracci attaccati al soffitto perché non fossero attaccati dai topi, come racconta Desmond Morris, antropologo inglese.

Qualcuno studierà noi, invece, perché siamo i protagonisti della rivoluzione digitale.
Quest’ultima, pur senza essere dolorosa come quella industriale, ha aumentato la nostra capacità di produrre beni e servizi più di quanto non abbia fatto la rivoluzione industriale.

I libri di storia racconteranno che le macchine da scrivere sono scomparse “al volgere del secolo“, e pubblicheranno qualche bella foto di una vecchia Olivetti.

Mio padre scriveva le sue relazioni aziendali su una Lettera 22, usando i fogli di carta copiativa. Poi spediva per posta al capo l’originale battuto a macchina, e archiviava la sua copia su carta carbone. Il suo capo riceveva la lettera dopo una settimana e la passava a un contabile, eccetera, eccetera.

Oggi io mando dieci email al giorno a colleghi che sono seduti a tre scrivanie dalla mia, con un probabile effetto paradosso: la comunicazione è eccessiva e il mal di testa perenne. Ma di sicuro la mia produttività è maggiore di quella di mio padre.

Mi rendo conto di scrivere delle TREMENDE banalità, ma posso dire di avere attraversato tutta la rivoluzione digitale  da un punto di vista privilegiato: quello della scrittrice fallita e bocciata da tutte le case editrici d’Italia.

Scrittrice fallita, tra l’altro, anche con un libretto, “Mariti in salsa web“, ambientato proprio agli albori – direbbero i soliti storici – della rivoluzione digitale.

Molte colleghe dell’ufficio dove lavoravo, dieci anni fa, erano infatti entrate su C6, le prime chat erotiche-amorose di Virgilio, e se la spassavano alla grande.

Le vedevo digitare tutte contente sui tasti durante la mattina e poi, all’ora di pranzo, uscivano truccate e vestite come delle principesse turche per andare a un appuntamento con un tipo conosciuto due ore prima sul web.

Ragazze impavide e coraggiose, perché non erano ancora nati i siti di appuntamenti online e noi colleghi ci chiedevano se non fosse PERICOLOSO uscire con uno sconosciuto.

Mi ricordo che una volta, in ufficio, strappammo un capello a una delle signorine in questione e lo infilammo in una busta da consegnare alla Polizia se la collega non fosse tornata dal pranzo, così da poter identificare il cadavere.

Sapevamo tutti che era uno scherzo un po’ macabro, ma allora le donne non erano abituate all’idea di poter incontrare – senza correre pericoli – un uomo conosciuto sul web.

Sono passati solo dieci anni da allora, e nessuno pensa più che sono solo i serial killer a mettere gli annunci su Meetic.
La probabilità di incontrare un serial killer sul web è esattamente uguale a quella di incontrarlo in ufficio o tra i vicini di condominio.

Ma adesso ritorno al fallimento, tema che mi è caro.

Dieci anni fa avevo appunto scritto un libretto sugli amori digitali e l’avevo infilato in una busta – dopo averlo diligentemente fotocopiato – per mandarlo alle case editrici. Con tanto di francobollo e lettera di accompagnamento.

Nessuna risposta.

L’unica persona con cui ero riuscita a mettermi in contatto era stata un’agente letteraria, ma solo perché una mia amica mi aveva dato la sua email e anche l’agente mi aveva chiesto di mandarle una copia STAMPATA del libro.

Bene, da allora ho scritto altri libri.

L’agente li ha presentati alle case editrici, che li hanno di nuovo bocciati.

TUTTI.

Ma per fortuna, in questi dieci anni, la rivoluzione digitale ha cambiato gli scenari anche per lo scrittore bocciato.

Che non deve più passare le sue giornate in coda alle Poste italiane con le buste da affrancare.

Oggi, una persona con modeste competenze informatiche può pubblicare – aggratisse – un libro su una piattaforma digitale come Amazon, senza spendere soldi in fotocopie da mandare alle case editrici.

L’autore digitalizzato può anche aprire un blog – gratis o a pagamento – e scrivere tutto quello che gli pare, senza dover conoscere qualcuno in un giornale che gli pubblichi l’articolo.

Poi, l’autore può condividere un post del suo blog su Facebook e vedere se qualcuno gli risponde.

Sono banalità, lo so, ma il web dà una voce a tutti.

Anche agli sfigati come me.

Anche a quelli che non hanno gli amici nei posti giusti.

La rivoluzione digitale è molto democratica.

Dove non c’è internet, non c’è democrazia.

Cito per l’ultima volta la Corea del Nord, dove non puoi entrare in un negozio e fare l’abbonamento a Fastweb.

Nonostante le importanti dichiarazioni del nostro senatore Razzi.

La Corea è come la Svizzera, secondo lui: molto pulita.

Godetevi Razzi, che in originale è persino meglio di Crozza.

La scuola dell’obbligo (all’obesità)

Ho riguardato pochi giorni fa le foto di classe di Tommaso, quelle fatte quando andava alle elementari.

In prima elementare, lo sguardo era limpido, il sorriso accecante, il peso nella norma.

Anche in seconda Tommaso aveva lo stesso bel sorriso che spuntava su un viso magretto e contento.

Dalla terza in poi, lo sguardo si faceva invece più addormentato.

La faccia era paffuta e le gote cadenti.

In quinta elementare, almeno sette dei suoi compagni di classe erano decisamente sovrappeso, e Tommaso – nella foto – sembrava sotto l’effetto di un oppiaceo.

Il sorriso era ebete, come quello dei pazienti dei manicomi: sedati e rassegnati.

Posso quindi affermare che la scuola elementare, a tempo pieno, frequentata da mio figlio, aveva prodotto con CERTEZZA un 30% di obesità fra i suoi compagni di classe, e posso affermare con altrettanta CERTEZZA che una delle cause era proprio la frequentazione di una scuola a tempo pieno.

Certo, io lavoro e ho bisogno della scuola a tempo pieno, ma mi vengono i brividi se penso a quello che ha dovuto sopportare mio figlio (e i suoi compagni di classe) durante gli anni delle elementari.

Sette ore di LEZIONE tutti i giorni, senza quasi mai un intervallo all’aperto – quello dopo pranzo, nel cortile della scuola – se non nella bella stagione, e solo quando erano stati BRAVI.

Per il resto, gli intervalli PICCOLI, come li chiamavano i bambini – a metà mattina e a metà pomeriggio – venivano fatti nel corridoio davanti alla classe.

Ma i maschi erano spesso IN PUNIZIONE, come raccontava mio figlio, e quindi non potevano fare l’intervallo FUORI dalla classe. E restavano chiusi dentro.

L’unica ora di ginnastica alla settimana – il venerdì – veniva quasi sempre abolita, perché l’insegnante di matematica, a cui era affidata l’ora di educazione fisica, li PUNIVA, sempre perché erano stati CATTIVI, e quindi non li portava in palestra.

Durante i consigli di classe, ai quali ho peraltro smesso di partecipare, la classe di mio figlio veniva descritta dalle sue maestre come se fosse stata la Banda della Magliana.

Secondo le maestre, i bambini erano agitati, così pericolosamente agitati, da essere sempre sul punto di esplodere in qualche pericolosissima rissa durante la quale si sarebbero accoltellati o avrebbero tirato fuori la Calibro 9 per spararsi tra di loro.

Il fatto quindi che l’intervallo e l’ora di ginnastica fossero eliminati per PUNIZIONE, ci veniva presentata come cosa buona e giusta, sulla quale noi mamme – dei futuri membri della Banda della Magliana – dovevamo convenire con le maestre.

Durante i week end, i bambini venivano subissati di compiti (soprattutto da una delle due maestre, quella di matematica), e spesso passavamo tutta la domenica a fare le operazioni, cambiando colore per le unità, le decine, eccetera.

Per Natale, Pasqua, Carnevale, eccetera, i compiti diventavano degli indigeribili mattoni che ci tenevano chiusi in casa a litigare, io e Tommaso, su come fare le operazioni a sei cifre (inutili da almeno qualche centinaio di anni, dopo l’invenzione della Pascalina o non so quale altra calcolatrice esposta al Museo della Scienza di Milano).

Il risultato di quel brillante ciclo scolastico è stato un figlio sovrappeso, leggermente depresso, molto pigro (disabituato al movimento), e discretamente asino.

La scuola gli aveva portato via il CORPO.

Il corpo era stato annullato e buttato via, perché il corpo SANO di un bambino di otto anni ha bisogno di movimento, ha bisogno di giocare.

I corpi dei bambini non possono tollerare sette ore di lezione, seduti buoni e zitti al banco.

Perché i bambini stiano fermi per tutte quelle ore, i loro corpi devono venire annullati.

Si devono abituare a stare fermi, e i bambini per godere – fisicamente – devono assumere zuccheri, visto che viene loro negata la produzione di endorfine, e cioè il piacere prodotto da un corpo in movimento.

Purtroppo ho dovuto iscrivere Tommaso a una scuola media a tempo pieno, perché io lavoro. E non c’è nessuno che possa cucinare per lui a mezzogiorno, e poi aiutarlo a fare i compiti.

Però adesso Tommaso ha finalmente trovato uno sport che gli piace.

Il rugby.

Si menano tre volte alla settimana sotto lo sguardo orgoglioso del loro allenatore.

E il sabato hanno la partita.

E io gli ho spiegato che il rugby viene PRIMA della scuola.

Mens sana in corpore sano.

Spero che Tommaso possa ritrovare il suo corpo, senza spaccarsi un femore mentre lui e i suoi compagni si menano durante una partita.

E spero che Tommaso, finito il ciclo della scuola dell’obbligo, possa vivere una vita da giovane adulto, dentro un corpo agile e pronto a servirlo.

E spero che qualche mamma fondi un comitato a difesa di almeno UN’ORA DI SPORT AL GIORNO  nel ciclo della scuola dell’obbligo.

Di sicuro esistano già comitati del genere.

Se così fosse, fatemelo sapere che sono pronta a donare un rene pur di salvare i nostri figli dall’obbligo all’obesità.