Un Goncourt in salamoia

Ne parla Céline, nei “Colloqui con il Professor Y”, dei capolavori in salamoia che tutti gli scrittori tengono da parte per vincere un Goncourt in Francia (e lo Strega in Italia).
O magari qualche premio minore, in genere elargito da cittadine a loro volta minori, disposte a pagare l’albergo e un paio di cene a una dozzina di critici pronti a fare da giuria.

Confesso di avere anch’io qualcosa in salamoia, ma non certo un capolavoro.
Piacersi e apprezzare quello che si scrive è un orrore – parlo di cattivo gusto – del quale spero di non macchiarmi mai.
Vendere qualche copia di un ebook, invece, non mi dispiacerebbe. Ma il mare internettiano è magno e profondo.
Abitato da pesci affamati di fama e senza tutto ‘sto gusto.
Ho una passione perversa per i titoli dei libri autopubblicati (su carta e ebook).
Li becchi subito.
Sono BRUTTI. Pomposi, autorefenziali, dolciastri, melensi, cagati fuori a fatica da autori troppo innamorati di sé.
Segue un elenco di titoli per ebook autopubblicati, assolutamente immaginari (così da evitare la denuncia).
“La passione di Martina per le mele”.
“L’amore è…” (i tre puntini tirano sempre)
“Cantico d’amore per umani”
“Rosso vermiglio come il tuo cuore”
“Foglie morte per te”
“La vita è già passata”
“Ti sento lontano, ti sento vicino”
Eccetera.
Se possibile, si consiglia di usare come colore sempre e solo il vermiglio, perché la parola suona ultrachic.

Che palle! Che pizza!

Domenica pomeriggio col figlio undicenne.

Tommaso è ancora in quell’età di mezzo – né carne né pesce, tanto per non essere banali – in cui ti sei stufato di stare con i genitori, ma sei troppo piccolo per andare in giro da solo.  
Sì, all’oratorio un giretto da solo se lo fa, ma non gli va più manco quello.

Tommaso soffre di una noia consustanziale, da pre-adoloscente moderno, e non sa neanche lui cosa vorrebbe fare.

Passo la domenica a proporgli tutto quello che immagino potrebbe piacergli, e che magari piacerebbe anche a me, ma lui risponde immancabilmente: “Che pizza!”, oppure: “Che palle!”.

 Io: “Vuoi andare al cinema?”
Tommaso: “Che palle, sempre la stessa roba!” (quale roba non si capisce, perché tutta l’industria cinematografica è diventata un immenso e indistinto bolo di noia).
Io: “Andiamo al planetario?”
Tommaso: “Che palle! Ancora?” (ci siamo andati un anno fa).
Io: “Allora chiama un amico!”
Tommaso, un po’ più interessato: “Chi? Chi chiamo?”
Faccio una proposta: “Chiama Tizio!”
Tommaso: “Tizio, che palle!”
Ci riprovo: “Chiama Caio!”
Tommaso, più convinto: “Sì, dai, lo chiamo!”
Gli passo il cellulare, così lui non consuma la sua ricarica. 

Fa il numero e parte una di quelle buffe conversazioni fra pre-asoloscenti che non hanno ancora imparato a dire: “Ciao come stai, come va, eccetera”.

Tommaso, parlando con Caio, parte subito con: “Ciao sei libero?”
Sento Caio che risponde a Tommaso: “No, sono con un mio amico”
Tommaso: “Va bene, ciao”.
E mette giù.
Mi guarda con l’aria schifata, come per dire: “La tua solita proposta di merda…”.
Ricominciamo.
Io: “Andiamo al parco?”
Tommaso: “Che pizza, sempre al parco…”.

 Lo so già: mi mancheranno i suoi “Che pizza!” quando non avrà più bisogno di me, e si farà gli affari suoi.

Mi godo i suoi ultimi sprazzi di noia, condivisa, prima che Tommaso sparisca per sempre, intruppato col branco alla scoperta del mondo.

 

 

Spegni il computer!

Non c’è serata casalinga che non finisca in rissa. Con mio figlio Tommaso, di anni undici, entrato in possesso di un PC tutto suo, dopo la diagnosi di dislessia.
Oggi, se sei dislessico, ti viene prescritto l’uso del PC come supporto didattico per lo studio, ma a casa il PC viene usato SOLO per i videogiochi.
Liberamente, largamente, lungamente. Senza possibilmente spegnerlo mai.

I ragazzi ormai sanno che, se sono dislessici, i genitori gli comprano un PC sul quale installare i software compensativi per la scuola (sintetizzatori vocali, mappe concettuali, eccetera).
Ma ai ragazzini dei software compensativi non gliene frega niente, manco della dislessia gli frega qualcosa, loro vogliono il PC. Punto.

Tanto è vero che l’ultimo compagno di classe di Tommaso al quale è stata diagnostica la dislessia, si è presentato in classe urlando di gioia: “Sono dislessico, mi comprano il PC!”.
E tutti giù a fargli i complimenti, qualcuno forse un po’ invidioso.

Festa grande, insomma, anche perché il giorno dopo l’acquisto del portatile, inizia l’orgia dei videogiochi.

Tommaso ha investito tutti i suoi risparmi da Free Games, un negozio vicino a noi, dove vendono i videogiochi con lo sconto.
Ci siamo andati insieme un paio di volte, mentre lui si guardava attorno con l’aria lasciva di uno che sta pensando: “ADESSO E’ TUTTO MIO, TUTTO MIO!”.
Poi si è informato con riverenza dal proprietario per sapere quale gioco fosse meglio: “Cosa dice: quale mi consiglia?”.
Siamo tornati a casa con un paio di “Sparatutto” – si chiamano così – che ha immediatamente caricato sul PC.

E adesso Tommaso spara. A tutto e tutti, in quei giochi maledetti dove si sentono sempre gli stessi rumori:

  • passi di qualcuno che corre (sta scappando o rincorre qualcun altro),
  • spari – Bum! Bum! Bum! – di chi sta scappando o di uno dei suoi nemici,
  • ansimi, sempre di quello che sta correndo,
  • urla – degli “Ahhhhh!” impressionati – dei moribondi.

Questo schifo è diventato il sottofondo musicale delle nostre serate, insieme alla musica di un altro gioco online, Dark Orbit, ambientato in non so quale galassia (più di una, credo), dove Tommaso, trasformato in astronave e non più in mercenario travestito da marine, spara alle altre astronavi.
Il sottofondo musicale di Dark Orbit è una specie di musichetta aliena che si ripete sempre uguale, su dei toni bassi, come un mantra tibetano. Anche dopo che sono riuscita a fargli spegnere il PC, la musichetta continua a rimbombarmi in testa.
Non se ne va, non mi lascia in pace, mi sembra di sentirla anche a letto.

Ma veniamo al dunque. All’urlo.
“Spegni il computer!”
Il primo urlo è verso le nove e mezza di sera.
Ma è solo il primo, lo sa anche lui.
Non vale niente, come dare un’allegra scampanellata in bicicletta mentre fai un giro nel quartiere.
Poi il livello acustico sale. L’urlo diventa un boato: “Spegni il computer, spegnilo!”.
Tommaso allora mi dice: “Svegli il figlio dei vicini!”, perché sa che si sono lamentati. Dei miei urli.

Io allora abbasso il tono di voce, e passo alla modalità di un urlo solo sussurrato: “Spegni il PC, spegnilo!”.
Lui se ne fotte. Continua a sparare. A un mercenario o un’astronave.
Lo minaccio, sempre sussurrando, di comminargli punizioni esemplari: “Ti tolgo questo e quell’altro!”, ma tanto lui sa che poi non lo faccio.
Continua a sparare imperterrito.
Allora spengo il modem.
Urlo sempre sussurrando: “Vai a letto, vai a letto!”.
Lui corre a riaccendere il modem.
Lo rispengo.
La scena si ripete due o tre volte, poi lui si sfianca e non lo riaccende più.
Andiamo a letto.
Come madre sono un fallimento.
Lo ammetto.

I have a dream

Scomodare Martin Luther King per il titoletto di un post è veramente meschino.
Tanto meschino quanto il MIO sogno.
Vorrei una stanza-lavanderia. La vorrei con dentro un’asciugatrice gigante, di quelle che non ti stropicciano la roba.
Un Tumble Dryer, come lo chiamano gli americani, da 20 chili. Ciclopico, immenso, silenzioso, che faccia il suo porco lavoro – asciugare le lenzuola, le mutande, i calzini – in una stanza separata dal resto della casa (gli americani hanno le villette).
Chiudi la porta e te ne vai. Torni quando è tutto finito (asciutto).
Io invece ho la lavatrice in cucina, di fianco alla lavapiatti, e lo stendino sempre aperto, nell’ingresso, che schifo…

Ho un altro sogno: che anche in Italia si comincino a produrre vestiti, sempre come negli Stati Uniti, con quelle stupende stoffe sintetiche che non devi stirare.
La viscosa è meravigliosa (fa anche rima).
Un abito in viscosa lo puoi lavare per anni, appenderlo su uno stendino (non ho il Tumble Dryer) e il mattino dopo è perfetto, praticamente nuovo. Come un paio di vestitini che ho comprato in America dieci anni fa, pagandoli pochissimo, e che uso ancora.

Negli Stati Uniti tutti i tessuti, o quasi, vengono trattati con l'”antistiro”, un liquido sbalordivo che funziona come un appretto perpetuo.
Certo, il lino è meglio, bello anche quando si stropiccia, e il cotone egiziano è più fresco di una camicia di viscosa trattata con l’antistiro.
Ma nel locale lavanderia delle casalinghe americane, c’è tutto, tranne che il ferro da stiro.

In un paese dove le donne lavorano, e  tanto, a nessuno passa più per la testa di tenerle chiuse in casa il sabato e la domenica a stirare le camice del marito e le magliette dei figli.
Gli americani vanno in giro stropicciati o antistirati, e il weekend si infilano quello che capita, senza starci a pensare su troppo.
La “vasca” all’italiana, e cioè la passeggiata domenicale, tutti in tiro, per la piazza del paesotto, non è compatibile con un’occupazione femminile che, sempre negli Stati Uniti, è pari a quella maschile.

Nessuna donna non può sopravvivere al lavoro a tempo pieno, senza portare fino in fondo la rivoluzione degli elettrodomestici. Rivoluzione capitalistica che libera forza lavoro femminile qualificata e a basso costo, ma offre in cambio alla lavoratrice uno sgravio dai lavori domestici. Grazie appunto agli elettrodomestici, tra cui il Tumble Dryer. E grazie alle stoffe antistiro, che reclamo dall’industria tessile italiana (anche se poi produce tutto in Cina).

Ultimo sogno: la rivolta dei ferri da stiro. Tutte le donne italiane lo buttino dalla finestra e mandino in giro figli e mariti spiegazzati.
Se poi proprio ci tengono – i mariti – al polsino stirato, che se lo stirino da soli, visto che lavoriamo anche noi, come loro, o quasi come loro.
Anche i figli che pretendono dalla mamma lo stiro del jeans, imparino a stirare.
A stirare si impara, chiunque può farlo. Non è come allattare, che ci vogliono le tette.
Basta prendere il ferro, attaccarlo alla corrente, e passarlo sui panni inumiditi.
Che non vi chiederanno se sei un maschio o una femmina, ma si lasceranno stirare.
Passivamente. Senza lamenti.

Il mediatore aziendale

Nelle aziende si vive – si sopravvive – solo se ti guardi alle spalle.
Ovvero non parli mai male di nessuno, perché quel nessuno potrebbe un giorno diventare il tuo capo, o potrebbe – domani mattina – andare dal tuo capo a parlar male di te. Mai farsi nemici, meglio sorridere e andare d’accordo con tutti.

Si consiglia di attestarsi su un costante atteggiamento positivo: le proposte fatte dagli altri vanno sempre bene.
E’ di cattivo gusto metterle in dubbio, e si suggerisce di approvare cautelativamente TUTTO quello che viene detto in una riunione, anche se qualcuno dei punti di vista – dei vari partecipanti alla riunione – è in evidente contrasto con quello degli altri.
Meglio approvare i pareri di tutti, cautelativamente e caldamente, in ordine cronologico di presentazione.

Se A propone A, approvate con cenno convinto della testa.
Se B propone B, fornitegli immediatamente il vostro plauso.
Se C propone C, lodate subito anche lui, mettendo in risalto come A, B e C siano proposte assolutamente compatibili tra loro, anzi COMPLEMENTARI.

Presentatevi sempre come ambasciatore di pace, ovvero come mediatori.
Se poi la vostra mediazione non porterà a nulla, cioè a nessun risultato, non importa.
Ci vorranno dei mesi prima che i capi se ne accorgano, e magari sarete già stati spostati di ufficio.
Probabilmente promossi. In virtù del vostro bel carattere. Da mediatore.

L’Europa Alpina

Non basta lavorare dal lunedì al venerdì, otto ore al giorno, più una di mensa, più di due di trasporto da casa all’ufficio.

No, non basta. La domenica si studia. In compagnia del ragazzino di undici anni che il lunedì ha la verifica. Sempre. Tutti i lunedì c’è una verifica, fosse mai che nel weekend ti venisse voglia di riposarti un po’.

La scena è sempre la stessa.
Domenica pomeriggio.
Libro aperto sul tavolo della sala.
Computer acceso e pronto in un angolo, perché il ragazzino è dislessico e deve fare le “mappe logiche” che può tenere sul banco durante le verifiche (l’equivalente dei nostri riassunti, ma realizzati con un programma che collega i concetti con un sistema di frecce “logiche”).

Il ragazzino ha la testa a ciondoloni e si guarda intorno come se cercasse una via di fuga. Ma non ne ha. Potrebbe solo buttarsi dalla finestra.
Libro di geografia aperto sul capitolo: “L’Europa Alpina”, argomento al confronto del quale la Corazzata Potemkin sembra più figa di un film porno.

Io urlo: “Leggi!”.
Ma lui dà una scampanata con la testa, come quando ti viene sonno in treno e mugola: “Nohhh…”.
Poi aggiunge una serie di: “Che palle! Che pizza!”, ripetuti con frequenza ipnotica. Corro il rischio di cadere anch’io in catalessi.

Comincio a leggere, prima che il ragazzino si butti per davvero dalla finestra, e io dietro di lui. Dell’Europa Alpina me ne frega meno di niente, e speravo di morire senza sapere dove sono i Carpazi. Cerchiamo i Carpazi sulla cartina. Li indico con un dito. Lui mi guarda il dito ma sembra sempre più assente.

Forse si sta addormentando.
Gli do una pacchetta sulla spalla, per tenerlo sveglio.
Lui quasi non reagisce.
Passiamo alle cave e le miniere. L’industria siderurgica. I fiumi, l’energia idroelettrica.
Gli chiedo: “Come si chiama l’industria che estrae energia dall’acqua?”.
Risposta un po’ dubitosa: “L’industria SIDRELETTRICA…”.
Non lo meno solo perché diventato troppo grosso, e ormai me le dà indietro.

Bene, cambiamo argomento e passiamo alle vie di comunicazione, sempre nell’Europa Alpina. Trafori, viadotti, eccetera.
Pacchetta sulla spalla, per tenerlo sveglio, e ditino – mio – puntato sulla foto del viadotto.
“Cos’è questo?”
Risposta: “Un ponte…”.
Niente da fare. Inutile.
Punto il dito sulla foto di un traforo e gli do la pacchetta sveglia-studente: “E questo che cos’è?”.
Riposta: “Un tunnel…”.
Anzi, la riposta è sempre a sua volta una domanda: “Un tunnel?”.
No, è un traforo.

Un traforo nei Carpazi che porta verso un tunnel, passa sotto un viadotto e produce finalmente tanta bella energia pulita: quella SIDRELETTRICA, con una gradazione alcolica leggera, piacevole al palato. Il sidro, insomma, la bevanda più diffusa dell’Europa Alpina, sin dai tempi dei Galli…

Suicidi politicamente assisti (dagli elettori)

Impossibile smettere con la serie dei post “politici” (chiamiamoli così).

Lo ammetto. Provo la stessa curiosità malsana della folla sotto il patibolo che guarda con occhio ipnotico e adorante lo spettacolo dei partiti e dei politici in attesa di suicidio. Assistiti dai loro elettori, anzi ex-elettori, che li accompagnano alla ghigliottina tenendoli per mano, mentre loro pensano ancora di andare a una festa.

“Ehi ragazzi, è qui la festa?”, urlava qualche anno fa un giovane Giovanotti paninaro, ormai sotterrato da quello ultrachic di adesso.

“No, fratello, qui c’è la tagliola”, dovrebbe rispondere qualcuno, magari solo un amico, ai politici suicidi, prima che infilino la testa sotto la lama purificatrice.
M non c’è niente da fare, non lo vogliono capire.

Facciamo un esempio. Già vecchio. Vi ricordate Bertinotti? Ha sotterrato un partito, oltre che se stesso.

Nel 2008 era Presidente della Camera, nonché orgoglioso amico di Valeria Marini – perché no, ma c’era tutto ‘sto bisogno di raccontarlo in giro? – e utente TOP dei jet presidenziali, con i quali portava a spasso gli amici tra le feste parigine.

La sera del 15 aprile, dopo le elezioni, aveva convocato i giornalisti per la conferenza stampa all’Hard Rock Cafè di Via Veneto – da pronunciarsi HAVD VOK CAFÈ – perché gli sembrava fico che un uomo della sua cultura e statura politica incontrasse i giornalisti all’HAVD VOK CAFÈ, che, peraltro, è poco di più – in termini di figaggine – del McDonald’s di Piazza di Spagna.

Alla conferenza stampa non c’era naturalmente nessuno, se non qualche appassionato di funerali (in quel caso della Sinistra Arcobaleno, mai più risentita). Bertinotti si era presentato con un trenchettino della Burberry da almeno mille euro, che comunque con l’HAVD VOK CAFE’ c’entrava come i cavoli a merenda. Poi aveva promesso a tutti, belli e brutti, che sarebbe tornato a fare il militante.
Adesso, per fortuna, fa solo qualche comparsata in TV, di cui se ne farebbe volentieri a meno.

Ma Bertinotti è solo il primo dell’illustre serie dei suicidi eccellenti.
Con le ultime elezioni, la lista si è impennata.

Gianfranco Fini, che in meno di cinque anni ha fatto fuori un partito del 10%, cedendo all’abbraccio di Berlusconi. Ha capito troppo tardi che il bacio era col risucchio: mortale.
Pensionato-suicidato anche lui, insieme a Italo Bocchino, più noto per le recenti corna alla moglie, che non per le ampie vedute politiche.

Antonio Di Pietro, protagonista in questo caso di un caso di suicidio per aborto.
Si associa – insieme all’Italia dei Valori – al futuro aborto della Rivoluzione Civile di Ingroia, e periscono tutti quanti – una strage di Stato – feriti a morte dai seggi elettorali.

Oscar Giannino, plurilaureato, nonché concorrente dello Zecchino d’Oro, viene suicidato dal Mago Zurlì in persona, pochi giorni prima del voto.
Il mago più amato dai bambini italiani (di una certa età) dichiara: “No, mai sentito nominare il Signor Giannino”.
Berlusconi invece Giannino lo conosceva bene, quando era uno suoi più sinceri paggetti, prima di farsi venire la “voglia di un partito tutto mio”.

Francesco Rutelli: ha il colpo di genio di pre-suicidarsi prima delle elezioni, per evitare di finire nella lista dei trombati.

Mi fermo qui. Non insisto.
Vi prego solo di notare alcune ricorrenze. Sono tutti maschi. Di una certa età. Bolliti.

Bolliamo vivi i bolliti

Non  c’entra niente, questo post, con la mamma impiegata, ma vorrei dire che trovo ridicolo e fanè – aggettivo orribile, ma adatto al contesto – il corteggiamento del PD ai grillini.

Mi ricordo che verso i vent’anni avevo uno spasimante – vicino di ombrellone al mare – sui sessanta, che mi lanciava battute a metà tra lo sporcaccione e la riverenza col cappello. L’ometto cercava di offrirmi la brioche al mattino a la coppa di champagne alla sera, sempre seduto al tavolino del bar di uno stabilimento balneare a Cesenatico. Era vecchio, col papillon, la brillantina sugli ultimi tre capelli tinti di nero, e non riusciva a capire che una ventenne non gliel’avrebbe data neanche morta.

Bene, offrire a Grillo la Presidenza del Senato, al Berlusca quella della Camera, e in mezzo mettersi loro, il PD, magari con D’Alema agli esteri, significa non avere neanche lontanamente percepito quanto sono vecchi – come politici – e fuori gioco.

Ma non gli è bastato – a Bersani e compagnia –   farsi prendere a ceffoni sulla storia del Senato, perché i vecchi gagà hanno continuato con le loro proposte oscene – governo frizzato, governissimo, eccetera – senza capire che la ventenne non ci stava.

Oddio, non è facile prevedere le mosse di Grillo, anche perché punta all’azzeramento del sistema partitico italiano, e non sappiamo cosa farà. Il partito ce l’ha sul web, forse liquido, forse no, ma Grillo non te lo compri – come Bertinotti – con la Presidenza del Senato.

Insomma, nessuno conosce il prezzo di Grillo, né si può escludere che non abbia prezzo, come non ce l’avevo io a vent’anni col vecchio porcaccione bollito.

Ma loro, i bolliti della storia, non lo sanno. Non riescono a capirlo. Stanno provando a offrirgli la brioche, la coppa di champagne, e adesso fanno anche un po’ i ritrosi (gli otto punti!).  Sono tutti un po’ bolliti quelli del PD, diciamocelo, ma diciamoci anche che tra loro non c’è una mezza donna. Perché secondo me, è una roba da maschi non capire – rifiutarsi di capire – chi hai di fronte. Maschi bolliti, ripeto.

Le donne non sono così loffie da non dare neanche un’occhiata all’interlocutore. Siamo talmente abituate a doverci difendere, che in genere sappiamo valutare l’avversario. Nessuna donna sui settanta farebbe la corte a un ventenne. Nessuna donna – in politica – avrebbe offerto a Grillo il Senato.

Allora faccio una proposta: mandiamo a casa i vecchi politici maschi che son lì a dire sempre le stesse cose.  Ma non solo quelli del PD.
TUTTI! Basta,  sono ridicoli, inutili.

Anzi, ho un’idea: bolliamo vivi i bolliti! Come in un’antica tortura – fino alla morte –  giapponese. Il morituro viene messo prima a bagno nell’acqua gelata, e poi bollito vivo, lentamente, per prolungarne il supplizio.

Naturalmente la mia è una proposta orrorifica e paradossale, ma non li reggo più.
Sono vecchi. Incipriati come Gustav von Aschenbach sulla spiaggia del Lido, in Morte a Venezia, mentre muore guardando Tazio che nuota verso il largo. Col fondo tinta che gli cola sui baffetti e le basette tinte.
Basta nonni in politica!
State a casa coi nipotini, che fate meno danni. No joke.

La telemalattia

In Italia il telelavoro non è ancora abbastanza di moda perché le aziende siano disposte a concederlo ai lavoratori. O alle lavoratrici.
Ma non voglio disquisire sul fatto che il telelavoro sia cosa buona e giusta, oppure no.
La mia tesi è un’altra: in Italia la telemalattia non si nega a nessuno. Anzi a nessuna.

In questi mesi invernali, stagione delle influenze, negli uffici si sentono solo madri al telefono che teleguidano la malattia dei figli, dando istruzioni sanitarie a nonni, parenti, tate.

Ecco un esempio delle conversazioni che puoi orecchiare in qualsiasi ufficio.
Con nonni, tate, tati, la mamma ripete in genere una litania di:

“Quanto ha di febbre? Gli hai provato la febbre?”
“Ha trentanove! Ancora?”
“L’antibiotico gliel’hai dato? Era la dose da 350!”
“Cosa? Ha vomitato l’antibiotico?”
“Quando sono uscita stava ancora dormendo…”
“Come, non si è ancora svegliato?”
“Allora ha la febbre alta!”

Poi la mamma si fa passare il frugolotto e parte la litania pro-baby:

“Amore, sono io….”
“Sì, ti voglio bene e torno presto!”
“Amore, sì, sì, mi manchi…”
“Sei il mio topino! Sei la mia topina! (seguono altri grugniti di intesa animale volti alla rassicurazione del malatino/a).”
“Sì, torno presto, te lo giuro!”
“Sì, amore sì…”

A questo punto, la vera-mamma, di fronte alla milionesima richiesta di “Quando torni?”, pronunciata dal malatino col groppo in gola, riesce a chiudere dolcemente la telefonata, bisbigliando innumerevoli: “Ti voglio bene…”,  perché se no lui/lei passerebbe la mattina al telefono a chiederle: “Mi leggi una favola?”, “Dove sei?”, eccetera, acuendo il suo già orribile senso di colpa.

La mamma-stanca, invece, chiude velocemente la telefonata in due modi.
Il primo: gli sbatte il telefono in faccia, dopo un ultimo ma assertivo: “Topino, ti voglio bene!”.
Il secondo: raglia un altrettanto assertivo: “Passami la nonna! Passami la nonna! Passami la nonna!”, fino a quando il pupo non molla la cornetta.

Si pongono allora di fronte alla mamma-stanca in telemalattia due ulteriori alternative.
La prima: riprende con la nonna la conversazione di prima, ricominciando da: “Quanto ha di febbre? Gli hai provato la febbre?”.
La seconda: tira il telefono in faccia anche alla nonna: “Ti chiamo dopo, ciao!”, e si rimette a lavorare.
Probabilmente ha un po’ di febbre pure lei: il topino le ha attaccato l’influenza, ma non abbastanza da farla stare a casa senza sensi di colpa (verso l’ufficio). E non ne può più. Dell’antibiotico, del vomito, dei nonni.

Adesso, una domanda da 10.000 punti.
Qualcuno ha mai sentito un maschio – voglio dire un impiegato – in telemalattia?
Mai sentito un collega chiedere alla tata del pupo: “Quanto ha di febbre?”.
Mai percepito i dolci suoni gutturali di intesa tra figlio e genitore, che fanno anche cani, gatti, eccetera?

Dai, la risposta è no.
Ok, l’utero ce l’abbiamo noi. Anche le tette.
L’istinto materno, anche quello ce l’abbiamo noi.
Ma allora perché anche noi dobbiamo stare otto ore in ufficio?
Perché nel nostro bel paese non ti danno il part time neanche a morire?
Perché abbiamo ringraziato la Fornero quando ha dato uno, leggasi UNO, giorno di ferie al marito – impiegato – della partoriente?
Legge approvata nel 2012, tra gli applausi commossi delle folle di lavoratori e lavoratrici festanti?
Accidenti, in Italia facciamo meno di un figlio a testa, e in quel giorno tuo marito deve prendere le ferie, se vuole tenerti la mano in ospedale?
No, per Dio, no! Non va bene!

Mi ricordo ancora la faccia di un collega – bianco, pallido, uno straccio – che era arrivato in ufficio alle nove del mattino, dopo che la moglie, durante la notte, aveva partorito. Era distrutto, cazzo, distrutto, anche lui.
Ma non voleva mangiarsi le ferie, perché si dice così: “mangiarsi le ferie”, quando non le usi per andare in vacanza.
Ecco, noi siamo il Paese della telemalattia. Non del welfare, quello no. E manco dei diritti delle mamme e dei papà.

Ma non voglio sputare troppo nel piatto in cui mangio.
Le impiegate hanno la gravidanza pagata. Più difficile licenziarle. Più tutelate. Possono fare UN figlio. Qualche coraggiosa ne fa addirittura DUE.
Ma una precaria, no, come fa?
Chi ti rinnova un contrattino di sei mesi se hai la pancia?
Nobody, nobody, nobody.

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Riunioni col Calendar

Nelle aziende ci sono due tipi di riunioni. Quelle con Calendar – il messaggino di Outlook che ti invita a confermare la tua presenza all’incontro – e quelle senza. Partiamo da quelle col Calendar, in genere precedute da frasi come:

“Mi mandi un Calendar?”
“Aspetto il Calendar!”
“Ho accettato il Calendar!”
“Oh, scusa, non ho ancora visto il Calendar…”.

Quando poi arriva il Calendar in questione, potrete esaminare l’elenco degli invitati.
Ma facciamo un passo indietro. Ritorniamo alle email.

Nelle aziende è in vigore un’ikebana borbonica su chi va messo per primo o per ultimo nell’elenco dei destinatari delle email.
Un galateo non scritto, rigidissimo, che prevede, in alcuni casi, di inserire i dirigenti come PRIMI destinatari, seguiti dal popolo di quadri e impiegati, sulla stessa riga, mentre invece, in altre occasioni, i dirigenti vanno messi solo in COPIA CONOSCENZA, come per dire: “Noi plebei stiamo facendo questo e quell’altro, ma la vostra partecipazione alla nostra attività non è necessaria. Ci è però gradito informarvi che…, eccetera, eccetera”.

Mai intramezzare dirigenti e impiegati nell’elenco dei destinatari, sarebbe come far impazzire la maionese. Vanno tenuti distinti, sempre. Separati dalla barriera del PRIMA o del DOPO, o della Copia Conoscenza.

Si possono fare anche altri tipi di analisi sull’elenco dei destinatari: “Chi è stato messo per ultimo nell’elenco degli invitati?”, e altra roba del genere, per capire qual è il peso specifico dei vari colleghi (essere finiti per ultimi non è mai un bel segnale).

Col Calendar, invece, che non prevede la Copia Conoscenza, ma solo il Partecipante Non Necessario, l’ordine degli inviti è strettamente gerarchico. Prima i VIP, anche non dirigenti, poi gli sfigati. L’ultimo vince sempre il Palmarès dello sfigato, quello che bisogna invitare per forza, anche se in realtà se ne farebbe volentieri fatto a meno.

La sola carineria che si può comminare ai dirigenti è quella di inserirli come Partecipanti Non Necessari, che significa di nuovo: “Vi informo che la plebe sta lavorando, ma non è necessario che voi partecipiate all’incontro”.

Può anche verificarsi il caso di una riunione di soli dirigenti, ma allora il Calendar lo manda una segretaria, o un’assistente, concetto nuovo, quest’ultimo, ma sempre più in voga (ne riparleremo).

Ma arriviamo al dunque: le riunioni col Calendar non contano niente, anche se ci sono quaranta invitati. In quest’ultimo caso, essere tra gli invitati è solo un buon segno. Prodromico di una futura crescita. Oppure le riunioni calenderizzati possono essere più intime, una decina di invitati solamente, e quindi sono “operative”. Sempre roba da plebe. E’ la plebe che lavora. I capi non lo fanno. Non direttamente, per lo meno.

Le uniche riunioni che contano qualcosa sono quelle di cui non si sa nulla. Convocate informalmente, nelle ore tarde della sera. Fatte a porte chiuse. Non lasciano tracce, verbali, niente di scritto. Senza prove. Sono le riunioni in cui si prendono le decisioni, quelle vere. Mai più di tre persone alla volta. In genere tutti maschi. Tra le sette e le otto di sera.

Solo chi è disposto a restare in ufficio fino alle otto di sera, potrà fare carriera. Solo di lui ci si potrà fidare, perché durante gli incontri della sera ci si conosce meglio, si fanno le battute un po’ zozze, si diventa amici.
Mentre noi impiegate – quelle da Calendar – alle sei di sera siamo già tornate a casa. Stiamo cucinando, ripassando storia col pupo, apparecchiando la tavola.
Escluse dalla lobby dei convitati serali. Escluse quindi anche dalla carriera. Quella vera, non quella dei Calendar.