Archivio mensile:Maggio 2013

Gli effetti sociali dei social network

Sono tutto fuorché una sociologa, ma anch’io mi chiedo tutti i giorni perché passo così tante ore sui social network.

Diventerò cieca, mi dico, come una volta si diceva ai ragazzini che si ammazzavano di seghe.

Domanda retorica e sillogistica: allora stare sui social network è come farsi una sega?

Un po’ sì, ammettiamolo.

Sei tu da solo col tuo pc, in genere la sera, che scribacchi qualcosa, spesso senza sapere chi ti leggerà, e sperando nel solito “Mi piace” sulla foto del bambino e del gattino.

Ma dove cazzo andresti, se no, con un figlio che il giorno dopo deve andare a scuola e tu hai la sveglia che suonerà alle sei e quarantacinque?

Anche ammettendo di essere disposti a dormire cinque ore per andare a ballare in discoteca, chi cacchio ti paga la baby sitter per il pupo?

Nessuno. Non puoi neanche chiedere alla mamma di settant’anni se ti tiene il ragazzino,  perché magari l’ha già fatto quando è uscito dall’asilo.

Ergo, ti schiaffi sui social network, dove commenti di qua, posti di là, fai un “Mi piace” a un amico, perché questa è l’unica socialità surrogata che ci concede la modernità. Liquida o non liquida, ma comunque metropolitana, chiusi come siamo dentro a case piccole in condomini antipatici, con i figli già intossicati da internet, e che si sveglieranno anche loro il giorno dopo alle sei e quarantacinque.

Cosa ci date in cambio se stiamo meno su facebook la sera? Possiamo tornare dal lavoro alle quattro?

Entrare in ufficio alle dieci?

Così magari abbiamo il tempo di organizzare una bella cena?

No, non si può.
Ci rimane solo il “Mi piace” ai gatti degli altri (ne ho due anch’io, sui quali ho fatto addirittura un sito…).

Ciao, sono la mamma di…

Ho smesso di dire il mio nome e cognome quando mi presentavo, il giorno in cui Tommaso ha cominciato ad andare all’asilo.

Dicevo solamente: “Ciao, sono la mamma di Tommaso”.

Le altre mi rispondevano: “E io sono la mamma di Tizio”.

Una perdita identitaria che continua tuttora, arrivati alle medie.

Continuo a dire: “Ciao sono la mamma di Tommaso”, e magari aggiungo: “E tu sei la mamma di Tizio?”.

Ma capita sempre più spesso di sbagliarsi, dopo tre cicli scolastici, e l’altra magari mi risponde: “No, sono la mamma di Caio”.

Ogni tanto, qualcuna aggiunge il suo nome: “Mi chiamo Giovanna”, ma sappiamo tutte che il nome della madre sarà duro da ricordare.

Per fortuna ci sono gli Excelini con il nome del bambino, abbinato a quello della madre, con indirizzo email e numero di telefono, sul quale andare a ravanare quando ci sono le feste e le telefonate da fare per gli inviti.

Li ho stampati tutti e poi li incollo sull’agenda.

Ormai sono arrivata al terzo Excelino, perché mio figlio vede ancora i compagni dell’asilo e delle medie, e mi servono i numeri delle loro  mamme.

Anche quest’anno, alla prima riunione di classe, ci siamo subito buttati a fare l’Excel, compilando dei fogli che poi abbiamo messo in palio: “Chi vuole fare l’Excel?”.

Ha vinto una mamma che ha cercato di inserire anche dei nuovi campi: telefono fisso e indirizzo, ma quasi nessuno li ha compilati.

Tra un po’ nell’Excelino di classe metteremo anche il Codice Fiscale e il numero di tessera sanitaria: qui al nord siamo un po’ ossessivi.

La mamma in questione ci ha subito mandato per email la sua lista, ed è partita la solita buriana per raccogliere 10 euro per la bibliotechina di classe e organizzare la piazzata a Natale.

Poi, ormai siamo arrivati alle medie, le email si sono fermate.

Dopo 8 anni (3 di asilo e 5 di elementari) di mercatini di Natale e festa della scuola, confesso di non farcela quasi più.

Belli, bellissimi i ricordi di Tommaso che canta la canzoncina di Natale con una stellina sulla testa, ma ho voglia di tornare a presentarmi col mio nome e cognome.

Domanda da un milione di dollari: fatto 100 il numero di mamme che si presentano con “Sono la mamma di…”, quanti sono i papà che si presentano con: “Sono il papà di…”.

15?

Troppo ottimista?

Contrassegnato da tag , , , , ,

Mamma, non va la Rete!

Quasi impossibile fare l’elenco di tutto quello che una moderna casalinga-lavoratrice deve tenere sotto controllo.

Anche la connessione internet di casa, ma prima di parlarne, vorrei fare una premessa.

Son cambiati i tempi, ahimè, in cui ti compravi il frigorifero bombato il giorno prima delle nozze, e te lo portavi fino alla tomba, senza dover cambiare neanche la maniglia.

Con l’elettronica, invece, l’instabilità dell’elettrodomestico ti conduce a stipulare forme di garanzia perenni, perché sai che prima o poi qualcosa si romperà.

Le garanzie in questione hanno tutte dei nomi tipo “Serena”, “For ever”, eccetera, ma in realtà la copertura massima è di 4 o 5 anni.

Solo riuscire a stipularle è un lavoro a sé, e poi le devi conservare in cassaforte, perché se le perdi, ti ricompri il frigorifero.

Bene, posso dire di avere utilizzato ognuna delle varie assicurazioni stipulate, perché tutto quello che abbiamo in casa si è scassato.

Il termostato del frigo QUATTRO VOLTE.
Il forno UNA VOLTA.
La lavatrice DUE VOLTE.
E potrei continuare.
Tutte le volte si rompe uno dei componenti elettronici e bisogna cambiarlo.

Ma vogliamo parlare dei computer?

Quello da cui scrivo è stato “rifatto” due volte, la prima in garanzia, la seconda no.

Quello di mio figlio si è rotto e l’abbiamo ricomprato, e i cellulari diventano obsoleti due ore dopo che li hai portati a casa (o ordinati su internet).

E adesso parlerò finalmente di un tema caro a tutte le mamme: la connessione internet.

Confesso di avere fatto un paio di grossi errori nella vita: ho cambiato due volte operatore telefonico, per cercare di risparmiare qualche euro.

In Italia, viene premiato il cliente infedele, e cioè colui che cambia operatore una volta ogni due mesi per risparmiare sulle tariffe.

Se resti con lo stesso operatore, ti bastona.

Ecco, grazie al mio tentativo – innocente – di risparmiare qualche euro, ho passato dei mesi al telefono con i servizi clienti dei vari operatori per cercare di capire perché non andava la rete.

Tutte le telefonate avvenivano di sera, in genere, mentre stavo cucinando qualche schifezza veloce, e avevo i panni da distendere, tirati fuori dalla lavatrice appena aggiustata.

E mentre io ero al telefono con l’operatore, mio figlio urlava dall’altra stanza: “Mamma, non va la Rete!”.

Qualcuno sa come si fa per tornare all’Età della Pietra?

Contrassegnato da tag , , , , ,

Impiegati nervosi e immorali

Domani è venerdì, dì di festa dell’impiegato.

Fino al venerdì si corrono rischi amorali.

Ti incazzi se uno si è suicidato in metropolitana e c’è la corsa sostitutiva.

Sputeresti in faccia al ciclista che è finito sotto al tram, perché fai tardi al lavoro.

Ammazzeresti chi non si sposta a destra sulle scale mobili.

Ti viene un attacco d’ulcera se ci mettono più di due minuti a scaldarti il piatto di pasta al bar nel forno a microonde.

Milano è fatta così. Corriamo a perdifiato per arrivare al sabato.

E ricominciare.

Ti incazzi se c’è la coda all’Esselunga.

Sei nervoso per i compiti da fare col ragazzino.

Vuoi andare in tintoria e hai perso la ricevuta.

La lavatrice  non si ferma mai e devi ancora fare il cambio di stagione.

Sei in ritardo per la cena a casa degli amici.

La domenica c’è il raduno scout con la giornata per i genitori.

Voglio scendere, voglio fermarmi.

 

 

 

 

Il Berlusca come Corona?

Ammiro di Corona il suo lato gay, come l’ammirava anche Lele Mora, e apprezzo tutti i suoi look, sempre diversi,  durante le udienze in tribunale o quando lo portano al gabbio.

Ogni volta ha un taglio di capelli nuovo, gli piace cambiare la montatura, lo sguardo si fa più o meno truce, il capello è sciolto, lungo, oppure corto e impiastrato di gel.

Corona ha un talento naturale per inventarsi ogni volta un personaggio esteticamente consistente che gli permetterà di vivere e morire paparazzato (piace anche a lui farsi fotografare).

Ma il Berlusca come sarà vestito quando lo porteranno a San Vittore?

Trucco leggero, completo scuro con le spallone, parrucchino incollato con l’Attack,  o si inventerà qualcosa di nuovo?

Lo trovo noioso – direbbe uno stilista – con i suoi completi sempre uguali. Perché non provare qualcosa di diverso? Una delle camicie a fiori di Formigoni, suo probabile compagno di cella? Magari quella che si metteva coi pantaloni viola?

Insomma, Silvio, rifatti il look e facci godere.
Chiedi un consiglio a Corona. Magari ti dice dove compra gli occhiali.

Internet e l’infinito

In Giappone li chiamano hikikomori, gli adolescenti che si chiudono in camera con un computer.

E la conciano così.

La camera di mio figlio gli assomiglia moltissimo, e mentre io sono qua a scrivere stronzate al computer, lui è di là che guarda cartoni giapponesi.

Ma come fai a staccarti dal pc? Non ce la faccio io che domani mattina uscirò alle otto per andare a lavorare.

Su internet c’è tutto, l’infinito a portata di clic.

Voglio restare connessa, per sempre.

 

Il nirvana del capo italiano

Tutti quelli che lavorano nelle aziende italiane hanno avuto il piacere di sentire qualche milione di volte la parola “capo”.

Una passione tutta italiana – sentirsi un capo – che nelle grandi aziende private e in quelle pubbliche prende un’accezione particolare: il capo è colui che NON lavora.

In italia, quando vieni nominato capo, entri in una specie di nirvana aziendale, che ti concede come massimo privilegio proprio quello di non fare un cazzo.

Le tue risorse – ci chiamano così – faranno  tutto al posto tuo: ti scriveranno le email che poi manderai a tuo nome (sì, faccio anche questo per i miei capi), prepareranno le slide, fisseranno le sale riunioni, contattatteranno gli altri capi/colleghi al posto tuo, e alla fine si toglieranno di mezzo al momento giusto per aiutarti a credere che in fondo hai fatto tutto tu. Farina del tuo sacco.

E’ un brutto vizio pensare che il lavoro sia una cosa da schiavi. Ce lo portiamo dietro dai tempi dei romani.
L’ozio – filosofico – è un privilegio concesso a chi se lo merita. Chi lavora è un povero coglione.

Non importa se andremo tutti a picco, magari qualcuno sull’auto blu,  il burrone è lì. Ci aspetta.

Contrassegnato da tag , , ,

Dio bono, quanti siamo!

Autopubblicarsi non è più così complicato, e il mondo degli ebook self published è affollatissimo.

Devo dire che il titolo tradisce subito l’autore appena sbarcato sul web. Titolo che contiene SEMPRE un aggettivo, in genere riferito a un colore (quasi sempre il vermiglio, che suona molto chic).

Però è da snob fare troppe distinzioni, perché faccio parte anch’io dell’eletta schiera.

Siamo tanti – noi autopubblicati – e presto tutti quelli che hanno un diploma di scuola superiore avranno il loro bel libretto pubblicato su qualche sito.
Libri scritti neanche poi così male: nessuno che sbagli il congiuntivo, il livello è più che decente.

Ma ormai siamo così TANTI che nessuno sa più come distinguere la merda dalla cioccolata.

Il colore è lo stesso – marrone scuro – e l’ebook non ha odore, per sua natura.
Bisogna quindi infilare il naso in tutti quanti, e leggerne almeno qualche pagina.

Poi i nasi fini percepiranno il buon odore della cioccolata svizzera, e quelli meno fini trangugeranno senza pensieri delle belle bicchierate di merda.

La mia unica preoccupazione è la seguente: non è vero che i libri online siano senza costo per l’ambiente.
I file degli ebook girano su dei server alimentati da energia più o meno green.
Presto, per garantire ai sei miliardi e rotti di essere umani di pubblicare un libro a testa, dovremo coprire la terra di Data Center dedicati agli ebook con l’aggettivo VERMIGLIO nel titolo.

E quando gli autori saranno morti, i loro ebook continueranno a girare sui server di Amazon, insieme a quelli dei loro figli.

Scompariranno le terre da pascolo e ci nutriremo di solfati liofilizzati per potere dedicare tutte le energie del pianeta all’alimentazione dei server dedicati agli ebook autopubblicati.

Sono pessimista? No, sono solo realista. Faccio parte anch’io della famiglia.

Contrassegnato da tag , , ,

La Signora Biancofiore non è una marchettara

C’è Twitter scatenato, giustamente, sulla lunga quantità di cose ridicole e stupide che la Biancofore si è lasciata scappare con un giornalista di Repubblica, Francesco Bei, che probabilmente sta ancora ridendo.
Neanche lui si aspettava che la Biancofiore rispondesse così sul GayPride.

E al prossimo Gay Pride a Roma che farà?
“Se mi invitano ci andrò. Ma non mi metterò a ballare seminuda sui carri”.

La casalinga di Voghera – Arbasino ti amo – era un gran signora, e non si sarebbe mai fatta scappare delle volgarità del genere.

Ma la Biancofiore ha subito risposto su Twitter, con il twett che copio di seguito:
“marchettara o marchettaro sarei te, tutta la tua famiglia, discendenti ascendenti e tutti i collaterali. Siete il polo della maleducazione”.

Robetta fina, insomma.

Aridatece la casalinga di Voghera.

La crudeltà dei social network

Non ho la minima intenzione di fare come quelle vecchie zie alle quali racconti che forse hai un cancro al seno, e loro ti dicono: “Sapessi che male mi fanno i calli!”.

No, le minacce a Laura Boldrini sono una cosa seria, e sulla rete possono nascere fenomeni di stalking collettivo sui quali si dovrebbero interrogare sociologi, antropologi e storici, oltre che i membri della Polizia Postale.

Mai comunque augurerei a nessuno il Great FireWall cinese, che vede impegnato qualche milione di cinesi in operazioni di spionaggio via web degli altri milioni di cinesi che cercano invece di usare liberamente il web.

Per tenere controllo tutto quello che succede sulla rete – veramente tanta, tanta roba – sono  infatti necessari veri e propri apparati di polizia informatica che possono permettersi solo ricchi regimi autoritari come appunto quello cinese.

Ma se qualcuno minaccia via web una donna di strangolarla dopo magari averla violentata, beh, secondo me bisognerebbe trovare il modo di applicare subito la legge che prevedere una bella denuncia, e la chiusura IMMEDIATA dell’account sul social network dove la minaccia è stata postata.

I neonazisti/razzisti/antisemiti non dovrebbero essere in grado di postare su siti pubblici  le loro schifose minacce alle donne di sinistra.

Ma veniamo ai mie calli (sono io la zia).

Ho appena pubblicato un libretto su Amazon e sono stata un pochino linciata anch’io, soprattutto per via di qualche refuso che mi era scappato.

C’è stato in particolare un signore che me ne ha dette di tutte i colori, bollandomi come una cattiva esordiente che doveva ripresentarsi a settembre, con un nuovo libro da essere giudicato (sempre da lui).

Bene. Confesso che mi hanno offerto (in anni passati) di tenere delle rubrichette di critica letteraria, sempre rifiutate per un innato pudore a parlare male degli altri.

Mentre invece sui social network si parla male di tutto e di tutti.  La crudeltà e la violenza dei giudizi sembra il tratto principale del postatore medio. A volte anch’io mi ritrovo  a fare battute tremende su Twitter, coperta da un nome che forse non è il mio.

Non tutti, però, sono così cattivi.

Un gentile signore ha postato su Amazon un commento gentile al mio ebook che riporto integralmente qui sotto (dopo avergli chiesto il permesso).

Si può dire quel che si pensa, senza ferire a morte.

Grazie, Marcello Ghironda.  You’re very kind and fair.

Sorprendente!

Sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla lettura di questo ebook.
L’autrice riesce a scrivere un romanzo “italiano” dove, per una volta, i nomi italiani dei protagonisti non danno fastidio (come mi accade coi personaggi delle fiction nostrane), lo stesso fastidio che provo per i nomi inglesi dei protagonisti di altri autori italiani che preferiscono scrivere storie che accadono “altrove” (Faletti, per dirne uno a mio avviso molto sopravvalutato).
Questo si deve all’ambientazione dello scritto, decisamente “nazionale”, dove è facile riconoscersi, e dove tutti i personaggi si muovono perfettamente a loro agio.
In questo senso ho trovato le “digressioni” dalla tematica “gialla” molto più godibili dello svolgimento investigativo della storia, in quanto descrivono con arguzia molte situazioni ben conosciute ma raramente così ben usate.
Avrei voluto dare 4 stelle, ma dopo aver letto le altre recensioni (secondo me troppo “punitive”) ne do 5 per bilanciare un pochino.
Ovviamente 5 stelle relative al genere e non in termini assoluti…
A me il libro è apparso anche ben scritto, e gli errori segnalati dagli altri recensori non mi hanno dato un fastidio tale da rendere sgradevole la lettura.

Contrassegnato da tag , , ,