Non fidatevi del titolo del post.
Io difendo il self publishing e vi spiegherò perché.
Ma quella di autopubblicarsi è una strada senza ritorno (e vi spiegherò cosa voglio dire).
Parto dall’inizio della storia.
Abito a Milano.
Conosco un po’ il mondo dell’editoria (quella di “carta”), e qualche anno fa ho pubblicato un libro con un editore, usando il mio vero nome.
Il libro è andato malissimo, e sto facendo causa per la seconda volta all’editore.
Mi sto battendo da quasi dieci anni per riprendermi i diritti di un libro che oggi venderebbe due copie (su Amazon), se me lo auto-ripubblicassi.
Ma non tollero l’idea di essere finita – per sbaglio – in una casa editrice di destra, che pubblica ancora delle sonore schifezze.
Detesto vedere il mio – vero – nome associato a quello della casa editrice in questione, ed è per questo che vado in Tribunale.
Ci sono stata la prima volta dieci anni fa. Mi volevo riprendere i diritti del libro e volevo che tutte le copie stampate fossero distrutte, mandate al macero.
Il giudice mi ha fatto firmare una bizzarra transazione: se avessi restituito l’anticipo ricevuto dalla casa editrice, sarei rientrata in possesso dei diritti di pubblicazione (che avevo ceduto per vent’anni), ma le copie in magazzino sarebbero rimaste alla casa editrice. Che poteva continuare a venderle dove e come credeva.
Ho firmato.
Non avevo previsto che la casa editrice si sarebbe tenuta per dieci anni in magazzino le duemila copie invendute, e le avrebbe sparate dieci anni dopo su tutti i bookstore digitali del mondo.
Pensavo che le mie duemila copie invendute sarebbero finite in qualche polveroso Reminders e sarebbero quindi sparite PER SEMPRE dal mondo REALE.
Ma non è successo così.
Le copie sono in vendita su una ventina di bookstore, e il mio amico del cuore, che fa l’avvocato, mi ha REGALATO una citazione in Tribunale.
Chiederemo alla casa editrice in questione di ritirare le copie dalla vendita.
Ometto le motivazioni legali, ma basta il buon senso per capire che se la casa editrice non detiene più i diritti del mio libro, non può continuare a venderlo per i prossimi cento anni (solo per farmi un dispetto), e senza mai essersi degnata di mandarmi un rendiconto sulle vendite, DICO UNO, da quando il libro è arrivato in libreria.
Ecco, forse sono stata particolarmente tonta o sfortunata, ma i piccoli editori vanno presi con le pinze.
Voi gli cedete i diritti del vostro libro per vent’anni, e loro magari ne stampano 500 copie e non vi dicono neanche in quali libreria sono finite.
In genere hanno un ufficio stampa che non vale nulla, e riusciranno a farvi avere solo un paio di articoli sulla Gazzetta di Brembate di Sopra, scritti da un’allieva della quinta elementare che ha vinto il primo premio per la poesia delle scuole di Brembate di Sopra e di Sotto,e che definisce il vostro libro “un moderno capolavoro della prosa contemporanea”.
Ma, per favore, non pensate che pubblicare un libro con le major dell’editoria italiana significhi avere un successo garantito.
No, gli uffici stampa delle case editrici – anche di quelle enormi – scelgono di puntare TUTTO su un paio di titoli all’anno, e se non siete tra quelli, baciatevi i gomiti se arrivate alle duemila copie.
E se il libro va male – cioè non lo compra nessuno – i librai lo rimandano al mittente (l’editore) a stretto giro di posta per non trovarsi gli scaffali pieni di ROBA che non va.
Il punto è proprio questo. I libri stampati diventano ROBA da vendere.
E se la ROBA è invendibile, la si butta.
Ma anche VOI scrittori verrete buttati via insieme a lei, perché la casa editrice ritirerà il libro dal catalogo e vi chiederà se volete comprarvi 500 copie con lo sconto (meglio di niente, pensano gli editori: almeno ci paghiamo un po’ di spese).
Voi ve le comprerete, e le metterete in cantina, per tirarle fuori tutti i Natali e regalarle ai vostri annoiatissimi parenti, che vi troveranno PATETICI col vostro vecchio libretto in mano.
Poi, il giorno del vostro funerale, qualcuno metterà il libro nella bara (l’ho visto fare), e il vostro incompreso capolavoro scenderà nella terra oscura, per sempre, insieme al defunto e incompreso autore.
Mi pare che non sia più necessario spiegare perché Amazon o qualsivoglia editore digitale sia meglio.
Faccio lo stesso un velocissimo elenco:
- restate proprietari dei diritti,
- non vi costa nulla pubblicarlo e potete modificare titolo, testi, copertina, tutte le volte che volete,
- se siete dei geni autodidatti del marketing, potreste venderne anche qualche migliaio di copie, o anche molto di più se il libro è carino e sapete cosa fare per promuoverlo,
- potete mettere in vendita anche l’edizione cartacea, se qualcuno dei vostri amici non si volesse comprare un ereader,
- non dovrete mangiare la merda che vi viene in genere fatta trangugiare a palate da un editore che non è riuscito a vendere neanche mille copie del vostro capolavoro.
L’unica controindicazione all’autopubblicazione è l’impossibilità di tornare indietro verso l’editoria tradizionale.
Nessun editore pubblica un autopubblicato a meno che non abbia venduto un milione di copie.
In Italia c’è una sola eccezione: Newton Compton. Ogni tanto Raffaele Avanzini pesca laicamente un autore dal web, ma Avanzini non ha la distribuzione (le librerie), e quindi viaggia più leggero di chi ha librerie, case editrici, testate giornalistiche, eccetera, che stanno andando tutte insieme in picchiata verso il sicuro fallimento.
Il motivo per cui gli editori non amano gli autopubblicati è molto semplice: gli intasiamo il canale online.
Lo riempiamo con i nostri ebook, impaginati da noi smanettoni che teniamo il prezzo basso per venderne di più (siamo singoli imprenditori, in genere con un altro lavoro, e quindi non dobbiamo tenere in piedi un’impresa con i nostri guadagni).
Gli editori tradizionali preferirebbero che noi SELF ci scannassimo in quei tremendi concorsi letterari che durano anni e si concludono con la vittoria di UNO SOLO, che vince appunto il diritto a finire in libreria con le solite tremila copie (e si ricomincia come sopra).
Intanto, tutti quelli che hanno partecipato al concorso, hanno ceduto all’editore i diritti di pubblicazione per qualche anno, e stanno fuori dal giro (dei bookstore).
Se si spargesse la voce che Rizzoli e Mondadori pubblicano i libri più venduti dai SELF su Amazon, tutti si butterebbero a pubblicare sui bookstore nella speranza di farsi notare dagli editor delle collane.
Ma loro se ne stanno zittini a guardarci. Non ci amano, believe me.
Io rivendico il diritto di impiastare Amazon con tutto quello che voglio.
Poi, anche su Amazon, ci sarebbe un lungo discorso da fare.
Il primo del quale sull’annosa questione delle critiche false a cinque stelle. Sono troppe.
Ma su questo ho già pontificato.
Buonanotte.