Un’incurabile malattia genetica: nascere maschi!

Tutte le mie conversazioni con Tommaso sono caratterizzate dalla tediosa ripetizione della stessa frase/domanda, fino a quando lui non si decide ad ascoltarmi.

Mio figlio non è sordo, semplicemente mi ignora.

Devo dirgli: “Ti sei lavato i denti, ti sei lavato i denti, ti sei lavato i denti?“, fino a quando lui risponde annoiato: “Sì...”.

Ma io so che non è vero e ricomincio: “Ti sei lavato i denti, ti sei lavato i denti, ti sei lavato i denti?”, fino a quando lui ammette: “No…“.

Allora io riparto: “Vatti a lavare i denti, vatti a lavare i denti!”, fino a quando lui non si alza e, fiaccato dal mio stalking, non va a lavarseli per davvero.

Pensavo che crescendo sarebbe guarito da queste forme di sordità intermittenti, ma pare di no.

Una collega mi ha confermato che la malattia è irreversibilmente genetica- intrinsecamente legata al cromosoma XY-  e quindi incurabile.

Anche a casa sua, infatti, vige la regola del RIPETI MILLE VOLTE LA STESSA COSA PRIMA CHE TUO MARITO TI ASCOLTI.

Avrete già una prova della mia teoria leggendo il commento al post di ieri sera, commento postato dalla Signora A., che, per inciso, è la moglie del second’ultimo piazzato al beauty contest “PER LUI” nel nostro campeggio nudista (ma non voglio rivangare su vecchi post e su quella triste sconfitta).

Ma, per tornare alla solita collega, ecco quanto mi ha raccontato a supporto della teoria genetica del maschio sordastro per natura.

Ordunque, la mia collega ha una bambina che va all’asilo.

A questa bambina viene richiesto di presentarsi ogni mattina con un grembiulino candido e immacolato, perché se no la suora si incazza (la bambina va in un asilo di suore).

Quando è il marito ad accompagnare la bambina all’asilo, la mia collega gli dà un grembiulino dentro a un sacchetto e gli dice: “Questo è quello pulito. Dallo alla suora e ritira quello sporco. Mi raccomando: non stropicciare troppo quello sporco, perché se no lo devo stirare. E quando torni a casa, mettilo nella cesta della cose sporche da lavare”.

La collega fa quindi ripetere al marito – che ha un titolo di studi superiore – tutta la sequela di comandi.

Lei gli domanda: “Cosa fai col grembiulino pulito?”.

Lui le risponde: “Lo do alla suora”.

E poi lei gli chiede: “E cosa fai con quello con quello lo sporco?”.

Lui allora dice: “Lo porto a casa e lo metto a lavare”.

La lezione viene quindi ripetuta qualche volta, fino a quando sembra che lui abbia afferrato il concetto del grembiulino pulito e di quello sporco.

Bene, si può finalmente andare a dormire…

Il mattino dopo, alle sette, il marito viene quindi reinterrogato (la mia collega giustamente non si fida).

Lei gli chiede: “Allora, cosa fai col grembiulino pulito?”.

E lui le risponde: “NON LO STROPICCIO!“,  dimostrando l’assunto originario.

Il maschio non ascolta MAI, neanche quando finge di farlo.

E perché non ascolta?

Perché è appunto un maschio.

Un’inguaribile malattia genetica.

E tu, donna, sarai multitasking (con dolore)

Sì, è una parola orrenda: multitasking.

Si usa generalmente in forma positiva: significa saper fare tante cose contemporaneamente.

In realtà, è una specie di corsa quotidiana per riuscire ad andare a letto la sera, senza essersi dimenticate un figlio all’Ikea – dove sei appena stata a comprare un po’ di roba per la scuola – e avergli controllato i compiti sul diario: “MA LI HAI FATTI I COMPITI DI MATEMATICA? NON E’ VERO! FAMMI VEDERE I QUADERNI!“.

E poi devi fare la spesa, e poi internet non va, allora chiami il 187, e poi il computer di tuo figlio non si connette in Wi-fi e allora ti trasformi in manutengola informatica di oggetti marziani.

Perché, dal mio punto di vista, basta che le cose funzionino. Che cosa ci sia dentro – a un PC o a una macchina da corsa – non è un argomento che mi interessa, as long as they work.

Le mie giornate, come quelle delle mie consorelle, sono pertanto accompagnate da un mal di testa di sottofondo, perché mentre sto cucinando una delle mie veloci schifezze, Tommaso urla: “MAMMA, INTERNET NON VA!“, oppure mi chiede di firmargli una di quelle maledette comunicazioni sul diario di scuola, che oggi sono diventate una persecuzione per madri e insegnanti (se ti dimentichi di firmarle, arriva la nuova nota dell’insegnante che ti dice di firmare quella vecchia, ma anche naturalmente quella nuova).

Senza dimenticare tutto quello che oggi una donna fa quando lavora.

Siamo infatti  molto “operative”, nel senso che anche in ufficio le cose le facciamo, mentre gli altri (in genere maschi), ne parlano.

Vogliamo dire la verità, ALLORA?

Il maschio è generalmente MONOTASKING  e sarebbe felice se ci fosse qualcuno che mettesse in pratica quell’unico pensiero che riesce a concepire – UNO ALLA VOLTA, PER CARITA’! – irritandosi se provi ad accennare a due questioni contemporaneamente.

Se infatti cerchi di avviare una conversazione con un maschio su DUE argomenti (noi sappiamo farlo), il maschio ti guarda come per dire: “Sei pazza, hai bisogno di cure psichiatriche urgenti!”.

Se poi provi a parlargli di cose sgradevoli, come per esempio il contenuto (scarso o nullo del frigorifero), lui ti guarda come per dire: “ROMPI SEMPRE I COGLIONI! SEI NEVROTICA! NON SAI MAI PENSARE A NIENTE DI PIÙ’ GRADEVOLE‘”.

Vogliamo ridirci la verità?

Un mondo senza donne sarebbe forse più divertente. MA SI ESTINGUEREBBE DIECI SECONDI DOPO LA NOSTRA SCOMPARSA!

(Oggi sono un po’ nervosa, sorry).

Critiche a cinque stelle

Il nome del movimento di Grillo pare sia ispirato a cinque temi fondamentali, tra cui l’e-democrazia e l’ambientalismo.

Si può discutere quanto si vuole sulle stelle polari del suo movimento – quali siano per davvero  –  ma certamente il logo di Grillo assomiglia molto ai voti che si danno su Internet.

Cinque stelle, su Internet, significa insomma: “Mi è proprio piaciuto!”.

Le stelline si illuminano (in genere di giallo) e tu a colpo d’occhio pensi: “Capperi, ha cinque stelle!” (ma chi dice più “Capperi!”…).

Che cosa speri, allora, quando pubblichi un ebook?

Che molti ti diano cinque stelle.

E cosa fai, se solo sei un po’ furbacchione?

Chiedi ai tuoi amici di farti le recensione a cinque stelle, o magari te le fai da solo, dopo esserti aperto un po’ di account falsi, con nomi tipo Grazia, Cate, Giovanni, Marino78, eccetera.

La questione delle critiche strepitose e strepitosamente false è peraltro arcinota.

In realtà, si potrebbe beccare il PLURIcritico dall’indirizzo IP del computer, e credo che qualche sito stia facendo qualcosa al proposito, ma se a darti una mano sono le cugine, le zie e le prozie, tutte dotate di un PC, allora beccarle diventa più difficile.

Oddio, ormai ho cominciato a capire cos’è vero e cos’è falso (delle critiche a cinque stelle).

Il primo indizio è naturalmente il numero di critiche già pubblicate dal volonteroso e generoso recensore.

Se il critico in questione ha pubblicato solo UNA critica a cinque stelle, potete essere certi che i gradi di parentela siano molto stretti.

Questo nel caso in cui le cinque stelle vadano a uno scrittore self published.

Se invece il generoso critico ha recensito molti libri della stessa casa editrice, dando a tutti cinque stelle, potete stare tranquilli: il recensore è l’editor dei libri in questione, e si sta generosamente lodando. Oppure, visto che le stesse case editrici si stanno svegliando sul web, potrebbe essere qualcuno pagato (da loro) per fare recensioni a cinque stelle.

Se poi la recensione a cinque stelle esce cinque minuti dopo che il libro è stato pubblicato, allora abbiamo la certezza matematica che sia FALSA.

Ci vogliono più di cinque minuti per trovare un libro, scaricarlo, leggerlo e quindi concepire qualcosa di sensato da dire in proposito.

Tutte le critiche pubblicate troppo in fretta sono già state scritte da un pezzo, ed erano pronte in canna.

PRESTO, SPARATE CINQUE STELLE!

Se poi tutte le critiche che un libro si è meritato sono a CINQUE STELLE, allora la contraffazione è TOTALE!

Non è possibile che non ci sia qualcuno che ne dà due o tre, o magari quattro, che è già un buon voto.

Ma non disperate: i parenti (e gli editor) finiscono, e le critiche false ed entusiastiche servono a poco.

Alla fine, i lettori non sono dei fessi.

E se un libro continua a vendere copie, un motivo c’è.

I cugini non bastano a far partire il passaparola.

Neanche in Italia…

In classifica su Amazon prima di Dante e Boccaccio

Quando fai una promozione su Amazon, vai a finire in un immenso calderone – quello dei libri gratis – dove ti batti contro Dante e Boccaccio.

Amazon  calcola infatti la posizione in classifica dei libri venduti con un algoritmo misterioso.

Una volta all’ora ci mette tutti in fila: dal primo al centesimo dei TOP 100 scaricati gratis.

Ti può quindi capitare di finire prima di Dante e Boccaccio, che sono, tutti e due, morti da più di settant’anni (anche da settecento, e i loro libri possono essere distribuiti gratuitamente).

Il Decamerone va così a finire in mezzo a una miscellanea di libri strani, che vanno dai corsi di inglese ai libri di self help: “Come diventare  un amministratore delegato in dieci lezioni”.

Credo che il Decamerone possa essere senz’altro definito un LONG SELLER, mentre invece di “Mariti in salsa web” non si saprà più nulla tra qualche giorno.

Non possiamo inoltre dimenticarci che Boccaccio è morto prima che si potesse bloggare o fare ADV online, e quindi le sue armi, e quelle di Dante, sono un po’ spuntate rispetto alle mie, che bloggo su WordPress.

Sarebbe quindi meschino oltre che idiota pensare: “Oddio, sono prima di Ovidio, che è  SOLO 36esimo  con “Le Metamorfosi”!

Ma una piccola soddisfazione – meschina – la provo lo stesso…

In classifica, sono prima anche di Verga!

Perché ogni volta che vedo quel libro malefico – I Malavoglia – col quale ogni studente italiano è stato torturato alla maturità, mi vengono ancora i conati di vomito.

Ho odiato quel libro, quei maledetti lupini e quei personaggi tragici destinati alla sciagura fin dalla PRIMA PAGINA!

Immagino l’inferno come una perpetua interrogazione su “I Malavoglia”, in cui un’insegnante di mezza età, sorniona e con i baffi, ti chieda di ripetere quali sono le TEMATICHE del libro e poi di illustrare il VERISMO ITALIANO.

Interrogazione infinita, che dura tutta l’eternità.

Allora, sì, a quell’infernale insegnante voglio proprio dirlo: “IN CLASSIFICA, SONO PRIMA DEI MALAVOGLIA!” (sulle classifiche dei libri gratis di Amazon…).

E Verga se lo legga lei!

Io non lo scarico manco se me lo danno gratis.

Anzi, non lo scarico neanche se mi pagano.

Vade retro, lupini maledetti.

La verità, vi prego, sull’autore!

Ho pubblicato su Amazon tre libri in sei mesi.

Lo confesso: non scrivo un libro al bimestre.

I tre libri li ho tirati fuori dai cassetti, dove giacevano dopo le lunghe e sonore bocciature ricevute dagli editori.

Scrivo – ahimè – da un bel po’ di anni.

Avevo anche un agente, qualche tempo fa, che “ci credeva”.

Ma poi i libri me li bocciavano lo stesso.

L’agente allora mi diceva: “Dai, scrivine un altro. Io in te ci credo!”.

E così ne ho scritti tre nel giro di sei anni.

Poi – io sono masochista – ho finalmente capito che non era l’agente giusto e ci siamo lasciati.

Ho mandato – da sola – i libri a qualche editore.

Mi ha risposto subito un editore piccolo ma molto cool, che pubblicava dei libri bellissimi.

Mi ha detto: “Te lo pubblico il tuo libro: vieni al Salone di Torino che ci conosciamo!”.

Accidenti, ho pensato, sono stata più brava io del mio agente!

Ma quando sono andata a Torino, ho fatto fatica a trovare lo stand della casa editrice molto cool.

Era seminascosto in una delle zone dove vendono i libri sui riti celtici e su come coltivare le Rose del deserto.

Oddio, ho pensato, se va male a LORO, come può andare bene a ME (con loro)?

Poi ho parlato col giovane editore –  molto figo, per carità – che mi ha detto: “Ti pubblico, ma mettiti in coda insieme agli altri autori. Sai quanta gente c’è che vuole farsi pubblicare da ME? Se sai aspettare, arriverà il tuo turno”.

Che cos’ho fatto, allora?

Mi sono inginocchiata sui CECI e gli ho baciato la mano, ringraziandolo umilmente e umidamente?

No, sono SCAPPATA!

Ho pensato: “Sto già (tutto il giorno) in ginocchio sui CECI in ufficio, e adesso devo farlo anche davanti all’uscio di un piccolo editore che venderà 200 copie del mio libro – perché non sa fare le promozioni –  e poi dirà che è colpa mia: “Hai scritto una schifezza che non riesco a vendere!”.

Per carità, ho pensato, basta con i CECI!

Se proprio devo mettermi in ginocchio – sempre sui CECI – che sia per lo meno davanti all’uscio di un castello, non di un bilocale a Trezzano.

Sono ordunque scomparsa, e ho cominciato a guardarmi in giro sul web.

Ho scartato i concorsi letterari organizzati dalle grandi case editrici perché servono solo a tenere gli esordienti dentro a recinti ben guardati, dai quali non possono scappare.

Gli esordienti in questione si scannano tra loro per eleggere un vincitore, e intanto devono cedere agli editori i diritti dei libri per il solito TOT di anni.

Poi, finalmente, è arrivato il self-publishing.

Quello degli americani, che danno a tutti una possibilità – per davvero – come raccontano nei loro film.

Anche il più sfigato ce la fa, purché sia onesto e di buona volontà.

E così ho cominciato a pubblicare i miei vecchi libri su Amazon.

Non ci sto guadagnando niente – mi faccio da sola delle campagnucce di marketing e reinvesto quello che guadagno – ma il mio fegato è salvo.

Anche le ginocchia. Nessun segno di CECI sulle rotule.

Persino la dignità è salva. E il divertimento pure.

Tommaso come i giapponesi

Adesso i giapponesi vanno un po’ meno di fretta, ma fino a qualche anno fa si fermavano – davanti ai monumenti e le chiese italiane  – solo il tempo necessario per fare una foto.

Le cose non venivano GUARDATE, venivano FOTOGRAFATE.

A me sembravano dei pazzi, incapaci di godersi con calma le bellezze del nostro paese, ma erano solo i precursori del web.

Adesso infatti le cose vengono FOTOGRAFATE con uno smartphone per essere POSTATE sul web.

In genere su Facebook, ma anche su Instagram.

Mi spiego meglio.

Oggi pomeriggio, ho portato Tommaso e un suo amico al Museo Leonardo da Vinci.

Ci andavamo anche quando era piccolo. Lo iscrivevo ai “laboratori”, dove gli facevano fare una tazzina di ceramica che io buttavo via (di nascosto da lui) appena arrivati a a casa, oppure affrescava un mattoncino, buttato via anche quello (sempre di nascosto) appena arrivavi a casa.

Mentre lui trafficava nei laboratori, io mi appisolavo su una sedia. In genere, le animatrici mi incitavano a partecipare: “Non vuole dare una mano al suo bambino?”.

Io scuotevo la testa per dire di no, ma in realtà stavo già dormendo con gli occhi aperti come i cavalli.

Oggi, invece, Tommaso e il suo amico, un po’ più grandicelli di quando passavo quei meravigliosi pomeriggi sonnacchiosi, non hanno voluto fare i laboratori, ma si sono avventati come SPARVIERI  su locomotive e arei per fotografare TUTTO  quello che gli capitava a tiro, e per condividerlo immediatamente su qualche social network.

Salivano e scendevano dalle cabine di guide delle locomotive con i cellulari in mano, con l’aria trionfante di uno Cherokee che abbia appena scalpato il nemico (e levi in aria lo scalpo).

Ma neanche io mi sono comportata meglio.

Ho trovato una ghironda e l’ho postata su Facebook, e poi ho chattato – pubblicamente – con l’amico – ciao Marcello! – a cui volevo far vedere la ghironda.

Mi sono quindi buttata a fare una serie di foto a Tommaso per mandarle via email a mio fratello, perché le facesse vedere a mia madre (che ha il Galaxy).

Tranqui.

Arrivo subito alle conclusioni senza fare le solite premesse.

La domanda – very deep – è la seguente: il REALE esiste solo se può diventare VIRTUALE?

E potrebbe esistere qualcosa che non sia anche VIRTUALE?

Insomma, se facessimo scomparire da Internet tutte le notizie/info storiche sul Re Sole, egli esisterebbe ancora?

Per me forse sì, ma per Tommaso di sicuro no.

Ma qua stiamo entrando nel filosofico.

La famosa filosofia del caz…

Mi fermo qui, prima che ritorni sulla storia di Mister Longest.

Anche se la Signora P. mi ha consigliato un secondo beauty contest: quello per eleggere Mister Grossest.

Anche se sospetto che li vincerebbe tutti e due il solito marito della solita Signora P.

Meglio che vada a dormire…

Dudù e la libertà di stampa

Nessuno può darmi torto su una triste constatazione: nei paesi civili, è impossibile diventare premier se possiedi una mezza dozzina di canali televisivi più numerose testate giornalistiche.

E nei paesi civili, nessuno saprebbe come si chiama il cane – Dudù – dell’ultima favorita dell’Innominato.

Cane che compare nelle patetiche foto in cui la fidanzata si china amorevole come un’infermiera sull’Innominato in questione, che non riesce più a nascondere l’età sotto gli etti di cerone che gli spalmano in faccia le sue truccatrici.

L’Innominato sembra una statua di cera del Museo di Madame Tussauds, e nessuno può seriamente credere che la fidanzata-infermiera lo AMI.

Anche perché sono note a tutti le foto della signorina – con Dudù in braccio – lanciata negli attacchi di shopping di cui soffre, anche se la parola sofferenza non è la più adatta al contesto.

La si vede infatti comprare a mani basse occhiali, vestiti, gioielli, eccetera, scortata dalle guardie di colui che AMA.

Ecco, in un paese in cui la stampa fosse libera, e non di proprietà del patrigno di Dudù, qualcuno saprebbe come si chiama quel cane?

Io credo di no.

Non per questo ritengo che il cane in questione debba essere consegnato a un ristorante cinese con la raccomandazione di cucinarlo secondo le antiche ricette dei cuochi di Shanghai.

Anche se in un vecchio film di Fantozzi, succedeva veramente. Col cane della Signorina Silvani.

In realtà il ristorante era giapponese e il pechinese veniva cucinato per sbaglio (e servito alla Silvani).

Il cane si chiamava Pier Ugo, e la scena mi fa ridere ancora adesso.

Ma eravamo in un film di Fantozzi.

Adesso, invece, è tutto vero…

Ultimo spregevole post sul campo nudisti: l’elezione di Mister Longest

Non  vorrei fare concorrenza alle scoregge di Frank Matano, che fa sei milioni di click su Youtube (guadagnando cifre sconsiderate per la pubblicità), ma mi concedo un’ultima trivialità.

I commenti delle donne (nel campo nudista che frequento in Croazia) sui piselli degli uomini.

Forse dovrei dire “i commenti delle donne italiane”, perché le straniere sono probabilmente  più politically correct di noi.

O chissà, magari non eravamo solo noi a parlarne, perché, non capendo il tedesco, non decifravamo i commenti delle altre donne che ne parlavano tra loro.

Adesso faccio come al solito una delle mie necessarie premesse (le chiamo sempre così).

Ordunque, vedere una tonnellata di piselli al vento, in un campo naturista, potrebbe far passare i pensieri impuri a chiunque.

Non è – credetemi – uno spettacolo emozionante come quello del rossore sulla pietra alpina quando il sole tramonta.

E se devo proprio dirla tutta, anche se non c’entra niente, trovo il porno molto poco inspiring: nulla è più noioso e leggermente nauseante di un film porno in cui una donna fa finta di entusiasmarsi di fronte alle beltà di un membro eretto.

Potete quindi immaginarvi le risate che facevamo noi “ragazze” (tutte mamme di una certa età), quando ci trovavamo di fronte a qualcuno MENO dotato del solito.

Sì, perché la donna ride  (anche abbastanza gustosamente), quando si trova di fronte una montagna di maschio che non sia perfettamente proporzionato (avete capito tutti).

Adesso scendo veramente rasoterra…

Una sera, mentre parlavamo dell’argomento a un tavolo MISTO (maschi e femmine), una delle nostre commensali il cui nome comincia per P. ci confermò quella che sembrava un’impressione condivisa: i tedeschi ce l’hanno piccolo.

Su questo argomento – le ridotte dimensione del membro germanico – c’eravamo trovate tutte d’accordo, e sempre la signora il cui nome inizia per P. ci confidò di aver trovato su Internet una cartina – scientifica? – sulla distribuzione geografica dei piselli (da quelli più lungi a quelli più corti), dove appunto aveva trovato la conferma – scientifica?  – alla nostra ipotesi.

Il maschio germanico, insomma, sarebbe tra i meno dotati del MONDO, mentre gli italiani verrebbero subito dopo gli africani.

Conclusione: tutte le vecchie favole sulle tedesche che calavano in Italia a cercare il Latin Lover avrebbero quindi un fondamento (scientifico?).

Felici dunque di aver scoperto quest’importante verità – scientifica? – abbiamo subito pensato di eleggere tra gli italiani che conoscevamo Mister LONGEST.

Ha vinto il marito della Signora P.

Che tra due secondi leggerà il mio post.

Ma il nostro beauty contest continua.

Si cercano volontari.

Un’involontaria visita ginecologica (sempre nel campo nudista)

Non pensate che i nudisti siano degli zozzoni pronti a poggiare le palle e la “cosa” sulle sedie degli altri o su quelle dei ristoranti, o addirittura sulla nuda spiaggia.

No, il naturista viaggia sempre con un asciugamano che appoggia dove poi poggerà il proprio pulitissimo sedere, senza spargere nessuna eventuale malattia venerea o fungina.

Sono passati gli anni ’80, in cui finii con un’amica su un’isola spagnola frequentata da fricchettoni.

Fummo avvisate che c’era un camping libre con una playa nudista, dove ci accampammo tra le cacche dei nudisti che giravano per cercare i cespugli meno frequentati (per depositare le cacche in questione), mentre noi due letteralmente abbaiavamo fuori dalla tenda per difendere i nostri cespugli dove avremmo fatto la cacca NOI (scusate, ma l’argomento mi piace, l’ho già detto).

Nell’unico bar della playa nudista tutti si sedevano rigorosamente nudi sulle nude panche – zozzissime – di legno.  Ricordo che io e la mia amica guardavamo esterrefatte (e un po’ schifate) tutte le palle appoggiate sulle panche luride, dove non avrei mai appoggiato non solo la “cosa”, ma neanche una mano infilata dentro a un guanto chirurgico.

Ebbene, tutto questo nei campi naturisti garantiti dal FKK non potrebbe mai succedere.

Ero infatti comodamente seduta, in un giorno dello scorso agosto, su una seggiola di plastica sulla quale avevo poggiato la mia salvietta, e stavo mangiando con i vicini di roulotte, quando è avvenuta la visita di cui vi parlerò.

Eravamo tutti nudi, tranne naturalmente Tommaso, in pantaloni e maglietta.

Poi, non so neanche’io com’è successo, si è rotta una gamba della seggiola dov’ero seduta, e io sono volata all’indietro, abbastanza dolcemente per non spaccarmi la schiena, ma aprendo completamente le gambe durante la caduta.

Anna, la vicina di roulotte che mi aveva invitata a pranzo, è corsa a vedere che non mi fossi rotta l’osso del collo.

E appena ha capito che non mi ero fatta niente, ha cominciato a ridere.

Rideva così tanto da non riuscire a parlare.

Ordunque, io avevo appena rischiato di farmi MALISSIMO, e lei rideva?

Poi, con le lacrime agli occhi, è riuscita a dire: “Tranquilla, non hai nulla!”.

“In che senso non ho nulla?”, le ho risposto, sempre più stupita.

E lei, tra le lacrime, ha bofonchiato: “L’ho vista benissimo (la “cosa”), mentre cadevi, non hai neanche le emorroidi…”.

Allora ho cominciato a ridere anch’io, mentre lei insisteva: “Sì, le ho viste benissimo: sono rientrate! (le emorroidi)”.

Bene, da quel giorno non ho più potuto sedermi davanti a Anna, perché lei cominciava a ridere e parlare delle emorroidi.

A un certo punto ci si è messa anche sua madre a parlare delle mie emorroidi (rientrate), e alla fine abbiamo deciso di proporre alla comunità scientifica una nuova modalità di visita di procto-ginecologica.

La paziente viene messa su una seggiola con una gamba rotta, e crolla all’indietro durante la visita (velocissima).

Il medico, se è di mano lesta, riesce anche a infilare nella “cosa” il bastoncino del Pap Test, e nel giro di mezzo secondo la paziente riceve un responso sullo stato delle sue mucose.

Tutto questo, siccome siamo ancora in fase sperimentale, sarà assolutamente gratuito.

Si cercano volontarie.

Lavatrice ti odio

Sto edidanto un vecchio libro che darò alle stampe (pubblicherò su Amazon) nei prossimi giorni, mentre faccio andare la lavatrice e aspetto che finisca quella maledetta centrifuga.

Non sopporto stendere i panni, mi fa più schifo di passare il moccio.

Odio anche passare l’aspiravolvere e mi sparerei un colpo in testa quando devo pulire i bagni.

Tutto questo è coniderato normale, anzi normalissimo. Nei paesi civili.

Quando sono stata ospite in America di un’amica di mia madre, che lavora ancora (a ottant’anni), mi ricordo che mi diede uno spary da spruzzare nella doccia dopo essermi lavata.

Scioglieva lo sporco prima che si fosse formato.

Tutte le donne americane – che lavorano – danno per scontato che pulire la casa, stirare e anche cucinare sia una cosa fondamentalmente schifosa.

Fatto sul quale non si può che dargli ragione, tranne che per quanto riguarda la cucina, che non si può delegare ai take away cinesi, delle cui schifezze si nutrono gli americani.

Solo nei paesi latini è rimasta questa bizzarra idea che alle donne debba piacere occuparsi della casa, e che sia possibile mettere serenamente un ferro da stiro in mano a una ricercatrice di Fisica: ella lo afferrerà cantando e stirerà piena di gioia la camicia del marito.

A me invece, stirare mi fa schifo, così come mi fa schifo tutto il resto (anche cucinare…).

E me ne vanto.